L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 ottobre 2019


L’eccitazione per una caviglia infiammava le notti

My generation



Roma, 25 ottobre 2019

Fà ddiesci mijja e nun vedé una fronna!
Imbatte ammalappena in quarche scojjo!
Dapertutto un zilenzio com’un ojjo,
che ssi strilli nun c’è cchi tt’arisponna!
 


Dove te vorti una campaggna rasa
Come sce sii passata la pianozza,
senza manco l’impronta d’una casa!
 


G. G. Belli, Er deserto 

La mia generazione, e qualche suo sparuto dintorno, vomitate, senza troppi affanni, fra i Sessanta e i Settanta, sarà l’ultima a conservare, intimamente, immediatamente, naturalmente, brandelli dell’Antico Ordine.

Una mia vecchia insegnante fu, in tal senso, una delle prime a segnalare la dissoluzione. Si sta muovendo qualcosa, mi disse. Qualcosa. La smobilitazione, il riflusso definitivo. Lei, che aveva votato per decenni al Centro (Partito Repubblicano o Liberale: La Malfa e Malagodi, se tali nomi riescono ancora a dire qualcosa a qualcuno), annusava lo sbraco. Era il 1993. Le pagliacciate romene, cecoslovacche, ungheresi, eltsianiane volgevano al termine: la disfatta rilevava su ciascuna tavolata, a destra, a sinistra, nel mezzo; e sottosopra. Non c’erano strade, solo una. L’unica strada possibile di lì a mezzo secolo, a oggi: e oltre, oltre Giove e l'infinito.

Il comunismo quale estremo katechon si insinuò nella mia coscienza intellettuale; mi convinsi che, al di là dei caporioni, un mondo di due secoli svaniva per lasciar posto a niente.

Perché di questo sono sicuro: col comunismo scomparve anche il capitalismo. E ogni ideologia concorrente al Nulla. Non è capitalismo, il nostro, bensì una dittatura. E le dittature, pur se originano da luoghi diversissimi, e da premesse inconciliabili, remote le une alle altre, finiscono per assomigliarsi tutte. L’ansia del controllo le uniforma straordinariamente.
Il capitalismo americano (la casalinga con la lavatrice, le opportunità date all’immigrato inteso come cittadino del globo, la guerra alla burocrazia - it’s easy! -, il self made man, il pragmatismo come antidoto al bizantinismo europeo) ovvero il ciarpame ideologico che ci hanno costretti a digerire dal 1945 in poi, risultò così vittorioso, splendido nell’affermazione totale, inoppugnabile, che dovette gettare la maschera e, in assenza di deuteragonista, mostrarsi per quel che era in nuce: una dittatura. Una dittatura che, mercé lo sbalorditivo progresso delle tecniche di controllo, si appresta al volgere risolutivo delle premesse ovvero a ciò che nella tragedia è detta: catastrofe.

So già cosa penserà qualche lettore. Il lettore medio del web, intendo, quello che usa un vocabolario di trecento parole e salta quattro righe su cinque lasciandosi guidare da alcune parole chiave che occhieggia qua e là lasciandole poi filtrare dal proprio pregiudizio: questo rimpiange il comunismo!

Il comunismo! I gulag! I bambini bolliti! I passeri di Mao! Il grigiore dei condomini funzionali! Li rimpiange! CCCP! SSSR! Il piano quinquennale! A ja ljublju SSSR!

Ma qui non si rimpiange alcunché, solo la mancanza di alternative, di vita alternativa. Il socialismo, comunque inveratosi, fu una scelta alternativa, maturata in due secoli. Il socialismo. Oliver Twist. La vita media delle operaie inglesi: ventisette anni. Rimpiango la mancanza di queste parole precise: il mondo è questo, ma io sono altro, credo in altro, voglio altro. Rimpiango, poi, uomini e donne, che, pur non sapendo nulla di Lenin e Marx, divennero gli araldi di quell’alternativa: compagni, morti con le scarpe rotte, la schiena rotta, le budella straziate dai reagenti; e però rimpiango anche certi preti, morti di fatica, per le responsabilità gravose, consunti dal dubbio e dalla consapevolezza dell’ingiustizia; rimpiango i borghesi timidi di Giustizia e Libertà, sempre minoranza, i fascisti poveracci, pure loro in minoranza, minoranza nella minoranza, incancreniti dalla sconfitta o persi nella nostalgia o traditi dagli idioti coi soldi che giocavano a fare i fascisti.

Le idee, che erano tali perché recavano senso alla vita, non potevano essere oggetto di compromesso, compravendita o transazione. Le idee immortali plasmavano persino il fisico degli uomini e delle donne; si riconosceva subito una famiglia democristiana; o quella fascista o comunista o sottoproletaria. Le giacche, le gonne, la quieta eleganza, la sfacciataggine di un taglio di capelli, la volgare trasandatezza – ogni particolare denotava una stazione antropologica dell’Italiano.

E questo la mia generazione l’ha vissuto, e respirato. C’era l’Italia, da tre millenni; la si calpestava ogni giorno; ma si era diversi, ognuno irriducibile all’altro; la gerarchia sfaccettava ulteriormente i tipi sociali sino a una ricca congerie umana altrimenti detta: popolo.

Scendevo le scale di casa, mi incamminavo a piedi, a sei anni, lungo una strada del suburbio romano, la via Boccea. Ma la Boccea si chiamava così dall’Ottocento, almeno nella toponomastica; prima era la medioevale Buccea, prima ancora la romana Cornelia e prima ancora una via etrusca, forse riadattata dal 1000 a. C., per gli indigeni e gli aborigeni laziali che sacrificavano animali e bambole del grano nei solchi conquistati da Enea.

Wikipedia: “Gli Aborigeni (in greco: Ἀβοριγῖνες, in latino: Aborigĭnes) sono indicati dalle antiche fonti storico letterarie come tra i più antichi abitanti dell'Italia Centrale”.

Non sopporto i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz funk inglese e neanche la nera americana”, così canta il maestro Franco Battiato; personalmente, poiché amo detenere un centro di gravità permanente, non sopporto chi, in luogo di 1000 a.C., usa scrivere 1000 p.E.V. Lo trovo stupido, anzitutto, e poi vile. Solo un poveraccio può inorgoglirsi per queste trovate da saltimbanco illuminista.

Scendevo le scale del condominio; ogni piano riservava, già nel primissimo mattino, un vago odore di cucina: brodo, soprattutto, carni lesse, minestre vegetali, messe a bollire per il pranzo; l’ascensore non lo si poteva usare poiché ogni discesa e risalita costava dieci lire: da imbucare nell’apposito macchinario. Dieci lire erano poca cosa: una partita a flipper o una ciambella ne costavano cento! Eppure le regole in casa queste erano: il troppo stroppia; una sapienza piccolo borghese che i miei condividevano con Apollo: nulla di troppo. L’etica consisteva in questo: nel mai recedere ai principi pur di fronte a piccinerie come i dieci soldi per l’ascensore, nonostante i cinque piani. A pioggia venivo investito da altri divieti: la pizza, a esempio. All’uscita da scuola, giusto per fare un po’ di rumore con gli altri compagni e allungare la bisboccia sino a casa, ci piaceva comprare la pizza. Ma la pizza, nel mio caso, aveva da essere bianca: cento lire (ancora!) di pizza bianca. O anche cinquanta! La pizza rossa, o con le patate oppure con la mozzarella (una prelibatezza sardanapalesca), costituiva un oltraggio al pudore dell’economia familiare. Perché? Nessuno, in famiglia, avrebbe mai potuto concettualizzare e nemmeno giustificare questo sentimento; la pizza dopo scuola, insomma, era già un lusso (si cenava dopo quattro ore, potevo aspettare!); la pizza con la mozzarella, poi, era uno schiaffo alla povertà, al decoro, a Dio e, pertanto, avrebbe calamitato su di noi la ritorsione del Dio della ritenutezza e della mediocrità, del risparmio silente, del nulla di troppo.

In questa ricerca della frugalità, spinta sino all’avarizia, si ritrova la fame ancestrale e gl’istinti di sopravvivenza, concresciuti nei secoli. La “scarpetta” ne è una manifestazione: ripulire il piatto. L’avanzo era indizio di peccato; mortale; l’unica redenzione consisteva, quindi, nel mangiarlo, il giorno dopo, unticcio e riscaldato in padella, il calore a sciogliere le salse cagliate, o a bagnomaria, col piatto sulla pentola d’acqua che, lentamente, si preparava ad accogliere il maccherone eterno.

Ma qui, in tale renitenza feroce a una pur minima ostentazione di benessere, alla ripulsa religiosa verso l’esibizionismo, rintracciamo la qualità migliore dell’Italiano antico - attitudine atavica, sbeffeggiata, infatti, dai nuovissimi intellettuali di sinistra (i progressisti si ritenevano inevitabilmente superiori alla fanga provinciale) e di destra (che vellicavano lo strapaese solo per moda: poi andavano a cena nei ristoranti di lusso).

Una qualità, la modestia, che i nostri pensatori hanno ridicolizzato, mentre, altri, più furbi o più accorti, invece, decantarono. Gli Inglesi di nuovo conio (postscespiriani), a esempio, e gli Americani, loro figliocci degenerati, questi pezzenti del pensiero, ne fecero un punto filosofico centrale: etiche protestanti, animal spirits, Adam Smith, calvinismo come motore del capitalismo virtuoso; sì, ne inventarono parecchie, gli Angloamericani; e gli intellettualini italici riportarono servilmente tali magri bastoncini, da botoli della cultura quali furono (e sono), poiché una locuzione inglese, la locuzione dei padroni, vanta una autorevolezza inevitabile (il mondo pare nascere con loro, alla fine del Settecento) e arricchisce sempre il curriculum degli accademici coi piedi sulla scrivania; per tacere, è evidente, dei giochi di parole crucchi, i giochi di parole col trattino (esser-ci, Dasein), inesplicabili come un rebus di Orofilo, l’eccezionale enigmista, e, per tal motivo, resistenti a ogni interpretazione sensata: tanto da generarne, infondate, altre mille, e conferire al rospo filosofico una ricchezza polisemica inesistente.

Nell’Italia trimillenaria si ritrova tutto, nulla si inventa fuori di lei. Ecco il nuovo patriottismo. L’Italia è un libro in cui ogni evento confluisce, prima o poi, o è presagito da altre parole e con altre parole, o si è già compiuto ed è stato dimenticato. E chi è vissuto in Lei certe scienze le recava nel sangue.
Solo ora, in tempi di tradimenti, i traditori hanno negletto quel sapere per omaggiare il Nulla e la superficialità.

L’etica del lavoro, cristiana e provinciale, italianissima, l’avevamo in noi, formata, dura e imperiosa; solo dei mestatori di professione o degli sciocchi ci hanno trasformato in un popolo di sfaccendati e fatalisti. L’Inglese e l’Americano producono; l’Italiano aspetta lo Stellone col sombrero da pennichella: così ragiona il filosofo, l’economista, il politico di nuovo conio, assoldato col nuovo conio per dileggiare la grandezza.

E così ci convertirono all’efficienza. Ma, come ognuno di voi può vedere, giorno dopo giorno, da quando si è divenuti efficienti, di un'efficienza nordica o americana o crucca, la voglia di lavorare, inventare e creare, da sempre nel genotipo morale dell’Italiano, è via via svaporata: sino al disastro attuale, in cui possiamo constatare, de visu, la totale, irrefrenabile, voglia di ponte o vacanza, a qualsiasi livello, in ossequio, ovvio, all’etica protestante del lavoro. Al contrario.

E il flipper? Amavo quel gioco, sul serio. Una sera mio padre, assai distratto, mi concesse settecento lire per alcune partite. Lo scopo occulto di tanta prodigalità consisteva nell’allontanarmi dai tavoli in cui si gustava una partita dell’Italia. E così giocai sette partite di seguito, lunghissime, poiché costituite da cinque palline cadauna. Quando mia madre lo venne a sapere, per un bofonchiamento di troppo, si scatenò l’inferno. Settecento lire? Sai quante fettine ci prendo con settecento lire? Le fettine, le ambite fettine di vitella, chez le boucher, sotto casa, che lei aveva da indicare, col dito contadino, le parti migliori, e il grasso da scartare: per non farsi fregare sul peso. La fettina, da panare magari, e schiacciare, condita di limone, tra due spesse tavole di pane ternano: pranzo ambito, o subìto, da moltissimi.

Dei pantaloni dismessi, dei maglioni languidi per troppi lavaggi e indossi, maglioni di cugini già cresciuti, delle toppe al culo e delle avitaminosi biafrane, già parlai in altra occasione. Di noi ragazzetti, bassi, tozzi, pelosi, sgraziati e storti, anche. Non ambisco a rendere quel periodo un feticcio da adorare. Si era così, umani, Italiani, diversi l’uno dall’altro; l’ingiustizia sociale serpeggiava anche allora, ma numerosi scogli d’approdo affioravano nel mare tempestoso dell’esistenza: i parenti, il welfare e la campagna, cornucopia ubertosa e prodiga: la campagna viterbese, ovvero gli antenati non ancora inurbati, che elargivano olio, vino, uova, ortaggi e frutta, generosi coi figli e, soprattutto, coi nipoti, grazie a quel cordone ombelicale che non s’era certo reciso col nostro esodo. Le scarpe erano alla buona, sformate da subito, la lingerie da moccioso solcata da cicatrici da rammendo formidabili; si studiava, si giocava; io amavo, soprattutto, le luci della sera.

L’autunno morente regalava i primi refoli freschi, al tramonto, quando si usciva per andare in chiesa, al catechismo, catechismo cristiano, d’una dolce persuasione gozzaniana; il fulgore quieto dei bulbi di lampadina, d’un giallino pallido e pievano, umile, a rischiarare i corridoi, modesti e consueti, di aule e stanzette parrocchiali; i quadernetti, le litanie; il piacere di avere una seconda classe da condividere, altri amici, altri incroci di genti: abruzzesi, campani, molisani; la ragazzetta malvestita all’ultimo banco, già afflitta da una leggera peluria che aureolava i contorni delle labbra; il ritorno a casa, quando piovigginava, la via lustra come uno specchio, a riflettere gli ansimi dei lampioni, il cik ciak delle suole, le vetrine offuscate, il gusto nello sbirciare decine di vite: a indovinarle oltre le finestre.

Nell’adolescenza ci si innamorava vanamente, per accensioni improvvise e brutali. L’eccitazione per una caviglia infiammava le notti. Si era dei monellacci disposti a tutto, per quella caviglia. E spesso ci si contentava: non è forse bello rimuginare su quelle linee celestiali, così, senza avere nulla in cambio? Anzi, avrei riflettuto dopo, non fu amore purissimo quello che non ebbe nulla in cambio, nemmeno un bacio?

Così andavano le cose nel millennio scorso. Ma a noi piaceva così. I fumetti, i giornalini, le figurine, certo, e poi le biciclette, i motorini; meccanici provetti, sempre con qualche ferrovecchio fra le dita: un freno, un cuscinetto a sfera, una vite, un pedale, uno spinterogeno, una marmitta. Arrivai all’esame di scuola guida con la sapienza d’un apprendista di bottega. Motorette, bici e primi catorci da maggiorenni ce li riparavamo e miglioravamo da soli. L’arte d’arrangiarsi ancora sobbolliva in ognuno. Si andava a caccia, a pesca. Parecchi riconoscevano alberi, erbe e funghi. Si intratteneva un rapporto leale con gli animali, da veri animali, pari a pari, cani cavalli gatti corvi, poiché tale mozione dell’animo faceva parte di un circolo mitico che tutto ricomprendeva.

Puzzavamo? Me lo chiedo spesso, in epoca di igienismo nichilista. In campagna non si aveva acqua calda, né bidet; il trastullo di un bagno lo si viveva una volta al mese; il risciacquo delle pudenda la sera, in una conchetta usata da tutti, dopo la giornata passate nella polvere. I miei nonni si lavavano? E chi lo sa. Si mangiavano animali immondi, lumache, gamberacci di fiume, cervella fritte, fegati sommersi dalle cipolle selvatiche. A ripensarci, qualcuno è preso dai brividi: trogloditi, si era, altro che uomini! Bifolchi. I campagnoli entravano a contatto con la civiltà solo durante il servizio militare: antibiotici e pasti regolari trasformavano quei fasci di nervi in individui quasi prestanti, appena insidiati dalle mollezze del benessere. Circolavano aneddoti sugli Aborigeni della Tuscia di stanza nel Nord, a marciare e bestemmiare col fucile in spalla: avidi della pasta al ragù servita alla mensa, tanto da divorarne più porzioni, cinghiali capaci di addentare, famelici, spezzatini e patate arrosto, sotto gli occhi sbalorditi delle Terese e delle Emilie nordiche, scandalizzate e divertite da tali rustici migranti. Migranti che ci provavano pure, con le Emilie e le Terese, con minuetti bestiali d’accoppiamento che riuscivano a far sembrare la monta degli stalloni un rituale di corteggiamento stilnovista. Ineducati, rozzi, ottusi, i miei campagnoli attraversarono l’Italia sempre derisi, ma ferocemente vitali, di una vitalità insopprimibile, compressa da millenni di servaggio e furberie da Bertoldo.

La voglia di vivere, ovvero: di sopravvivere, formò Italiani ignoranti e decisi a tutto, dai tratti ruvidi e repellenti, ma forti di una volontà tetragona distillata negli andirivieni terribili della vera Storia. Vitalismo.
Italiani. Gli Italiani che conobbi io, uno degli ultimi dell’ultima generazione.
Le ragazze, dai tredici in su, andavano a servire presso i nobili o gli arricchiti di Roma e Viterbo; fameliche anch’esse, con varie sfumature, tornavano benestanti o incinte di figli bastardi; ladre, virginee, maliziose a un tempo, lasciarono sul limitare della vita o fregnoni retrogradi, pelosi e ostici, oppure il figlio del peccato, diverso nel fenotipo, poiché da ascrivere a lombi più raffinati. Anche i preti, allora non tocchi dall’omosessualismo, anzi, decisi a infilarsi in ogni pertugio dell’anima e della mutanda, lasciarono elementi di spicco nel bestiario paesano: ancor oggi, gli occhi languidi di qualche Don risplendono nei volti di cinquantenni o sessantenni, frutti dell'incontinenza concepiti fra una confessione e un Salve, o Regina.

I campagnoli che invasero le città nel dopoguerra se la passarono bene. Tra questi fregnoni, cooptati dallo Stato e dal parastato come infermieri, guardie, carabinieri e quant’altro, vanno contate le origini dei miei giorni. Il babbo e la mamma d’Alceste, scesi dai monti della brutalità a metà anni Sessanta, ignari di tutto, del diaframma e dei Beatles, della televisione e dei termosifoni, ebbero il vago piacere di ritrovare il parentame già insediato: riconosciuto forse all’odore, contribuì, secoloro, a costituire piccole enclavi di terroni della Tuscia. La domenica, a qualche rimpatriata, tali armenti, rumorosi, pletorici e ridanciani, separati doverosamente i generi sessuali - i maschi a scolare da una parte le residue fiaschette, fra le molliche e le ossa degli animali morti, divorati brano a brano, le femmine a rigovernare dall’altra, pettegole e livorose contro qualche elemento del proprio genere, di solito una ragazza madre o una cornificatrice, e i figlioli, che non avevano sesso, ma erano bestioline irrazionali, fortunate a vivere l’ultima epoca da bazza della nazione - tali greggi si raccontavano, divertite e con una punta d'imbarazzo, episodi da novelletta trecentesca, la più trascurabile e grassoccia.
Quella sullo zio, a esempio, appena arrivato a Roma, che, trovatosi a passeggiare lungo la popolosa via Tuscolana, salutava ossequiosamente i manichini delle vetrine, scappellandosi cerimoniosamente, intimorito dalla loro aristocratica fissità in gabardine; o sull’altro, Piero, recato per la prima in vita sua, a settant’anni suonati, in un ristorante: lo zio Piero, ombroso e scostante, che, per non incomodare il cameriere (lo credeva un mezzo sergente), e vergognandosi dell’osso della bistecca residua nel piatto, ebbe a gettarlo dalla finestra, credendosi alla chetichella, sotto gli occhi atterriti della borghesia indigena di Prati, ormai convinta del ritorno dei Goti; o su Nina, sorella minore d’una parente stretta che, già al servizio d’un importante generale dell’Esercito, cercava di raccomandarla per un posticino da sguattera; indotta, la Nina ovviamente, verginella e quindicenne, a vivamente ossequiare il Grand’Uomo appena l’avesse intraveduto, ebbe, purtroppo, a seguire il consiglio con troppo zelo: lasciata nelle frescure delle ombre all’ingresso, prese timidamente ad avanzare, per pochi metri; fin quando, nel ritaglio della larga porta d’ingresso al salotto, se lo trovò davanti, El General in persona, con vestaglia inappuntabile, possente e arcigno, assiso presso la scrivania, massiccia a autoritaria al suo pari, a disbrigar qualche faccenduola da caserma. E lei, da lontano, timidona ed esitante: “Buongiorno, buongiorno signor generale!”. Egli, alzati gli occhi dagli scartafacci ministeriali, borbugliò un distratto “Buongiorno!”, evasivo e tagliente, chiedendosi, forse, sovrappensiero, chi diavolo fosse quell’ennesima derelitta denutrita che la moglie gli metteva in casa. E la sventurata, ingobbita dalla deferenza e dallo shock della rivelazione generalizia, a rientrare lentamente nell’ombra; per recederne, ahi!, qualche minuto dopo e inglobare nuovamente alla vista, lei malgrado (non ci si poteva sottrarre!), quella figura severissima: “Buongiorno, buongiorno signor generale!”. E lui, dopo uno sbarracamento totale degli occhi da gufo: “Buongiorno!”, sospeso tra scocciatura e incredulità, il foglio candido e leggero - seppur onusto di responsabilità - ripiegato fra le dita nocchiute. E la Nina ritornava, ne era costretta, povera anima, fra le oscurità dell’ingresso patrizio: dove, però, tra portaombrelli, guardaroba, comò e larghe specchiere di gusto liberty, paurose a guardarle, povera bimba!, c’era poco spazio anche solo per girarsi, nella lunghissima attesa. E così la Nostra si sottopose al ferro rovente d’una terza scappatina alla luce, cosa poteva fare?, quando, ancora!, El General la sorprese: e lei, fedele alla consegna: “Buongiorno, buongiorno signor generale!”, per poi ritornare, come un cagnolino bastonato, nell’atra indifferenza dei penetrali. E la cosa sarebbe andata avanti per una mezz’ora o più, se, al quinto “Buongiorno!”, dalla formulazione sempre più flebile e incespicante, a dir la verità, il condottiero di fanti senza più guerre non avesse sbottato, rivolto alla moglie, alla figlia racchia e al resto della servitù, sperduta fra le dieci ampie stanze della casa e compresa dalle incombenze mattutine, uno stentoreo e inequivocabile: “Ma si può sapere chi è questa stronza?”. E il parentame raccontava la scenetta divertendosi un mondo, ah ah ah, oh oh oh, con un retrogusto amaro, certo, poiché anch’essi, a diversi livelli, avevano subito umiliazioni di tal genere. Ma nessuno aveva a ridire su quello, era gente fatalista, e, perciò, reazionaria, che accettava di buon grado la discriminazione di classe, generatrice di stipendi sicuri e obliteratrice di campi, zappe e merda di cavallo. Sì, il Generale lo amavano, con sincero servilismo, come il bisnonno mezzadro adorava il marchese latifondista - e lo si amava, il Generale, assieme all’industrialotto, al caposervizio, al maresciallo scelto, al vescovo: fosse stato per loro, fascisti, monarchici e democristiani d’acciaio, li avrebbero fabbricati in serie, i generali e gli altri prevaricatori, a sancire una piramide sociale inalterabile e perfetta, che dava da mangiare a tutti, e sarebbe stata tramandata a figli e nipoti rachitici, maledetti i comunisti che vogliono la parità, e ancor più maledetti i giovani che vogliono il progresso; perché il progresso, e avevano ragione da vendere, non si mangia la domenica.

La domenica, passata l’oretta buona per santificare le feste, ci si inoltrava nella campagna romana, distante pochi chilometri. La cicoria, gli asparagi, persino more e lamponi. Nessuno pareva reclamare nulla; prati e campi non possedevano staccionate; era sconosciuto l’uso di cartelli di divieto. Vigeva, insomma, una sorta di ius secolare per cui proprietari e latifondisti permettevano la raccolta dei frutti spontanei della terra, senza pretendere alcunché, così come, sin dall’Alto Medioevo, il signore o il vescovo concedevano ramaglie, ghiande e piccola selvaggina per la sussistenza di contadini e poveri cristi vagabondi.
Si camminava per ore, a scendere e risalire minuscole forre; pranzi e merende improvvisati prolungavano tali diporti sino al tramonto quando l’azzurro si insinuava lento nelle pieghe delle cose: di ogni cosa. L’azzurro che fece gioire Dante nel primo canto del Purgatorio e ispirò parte della teoria dei colori degli Impressionisti; azzurro, lapislazzulo, tessere apparentemente trascurabili, ma decisive, d’una mirabile immagine musiva.

Spesso, su qualche collinetta, dopo il taglio del fieno o le arature, il profondo della terra, umido e ricco di ciò che fummo, ridonava alcune pietruzze: azzurre, rosse, grigie, ocra. Una villa suburbana era, forse, nei pressi, sbriciolata dall’imperio del tempo: frantumaglie di marmo, mosaici, particole di capitelli e stele funerarie. Si viveva, noi ignoranti, ancora a contatto con un passato che donava senso. D’altra parte i Fabius, i Valerius, le Cornelia o i Basilide eravamo noi.

Si tornava, al tramonto, con ciuffi d’asparagi selvatici, riuniti in fascette: asparagi selvatici, dai lunghi gambi e le teste dolcemente reclini. Il sole allagava l’orizzonte, senza calore, eppure vivo e compagno. Il moto degli astri sanciva azioni e sentimenti riconosciuti eterni poiché all’eternità d’essi ci si affidava, inconsapevoli: il cuore batteva all’unisono con tale battere e levare - una pulsione talmente naturale da non essere mai interrogata. La musica delle sfere celesti agiva presso di noi.

In quei momenti nacque in me il fascino schiacciante del passato. Dapprima insondabile, poi chiarissimo nel suo svolgersi interiore. Ogni viaggiatore, italiano o straniero, sorpreso nelle campagne brulle del suburbio romano, ebbe ad avvertire tale Stimmung; un molcere del cuore, una lusinga inspiegabile dei sensi, e un grato e soave balsamo agli affanni del vivere. John Ruskin annotò: “Forse sulla terra non c’è spettacolo più solenne della solitaria vastità della campagna di Roma alle prime luci della sera”. Lo struggimento dell’uomo nell’infinito, in quei momenti, coincideva con l’ansia di dissolvimento nella divinità simbolizzata dalla grandiosità dell’astro che cadeva a occidente, terra dell’oscurità. E questa commozione fortissima veniva raddoppiata dalla solitudine della campagna, in cui vivevano i ruderi degli imperi passati: a esacerbare ancor più quel senso di finitezza, assieme dolce e tragico, dell’uomo, solo di fronte a Dio, alla Natura imperiosa, al trascorrere del tempo inclemente e al cospetto della Morte, onnipotente, ancella della Divinità. E la tragedia era dolce, poiché faceva giustizia di tutto, con gesto equanime, a livellare poveri e potenti, a riconciliare sé stessi con le cose della gloria, imprigionando felicemente ognuno in una pantomima senza fine, inscalfibile, mitica. La durata e la giustizia di nascite e morti, santificate da Dio, risarciva della brevità e del dolore. Si accettava tutto questo, a capo chino, senza arroganza. 

La luce della sera rischiarava i rivi, lacerti di casali, ruderi, cippi funerari. Allora non capivo questo stringersi commosso dell’animo. Ora, invece, so, con certezza, l’origine di tale perturbante malia: quella dell‘assenza.
San Pietro, Sant'Ivo alla Sapienza, l'Eur fascista, Coppedé, l'apparizione del Colosseo dal Colle Oppio o dai Fori Imperiali sono presenze totali, irrefutabili, che muovono all'ammirazione incontrovertibile.
Le Terme di Caracalla, il Palatino, Ostia antica, con le rovine imponenti e mute, inducono già a un rispettoso silenzio, a un disagio spirituale che si fa lentamente metafisica.
E però, ancora più profondo, v'è il fascino dell'assenza.

La campagna romana, quella vasta e inesauribile nei dintorni della città, la riassume potentemente. Le piane apparentemente deserte, brevemente interrotte da muriccioli sbriciolati di antiche villae; ponticelli nascosti fra la vegetazione; improvvise, stagliate contro l'inalterabile azzurro del cielo, le residue e immani arcuazioni di un acquedotto: l'assenza, allora, testimonia d‘una grandiosa presenza, quasi del tutto dileguata. Qui la bellezza è solo intuita e, perciò, rimpianta.

Questi reperti, queste strazianti rovine del passato, che io amo profondamente, invitano perciò alla riflessione più alta ovvero all’irruzione senza sconti della tragedia umana. Una singola pietra, pur reietta, è parte del lascito d’un mandala sacro che il tempo, o un dio sapiente, s’incarica di devastare definitivamente per ricordarci la totale vanità dell’esistenza.

Le tessere dei mosaici le ho ancora qui con me. Quando ancora avevo voglia di vivere, e qualche speranza, volevo farne collane o braccialetti da regalare alle pargole, pensate un po'.
Ero pazzo, con tutta evidenza - pazzo di speranza.
Si è soli, definitivamente.
 

Bla bla bla e la Russia fa proposte che la Turchia, Curdi e Assad non possono rifiutare

Mosca stabilizza la crisi turco-siriana
 
25 ottobre 2019
di Gianandrea Gaiani
in Analisi Mondo



Mentre a Bruxelles si dibatte della crisi siriana Mosca l’ha di fatto già risolta (o quasi) rendendo operativa la forza di monitoraggio schierata lungo il confine turco-siriano e composta dalla polizia militare russa, ormai un vero corpo militare per le operazioni di peacekeeping.

Alle unità già presenti in Siria si aggiungeranno presto ulteriori rinforzi con 276 militari e 33 mezzi blindati, ha fatto sapere Mosca mentre a conferma del suo ruolo sempre più pesante nell’attuale crisi, ieri i vertici delle milizie curde hanno accettato di integrare le loro unità di protezione popolare (YPG) nell’ esercito regolare siriano che già oggi controlla ampi settori del confine con la Turchia.



In base a quanto reso noto ieri dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti, le milizie curde (YPG) stanno abbandonando un’area profonda 32 chilometri lungo il confine con la Turchia lasciandola sotto il controllo dei militari di Mosca e di Damasco. Ritiro verso sud stabilito dall’ accordo concluso tra il presidente russo Vladimir Putin e il collega turco Recep Tayyip Erdogan lo scorso 22 ottobre a Sochi, in Russia

L’accordo comporta una sostanziale spartizione dell’area a nord-est della Siria tra l’esercito di Ankara e i militari di Bashar Assad sostenuti da Mosca che tornano dopo 8 anni a presidiare il confine turco. Un’intesa in 10 punti che lascia ben poco spazio all’autonomia dei curdi e nessuno al loro sogno di realizzare nella Siria Orientale a est dell’Eufrate uno stato indipendente protetto dagli Stati Uniti.

Il ministero della Difesa russo ha ieri annunciato che 15 punti di controllo saranno istituiti lungo il confine turco-siriano, a est dell’Eufrate e gestiti dall’ esercito di Damasco.



Un’ area fino a pochi giorni fa sotto il controllo delle milizie curde YPG, sostenute dagli americani, è praticamente passata sotto il controllo dell’esercito di Damasco, sostenuto dai russi. I 15 check point che Mosca costituirà per Assad sono previsti a est e ovest dell’area compresa tra le città di Tel Abyad e Ras al-Ayn, un territorio di 120 chilometri di estensione e 32 di profondità’ che rimane sotto il controllo dell’ esercito turco, al cui interno Ankara vuole istituire 12 check point.

Nell’ area di 440 chilometri di estensione e 32 di profondità non vi saranno milizie dell’YPG né truppe statunitensi. Anche per questo il presidente siriano Bashar al Assad ha espresso pieno sostegno all’accordo Putin-Erdogan di Sochi, come ha reso noto il portavoce del presidente russo, Dmitry Peskov. Assad ha anche assicurato la disponibilità “delle guardie di frontiera siriane di pattugliare insieme alla polizia militare russa il confine.



Gli accordi di Sochi del resto precisano che la “principale priorità consiste nel restaurare l’integrità territoriale della Siria” ma hanno anche confermato gli accordi di Adana siglati nel 1998 da Hafez al-Assad (padre di Bashar) con cui la Siria garantiva che le milizie curde non avrebbero attaccato la Turchia dal territorio siriano. “Cambiare i termini dell’accordo di Adana non è mai stato in discussione.



Come ha ricordato ieri l’agenzia di stampa AGI, nei negoziati, mai concretizzatisi, tra Usa e Turchia, era stata ipotizzata nei mesi scorsi la formazione di forme di amministrazione e governo locale, ipotesi scomparsa dagli accordi di Ankara con Mosca, che spianano la strada al controllo da parte del regime di Damasco, tornato negli ultimi giorni a presidiare Kobane, Manbij, Tal Amir, Ayn Isa e Tabka, città che Assad era stato costretto ad abbandonare tra il 2011 e il 2012 sotto gli attacchi dei qaedisti del Fronte al-Nusra e dello Stato Islamico.



Sul piano politico Damasco ha annunciato che riconoscerà ai curdi-siriani autonomia culturale, linguistica e amministrativa ma le milizie dell’YPG sembrano destinate a venire inglobate nell’Esercito Arabo Siriano e a costituire un corpo di polizia regionale.

Solo la città di Qamishli, la più abitata della regione vicina al confine iracheno (a est della “safe zone”) resta esclusa dai pattugliamenti russo-turchi. In questo centro urbano, che l’Isis non è mai riuscito a espugnare alle truppe siriane, Damasco potrebbe garantire ai curdi una sorta di presenza autonoma lungo il confine turco tenuto conto che a Qamishli (come ad Hasaka) è sempre rimasta una guarnigione di truppe siriane. Anche in questa città sono arrivate ieri unità di polizia militare russa (video).

Il dibattito e le polemiche alla NATO e alla Ue

L’accordo tra Mosca e Ankara rende del tutto accademico il dibattito emerso ieri in ambito NATO e europeo in seguito alla proposta formulata dal ministro della Difesa tedesco, Annegret Kramp-Karrembauer (nella foto sotto), di schierare una forza militare internazionale di interposizione lungo il confine turco-siriano.

Proposta tutta in salita dopo che lo stesso ministro tedesco ha attaccato duramente Ankara per l’operazione militare in Siria definita mercoledì una “annessione”.



Frase che ha suscitato critiche anche in Germania dove la Kramp-Karrembauer era già sotto tiro per aver avanzato la proposta senza essersi confrontata con la coalizione di governo incassando anche le critiche del ministro degli Esteri, Heiko Maas.

In Germania c’è chi accusa il ministro di incompetenza, ricordando che la Turchia vuole una zona “cuscinetto” a protezione del suo confine, è un alleato della Nato. Il liberale Alexander Graf Lambsdorff sostiene che la Turchia non avrebbe manifestato l’intenzione di occupare stabilmente il territorio siriano, ma di voler combattere le milizie dell’YPG, considerate da Ankara un’organizzazione terroristica.

Al di là delle valutazioni politiche (in Germania la massiccia presenza di immigrati curdi e turchi rende delicato questo dibattito) è chiaro che la proposta della Kramp-Karrembauer può avere un senso solo se la Berlino mantiene un approccio neutrale nei confronti dei contendenti.



“Non abbiamo avuto alcuna richiesta” di intervenire come Nato” nel nord-est della Siria. Per attuare la proposta della ministra” tedesca Annegret Kramp-Karrenbauer “occorre una decisione dell’Onu”, ha detto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg (nella foto a lato) arrivando alla riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza.

Al summit NATO il ministro tedesco ha sostenuto la sua proposta con una serie di incontri bilaterali, incluso quello con l’omologo turco Hulusi Akar, incassando un sostegno di massima da parte del belga Didier Reynders e della danese Trine Bramsen.

“Con i colleghi francesi e britannici in particolare condividiamo l’opinione che l’accordo di Sochi non offra la base per una soluzione politica a lungo termine” per la Siria. Per questo cerchiamo “una soluzione che coinvolga la comunità politica internazionale” ha detto la Kramp-Karrenbauer.

Nell’incontro con l’omologo turco il ministro tedesco ha “apprezzato molto” che da un lato Akar abbia “rassicurato” che non c’è l’obiettivo di “un programma di reinsediamento, o di pulizia etnica, ma di ricostruzione” mostrandosi molto aperto che possa essere fatto anche col coinvolgimento della comunità internazionale”.



Da Ankara quindi nessun via libera quindi ad una forza di interposizione il cui progetto è ancora “vago” e “dovrà essere sicuramente approfondito” come ha evidenziato il ministro italiano Lorenzo Guerini che però con l’omologa tedesca ha discusso anche il ripristino della componente navale dell’Operazione Sophia di fronte alle coste libiche.

L’ intervento del ministro Akar “ha cercato di motivare le ragioni della iniziativa turca in relazione alle esigenze di sicurezza della Turchia. La Turchia è un componente della Nato, dobbiamo avere grande intelligenza nel gestire il rapporto con la Turchia. Però le conseguenze di quella iniziativa ci preoccupano sia sotto il profilo umanitario che sotto il profilo della stabilità della regione”, ha aggiunto Guerini.



In questo contesto l’Italia si è ieri espressa a Bruxelles favore di una soluzione politica della crisi ma ha reso noto il ritiro del suo piccolo contingente schierato dal 2016 nel sud della Turchia, 130 militari e una batteria di missili da difesa aerea Samp-T impiegati nell’ambito della missione Nato Active Fence e il cui ritiro era già previsto per dicembre. Un ritiro presentato però come già previsto e da non intendere come una risposta all’intervento di Ankara in Siria.

Gli Stati Uniti invece si sfilano di fatto dalla proposta tedesca (e dalla Siria): “La sosterremo politicamente, ma non invieremo forze all’operazione” ha detto il segretario alla Difesa, Mark Esper. “Penso che questa proposta vada bene per quei Paesi che vogliono rafforzare la sicurezza in quella parte del mondo”. Un maggiore contributo “è quanto chiediamo ai partner europei da tempo”, ha aggiunto Esper.

Le minacce turche all’Europa

Durissima invece la reazione di Ankara con Erdogan che è tornato ad attaccare l’Europa dopo la condanna del parlamento Ue all’intervento militare accusando l’Ue di ipocrisia e minacciando nuovamente dii aprire il confine al passaggio di migranti e profughi siriani.



“La nostra richiesta di istituire una “safe zone” non è certo una novità ma risale dai tempi di Barack Obama. Per questo motivo non merita nessuna considerazione da parte nostra l’enorme quantità di parole ipocrite che sono arrivate dall’Europa”, che si attiva solo quando diciamo che apriremo il confine ai profughi. Non si preoccupino, al momento opportuno apriremo il confine e allora l’Ue smetterà di compiere questi voltafaccia”, ha dichiarato ieri Erdogan.

La Turchia “respinge in modo assoluto” la risoluzione di oggi del Parlamento europeo che condanna l’operazione militare di Ankara nel nord della Siria. “Non siamo sorpresi da questa posizione presa da un Parlamento che ospita costantemente i terroristi” e che ha “un atteggiamento fazioso verso la Turchia”, scrive in una nota il ministero degli Esteri di Ankara, secondo cui “la legittimità di questa operazione è stata confermata dagli accordi fatti con gli Stati Uniti e la Russia” nell’ ultima settimana.

Foto: AP, Anadolu, Bundeswehr, RIA-Novosti, Sputnik e Ministero Difesa Russo
 

Roma - contro Virginia Raggi c'è un odio viscerale, è un odio ideologico al di là di qualsiasi ragionevolezza

Se tutti odiano Virginia Raggi, allora qualcosa di buono deve averlo fatto per forza

Opinioni
16:30 25.10.2019(aggiornato 16:40 25.10.2019) Di Alessio Trovato

Non sarebbe un ragionamento molto logico in un mondo normale... ma questo è forse un mondo normale?

Certo, non dà la sensazione di essere un genio di scienze. Però ditemi, chi è che in Italia è un genio di scienze e lo trovate in politica? La nostra è una Repubblica (più o meno) democratica fondata sulla meritocrazia inversa, non ce li puoi avere per definizione grandi geni nelle posizioni chiave. Non un genio, d'accordo, ma neanche si può dire che a livello intellettuale, culturale o morale sia tanto peggio dei suoi predecessori.
 
Ignazio Marino

Mi volete dire che Ignazio Marino era tanto meglio? Il suo mandato è finito commissariato per quella faccenda degli scontrini ed l’unica cosa per cui viene ricordato sono i matrimoni gay e la chiusura di Malagrotta.
 
Gianni Alemanno

Gianni Alemanno? Dai, non scherziamo: scandalo parentopoli nelle municipalizzate, assunzioni facili e clientelari all’Ama e Atac, conseguenti conti in rosso e richieste continue di liquidità al Governo, scandalo della polizia municipale che si era messa ad estorcere più dei Casamonica, accusa della Corte dei Conti sui costi della metropolitana C raddoppiati. E non solo, era pure sfigato – fu sotto il suo mandato che si ebbero quei 30 centimetri di neve che paralizzarono tutta la città. A Roma, che non nevica mai. E si parlava già di riscaldamento globale.
 
Walter Veltroni

Veltroni? Bhé, Veltroni è stato uno dei pochi a riuscire a farsi rieleggere, quindi forse ai romani proprio dispiacere non doveva. Appunto per quello deve essergli venuta la brillante idea di mollare tutto ed andare a mettersi a capo del PD per andare a perdere contro Berlusconi. Quelli di sinistra in Italia quando si accorgono che ne stanno facendo una giusta si sentono subito in colpa.
 
Francesco Rutelli

Rutelli? Non ve la ricordate quella faccenda delle consulenze esterne? Quattrini sprecati per ingrassare consulenti esterni per dire le stesse identiche cretinate che erano già pagati per dire i dipendenti interni che c’erano già. Dai chiudiamola qui, che è meglio.
 
Il Venerdì Nero

Insomma Virginia, ha tutti contro sì, ma che ha fatto concretamente di tanto peggio degli altri? Oggi c’è uno sciopero da paura a Roma – il venerdì nero lo chiamano. Scioperano tutti. Cgil, Cisl e Uil, Sgb-Cub, Si Cobas, Usi Ait, ci sono sigle di tutti i tipi, tutti che chiamano alla carica. Scioperano le municipalizzate, l’Atac, tutti i trasporti, la metropolitana, quelli dei rifiuti, l’AMA. Sono arrivati persino a consigliare ai romani di tenersi la monnezza a casa per un po’ perché oggi proprio non è aria. C’è anche la manifestazione al Campidoglio e pure il Codacons dei consumatori ci si è messo. Salvini gliene ha dette di tutti i colori e farla fuori è l’unica cosa sulla quale PD e Lega concordano. Carlo Calenda dice che Virginia Raggi si deve dimettere, Il Messaggero dice che Virginia Raggi si deve dimettere, Roberto Saviano dice che Virginia Raggi si deve dimettere. La Corte di Cassazione invece dice che ‘Mafia Capitale’ non era Mafia


© REUTERS / Remo Casilli
 
A no? E cos’era allora? Non era una mafia, solo nel senso che erano 4, 5 mafie, forse di più. Nessuno lo sa quanti strati di mafia e merda si siano accumulati su Roma in tutti questi anni. Hai voglia a scavare! Questo sì è stato un errore fatale. Mettere una donna da sola al comando di una missione impossibile e non sostenerla neppure abbastanza. Perchè diciamo anche questo, il M5S non l’ha sostenuta come una vera squadra dovrebbe.

Certo, Virginia non è un genio o un fenomeno, però è sotto la sua amministrazione che si sono andati a toccare gli interessi degli Spada, dei Casamonica, sono state mappate le abitazioni che non pagavano acqua, luce e rifiuti, sono stati sfrattati un po’ di abusivi (tra questi una sede PD in Via de’ Giubbonari), è stato mandato via anche qualche assessore indisciplinato, rigettato il bilancio AMA perché ritenuto gonfiato, l’ATAC è risultata per la prima volta nella sua storia misteriosamente in positivo. Insomma, dai una stretta alle municipalizzate e guardacaso le municipalizzate entrano in sciopero. Non è che scioperavano quando c’erano le assunzioni facili e le parentopoli, quando si gonfiavano i conti, si pagavano le consulenze inutili, si chiedevano i soldi al Governo centrale, chiudevi Malagrotta e sapevi già che poi sarebbe stato un casino con i rifiuti.

E comunque, ve la dirò tutta – se destra, sinistra, sindacati, giornali, opinionisti, municipalizzati, amministrati, politici, cittadini, Salvini e Saviani ce l’hanno con Virginia, ebbene allora a me viene voglia di tifare Virginia. E’ così.

Brasile – Camerun? Camerun.

Argentina – Giamaica? Giamaica.

Perché? Perché sì.
 

Rossi ha pure omesso al Consiglio di aver indagato, più volte, in passato, su Boschi padre. Non c'è nessuna sentenza Tar che può eliminare l'omissione che conosceva il Boschi in quanto l'aveva più volte indagato già in passato prima di Banca Etruria... e sempre sempre sempre aveva chiesto l'archiviazione. Arezzo una cittadina di 70.000 abitanti e il Boschi non è uno sconosciuto

Venerdì, 25 ottobre 2019 - 09:02:00
Arezzo, il Csm manda a casa il pm Rossi. Paga le omissioni su Etruria e Chigi
Il Csm non conferma il procuratore di Arezzo: “Credibilità compromessa”



Roberto Rossi non è più procuratore di Arezzo. Come riporta il Fatto Quotidiano , la mancata comunicazione al Csm della sua consulenza a Palazzo Chigi anche con il governo Renzi, mentre indagava su banca Etruria, dove nel Cda sedeva Pier Luigi Boschi, padre dell’ex ministra Maria Elena (che a fine 2015 gli era valsa l’apertura di una pratica per incompatibilità ambientale poi archiviata) e le sue omissioni all’organo di autogoverno dei magistrati, hanno portato il nuovo Consiglio a negargli il rinnovo della carica di capo della Procura di Arezzo. “Ha compromesso almeno sotto il profilo dell’immagine” il necessario requisito “dell’indipendenza da impropri condizionamenti”, si legge nella relazione firmata da Piercamillo Davigo votata ieri in plenum da una larghissima maggioranza: 16 tra togati e laici. Solo quattro i contrari: i tre consiglieri di Unicost capitanati da Marco Mancinetti, relatore di minoranza e il laico di Forza Italia Michele Cerabona. Astenuto il vicepresidente David Ermini.

Rossi si dice “fortemente deluso” e ha annunciato un ricorso al Tar, i pm aretini gli hanno manifestato solidarietà e stima. In un comunicato l’ex procuratore ha definito la decisione “ingiusta, illogica e contraddittoria con la stessa decisione del precedente Csm, che si era espresso per la totale archiviazione di ogni addebito”. Mischia l’archiviazione della pratica di trasferimento per incompatibilità ambientale con il voto di ieri che riguardava, invece, il rinnovo o meno dell’incarico di procuratore dopo i quattro anni canonici (in questo caso cinque, per i vari rimpalli tra Commissione e Plenum). Sempre come riferisce il Fatto Quotidiano, quel vecchio procedimento, tra l’altro, finì in plenum con un’archiviazione ma anche con un clamoroso ritiro della firma dei relatori Piergiorgio Morosini e Renato Balduzzi, che avevano proposto di inviare il fascicolo alla Commissione che fa, appunto, le valutazioni professionali. Quella richiesta fu cancellata su proposta, vincente, di Luca Palamara appoggiato da Giovanni Canzio, allora presidente della Cassazione. Il pm se la prende pure con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che aveva negato il concerto rispetto alla proposta che c’era stata di rinnovo dell’in - carico: “Che un ministro si esprima circa l'indipendenza e l’imparzialità dei magistrati ritengo sia un fatto che presenti profili di approfondimento di costituzionalità”.

Ieri, il plenum l’ha bocciato perché, in sostanza, con quell’incarico al Dipartimento affari giudiziari della Presidenza del Consiglio e “in particolare dopo la trasmissione alla procura di Arezzo della relazione ispettiva della Banca d’Italia del 27 febbraio 2015”, non è apparso un magistrato imparziale. Inoltre, Rossi, non avendo comunicato al Csm il prosieguo della consulenza per Palazzo Chigi, ha tenuto una condotta “non trasparente... In definitiva – prosegue la relazione – la condotta non è stata completamente rispettosa dei principi di imparzialità dei pubblici ufficiali e di indipendenza della magistratura”.
Rossi ha pure omesso al Consiglio di aver indagato, più volte, in passato, su Boschi padre “seppure con richiesta di archiviazione... il livello di informazione al Consiglio è deficitario”
scrive Davigo. Si evidenzia, inoltre, che il magistrato si è autoassegnato l’inchiesta su banca Etruria e solo in seguito l’ha co-assegnata ad altri pm. Rispetto alla consulenza con il governo, non ha neppure fatto “valutazioni di opportunità che devono conformare la condotta di ogni magistrato”, soprattutto il capo di un ufficio.

Sempre come scrive il Fatto Quotidiano, inoltre, “il riscontro di una pluralità di circostanze non trasparenti mina la credibilità e il prestigio di cui un procuratore deve assolutamente godere, compromettendo in modo decisivo la capacità di continuare a ricoprire il ruolo di dirigente della procura di Arezzo”. Cerabona –unico laico pro Rossi –ha decantato le sue doti di grande organizzatore di un ufficio giudiziario e ha aggiunto che il Consiglio, bocciandolo, stava per creare “un pericoloso precedente”. Al contrario, ha ribattuto Stefano Cavanna, laico della Lega: creiamo “un precedente virtuoso”. Concetto ribadito e articolato dai togati di Area, Giuseppe Cascini e Mario Suriano.

Il M5S non è post ideologico ma è un falso ideologico

Energia pulita - Eolico offshore galleggiante per la produzione dell'idrogeno verde, visione coraggio e soldi

Servizio studio aie
La rivoluzione dell’eolico offshore: potrebbe darci tutta l’elettricità del mondo
 
Potrebbe arrivare dal vento e dal mare la prossima rivoluzione nel campo dell’energia. L’eolico offshore ha la potenzialità di soddisfare più volte l’intero fabbisogno mondiale di elettricità nel giro di un paio di decenni, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie). Il tutto ovviamente a zero emissioni. Ma per arrivare al traguardo servono grandi investimenti e un forte sostegno politico

di Sissi Bellomo
25 ottobre 2019
 
 
Il campo eolico offshore di Walney, a Blackpool, sulla costa occidentale della Gran Bretagna (Reuters)
Potrebbe arrivare dal vento e dal mare la prossima rivoluzione nel campo dell’energia. L’eolico offshore ha la potenzialità di soddisfare più volte l’intero fabbisogno mondiale di elettricità nel giro di un paio di decenni, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie). Il tutto ovviamente a zero emissioni.

Per arrivare a questo traguardo c’è però bisogno di un forte sostegno politico e finanziario (oltre che di molta fiducia nello sviluppo di tecnologie a costi più bassi di quelli attuali).

Nel primo rapporto approfondito su questa fonte di energia, l’Aie afferma che allo stato attuale i parchi eolici offshore dovrebbero attirare investimenti per 840 miliardi di dollari in giro per il mondo entro il 2040, con Europa e Cina in prima linea. La previsione di base è che capacità di generazione, che nel 2018 era di 22 Gigawatt, aumenti di altri 20 Gw l’anno: uno sviluppo enorme, che tuttavia dovrebbe addirittura raddoppiare il passo secondo l’Aie per consentirci di raggiungere gli obiettivi sul clima.

L’Agenzia dell’Ocse stima che sarebbe in realtà opportuno investire 1.200 miliardi di dollari, non solo per l’installazione delle pale eoliche (il cui costo è peraltro destinato a diminuire) ma anche per realizzare i necessari sistemi di trasmissione sottomarini e in generale per adeguare la rete elettrica. Interventi costosi, ma che che potrebbero risultare interessanti per le compagnie petrolifere.

Obbigata a fare i conti con il processo di decarbonizzazione, l’industria dell’Oil & Gas può sperare di sfruttare il know how e le tecnologie sviluppate con le estrazioni di idrocarburi offshore. E magari anche trovare qualche sinergia, finché la transizione energetica non sarà compiuta.

Nel decennio passato – ricorda Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Aie – due grandi aree di innovazione tecnologica sono state dei game changer nel sistema energetico, provocando una marcata discesa dei costi: la rivoluzione dello shale e l’ascesa del solare fotovoltico. L’eolico offshore ora ha il potenziale di raggiungerle».

Dal punto di vista tecnico una svolta potrebbe essere vicina grazie alle turbine galleggianti, che possono essere installate anche a grande distanza dalla costa, dove fondali profondissimi impedirebbero di ancorare le pale tradizionali. Questo migliorerebbe ulteriormente l’efficienza degli impianti eolici offshore, che anche in acque basse producono più energia e in modo meno intermittente rispetto a quelli sulla terraferma. In prospettiva si apre anche la possibilità di abbinare l’eolico alla produzione di idrogeno “verde”.

Il cammino verso il sogno dell’energia pulita dal vento è comunque lungo e ricco di ostacoli, come insegna anche la lunga e travagliata storia del parco eolico di Taranto, il primo in Italia e nel Mediterraneo, che sta arrivando al traguardo (con 30 Megawatt di capacità) dopo oltre dieci anni dalla sua ideazione.

Oggi costa ben 4 miliardi di dollari costruire gli impianti per un Gigawatt di eolico offshore (anche se l’Aie è convinta che il costo scenderà di oltre il 40% nei prossimi dieci anni). E per ora questa fonte – concentrata soprattutto nel Nord Europa – alimenta appena lo 0,3% della generazione elettrica a livello globale.

L’Europa da sola potrebbe salire da 20 a 130 GW entro il 2040 con le attuali politiche, stima l’Aie. Ma se la Ue vuole raggiungere gli obiettivi di neutralità sulla CO2 allora per la stessa data potremmo arrivare a 180 GW e ricavare più elettricità dal vento offshore che dal gas.

Anche per la Cina è previsto un ruolo di primo piano, con una crescita da 4 a 110 GW (o forse addirittura 170 GW) nei prossimi vent’anni.

Se il cammino fosse davvero quello indicato dall’Aie il mondo potrebbe evitare emissioni di CO2 per 7 milioni di tonnellate.
 

Dollaro by by

Il dollaro è in crisi?
di Giacomo Gabellini
21 ottobre 2019

Con piacere vi presentiamo questo interessante articolo dell’analista Giacomo Gabellini su un tema molto spesso sottovalutato: la crisi del dollaro

 
In appena un anno, la Banca Centrale russa si è liberata dei circa 90 miliardi di dollari di Treasury Bond (T-Bond) statunitensi di cui era in possesso per incrementare le riserve in yuan da 0 a qualcosa come il 15% del totale. Percentuale sbalorditiva, che supera di molto la media – prossima al 5% – delle riserve in yuan di cui dispongono i 55 Paesi interessati dal mega-progetto della Belt and Road Initiative (Bri), ma che potrebbe essere eguagliata da un numero ben più consistente di Paesi in un futuro non troppo remoto. Lo suggeriscono i dati relativi alla composizione delle riserve valutarie detenute dalle Banche Centrali di tutto il mondo pubblicati dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi), da cui emerge che nel quarto trimestre del 2018 lo yuan è arrivato a rappresentare l’1,89% del totale, pari a 202,79 miliardi di dollari. Di per sé, la quota può apparire insignificante, se raffrontata a quella del dollaro (61,69%, pari a 6.617,84 miliardi di dollari), dell’euro (20,69%, pari a 2.219,34 miliardi di dollari), dello yen (5,20%, pari a 558,36 miliardi di dollari) e della sterlina (4,43%,pari a 475,45 miliardi di dollari). Il discorso cambia però radicalmente se si considera che la moneta cinese ha registrato aumenti della propria quota in cinque degli ultimi sei trimestri e che, nel quarto trimestre del 2016, le Banche Centrali di tutto il mondo detenevano yuan per appena 84,51 miliardi di dollari: un incremento di 2,5 volte nell’arco di un biennio. Il tutto a spese del dollaro, che pur mantenendo saldamente il primato, nel quarto trimestre del 2018 ha conosciuto un calo di ben 14,31 miliardi di dollari. E lo stesso fatto di rappresentare il 61,69% delle riserve valutarie globali assume un significato assai meno rassicurante se raffrontato alla situazione del 2000, quando qualcosa come il 72% delle scorte monetarie in possesso delle Banche Centrali era costituito da dollari.

Lo yuan è sempre più internazionale

Lo slancio della moneta cinese – incoraggiato anche dal fatto che, sotto impulso di Putin, i Brics hanno cominciato ad ampliare le riserve di valute alternative al dollaro, a partire proprio dallo yuan – è dunque notevole, e convalida il successo del piano di “internazionalizzazione dello yuan-renminbi” messo a punto negli scorsi anni dall’apparato dirigenziale di Pechino, le cui linee generali sono state tratteggiate nel 2013 dagli economisti Chen Yulu e Bo Hu:

«il grado di internazionalizzazione della moneta cinese dal 2030 al 2040 dovrebbe essere elevato al 20% dall’attuale 0,41%. Questo farebbe in modo che in due o tre decenni, il sistema monetario internazionale non sia più dominato dal dollaro, ma assuma una struttura ternaria che comprenda il dollaro, l’euro e lo yuan-renminbi. Il processo di internazionalizzazione dovrebbe essere costante e articolato in tre fasi nel corso dei prossimi trent’anni. Nel primo decennio la Cina dovrebbe concentrarsi soprattutto sulla funzione del renminbi di regolamento internazionale dei saldi e, nel decennio successivo, accrescere la funzione del renminbi in quanto valuta di fatturazione per le transazioni finanziarie, seguita dalla realizzazione di riserve in renminbi il decennio seguente. Durante lo scorso anno, il regolamento in renminbi del commercio transfrontaliero si è espanso a tutta la nazione e ha raggiunto un volume totale di 209 milioni di renminbi (33,2 milioni di dollari) nel 2011, poco più di tre volte il volume del 2010 […]. Anche se la velocità di internazionalizzazione dello yuan-renminbi è apparentemente aumentata di 20 volte da 0,02% nel 2010 allo 0,41% del 2011, c’è ancora una lunga strada da percorrere per arrivare al grado di internazionalizzazione raggiunto dell’euro e del dollaro. Il primo problema che deve essere risolto per l’ulteriore internazionalizzazione dello yuan-renminbi è la sua libera convertibilità. Al Giappone sono stati necessari 16 anni per raggiungere questo obiettivo per la sua valuta, 18 anni al Regno Unito e 20 anni alla Russia. Tuttavia, per la Cina dovrebbe essere possibile realizzare l’obiettivo entro il 2020 […]. Se la crescita economica della Cina supera quella degli Stati Uniti di un tasso medio annuo del 5% e la rivalutazione del renminbi prosegue a un ritmo annuo del 2-3%, si stima che la Cina avrà il Pil più grande del mondo entro il 2025. In tal caso il renminbi potrebbe raggiungere la quasi parità con il dollaro come valuta principale dopo il 2030».

Alle parole sono seguiti i fatti; di recente, Pechino ha decretato l’inclusione delle azioni del mercato azionario cinese nell’indice dei mercati emergenti (Emerging Market Index) e ottenuto dal Fondo Monetario Internazionale l’inserimento dello yuan-renminbi nel sistema dei Diritti Speciali di Prelievo (Dsp).

Fin dal 1969, i Dsp rappresentano l’unità di conto del Fmi, formata da un paniere che comprende dollaro, euro, sterlina e yen. Il paniere, aggiornato ogni cinque anni, riflette il peso relativo di queste valute nel sistema monetario internazionale. Vengono definiti “diritti” perché ogni partecipante può utilizzare, in proporzione alla quota versata, le altre valute del paniere per rifornirsi di liquidità pagando un interesse a chi le cede. L’ingresso dello yuan-renminbi nel sistema dei Dsp pone la Cina nelle condizioni sia di richiedere con maggiore forza una revisione dei diritti di voto all’interno del Fmi, sia di promuovere l’utilizzo dei Dsp come strumento per assicurare la piena convertibilità allo yuan-renminbi e quindi la sua massima circolazione. L’integrazione della moneta cinese, ufficializzata dal Fmi verso la fine del 2015, rappresenta del resto una conseguenza diretta del fatto che, tra il 2012 e il 2014, l’utilizzo dello yuan-renminbi nei pagamenti internazionali era aumentato di ben tre volte a causa della decisione di un numero crescente di Paesi (tra cui la Russia, il Venezuela, il Brasile, l’India, l’Iran, ecc.) di indicizzare il proprio commercio con la Cina direttamente nella moneta cinese. Nel 2017, Gazprom, già impegnata a trasportare il petrolio dell’Artico ai porti europei in cambio di rubli, iniziava a vendere greggio siberiano alla Cina accettando yuan come mezzo di pagamento.

L’asse anti-dollaro tra Cina e Russia


Nel marzo 2018, la Cina ha inoltre aperto a Shangai il primo mercato dei future sul petrolio denominati in yuan e convertibili in oro e inaugurato un parametro di riferimento del mercato petrolifero alternativo al Brent e al West Texas Intermediate (stessa cosa aveva fatto la Russia nel 2015), quotati rispettivamente a Londra e New York ed egemonizzati dal dollaro. La mossa non si limita a offrire una via di fuga ai Paesi sottoposti a sanzioni Usa (a partire da Russia, Iran e Venezuela), ma punta a sottrarre terreno alla valuta statunitense a beneficio dello yuan e a rinforzare la capacità cinese di determinare il prezzo del petrolio in un’ottica di riduzione della volatilità sul mercato delle materie prime che, per un grande importatore come l’ex Celeste Impero, rappresenta una minaccia di notevole rilevanza.

Simultaneamente, Pechino ha consolidato l’alleanza con Mosca collegando gli istituti di credito russi, per tramite della Bank of Russia e della People’s Bank of China, alla propria camera di compensazione Clearing House International Payment System (Chips). La misura fa seguito alle minacce britanniche e statunitensi di estromettere Russia e Cina dalla Society for Worldwide Financial Telecommunications (Swift), la principale camera di compensazione al mondo sorvegliata dalla Federal Reserve ed egemonizzata dal dollaro. Per ora, almeno, dal momento che, stando ai dati relativi ai pagamenti effettuati proprio nell’ambito dello Swift, emerge che tra il 2015 e il 2017 il dollaro è passato dal 43,9 al 39,8%, a fronte di un aumento dal 29,4 al 35,7% conosciuto dall’euro. L’apertura dei rubinetti monetari da parte della Banca Centrale Europea (Bce) attraverso i programmi di Quantitative Easing (Qe) ha indubbiamente dato un forte impulso al processo di recupero della moneta unica rispetto al dollaro, assicurando all’euro una ritrovata centralità nel commercio internazionale.

Le incertezze degli States sul dollaro

Dinnanzi al “biglietto verde” si stagliano quindi prospettive non esattamente esaltanti. Ed è indubbiamente una terribile notizia per gli Stati Uniti, che in assenza dei privilegi derivanti dal controllo di quella che si configura come la principale moneta di riserva, impiegata per la stragrande maggioranza delle transazioni, sarebbero condannati alla bancarotta. Il debito federale è letteralmente fuori controllo, così come il deficit di bilancio e il disavanzo commerciale. I dati parlano chiaro: tra il 2017 e il 2018, il rapporto debito/Pil è passato dal 106,1 al 107,8%, il deficit di bilancio dal 3,8 al 4,7% del Pil (il saldo primario è passato dal 2,2 al 2,9% del Pil) e il disavanzo commerciale da 552 a 621 miliardi di dollari.

Con i conti in rosso e una posizione finanziaria netta con l’estero in continuo peggioramento (9.627 miliardi di dollari di passivo registrati nel 2018, a fronte dei 7.625 del 2017), il Paese ha un disperato bisogno di attrarre capitali esteri e di riequilibrare la bilancia commerciale. Obiettivi alquanto difficili da centrare simultaneamente, visto che per richiamare capitali non è sufficiente varare una riforma fiscale estrema come quella escogitata dall’amministrazione Trump, ma occorre anche rivalutare la moneta e quindi innalzare i tassi di interesse, ma ciò implica oneri finanziari aggiuntivi per le casse pubbliche oltre che un forte incoraggiamento alle importazioni.

Negli anni ’80, con Ronald Reagan alla Casa Bianca e Paul Volcker alla Federal Reserve, l’innalzamento dei tassi al 20% attuato per contrastare la stagflazione, finanziare i piani di riarmo e ovviare alla voragine apertasi nei conti pubblici per effetto del radicale taglio delle tasse generò un colossale deflusso di capitali dai Paesi emergenti – ancora alle prese con gli strascichi di quella catastrofe – verso i mercati azionario e obbligazionario statunitensi. Il dollaro forte che ne scaturì penalizzò pesantemente le capacita di export e favorì le importazioni, mentre la stretta creditizia della Fed strangolava l’economia reale. L’effetto fu quello di incentivare le imprese a varare un processo di minimizzazione dei costi produttivi rapidamente dispiegatosi sotto forma di delocalizzazione degli impianti produttivi presso i Paesi in grado di garantire ampi serbatoi di manodopera a basso costo. Il prezzo fu la deindustrializzazione degli Stati Uniti, mentre sul brevissimo periodo il deterioramento della bilancia commerciale fu attutito dapprima con l’accordo – o meglio diktat – del Plaza, attraverso il quale gli Usa imposero alle controparti europee e giapponese la svalutazione del dollaro, e successivamente con dazi pesantissimi su una vasta gamma di prodotti d’importazione (moto, semiconduttori, ecc.).

Oggi, il ventaglio delle opzioni a disposizione degli Stati Uniti è di gran lunga più ridotto. Con i tassi a zero e i programmi di Quantitative Easing introdotti per arginare gli effetti della crisi del 2007-2008, la Fed ha inondato i mercati azionari di liquidità a basso costo, consentendo ai tre principali indici di Wall Street – Dow Jones, Nasdaq e Standard & Poor’s 500 – di bruciare un record dopo l’altro; inflazione allo stato puro. D’altro canto, l’apertura dei rubinetti monetari è stata associata a forti incentivi all’agevolazione del credito che hanno provocato una colossale distorsione del mercato dei prestiti in tutti i settori dell’economia nazionale. Attualmente,il debito societario ammonta a 9,1 trilioni (rispetto ai 4,9 di appena dieci anni fa: un aumento dell’86%) e quello delle famiglie a 13,5 trilioni. I debiti scolastici, quelli per l’acquisto di automobilie quelli legati alle carte di credito sono anch’essi in continuo aumento. La crescita del Pil realizzata nel corso degli ultimi anni dagli Usa è realizzata esclusivamente a debito.

Le strettoie della Fed

Come se non bastasse, la politica espansiva portata avanti dalla Fed ha considerevolmente ridotto livello di remunerazione dei T-Bond, i cui acquisti da parte di investitori stranieri si sono dimostrati al di sotto delle attese e comunque insufficienti. Per restituire loro appetitibilità, la Fed ha optato per un graduale aumento dei tassi – innescando un terremoto finanziario, sotto forma di deflusso di capitali dai Paesi emergenti, in coincidenza di ogni singolo rialzo – associato alla liquidazione di parte degli asset di cui era entrata in possesso nell’ambito dei programmi di Quantitative Easing. La stretta creditizia, varata attraverso l’inversione del Qe – il cosiddetto Quantitative Tightening (Qt) – ha tuttavia ridotto il credito bancario disponibile mettendo sotto stress l’economia reale, mentre il livello di remunerazione garantito dai titoli obbligazionari saliva in parallelo alla riduzione del loro prezzo di vendita e la ritrovata appetibilità dei T-Bond, dovuta al rialzo dei tassi,provocava un sostanzioso trasferimento di capitali dai mercati azionari a quelli obbligazionari. Tutto ciò ha non solo postole basi per una colossale crisi borsistica (i primi scossoni si sono già avvertiti), ma anche caricato il Tesoro di oneri finanziari aggiuntivi e impresso forti spinte rivalutative al dollaro.

Cosa che rischia seriamente di far sì che le disponibilità finanziarie liberate dalla riforma fiscale entrata recentemente in vigore si traducano in un aumento delle importazioni, con conseguente compromissione del progetto politico di Trump. Che non ha a caso ha ripreso a sferrare duri attacchi contro il governatore della Federal Reserve Jerome Powell, dichiarando che «se la Fed avesse svolto correttamente il proprio lavoro, cosa che non ha fatto, i listini di Borsa sarebbero aumentati da 5.000 a 10.000 ì punti in più, e la crescita del Pil si sarebbe attestata ben oltre il 4% anziché il 3%, quasi senza inflazione. La stretta monetaria è stata assassina, si sarebbe dovuto fare l’esatto opposto!». L’obiettivo del tycoon newyorkese è quello di mantenere la barra sulla linea monetaria iper-espansiva portata nel corso degli anni passati per permettere a Wall Street di continuare nella sua corsa forsennata e riequilibrare allo stesso la bilancia commerciale Usa, attraverso lo smantellamento dei trattati di libero scambio elaborati dall’amministrazione Obama in funzione anti-russa e anti-cinese, la rinegoziazione del Nafta in direzione smaccatamente anti-tedesca e l’applicazione di dazi nei confronti dei principali esportatori verso gli Usa, a partire dalla Cina.

Oltretutto, l’aumento della soglia di redditività dei T-Bond non si è tradotto in incremento proporzionale degli acquisti; tra il 2015 e il 2019, la Fed ha portato i tassi da zero al 2,5%, ma il volume di titoli piazzati all’estero è cresciuto “soltanto” da 6.118 a 6.307 miliardi di dollari. Tra il gennaio 2018 e il gennaio 2019, l’esposizione in T-Bond della Cina, che avendo ormai superato la fase di “accumulazione primitiva” incentrata sull’”export selvaggio” ha sempre meno bisogno di acquistare debito Usa per tenere larga la forbice di cambio yuan-dollaro, è passata da 1.168,2 a 1126,6 miliardi; quella del Giappone da 1.066 a 1.069,8. A un Brasile (265,7 a 305,1 miliardi) e un Regno Unito (243,3 a 271,6 miliardi) in crescita corrispondono un’Irlanda (da 327,7 a 270,1) e una Svizzera (da 251,1 a 228,6) in calo.

La fine dei petrodollari?

A ciò va sommato il guanto di sfida lanciato agli Stati Uniti dall’Arabia Saudita, che di recente ha minacciato di recedere dal patto di ferro siglato nel febbraio del 1945 tra Ibn al-Saud e Franklin D. Roosevelt a bordo dell’incrociatore Quincy, in base al quale Riad avrebbe venduto greggio solo ed esclusivamente in cambio di dollari, come contropartita per la “protezione” diplomatica e militare garantita dagli Usa.

Nel 1974, in seguito alla revoca unilaterale (da parte degli Stati Uniti, si intende) degli accordi di Bretton Woods (1971), l’intesa fu non solo rinnovata – mediante il celebre accordo tra Nixon e Faisal – ma adattata al nuovo scenario; le fortissime pressioni al ribasso sul dollaro conseguenti allo sganciamento dall’oro decretato da Nixon furono compensate dalla forsennata rivalutazione del prezzo del petrolio (+400%) verificatasi in seguito all’embargo petrolifero ai Paesi alleati di Israele imposto dagli arabi durante la Guerra dello Yom Kippur. All’epoca, l’apparato dirigenziale di Washington prese atto che l’aumento del prezzo del petrolio non avrebbe soltanto compensato la progressiva svalutazione del dollaro, ma si candidava anche a spalancare allettanti prospettive di guadagno dinnanzi a Wall Street. L’enorme rivalutazione del petrolio si sarebbe infatti tradotta da un lato in peggioramento dei saldi delle bilance dei pagamenti dei Paesi industrializzati e dei Paesi in via di sviluppo sprovvisti di riserve energetiche, e dall’altro in crescenti accumuli di riserve di valuta pregiata da parte dei Paesi produttori – gran parte di essi erano riuniti nel cartello dell’Opec, controllato da nazioni mediorientali alleate di Washington. Dal punto di vista dell’oligopolio bancario Usa, per trarre il massimo beneficio da questo gigantesco squilibrio era sufficiente assicurarsi che i sempre più consistenti deficit dei Paesi importatori trovassero nei colossali surplus degli esportatori di petrolio la loro fonte di finanziamento. Il compito di canalizzare questa immane montagna di denaro dai Paesi in surplus verso quelli in disavanzo, meglio noto come “riciclaggio dei petrodollari”, sarebbe stato naturalmente svolto dalle banche di Wall Street, mentre Big Oil avrebbe incamerato i profitti necessari a sostenere la messa a punto delle moderne tecniche di perforazione e consolidare così il proprio predominio sui mercati mondiali.

L’accordo è rimasto in piedi per decenni, ma da un po’ di tempo comincia a mostrare evidenti segni di logoramento. Nel 2017, i reali sauditi minacciarono di disinvestire qualcosa come 750 miliardi di dollari negli Stati Uniti nel caso in cui il Congresso avesse revocato loro l’immunità nell’ambito delle indagini focalizzate sugli attentati dell’11 settembre 2001. Recentemente, Riad si è addirittura spinta ad alzare il tiro, dichiarando che si sarebbe ritirata unilateralmente dall’accordo del 1945 – e avrebbe quindi cessato di vendere petrolio in cambio di dollari – qualora il Congresso avesse approvato il No Oil Producing and Exporting Cartels Act, una misura che porrebbe gli Usa nelle condizioni di imporre sanzioni contro i Paesi dell’Opec a causa della loro politica oligopolistica. Un provvedimento anti-cartellistico orientato a obbligare i Paesi produttori a ingaggiare una competizione esasperata destinata ad abbattere il prezzo del petrolio, di cui beneficerebbero in primo luogo gli automobilisti statunitensi, ma che andrebbe giocoforza a ledere sia gli interessi degli estrattori di idrocarburi non convenzionali (che Trump ha appoggiato senza remore fin dal suo esordio in politica), tuttora bisognosi di un break-even prossimo ai 50 dollari per barile, sia un alleato cruciale come, per l’appunto, l’Arabia Saudita. La patria degli al-Saud occupa infatti una posizione centrale nell’ambito dell’Opec, come acclarato dal fatto che la Saudi Aramco, compagnia che controlla le riserve saudite nella loro interezza, ha chiuso il 2018 con un fatturato di 356 miliardi di dollari e un utile netto di 111,1 miliardi di dollari. Per dare un’idea delle proporzioni, nello stesso anno la Shell ha registrato utili per 23,4 miliardi, ExxonMobil per 20,8.

L’imminenza delle elezioni politiche negli Stati Uniti contribuisce a spiegare il senso profondo della manovra, che rischia tuttavia di allentare ulteriormente il già sfilacciato legame tra Washington e Riad su cui si regge l’intera architettura del petrodollaro. I sauditi, ad onor del vero, hanno cominciato già da tempo a inviare segnali di insofferenza in tal senso. Basti pensare che nel dicembre 2017, nell’ambito di un incontro fra il nuovo ministro delle Finanze saudita Mohammed Al-Jadaan e il governatore della People’s Bank of China Zhou Xiaochuan, Cina e Arabia Saudita hanno siglato un accordo implicante il lancio di contratti denominati in yuan e agganciati all’oro presso lo Shanghai Energy Stock Exchange. I cinesi la definirebbero una classica situazione win-win: per Pechino, il vantaggio consiste nel non doversi più rifornire di dollari per acquistare energia, mentre l’Arabia Saudita coglie l’occasione d’oro per ricalibrare il proprio export petrolifero sulla base della nuova realtà di mercato. Come nota l’economista russo Valentin Katasonov:

«l’America sta rapidamente incrementando la propria produzione di petrolio a scapito delle importazioni, comprese quelle dall’Arabia Saudita. Oggi i sauditi forniscono più petrolio a Cina, Giappone, India che agli Stati Uniti; le forniture saudite al mercato europeo e alla Corea del Sud stanno crescendo rapidamente. Gli interessi economici dell’Arabia Saudita stanno lentamente trasferendosi dall’America ad altre parti del mondo. Inoltre, il petrolio è una merce molto richiesta da numerosissimi Paesi. Qualora l’Arabia Saudita dovesse passare dalle parole ai fatti rifiutando il dollaro come valuta di riferimento per la vendita del proprio petrolio, si vedrebbe precluso l’accesso al mercato americano, ma avrebbe comunque modo di orientarsi su altri mercati».

Le mosse degli Usa per rafforzare il dollaro

Naturalmente, gli Stati Uniti dispongono di numerosi “strumenti di pressione” per costringere i sauditi a desistere dall’intento di abbandonare il dollaro. Resta tuttavia il fatto che, dal punto di vista prettamente economico, la soluzione ai problemi strutturali che affliggono gli Usa semplicemente non esiste. Con il dollaro in declino, l’industria desertificata e la necessità di attrarre capitali sempre più impellente, a Washington non rimane che avvalersi della solita, efficacissima ricetta: scatenare il caos. È accaduto nel 2010, sull’onda della devastante crisi economica innescata dal crack di Lehman Brothers, quando Washington fornì il sostegno politico alla speculazione contro l’euro orchestrata da Wall Street. Stando alla ricostruzione dei fatti offerta dal «Wall Street Journal», i gestori del Soros Fund Management, del Sac Capital Advisors Lp, del Greenlight Capital e altri manager non divulgati si riunirono a porte chiuse a New York per concordare l’accensione di una miriade di Credit Default Swap sui debiti pubblici dei Paesi euro-mediterranei nell’attesa che le agenzie di rating calassero la scure con una serie di declassamenti.

Secondo il quotidiano, Bank of America, Barclays e Goldman Sachs si aggregarono proprio mentre quest’ultima prestava servizi di consulenza al governo greco di Giórgios Papandréou: un chiaro conflitto di interessi. L’aumento degli spread provocato dalla manovra speculativa portò alla caduta di ben due governi (in Grecia e in Italia) e a una fortissima pressione sull’euro che rischiò seriamente di porre fine al progetto della moneta unica. Stesso obiettivo era stato perseguito nel 1999 con la guerra contro la Jugoslavia, grazie alla quale Washington ebbe modo non solo di ultimare il processo di riconversione della Nato da bastione anti-sovietico a strumento di polizia internazionale a proprio uso e consumo, ma anche di provocare una forte rivalutazione del dollaro rispetto all’euro (il cambio passò da 1:1,07 a 1:0,86), che aveva strappato al “biglietto verde” il 20% delle transazioni sui mercati internazionali. Due anni dopo, l’aggressione all’Afghanistan consentì agli Usa di interrompere il deflusso di capitali (circa 300 miliardi di dollari) che aveva preso corpo in seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001; l’esplosione dei primi missili su Kabul provocò un rialzo dell’indice Dow Jones pari a oltre 600 punti nell’arco di un giorno. Alla fine del 2001, circa 400 miliardi di dollari erano stati rimpatriati negli Stati Uniti. Nel 2003, con la guerra all’Iraq, Washington perseguì il triplice obiettivo di porre fine al programma di de-dollarizzazione dell’economia nazionale avviato da Saddam Hussein mediante la conversione del fondo Oil for Food (attraverso il quale si espletava l’export petrolifero iracheno) in euro, assumere il controllo delle risorse energetiche mediorientali vitali per la crescita economica cinese e determinare un aumento esorbitante del prezzo del barile (da 38 a 149 dollari) che si sarebbe inesorabilmente tradotto in aumento proporzionale della domanda internazionale di dollari. Esattamente come accadde durante la Guerra del Yom Kippur, la svalutazione del dollaro fu compensata dall’incremento astronomico del prezzo del petrolio. La riaffermazione dei rapporti di forza del 1999 mediante la guerra contro la Jugoslavia si è realizzata secondo modalità difformi rispetto al “regolamento di conti” – realizzatosi interamente in campo finanziario – del 2010, ma il risultato fu sempre quello di consolidare l’egemonia del dollaro. D’altro canto, i bombardamenti sulla Libia inaugurati nel marzo 2011 stroncarono sul nascere i progetti gheddafiani del “dinaro d’oro”, della Banca Centrale Africana e del Fondo Monetario Africano, mentre la Fed promuoveva la vendita sistematica di short “nudi” sull’oro nel tentativo di deprimerne il corso e intaccare al fiducia generalizzata verso quello che da sempre si configura come il “bene rifugio” per eccellenza. Con l’euro alle corde e l’oro svalutato nonostante una domanda internazionale letteralmente esorbitante, gli investitori si orientarono puntualmente verso la moneta Usa nonostante i Treasury Bond assicurassero un rendimento reale negativo.

Oggi, lo scenario tende a ripetersi: dall’applicazione di dazi contro i prodotti cinesi, turchi ed europei all’imposizione di sanzioni contro la Russia, dal ritiro unilaterale dall’accordo sul nucleare iraniano alla bocciatura del prestito da 20 miliardi di dollari che il Fmi era sul punto di accordare al Pakistan (sempre più scarrellante verso la Cina), dal rinnovo del sostegno al governo golpista ucraino al “killeraggio” del trattato sui missili nucleari a medio raggio. Come rileva l’economista Guido Salerno Aletta:

«il numero dei focolai di crisi deve essere talmente elevato da rendere impossibili risposte razionali: ognuna è infatti potenzialmente incompatibile con l’altra. Le variabili e le loro interconnessioni si moltiplicano a dismisura. Un nuovo ordine oltre il caos, per mezzo del caos. Il risk appetite degli investitori, con una crisi che deflagra dopo l’altra, svanisce. Meglio investire nel “biglietto verde” che correre rischi sempre più probabili».