L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 novembre 2019

Il bilancio 2017 dell'Ama e non solo. I sindacati la Cgil più che richieste pone ultimati stile mafioso è dagli anni '80 che fa solo e solo gli interessi dei padroni


Roma Metropolitane, Cigl a Raggi: "Ecco le nostre richieste, altrimenti scontro prosegue"

Politica
Partecipate, dai sindacati ultimatum a Raggi: "Ecco le nostre richieste o scontro prosegue"

Il segretario generale Cgil Roma e Lazio scrive a Virginia Raggi, comunica le condizioni per cessare lo scontro e la vertenza tra sindacati e Campidoglio

Redazione 31 ottobre 2019 18:48 



Roma Metropolitane, Cigl a Raggi: "Ecco le nostre richieste, altrimenti scontro prosegue"

 
Approvare i bilanci di tutte le partecipate, ritirare la procedura di liquidazione di Roma Metropolitane e la gara a doppio oggetto per la Multiservizi. A una settimana dallo sciopero indetto dai sindacati contro Virginia Raggi, dalla Cgil, sempre diretto alla sindaca, arriva l'ultimatum. In una lettera, diffusa dall'agenzia di stampa Dire, scritta e firmata dal segretario generale di Roma e Lazio Michele Azzola, si chiede un altro incontro e si dettano una serie di condizioni necessarie per mettere fine allo scontro.

"Nei giorni immediatamente precedenti allo sciopero delle societì partecipate - esordisce Azzola rivolto a Raggi - più volte Lei ha voluto rimarcare la necessità di aprire un confronto con le organizzazioni sindacali in merito al futuro delle società in parola e della città. In occasione dello sciopero, invece, ha accusato le stesse organizzazioni di essere autoreferenziali e non rappresentare gli interessi dei lavoratori ma di adoperarsi per interessi politici. E' evidente che consideriamo tali affermazioni del tutto prive di fondamento, atteso il fatto che non si comprenderebbe quali siano gli interessi politici che vorremmo perseguire".

Roma Metropolitane, Cigl a Raggi: "Ecco le nostre richieste, altrimenti scontro prosegue"

Ecco l'elenco di richieste contenute nella lettera di Azzola a Raggi: "Ritiro della procedura di liquidazione per Roma Metropolitane e apertura di un confronto, da concludersi entro 60 giorni, in cui definire gli interventi necessari al rilancio dell'azienda e al mantenimento dei livelli occupazionali; ritiro della gara a doppio oggetto per i servizi di accoglienza, pulizia e assistenza degli asili nido e delle scuole dell'infanzia e avvio di un confronto per l'internalizzazione del servizio presso una società partecipata di 1° livello; approvazione, entro il 2019, di tutti i bilanci delle società partecipate e contestuale predisposizione, confronto e attuazione dei piani industriali e di quelli assunzionali; definizione di un piano "anti-emergenza" che porti nel medio periodo alla realizzazione della chiusura del ciclo dei rifiuti; apertura del confronto sul sistema di governance delle partecipate di Roma Capitale".

E ancora: "investimenti necessari a coprire il gap tra i chilometri previsti dal contratto di servizio con Atac e quelli realmente effettuati che determinano minori entrate per oltre 50 milioni di euro; Definizione di un progetto per il completamento della metropolitana C, con cui avviare un confronto con gli altri soggetti interessati a partire dal Governo e definizione della task force per riuscire a fare il bando, entro il 2020, del rifacimento delle linee A e B evitando di perdere i finanziamenti stanziati; Definizione di un protocollo per l'utilizzo e la regolamentazione degli appalti nelle societa' partecipate e sulla salute e la sicurezza sul lavoro".Roma Metropolitane, Cigl a Raggi: "Ecco le nostre richieste, altrimenti scontro prosegue"

„"Inoltre- conclude Azzola- reputiamo non piu' rinviabile l'apertura di un confronto sullo stato dei servizi pubblici erogati per ricercare soluzioni utili al rilancio della qualita' e alla ricostruzione di un rapporto virtuoso cittadini-lavoratori. Laddove la Giunta da Lei presieduta ritenesse utile avviare un confronto sulla base delle problematicita' sopra esposte, Le anticipiamo la totale disponibilita' ad aprirlo immediatamente. Nel caso in cui Lei intendesse procedere con scelte unilaterali e non condivise determinera', contemporaneamente, il proseguio della vertenza 'Roma non si liquida' attraverso tutte le modalita' di protesta necessarie a garantire l'interesse dei cittadini e dei lavoratori delle partecipate, che tali servizi dovrebbero garantire".






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Roma Metropolitane, Cigl a Raggi: "Ecco le nostre richieste, altrimenti scontro prosegue"


 

Il fanfulla attacca Roma a testa bassa, ne ha fatto di promesse non mantenute, dai poliziotti in più alle scuse alla sorella di Cucchi...

Raggi attacca Salvini: “Mentre lui chiacchiera al bar, io annuncio ai cittadini romani l’acquisto di 100 nuovi autobus ibridi” 

Di Redazione Lavoro Lazio
- 31/10/2019 - 16:00
Virginia Raggi e Matteo Salvini

“Roma avrà 100 nuovi bus ibridi!”, esclama la sindaca di Roma, Virginia Raggi sulla sua pagina facebook. “Continuiamo ad acquistare autobus per la nostra città: Atac ha concluso la prima fase di gara per la fornitura di 100 nuovi mezzi ibridi che saranno su strada nel 2021 – spiega la sindaca -. Nuove vetture che andranno ad aggiungersi alle 227 acquistate da Roma Capitale e messe su strada nelle periferie a partire da quest’estate.

Abbiamo già messo su strada 400 nuovi bus e nel 2021 arriveremo ad oltre 700. L’obiettivo è garantire un servizio più efficiente per i tanti cittadini e turisti che utilizzano ogni giorno i mezzi pubblici.

Stiamo rinnovando il parco mezzi Atac puntando anche sulla mobilità sostenibile per ridurre lo smog. Un percorso già avviato con il recupero di 45 filobus abbandonati e ora in servizio e il ripristino di due linee a emissioni zero che circolano nel centro di Roma.

Stiamo investendo tante risorse per migliorare il trasporto pubblico della nostra città. Non ci fermiamo. +BusXRoma”.
 

Una classe politica di incapaci arruffoni senza ne arte ne parte

Memorandum libico senza strategia e a rischio di figuracce

ALBERTO NEGRI | 01 Nov. 2019 18:28
 

Il ministro degli esteri Luigi DI Maio e il premier Giuseppe Conte

Il Post di Alberto Negri

Che cosa c’è di sbagliato nel Memorandum d’intesa con la Libia che si vuole rinnovare? Una cosa, soprattutto, ma essenziale: la Libia, a otto anni dalla fine di Gheddafi, non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Questo significa che chiunque arrivi in Libia è considerato un clandestino e può essere incarcerato.

La Libia è stata lasciata in questi anni nella più completa illegalità. Non ha mai firmato la convenzione di Ginevra sui profughi, quindi ogni migrante è considerato illegale e non degno di nessuna protezione. In poche parole i libici, cioè fazioni e milizie, fanno delle concessioni, non accordi basati sul diritto internazionale.

La Libia ha mai accettato la presenza delle Nazioni Unite e delle organizzazioni umanitarie. E ora da un Paese abbandonato allo stato brado e senza uno stato vero dovremmo pretendere che si tenesse migliaia di rifugiati africani e li trattasse pure bene? Le organizzazioni libiche li seviziano, si fanno pagare e poi li buttano in mare. Criminali? Certo che sono criminali ma noi siamo i loro complici perché vorremmo che se li tenessero a casa loro, cioè in un luogo dove da anni i governi sono soltanto sulla carta e infuria una guerra civile dove gli europei, gli americani, i russi, i turchi e gli arabi sponsorizzano fazioni contrapposte. I migranti, come i libici ovviamente, sono le vittime di questa guerra per procura. Facciamo morti per procura e non abbiamo la minima vergogna.

Il vecchio Memorandum è servito ad addestrare e fornire mezzi alla cosiddetta Guardia costiera libica, formata da milizie private spesso in combutta coi trafficanti di esseri umani, e a finanziare quelli che il documento chiama “centri di accoglienza”, cioè delle carceri con un altro nome dove si praticano violenze, stupri e torture. Il governo italiano non ha mai comunicato quanti soldi abbia speso per la cosiddetta Guardia costiera libica, né per i centri di detenzione: secondo un calcolo della Ong britannica Oxfam sono stati in tutto 150 milioni di euro: 43,5 nel 2017, 51 nel 2018 e 56 nel corso del 2019. A questi fondi vanno aggiunti quelli arrivati dall’Unione Europea, cioè 91,3 milioni per finanziare la Guardia costiera e altri 134,7 milioni per migliorare le condizioni dei migranti.

Anche gli europei avrebbero versato un sacco di soldi ai libici, qualcuno stima, ma è un segreto ben custodito, che in tutto avrebbero preso la via della Libia cinque miliardi di euro. Insomma più o meno la cifra che l’Unione europea ha versato a Erdogan, sei miliardi, per tenersi 3,7 milioni di profughi siriani che ora il Raìs turco vorrebbe scaricare nella fascia di sicurezza strappata sanguinosamente ai curdi del Rojava.

In Libia il tutto sta avvenendo senza controlli reali perché le milizie fanno quello che vogliono. L’Europa ha ritirato gli assetti navali dell’operazione Sophia, così proprio da Zawyah _ha rivelato ieri Euronews _continuano a operare senza alcun rischio di ispezione le 236 navi sospettate di essere coinvolte nel traffico di carburante.

Si sta avvicinando l’appuntamento di Berlino per la conferenza internazionale sulla Libia. Forse sarebbe il caso che gli europei ci andassero con qualche idea chiara su cosa fare per il futuro di questo Paese la cui destabilizzazione sta inquinando anche la sicurezza della Tunisia, altro Paese che naviga in cattive acque non solo per i migranti ma perché versa in una crisi economica nera.

Ma forse gli europei _ e gli americani di tanto in tanto bombardano i jihadisti libici _ intendono anche qui come in Siria affidarsi a Putin che in alleanza con il generale egiziano Al Sisi, gli Emirati e un certo appoggio della Francia e degli Usa sostiene il generale Khalifa Haftar, mentre l’Italia e la Turchia con il Qatar stanno dalla parte di Al Sarraj, governo fragilissimo con il bollino dell’Onu. Pensate un pò che bella figura facciamo se firmiamo un nuovo Memorandum con Sarraj e poi Haftar con i russi lo fa fuori. Siamo degli strateghi del Mare Nostrum. 
 

Energia pulita - eolico offshore galleggiante, avanti tutta

31 Ottobre 2019

L’eolico galleggiante, una scelta obbligata per l’Italia
 
Il notevole contributo che dovrà dare l'eolico al mix elettrico del nostro paese non potrà venire da impianti su terraferma. Le macchine flottanti a oltre 20 km dalla costa sono la soluzione. Ne parliamo con l'ing. Alex Sorokin. 



Siamo a ridosso di una rivisitazione del Piano energia e clima nazionale per gli obiettivi al 2030, target che saranno poi determinanti per definire gli scenari di medio-lungo periodo e di decarbonizzazione del sistema elettrico italiano.

Una delle questioni presenti e future più delicate riguarda la difficoltà di trovare gli spazi per realizzare gli impianti in grado di generare così tanta elettricità da rinnovabili in grado di soddisfare gradualmente l’intero fabbisogno del paese. In particolare, il problema è fortemente connesso con l’importante contributo che dovrà necessariamente dare l’eolico. Dove collocare allora così tante e grandi turbine sul nostro territorio?

Riprendiamo questo tema con il consulente ed esperto energetico Alex Sorokin, dopo averne già parlato con lui quasi un anno fa (QualEnergia.it).

 
 
Ingegner Sorokin, perché la generazione elettrica da eolico in Italia, soprattutto in una prospettiva del 100% rinnovabili, non potrà essere soddisfatta dai soli impianti a terra?

Se arrotondiamo per comodità le cifre, la richiesta di energia elettrica in Italia ammonta a circa 300 TWh l’anno. In un futuro scenario al 100% rinnovabile, circa 100 TWh di questi potranno essere prodotti da fonti rinnovabili programmabili, quali idroelettrico, geotermia e l’insieme delle energie “bio”, tutte però limitate da vincoli territoriali per cui non molto incrementabili. Altri 100 TWh potranno essere prodotti dal solare. I rimanenti 100 TWh dovranno essere prodotti dall’eolico. Ma per ottenere questo livello di produzione eolica, se realizzata tutta sulla terraferma, occorre disporre di un parco eolico di 50 GW, ovvero cinque volte la capacità eolica installata oggi in Italia. È difficile immaginare di poter quintuplicare la potenza eolica italiana, che peraltro è concentrata in gran parte, ovviamente, nelle zone di maggiore ventosità, soprattutto sulle isole e nell’appennino apulo-campano.

Se pensiamo allora all’eolico in mare, quale tecnologia vede come più favorevole e fattibile per l’offshore?

L’Italia è una penisola circondata da immensi spazi di mare che, inoltre, offrono maggiore ventosità rispetto alla terraferma. Quindi perché non sfruttare il mare installando turbine offshore? Purtroppo, questa idea si scontra con un vincolo tecnico: la tecnologia dell’eolico offshore è stata sviluppata in Danimarca, Germania e Gran Bretagna si adatta ai loro mari, con fondali particolarmente bassi, circa 20-50 metri di profondità. Escluso l’Adriatico settentrionale, con venti scarsi, i nostri mari sono invece profondi anche 3000 metri. In Italia è impossibile realizzare parchi eolici offshore appoggiati sul fondale a distanze oltre i 20 km dalla costa, come avviene nel nord Europa, in modo da non provocare proteste e non inficiare il settore turistico. Pertanto, per l’Italia la scelta dell’eolico offshore galleggiante o flottante è obbligata.

La IEA ha fornito interessanti scenari per l’eolico offshore nel suo complesso, ma da noi quali sono i tempi per una possibile realizzazione per questi impianti flottanti?

Attraverso un programma di 10 anni si potrebbero realizzare in mare circa 30.000 MW di parchi eolici. Diciamo circa 3000 turbine galleggianti da 10 MW ciascuna da posizionare in mare aperto a distanze dalla costa che vanno dai 20 ai 40 km; macchine che sarebbero pressoché invisibili da terra.

E per quanto concerne la maturità della tecnologia flottante per l’eolico?

Un primo prototipo posizionato nel 2009 da Statoil al largo della costa norvegese è stato un pieno successo. L’energia prodotta ha superato ogni aspettativa. L’impianto ha affrontato bene tempeste con onde alte 19 metri e venti da 145 km/h. Un passo successivo è stato in Scozia. Si tratta di un primo parco eolico industriale funzionante dal 2017, composto da 5 turbine da 6 MW per un totale 30 MW, che si è dimostrato anche qui un totale successo. I costi di queste prime realizzazioni sono ancora alti, ma con l’avvio di una filiera industriale standardizzata e con una produzione in serie è plausibile prevedere che scenderanno a livelli competitivi.

Un primo sviluppo di queste installazioni in Italia potrebbe essere fatto a largo delle coste della Sardegna. Quali aspetti tecnici-anemometrici vanno considerati e quale potenziale è possibile stimare per la regione?

Sardegna e Sicilia saranno certamente protagoniste in questo nuovo scenario di eolico offshore. I fondali adatti intorno alla Sardegna, a oltre 20 km dalla costa, ammontano a circa 5.000 kmq, per cui, sfruttandone anche soltanto una piccola parte, la Sardegna potrebbe ospitare oltre 1000 turbine per un totale di 10.000 MW di potenza installata. In questo modo l’isola potrebbe produrre dal vento il triplo dell’attuale proprio fabbisogno elettrico (oggi 9 TWh, ndr), che sarebbe poi pari al 10% del fabbisogno nazionale, con la possibilità di esportare questa elettricità verso il continente. La forza lavoro in Sardegna necessaria per la realizzazione, manutenzione e logistica di questo scenario è valutabile in circa 10.000 posti di lavoro.
 

La Russia attua un web difensivo

Scenari
Putin potrebbe disconnettere la Russia da Internet. Ecco cosa significa

La Russia è in grado di attivare una versione di Internet isolata dal resto del mondo. La legge, firmata da Putin a maggio, entra in vigore oggi

Alessio Nisi
Pubblicato il 01/11/2019

Oggi la Russia si disconnetterà dall'Internet globale per un test che potrebbe condurre, a lungo termine, ad una Internet interna del Paese. É uno degli effetti dell'entrata in vigore la legge che getta le basi per una rete nazionale, in base alla quale i fornitori di servizi Internet saranno controllati dal Roskomnadzor (RKN, in italiano Servizio federale per la supervisione nella sfera della connessione e della comunicazione di massa), di fatto l'agenzia di telecomunicazioni russa. L'obiettivo è quello di dare alla Russia il potere di disconnettersi dalla Rete globale in caso di guerra cibernetica e, nel frattempo, fornire una versione chiusa della rete, trasformandola all’occorrenza in una RuNet (russian network) di fatto sotto il controllo del Cremlino.

Esercitazioni ogni anno. Le autorità di comunicazione russe installano apparecchiature RuNet da settembre. Il 12 dicembre dello scorso anno la Federazione Russa ha rilasciato una dichiarazione in cui si sottolineava "lo svolgimento di esercitazioni per garantire la stabilità, la sicurezza e il funzionamento olistico della rete di informazione e telecomunicazione". Le prime prove si terranno a novembre e verranno ripetute ogni anno. Appunto.
Firmata da Putin

Il testo della legge “Programma nazionale di economia digitale”, è stato approvato tra il 16 e il 22 aprile dal Parlamento russo, ed stato firmato l’1 maggio dal presidente Vladimir Putin e pubblicato sul sito del governo. La nuova Internet nazionale è stata presentata come “un’infrastruttura indipendente", in grado di garantire "il buon funzionamento del segmento russo di Internet in caso di pericoli alla sicurezza, all’integrità e alla sostenibilità di Internet e alle reti di telecomunicazione”.
Sistema nazionale di indirizzi di Internet

I dettagli del progetto sono confusi. L'agenzia di stampa russa RIA-Novosti ha scritto che l'obiettivo è quello di fornire un Internet "sostenibile, sicuro e perfettamente funzionante". E secondo quanto riferito lo farà sviluppando la propria versione del sistema di indirizzi di Internet, in modo che gli utenti web russi che tentano di raggiungere siti internazionali saranno invece indirizzati alle versioni russe. I cittadini che sperano di visitare Facebook, ad esempio, potrebbero essere reindirizzati al social network russo VK.
Domain Name System alternativo

Il governo si occuperà di gestire le minacce al funzionamento di Internet in Russia centralizzando la rete di comunicazione. Verrà cioè messo in piedi un Domain Name System (DNS) alternativo a quello che normalmente utilizziamo per navigare. In caso di disconnessione forzata dal Web (oppure se i politici dovessero ritenere utile un blackout, per esempio per ragioni di censura) i provider di Internet dovranno disconnettersi dai server stranieri e far affidamento solo sul DNS russo. Di fatto tagliando i ponti con l’estero. Oltre al DNS locale, verrebbero coinvolti anche i provider del servizio Internet a cui il Roskomnadzor “fornirà speciali sistemi di sorveglianza gratuitamente”, ha scritto Meduza Project, un sito online di informazione sulla Russia, basato a Riga (in Lettonia).

Il Great Firewall cinese. Controlli sui DNS tipo sono già operativi in Arabia Saudita, Turchia e Cina. Ma la Russia potrebbe avere qualche difficoltà a ricreare il Great Firewall cinese, in parte perché Internet della Russia è stata costruita per essere aperta, secondo Alex Henthorn-Iwane, vicepresidente del Product Marketing per la società di monitoraggio della rete ThousandEyes.
300 milioni di dollari

Secondo The Guardian, la Russia ha speso circa 300 milioni di dollari per il suo piano Internet. Ma mentre il paese ha limitato l'accesso a determinati servizi negli ultimi anni, dalle VPN alle app di messaggistica crittografate, sempre Henthorn-Iwane ha detto che è improbabile che il governo russo sarà in grado di esercitare sui propri cittadini il livello di controllo che la Cina ha raggiunto con il suo Great Firewall.
Controllo centralizzato

Le nuove norme affidano grandi poteri all’organo russo preposto al controllo delle telecomunicazioni Roskomnadzor. Sarà proprio l’RKN ad assicurare il controllo centralizzato del traffico sulla rete nei casi di necessità. Situazioni cioè di pericolo stabilite direttamente dal governo.
Telegram e le reti private

Nel mirino dell’Internet russa potrebbero finire anche Telegram, il servizio di messaggistica istantanea fondato dal russo Pavel Durov, e i servizi VPN, le reti private usate per navigare in maniera privata camuffando l’indirizzo IP utilizzato. 

https://www.ninjamarketing.it/2019/11/01/russia-internet-putin-roskomnadzor-dns/

Immigrazione di Rimpiazzo - non è difficile capire che le navi delle Ong fanno la tratta degli schiavi e questo governo accetta integralmente questa politica

Le ambiguità di Roma nel rinnovo dell’accordo con la Libia sui migranti illegali
 
2 novembre 2019
di Gianandrea Gaiani
in Opinioni



Il governo italiano non modificherà gli accordi con la Libia in tema di contrasto all’immigrazione illegale che oggi (2 novembre), e che in assenza di disdetta e di richiesta di modifiche entro tre mesi dalla scadenza vengono automaticamente rinnovati per tre anni.

La rinuncia a gettare alle ortiche il Memorandum of Understanding (siglato con la Libia il 2 febbraio 2017 dall’allora premier Paolo Gentiloni e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, Fayez a- Sarraj) voluto dal ministro dell’Interno Marco Minniti, come aveva chiesto gran parte della maggioranza, costringe il governo Conte 2 a rinunciare, almeno nella forma, a mostrare discontinuità nei confronti dei precedenti titolari del Viminale.

Certo l’esecutivo ha precisato che intende lavorare” per modificarne in meglio i contenuti, con particolare attenzione ai centri di accoglienza e alle condizioni dei migranti”, come ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ma si tratta di annunci puramente politici simili a quello circa la “svolta storica” della Conferenza di Malta in cui i partner europei si sarebbero impegnati a farsi carico dei clandestini sbarcati in Italia.



Quell’’accordo non è mai stato ratificato né attuato così come i margini per modificare l’accordo con la Libia sono stretti e tutti pericolosi per l’Italia.

L’annullamento del memorandum è stato sollecitato dalle associazioni riunite nel Tavolo Asilo, da LeU e dal segretario del PD Nicola Zingaretti. Se tale richiesta fosse stata accolta il rischio sarebbe stato di indurre i libici a cessare ogni contrasto ai flussi migratori illegali scatenando i trafficanti che avrebbero incrementato ulteriormente le partenze di barconi e gommoni già più che triplicatisi da quando Matteo Salvini ha lasciato il Viminale, il 5 settembre scorso.

I dati parlano chiaro: siamo passati da 22 sbarcati al giorno tra l’inizio dell’anno e il 5 settembre a 73, per un totale di 9.648 sbarcati dall’inizio dell’anno: erano 5.624 quando Salvini lasciò il governo e 4.040 quando l’8 agosto iniziò la crisi del governo M5S/Lega.

Non si può escludere del resto che l’obiettivo del governo Conte2 sia proprio un corto-circuito con Tripoli teso a far riprendere flussi migratiri illegali su vasta scala, certo impopolari in Italia ma che finanzierebbero di nuovo a suon di miliardi la lobby dell’accoglienza espressa per lo più da enti e coop legati alla Sinistra e alla Chiesa cattolica che sostengono l’attuale esecutivo.



A conferma di questa ipotesi va sottolineato che a Tripoli in molti lamentano la totale indifferenza del nuovo governo italiano di frinte alla crisi politica e militare libica: un brusco cambiamento rispetto al precedente esecutivo di Roma che in Libia è stato colto da molti.

Del resto se il governo Conte 2 non ha cancellato per ora i provvedimenti varati dal leader della Lega quali i decreti sicurezza (come chiesto da Zingaretti e Renzi), è solo perchè si limita a non applicarli come dimostra anche l’ennesimo recente via libera all’ingresso nelle acque italiane delle navi delle Ong con lo sbarco dei clandestini a bordo della Ocean Viking a Pozzallo e della Alan Kurdi a Taranto per un totale di quasi 200 immigrati illegali destinati in parte a venire smistati in altri paesi europei

Di Maio ha sottolineato che il MoU Italia-Libia “può essere modificato e migliorato, ma è innegabile come abbia contribuito, attraverso il rafforzamento delle capacità operative delle autorità libiche, a ridurre in maniera rilevante gli arrivi dalla Libia e, conseguentemente, le morti in mare.



L’ Italia è ad oggi l’unico partner effettivo delle autorità libiche nella lotta al traffico di esseri umani. Una riduzione dell’assistenza italiana potrebbe tradursi in una sospensione delle attività della Guardia Costiera libica, con conseguenti maggiori partenze, tragedie in mare e peggioramento delle condizioni dei migranti nei centri” ha detto il ministro degli Esteri.

Valutazioni certo condivise dai suoi ex alleati di governo ma non da quelli attuali, né dall’ala “immigrazionista” di M5S che fa capo al presidente della Camera, Roberto Fico.

Il Governo è però intenzionato a chiedere ai libici modifiche al Memorandum, attraverso la convocazione di una riunione della Commissione congiunta italo-libica. L’obiettivo, ha indicato Di Maio, “è quello di favorire un ulteriore coinvolgimento di Onu, comunità internazionale e Ong per migliorare l’assistenza ai migranti salvati in mare e le condizioni nei centri di accoglienza libici, alla luce del fatto che la Libia non ha firmato la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati”.



Difficile però che possano scaturire novità su questo fronte perché ONU, UE e Ong hanno più volte dimostrato di non avere alcun interesse a impegnarsi maggiormente in Libia o a potenziare le attività di rimpatrio dei clandestini da Tripoli ma solo a garantire i flussi migratori illeciti verso l’Italia.

Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha negato vi sia una “invasione” di migranti e ha ricordato in un’intervista a Repubblica che “gli arrivi sono stati circa 9.600 rispetto ai 22mila di tutto il 2018″.

In realtà gli sbarchi nel 2018 furono 23.370 per lo più concentrati durante il governo di centro sinistra e i primi mesi (estivi) del governo Lega-M5S. Un dettaglio non irrilevante anche circa i dati di quest’anno poiché da quando si è insediato il governo Conte 2 non si sono certe risparmiate le dichiarazioni critiche contro i decreti sicurezza e gli annunci di “discontinuità” che hanno incoraggiato trafficanti, clandestini e Ong. Il risultato è che in due mesi di governo Conte 2 sono sbarcati oltre 4mila migranti illegali, par i a quanti ne sono sbarcati nei primi 7 mesi dell’anno.

In settembre gli sbarchi sono stati 2.498 contro i 947 dello stesso mese del 2018 e in 2.015 contro i 1.007 di un anno fa.

Mentre l’Italia “riapre i porti” colpiscono per le nuove misure previste invece dal governo di Tripoli, instabile e in guerra con le forze del generale Haftar, ma in tema di immigrazione ben più credibile e autorevole di quello di Roma.



Il 29 ottobre il Governo di Accordo Nazionale (GAN) di Fayez al Sarraj ha stabilito che le Organizzazioni non governative che intendono svolgere attività di ricerca e soccorso nelle acque di competenza libica devono richiederne formalmente l’autorizzazione alle autorità di Tripoli e rispettarne le norme.

Le navi che non lo fanno saranno sequestrate e condotte nel porto libico più vicino. Il decreto emesso il 15 settembre dal Consiglio presidenziale del GAN prevede che le navi delle Ong e quelle affiliate sono tenute a “fornire periodicamente tutte le informazioni necessarie, anche tecniche relative al loro intervento, al Centro di coordinamento libico per il salvataggio” e a “non bloccare le operazioni di ricerca e salvataggio” esercitate dalla Guardia Costiera di Tripoli a cui dovranno “lasciare la precedenza d’intervento”.



Le Ong che operano nelle acque SAR libiche dovranno inoltre “informare preventivamente il Centro di coordinamento libico” di iniziative autonome, anche se ritenute “necessarie ” e “urgenti”. I naufraghi salvati dalle Ong – precisa il testo – “non vengono rimandati in Libia tranne nei rari casi eccezionali e di emergenza” ma il personale libico “è’ autorizzato a salire a bordo ad ogni richiesta e per tutto il tempo valutato necessario, per motivi legali e di sicurezza”.

E ancora: dopo il completamento delle operazioni di ricerca e soccorso, “le barche e i motori usati nelle operazioni di contrabbando saranno consegnati allo Stato libico” mentre “salvo le comunicazioni necessarie nel contesto delle operazioni di salvataggio e per salvaguardare la sicurezza delle vite in mare, le navi affiliate alle Organizzazioni si devono impegnare a non mandare nessuna comunicazione o segnale di luce o altri effetti per facilitare l’arrivo d’imbarcazioni clandestine verso di loro”.

Ong, organizzazioni dedite all’accoglienza e in generale tutta la lobby dei soccorsi e dell’accoglienza che per anni hanno incassato miliardi con i flussi di clandestini e sperava ora di riprendere su vasta scala le attività, protestano per questa dimostrazione di sovranità libica che ricorda il “decalogo Minniti” che l’ex ministro dell’Interno del PD cercò di imporre alle navi delle Ong nel 2017.

Curioso vedere che sarà la Libia a sequestrare le navi delle Ong e non l’Italia, paese in cui tali navi vogliono a tutti i costi sbarcare i clandestini.



Del resto le ambiguità di Roma su questo tema si moltiplicano. “Alla situazione libica si correla la prosecuzione della missione Ue Sophia, la cui efficacia è stata riconosciuta dagli Stati membri e comprovata dalla recente decisione di estenderne ulteriormente il mandato” ha detto il ministro della Difesa Lorenzo Guerini (nella foto a sinistra), in audizione nelle Commissioni riunite Difesa di Camera e Senato sulle linee programmatiche del suo dicastero.

“L’eventuale riattivazione della componente navale – essenziale per assolvere anche i compiti connessi all’embargo in alto mare del traffico di armi verso la Libia – è auspicabile ma resta, tuttavia, correlata alle decisioni della Ue – ha concluso – in relazione al tema della redistribuzione dei migranti e dei richiedenti asilo”. I nostri partner hanno ritirato mesi or sono le loro navi dall’operazione Ue dopo che il precedente governo italiano aveva preteso che i migranti soccorsi da quelle unità navali venissero sbarcati nei porti della Nazione battente bandiera.

D’altra parte le attività dell’Operazione EunavforMed/ophia, operativa dal luglio 2015, non hanno certo creato intoppi al business dei trafficanti ma in compenso le navi Ue hanno sbarcato in Italia quasi 45mila clandestini e a proposito di solidarietà europea vale la pena ricordare che i primi a ritirare le loro navi dall’operazione dopo la richiesta italiana di condividsione dei migranti illegali sono stati tedeschi, francesi e spagnoli.

@GianandreaGaian

Foto: Difesa.it, Marina Militare, Guardia Costiera Libica, AFP, Governo.it e Frontex
 

“Ma davvero c’è qualcuno di così stolto da non aver capito che la questione di Liliana Segre – a cui va tutta la nostra solidarietà – è una vile strumentalizzazione del totalitarismo arcobaleno per criminalizzare il dissenso e la lotta contro l’ordine esistente? Siete così sciocchi da non avere inteso che in astratto si vuole punire l’odio razziale – che già è giustamente punito dalla legge – e in concreto si vuole delegittimare il dissenso, la lotta di classe e il sacrosanto odio verso i padroni?

L’inalienabile diritto di parlare… qualsiasi cosa si voglia dire

Impossibile pensare di limitare anche la peggiore delle opzioni, se si vuol vivere in una democrazia liberale concreta

Di Alessandro Scipioni
- 1 Novembre 2019

Premetto che sono un convinto assertore del mai dimenticare quello che è accaduto durante la Shoah, del non credere che questo non possa più accadere e soprattutto di insegnare ai giovani ad avere una memoria ed un rispetto degli eventi che portarono al più grande genocidio della storia.
Un grande rispetto è in me per Liliana Segre. Ma non per la sua mozione, che non posso condividere anche e solo per il semplice fatto che non è assolutamente necessaria anche e soprattutto laddove
si arriva a parlare apertamente di contrasto ai discorsi di incitamento all’odio.
Contrasto a delle opinioni. Contrasto delle idee.
Sarebbe ben difficile stabilire in quali discorsi sono accettabili e quali no, quali sono veramente i discorsi che incitano all’odio.
Quantomeno andrebbero messi in galera buona parte delle icone tanto care alla sinistra che hanno invocato per anni la lotta di classe, l’odio verso i militari che fanno missioni all’estero, l’odio contro i padroni sfruttatori, il ritorno a Piazzale Loreto per un’interpretazione estensiva addirittura la locomotiva di Guccini ecciterebbe a quello che con gli standard moderni potremmo definire un terrorista che odia e vuol far saltare in aria un treno di persone più ricche.
A me farebbe errore impedire di cantare La locomotiva!
Adriano Sofri, guru della sinistra italiana sarebbe imperdonabile se si leggesse solo una copia di lotta continua degli anni 70, dove praticamente ammazzare i ragazzi del Movimento Sociale Italiano non era reato.
Non si può decidere cosa si può dire e cosa non si può dire e soprattutto cosa un altro uomo può dire o non dire, perché si tratta di censurare .
Basterebbe pensare all’articolo 11 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea :”Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la
libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte
delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”. Oppure alla dichiarazione universale dei diritti umani che all’articolo 19 è ancora più netta disponendo che: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza
riguardo a frontiere”; come l’articolo 21 della Costituzione Italiana che recita :”Tutti hanno diritto di manifestare liberamente
il proprio pensiero con la parola, lo scritto e
ogni altro mezzo di diffusione” .
In buona sostanza è palese a tutti che la libertà di pensiero e di espressione non può essere soggetta di restrizioni e limiti arbitrari da parte di assemblee legislative o governi.
Le costituzioni non sono altro che un sistema di freni e di bilanciamento dei poteri, un limite per garantire la repressione degli abusi.
La cose più inquietanti avvengono quando si consente di superare questi limiti a coloro che governano.
I costituenti ed i trattati fondamentali dell’umanità vietano di intervenire sulla libertà di opinione, poiché se si consente un assemblea legislativa o ad un giudice di decidere quali discorsi sono ammissibili o meno non si potrà poi vietare in futuro ad una stessa assemblea o ad un giudice di decidere sempre più restrittive limitazioni in base ad un arbitrio, cosicché da determinare un’ingerenza permanente dello Stato nei diritti fondamentali della persona.
Il governo non può proibire l’espressione di un’idea
semplicemente perché la società e il comune sentire la ritengono offensiva o spiacevole.. Afferma con meravigliosa la coerenza della corte suprema americana.
Ci si riempie la parola con la famosa frase: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”; ma pare che oltre ad attribuirla erroneamente a Voltaire, non se ne comprenda appieno il significato fondamentale.
Dovremmo in uno stato civile essere pronti a morire perché una persona possa portare avanti un’idea che odiamo, invece siamo disposti adottare una legge che metterebbe in galera una persona che dice una cosa che non condividiamo.
Chi sceglie di dare al governante la possibilità limitare coloro i quali non condividono il suo pensiero, sceglie implicitamente di vivere nello stesso e dittature che tanto condanna.
Allora temo che sia vero quanto scritto da Diego Fusaro nel suo post su Facebook: “Ma davvero v’è qualcuno di così stolto da non aver capito che la questione di Liliana Segre – a cui va tutta la nostra solidarietà – è una vile strumentalizzazione del totalitarismo arcobaleno per criminalizzare il dissenso e la lotta contro l’ordine esistente? Siete così sciocchi da non avere inteso che in astratto si vuole punire l’odio razziale – che già è giustamente punito dalla legge – e in concreto si vuole delegittimare il dissenso, la lotta di classe e il sacrosanto odio verso i padroni?
In galera chi non la pensa come vuole chi comanda”.
Peccato pensar male, però temo ci azzecchi.

Vox Italia - Sovranista ma avendo chiaro che non sia sufficente se non si sposa all'idea di stare dalla parte del lavoro, delle piccole imprese contro il capitale




2 Novembre 2019 di Marco Traini
Vox Italia, un’alternativa vera al sistema

Ascoli Piceno 2 novembre.- Sovranista si ma per il popolo, non per il capitale. Populista si, ma per far tornare la sovranità al popolo, come prevede la Costituzione e non lasciarla ai mercati e allo spread. Socialista anche, per essere dalla parte del lavoro e delle piccole imprese, non dei grandi gruppi finanziari che governano il mondo e tanto più l’Italia, colonia Usa e dell’Europa franco-tedesca.

Queste le basi di Vox Italia, il nuovo partito alternativo al sistema fondato dal filosofo torinese Diego Fusaro, intellettuale impegnato, gramsciano di formazione che da anni sta combattendo una battaglia quasi solitaria per il rilancio di un “nazionalismo democratico” e popolare, contro le superlobby internazionali che stanno distruggendo Stati, welfare sociali, diritti dei lavoratori, conquiste di due secole di lotte dei movimenti operai ( e ora usano l’immigrazione per gli stessi scopi).

Obiettivo ambizioso ma concreto di Vox Italia, andando contro “ il pensiero unico dominante” è quello di unire idee di sinistra e valori di destra.

Le prime sono il lavoro, i diritti sociali, il senso sociale della comunità e del bene comune, la solidarietà antiutilitaristica. I secondi sono lo Stato nazionale come reale baluardo contro la privatizzazione liberista di ogni aspetto della vita economica imposta dalla globalizzazione , la famiglia contro l’atomizzazione individualistica della società, la lealtà e l’onore contro l'”impero dell’effimero” e la superficialità consumistica liberal-libertaria.

Il nuovo partito, che sul piano interno mira a colmare il vuoto lasciato dall’esperienza del governo gialloverde, e sul piano internazionale a guardare più a Est che a Ovest, recuperando sovranità monetaria e politica, verrà lanciato ufficialmente il 24 novembre a Milano, in un assemblea che verterà sul tema “Liberiamoci dal liberismo”. Tra i fondatori e aderenti a Vox Italia, segnaliamo Giuseppe Sottile ( segretario nazionale), Francesco Toscano, Francesco Amodeo, il noto economista Nino Galloni.
 

Gli ebrei palestinesi bombardano umanamente Gaza la prigione a cielo aperto la Auschwitz del Medio oriente

ROMA 02-11-2019

Raid aerei di Israele su Gaza



(ANSA) - ROMA, 2 NOV - Aerei da combattimento israeliani hanno cominciato a colpire obiettivi terroristici a Gaza, dopo il lancio di 10 razzi dalla Striscia contro civili israeliani poche ore prima. Lo riferisce l'esercito israeliano su Twitter. Otto dei 10 razzi sono stati intercettati da Iron Dome, ha reso noto sempre l'esercito. Ma uno dei lanci aveva centrato una casa di Sderot, senza provocare vittime.
 

Roberto Gualtieri un euroimbecille al governo dell'economia italiana, sa fare colo conti ragioneristici, entrate uscite, non ha una cultura politica economica in cui solo la crescita permette di controllare i conti e questa può avvenire solo con investimenti pubblici nel contesto in cui viviamo da anni e anni

Gualtieri: “Non può esserci crescita senza stabilità finanziaria”. Visco: “Spread giù, non perdere l’occasione”

Di Paola Grassani
- 31 Ottobre 2019

ROMA – La sostenibilità dei conti è “fondamentale” per l’Italia e “non può esserci crescita sostenibile dell’economia reale senza stabilità finanziaria, così come la stabilità finanziaria non è reale senza crescita sostenibile perché è destinata a tramutarsi in instabilità nei periodi di ciclo avverso”.

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri sceglie il palco della 95sima Giornata mondiale del risparmio per ribadire il messaggio di rassicurazione sulle intenzioni di politica economica del governo. “Tenere in ordine i bilanci pubblici significa adottare scelte politiche in modo responsabile – ripete – ovvero con la consapevolezza dell’equilibrio tra entrate e uscite. E dunque una politica di bilancio responsabile deve tenere conto dell’andamento ciclico dell’economia”.

Il pensiero corre a Mario Draghi, al suo ultimo giorno della Bce

“L’unica via per uscire da bassi tassi naturali – aggiunge Gualtieri citando e ringraziando l’economista – è utilizzare maggiormente la leva della politica fiscale, innanzitutto a livello europeo, in maniera ordinata e coerente”. Anche per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella il governo della moneta comune da parte della Banca centrale europea, “esercitato in questi anni con competenza e determinazione, è un esempio dei risultati ottenuti (?!?!)” dalle istituzioni che “sono chiamate ad assicurare la fiducia nel sistema e ad applicare per prime il criterio della sostenibilità nelle politiche pubbliche”. E il governatore di Bankitalia Ignazio Visco invita a seguire la direzione tracciata dalla Bce per “sfruttare appieno il potenziale espansivo delle misure”. 

Il ragionamento è semplice

“Agendo in isolamento la politica monetaria non potrebbe che continuare a muoversi lungo il terreno delle misure non convenzionali, con un rischio crescente di effetti indesiderati, da tenere sotto controllo anche con strumenti sempre più di natura amministrativa”.

Insomma, in uno scenario caratterizzato da una “forte preoccupazione di una possibile nuova recessione”, come evidenzia il presidente Abi Antonio Patuelli, 
le istituzioni devono fare “maggiori sforzi per la ripresa dello sviluppo e dell’occupazione
con più misure nazionali ed europee per i fattori della competitività”
Servono più investimenti “materiali e immateriali” per “stimolare l’attività economica oltre il breve termine”
sottolinea Visco, che chiede “di agire anche sul potenziale di crescita con iniziative concrete per migliorare il contesto nel quale si svolge l’attività economica”.

In questo contesto, continua il numero uno di palazzo Koch, “le condizioni finanziarie accomodanti” che derivano dall’abbassamento dello spread legato “alla diminuzione dell’incertezza sull’orientamento delle politiche economiche nazionali, alle minori tensioni con le istituzioni europee e al maggiore accomodamento monetario” stanno attenuando le condizioni restrittive macroeconomiche.

“Per la nostra economia si tratta di un’opportunità da non disperdere”, ammonisce guardando alla riduzione del debito. Mentre guardando alle banche “la situazione degli Npl non è più un rischio per la stabilità finanziaria”, annuncia Gualtieri, grazie a un piano su cui le banche, rivendica Patuelli, “hanno fatto miracoli” così come per i salvataggi degli istituti in crisi.

In questo contesto, ricorda il presidente Acri Francesco Profumo, “il risparmio si rivela lo strumento cardine per immaginare il domani del nostro Paese e dell’intera umanità”. E se “il percorso verso un sviluppo sostenibile ci coinvolge tutti” bisogna “immaginare inediti partenariati pubblico-privato, capaci di coniugare ambiente e sociale, che siano capaci di sradicare una narrazione eccessivamente conflittuale e catastrofista, che spesso va per la maggiore”. 
 

Hong Kong - la Cina avverte formalmente la Gran Bretagna di non interferire nei suoi affari interni

Hong Kong: Cina esorta Regno Unito a non interferire

Xinhua
01 novembre 201917:05 News

(XINHUA) - PECHINO, 1 NOV - Pechino ha esortato oggi il Regno Unito a rispettare la sovranità della Cina e a smettere di intromettersi negli affari di Hong Kong e di interferire in qualsiasi forma negli affari interni della Cina.
Il portavoce del Ministero degli Esteri Geng Shuang ha formulato le osservazioni durante una conferenza stampa in risposta all'ultima "relazione semestrale su Hong Kong", pubblicata ieri dal Regno Unito. Geng ha ribadito che "gli affari di Hong Kong sono esclusivamente affari interni della Cina e non è ammessa nessuna interferenza da parte di alcun governo, organizzazione o individuo straniero". La Cina esprime forte insoddisfazione e ferma opposizione alla cosiddetta relazione semestrale del governo del Regno Unito su Hong Kong e per il comportamento scorretto del governo britannico con commenti irresponsabili sugli affari di Hong Kong. Lo afferma Geng.
Geng aggiunge che dal ritorno di Hong Kong alla Cina, il governo cinese ha seguito rigorosamente la Costituzione, e ha aggiunto che la Legge Fondamentale e il principio "un Paese, due sistemi" e "Hong Kong governata dai cittadini di Hong Kong" con alto grado di autonomia sono stati applicati seriamente. Questo, sottolinea ancora il portavoce, "è un fatto che non può essere negato da nessuno senza pregiudizi".
 

Sanità pubblica gestita accanendosi con chi ha bisogno

File da incubo in uno scantinato, ecco la farmacia territoriale di Vibo

VIDEO | Disagi amplificati per i malati che spesso sono costretti a ricorrere a farmaci salvavita attendendo in locali del tutto inadeguati


di Agostino Pantano
2 novembre 2019 11:12

 

Aspettano il turno, spesso in piedi, in un locale di appena 6 metri quadri oppure, per non rischiare attacchi di claustrofobia, preferiscono attendere la chiamata stando fuori. Due volte pazienti gli avventori della farmacia territoriale dell'Asp di Vibo Valentia, obbligati dai protocolli medici - per particolari e costosi farmaci spesso salvavita - ad accedere ad un servizio che l'Azienda eroga in condizioni che amplificano il disagio dei malati.
Dal lunedì al venerdì, struttura aperta solo di mattina e dentro uno scantinato a cui si arriva dalla centralissima via Protettì, i fruitori dei farmaci hanno poche sedie a disposizione - per un’attesa che spesso è lunga - e neanche un taglia coda che fornisca numerini per regolare l'attesa. Quotidiane scene di un disagio che sembra frutto di un accanimento, visto che l'Asp ha trasferito la farmacia in questo palazzo - per cui pure paga l'affitto - dopo aver erogato lo stesso servizio in un altro edificio di privati, poco distante e sempre… in uno scantinato. Insomma l'azienda è sorda alle richieste di modifica della logistica, non cede di fronte alle proteste quotidiane dei pazienti che si arrangiano aspettando in piedi o, in qualche caso, in auto senza pagare - per una volta, almeno questo - il parcheggio.
 

venerdì 1 novembre 2019




Gli imbecilli che credono che votare ogni tanto significa democrazia

ASIA / Hong Kong: un’insurrezione per la democrazia

6 settembre 2019

Da ormai tre mesi Hong Kong è in stato di insurrezione permanente. Manifestazioni pacifiche e altre più aggressive hanno coinvolto centinaia di migliaia, e in alcuni casi più di un milione, di giovani e lavoratori, sia donne che uomini. Nonostante il limite della mancanza di strutture organizzate, si tratta di un’importante nuova esperienza di lotta di massa per la democrazia. Il sempre maggiore irrigidimento reazionario del regime di Xi Jinping offre tuttavia agli hongkonghesi la sola prospettiva di un vicolo cieco.

Un po’ di storia: dalla colonizzazione inglese all’inizio delle proteste di quest’anno

Nel 1842, dopo avere perso le due Guerre dell’oppio, la Cina è costretta a cedere agli imperialisti britannici l’isola di Hong Kong e l’area di Kowloon, alle quali nel 1898 andranno aggiungersi i cosiddetti Nuovi territori, che nel loro insieme vanno a costituire la colonia di Hong Kong. A quell’epoca Hong Kong è solo un villaggio di pescatori di meno di 8.000 abitanti: la città, pertanto, è nei fatti nata come centro coloniale e la sua storia è rimasta tale fino alla fine del XX secolo. Il dominio coloniale e razzista britannico incontra una forte opposizione della popolazione cinese locale, che culmina nelle grandi lotte economiche e politiche degli anni 1920. Dopo la Seconda guerra mondiale il regime coloniale smorza progressivamente alcuni dei suoi aspetti più oppressivi e contemporaneamente Hong Kong registra un’altissima crescita dell’economia, trainata prima dal settore industriale e poi, nel corso dei decenni, da quello finanziario. Nel periodo immediatamente successivo al 1949, anno in cui il Partito Comunista conquista il potere a Pechino, a Hong Kong affluiscono grandi masse di persone che fuggono dalla Cina continentale e ondate analoghe si ripetono nel tempo, in particolare nel 1966 quando la Repubblica Popolare Cinese è sconvolta dalla Rivoluzione Culturale. Nel 1984 la premier neoliberale britannica Margaret Thatcher e il padre del neocapitalismo cinese Deng Xiaoping firmano un accordo per il passaggio di Hong Kong dal Regno Unito alla Cina a partire dal 1997, senza consultare in alcun modo la popolazione locale riguardo alle modalità di questo passaggio. L’accordo prevede il mantenimento fino al 2047 di un’ampia autonomia che esclude essenzialmente solo aspetti come la politica estera e la difesa. Nei fatti si tratta per Hong Kong del passaggio da un regime coloniale autoritario, per quanto tollerante in termini di libertà individuali negli ultimi decenni della sua storia, a uno altrettanto autoritario, ma sotto la supervisione del ben poco tollerante regime di Pechino.



L’ex colonia è diventata così una Regione Amministrativa Speciale (SAR) della Cina Popolare regolata da un sistema molto complesso. Nella sostanza, il Chief Executive (cioè il “presidente” di Hong Kong) viene eletto da un collegio di 1.200 saggi controllato da Pechino, che comunque ha anche un potere di veto sulla nomina dei candidati. Il Legislative Council (LegCo, in pratica il parlamento di Hong Kong) viene eletto per metà in elezioni circondariali libere e per metà in base a un sistema di rappresentanti corporativi del settore del business e delle professioni, anch’essi ampiamente controllati da Pechino. A queste regole antidemocratiche si aggiungono, in caso di necessità, veri e propri soprusi ad hoc, come è avvenuto nel 2017, quando ad alcuni oppositori è stato impedito di candidarsi e svariati parlamentari che erano stati eletti nelle liste delle forze indipendentiste e dell’opposizione di centrosinistra sono stati privati d’autorità del loro mandato con pretesti formali. I diritti dei lavoratori sono ridotti al minimo: a differenza che nella Cina continentale vi è la libertà di organizzarsi in sindacato, ma il diritto formale di sciopero è nei fatti inficiato dalla libertà per i padroni di licenziare seduta stante chiunque scioperi. Il diritto alla contrattazione collettiva, di cui gli hongkonghesi hanno goduto per breve tempo, è stato abolito con il sostegno attivo dei sindacati filo-Pechino, che oggi naturalmente sono schierati contro le proteste. Il sistema giudiziario mantiene una buona misura di autonomia da quello politico e vengono rispettati (almeno finora) alcuni diritti fondamentali come la libertà di espressione e quella di manifestare, tutte differenze di rilievo rispetto alla Cina continentale. A livello economico, vi è una stretta alleanza tra i capitalisti di Hong Kong, suddivisi in grandi clan familiari, e quelli di Pechino. Un esempio di questa alleanza lo si trova nella Conferenza politica consultiva del popolo cinese (CPCPC), un organo statale della Repubblica Popolare Cinese che si riunisce una volta all’anno parallelamente al Congresso del Popolo (il parlamento) e, come scrive Wikipedia, ha funzioni paragonabili a quelle di un Senato. Pechino coinvolge le élite capitaliste di Hong Kong nella gestione del potere nazionale chiamando numerosi loro esponenti a fare parte della CPCPC, con mandati che spesso sono ereditari. I più importanti rappresentanti di Hong Kong nella CPCPC sono tutti megacapitalisti: il più ricco di loro ha un patrimonio di 31,7 miliardi di dollari, il decimo in classifica ha una ricchezza di “appena” 1,27 miliardi di dollari. D’altronde nel Congresso del Popolo cinese siedono 93 miliardari (in dollari), con un patrimonio complessivo di 504 miliardi di dollari. Per un confronto, il patrimonio complessivo dei primi 50 deputati più ricchi del Congresso Usa è di 2 miliardi di dollari.



Se per i capitalisti di Hong Kong la Cina continentale è terreno di conquista imprenditoriale e allo stesso tempo fonte di finanziamenti, in particolare nell’ambito della speculazione edilizia, per quelli della Cina continentale Hong Kong, uno dei maggiori centri finanziari del mondo, è un fondamentale snodo di collegamento con il capitale globale (in termini sia di passaggio di investimenti dall’estero, sia di quotazioni in borsa, sia di emissioni di obbligazioni in dollari Usa da parte delle aziende cinesi, nonché come canale di riciclaggio dei miliardi dei buro-capitalisti del Partito Comunista), grazie anche alle tutele legali che offre a differenza di Shanghai e Pechino, ancora ben lontane da assumerne la rilevanza. Oggi la regione ha poco più di 7 milioni di abitanti, di cui 1 milione sono persone trasferitesi dalla Cina continentale negli anni più recenti, per la maggior parte nuovi ricchi che hanno scelto l’ex colonia come residenza per godere del sistema economico-legale descritto sopra e per ottenerne il passaporto che consente di viaggiare senza visto in quasi 120 paesi. Hong Kong ha uno dei Pil pro capite più alti del mondo ma è anche una delle aree del mondo a più alta diseguaglianza sociale, sorpassata solo da una manciata di paesi africani. Il 20% degli abitanti vive sotto la soglia di povertà e il reddito del primo decile della popolazione è pari a 44 volte quello dell’ultimo decile. Il caro casa è diventato ormai un problema drammatico non solo per chi ha un reddito basso, ma anche per il ceto medio: l’ex colonia britannica è infatti ai vertici mondiali per il costo degli alloggi. L’economia, fatta eccezione per la crisi asiatica del 1997 e quella mondiale del 2008, ha registrato negli ultimi decenni un tasso di crescita molto alto, inferiore solo di pochi punti rispetto a quello della Cina continentale. Negli ultimissimi anni però l’aumento del Pil si è ridotto al lumicino e tra il 2018 e il 2019 è sceso sotto zero. Tra le varie categorie colpite vi è in particolare quella dei giovani, che hanno perso le precedenti prospettive di ascesa sociale. Nonostante l’impegno a rispettare l’autonomia di Hong Kong, Pechino negli anni ha puntato costantemente a diminuirla e la posizione dei burocrati del continente è esemplificata dalle parole dello stesso Xi Jinping, che nel 2017 ha dichiarato che l’accordo “non è più pertinente”, non ha “più alcun significato concreto” e nemmeno “alcun valore vincolante”. Il Partito Comunista cinese esercita il proprio controllo sul Chief Executive e il parlamento dell’ex colonia attraverso il potente Ufficio di Collegamento con la Regione di Hong Kong, un organo del governo centrale.

Le mire egemoniche sempre più soffocanti di Pechino, e il conseguente timore di perdere ogni autonomia, hanno spinto a più riprese gli abitanti della regione a mobilitarsi in massa. Nel 2003 centinaia di migliaia di persone sono scese in strada contro un progetto liberticida di legge sulla sicurezza, riuscendo a impedirne il varo. Tra il 2009 e il 2010 migliaia di persone si sono mobilitate contro la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Canton-Hong Kong, poi comunque realizzata. Dall’ottobre del 2011 fino al 2012 vi è stato il movimento Occupy Central, che ha occupato una zona centrale della città per protestare contro le ineguaglianze sociali ed economiche. Nell’autunno del 2014 il cosiddetto Movimento degli Ombrelli ha occupato il centro della città per oltre due mesi e mezzo chiedendo libere elezioni e protestando contro il varo della norma che prevedeva il vaglio preventivo da parte di Pechino dei candidati a Chief Executive – nonostante la durata e le decine di migliaia di partecipanti il movimento ha alla fine registrato una totale sconfitta. Nel 2016 c’è stata una rivolta di due giorni dei venditori ambulanti del quartiere di Mong Kok, sostenuti da giovani militanti indipendentisti. Le mobilitazioni attualmente in corso superano di gran lunga tutte quelle dell’ultimo cinquantennio in termini sia di partecipazione che di radicalità. Un fattore importante che ha inciso sulle loro modalità è l’eredità del Movimento degli Ombrelli, che Au Loong Yu descrive con parole precise: “[nel 2014] l’entrata in scena di un numero enorme di partecipanti ai ‘nuovi movimenti’ sociali ha superato le capacità organizzative dei partiti politici e delle reti tradizionali. Agli occhi di molti nuovi e giovani partecipanti alle proteste le organizzazioni tradizionali e i loro leader mancavano di legittimità. Molti di loro hanno così aderito a quello che chiameremo il “localismo” e/o si sono opposti all’idea che un’azione collettiva debba essere guidata o coordinata da organizzazioni. L’ascesa del localismo e la sfiducia nei confronti delle organizzazioni sono, a mia opinione, le principali conseguenze negative del Movimento degli Ombrelli. Ma l’esperienza di scontro in piazza con la polizia vissuta nel 2014 ha chiaramente dato energia a molti attivisti e sempre più persone sono diventate ricettive alle azioni radicali nelle strade. Subito dopo la fine del Movimento tra i giovani vi è stata un’ondata di demoralizzazione [per la sconfitta. Inoltre] il governo ha cominciato a vendicarsi mettendo molti attivisti in prigione, e ciò ha ulteriormente esacerbato la demoralizzazione. […] La generazione degli Ombrelli ha costituito una rottura con la generazione precedente in termini di identità culturale: le nuove leve tendono molto di più a identificarsi come hongkonghesi piuttosto che come cinesi e inoltre vi è un rapporto emozionale con Hong Kong che alla generazione precedente mancava. Gli eventi di quest’anno hanno ulteriormente radicalizzato una generazione ancora più giovane. Mi ricordo che negli ultimi giorni del Movimento degli Ombrelli era stato esposto un enorme striscione con la scritta ‘Torneremo’. Ebbene, la profezia si è realizzata”.

Come sono iniziate e si sono evolute le mobilitazioni in corso

Il 12 febbraio Carrie Lam, la Chief Executive in carica dal 2017, ha presentato una bozza di legge sull’estradizione che prevede la possibilità di estradare in una serie di paesi, tra i quali la Cina Popolare, sia i cittadini di Hong Kong sia gli stranieri residenti o di passaggio nella città. La proposta ha subito suscitato ampie critiche, provenienti anche dal mondo del business, sempre timoroso per ovvi motivi di entrare nel mirino delle autorità giudiziarie di altri paesi. Lam ha quindi introdotto a marzo modifiche che tutelano in particolare gli uomini d’affari e ha presentato la legge in parlamento ad aprile con l’intenzione di farla passare prima della fine della sua sessione a metà luglio. La proposta ha però nel frattempo suscitato l’opposizione di altri settori, perché avrebbe dato mano libera a Pechino nel fare arrestare soggetti per lei politicamente scomodi. Ricordiamo che a Hong Kong hanno sede case editrici, media e accademici che pubblicano materiali critici nei confronti di Pechino, e che la città ospita decine di associazioni e ong, nonché migliaia di singoli attivisti, impegnati in particolare nel campo della solidarietà ai lavoratori della Cina continentale. I timori degli hongkonghesi sono inoltre rafforzati da episodi come quello del rapimento nel 2015-2016 da parte di Pechino di cinque librai di Hong Kong, rei di avere distribuito libri che denunciavano l’oligarchia del Pcc, portati illegalmente nella Cina continentale e lì costretti a rilasciare delle dichiarazioni di pentimento. Non vi è quindi da meravigliarsi che già a fine aprile decine di migliaia di persone siano scese in piazza contro la proposta di legge. Un altro segno di insoddisfazione è stata la partecipazione inusualmente alta, il 4 giugno, alla manifestazione per l’anniversario del massacro di Tiananmen del 1989: 150.000 persone.

Con l’avvicinarsi del termine per l’approvazione della legge, le mobilitazioni crescono e il 9 giugno si tiene un’enorme e pacifica manifestazione di centinaia di migliaia di persone, forse più di un milione, che hanno circondato il complesso del parlamento – è l’inizio del movimento in corso. Carrie Lam, con il sostegno esplicito di Pechino, ha scelto la linea dura, affermando che non avrebbe mai ritirato la proposta di legge. Il 12 giugno migliaia di giovani circondano il parlamento e si scontrano con la polizia, impedendo ai deputati di riunirsi per approvare la legge. Il 15 giugno Carrie Lam sospende (ma non ritira) la bozza di legge e si scusa di fronte al pubblico, con la speranza di fare rientrare le proteste. Ma il 16 giugno la mobilitazione è di proporzioni gigantesche, secondo gli organizzatori più di 2 milioni di persone, comunque di gran lunga la manifestazione più partecipata della storia di Hong Kong: alla richiesta di ritirare definitivamente la legge si aggiungono ora quelle di condurre indagini indipendenti sulle violenze della polizia, di rilasciare gli arrestati, e di dimissioni di Carrie Lam. Successivamente, in seguito alle repressioni, si aggiungerà anche quella di libere elezioni. L’1 luglio un’avanguardia di alcune centinaia di manifestanti, dopo un assedio di decine di migliaia di persone durato l’intera giornata, entrano per alcune ore nel parlamento dal quale la polizia si è ritirata. Nel corso dello stesso mese la radicalità delle proteste cresce e si delinea un modello che si ripeterà poi costantemente: di giorno manifestazioni pacifiche, dopo il tramonto scontri con la polizia. Quest’ultima aumenta il livello di violenza dei suoi interventi, provocando sempre più indignazione tra la popolazione generale – fallisce così miseramente in questa fase il tentativo delle autorità, amplificato dai media filo-Pechino, di dividere i settori “non violenti” da quelli “violenti” e il movimento rimane unito, ma non emerge alcun leader o forma di organizzazione che lo rappresenti.



A fine luglio la situazione si complica e radicalizza ulteriormente su entrambi i fronti. Pechino, i cui media avevano mantenuto nella Cina continentale un silenzio totale su quanto avveniva a Hong Kong, lancia una martellante campagna mediatica dai toni sciovinistico-patriottici contro le proteste e al contempo i cortei nell’ex colonia cominciano a essere regolarmente infiltrati da agenti provocatori, più volte smascherati. Bande di mafiosi armati di stanghe, che poi si esibiscono anche in una stretta di mano a un noto deputato filo-Pechino, picchiano brutalmente decine di manifestanti pacifici: è una tattica usata regolarmente dal regime di Pechino anche “a casa sua”, il più delle volte per intimorire i lavoratori in sciopero. Il movimento adotta invece la tattica di organizzare manifestazioni contemporanee più limitate ma in svariati punti della città, per disorientare la polizia. Il 5 agosto si svolge uno sciopero generale al quale prendono parte centinaia di migliaia di lavoratori, il primo grande sciopero a Hong Kong nel dopoguerra. A metà agosto i voli all’aeroporto di Hong Kong, uno dei più importanti hub del mondo, vengono bloccati per due giorni da un’occupazione. I più importanti capitalisti di Hong Kong, a giugno ancora su posizioni “agnostiche” per i motivi citati sopra, spaventati dal caos della situazione confermano definitivamente la loro fedeltà a Pechino con comunicati, inserzioni su giornali e partecipando a una riunione politica con rappresentanti del regime della Cina continentale che si svolge a Shenzhen. La Cathay Airlines, di proprietà di uno dei più grandi gruppi aziendali privati di Hong Kong, licenzia la capa del sindacato del personale di volo che aveva aderito allo sciopero generale e apre procedure contro molti altri dipendenti. Ma il 18 agosto, nonostante l’aumento delle repressioni e il divieto di organizzare cortei, una folla enorme, di nuovo sul milione, protesta pacificamente. Le altre proteste minori di questo periodo raccolgono comunque regolarmente decine di migliaia di partecipanti.

Pechino intanto ammassa decine di migliaia di uomini dei reparti antisommossa e paramilitari al confine con Hong Kong, pubblicizzando le loro esercitazioni e dichiarandosi sempre più di frequente pronta all’intervento. A fine agosto, a tutto questo si aggiungono gli arresti di importanti attivisti e deputati dell’opposizione, mentre altri vengono picchiati dai soliti gangster “anonimi”. Inoltre negli stessi giorni le autorità vietano per la prima volta non solo i cortei, ma ogni forma di assembramento. Nonostante il divieto, e le minacce di pesanti conseguenze da parte dei dirigenti scolastici e universitari, il 2 settembre decine di migliaia di universitari e liceali entrati in sciopero all’inizio dell’anno accademico scendono in strada per protestare. Carrie Lam, il suo ufficio e le altre autorità politiche sono di fatto scomparsi dalla scena per quasi tre mesi, lasciando la gestione della situazione alla sola polizia, forte di 30.000 uomini, sullo sfondo delle dichiarazioni sempre più incattivite dei vertici politici di Pechino, che minacciano un intervento diretto. Secondo gli osservatori, sulle tempistiche che la Cina continentale adotterà riguardo alla crisi di Hong Kong influiranno molto due imminenti appuntamenti: la prima settimana di ottobre, durante la quale Pechino celebrerà in grade pompa i 70 anni della Repubblica Popolare Cinese, e la seconda metà del mese, durante la quale si terrà una delicata riunione del Plenum del Comitato Centrale del PCC, rimandata da un anno senza spiegazioni.

Chi sono i manifestanti

Il movimento è completamente decentralizzato, privo di leader o portaparola, è organizzato principalmente su Internet e, a differenza dal Movimento degli Ombrelli del 2014, non ha nemmeno un nome. Formalmente le manifestazioni, almeno quelle più grandi e pacifiche, sono indette dal Fronte Civile per i Diritti Umani (CHRF), un cartello composto da una cinquantina tra associazioni varie, sindacati e partiti dell’opposizione. Questi ultimi però vi hanno una partecipazione minoritaria e in generale il CHRF, screditato agli occhi della piazza anche dalle posizioni moderate e disfattiste assunte negli anni passati, non ha alcuna presa sui manifestanti, svolge unicamente la funzione di soggetto che presenta alle autorità le richieste formali di autorizzare le manifestazioni. Vista la sua debolezza, non è in grado di dettare non solo una linea politica, ma nemmeno i percorsi dei cortei o gli slogan scanditi. D’altronde va tenuto conto che le forze di opposizione a Hong Kong hanno numeri di iscritti minuscoli, che vanno da un massimo di circa 700 per il Partito Democratico di centro-sinistra alle poche decine degli indipendentisti di destra o dei gruppetti di sinistra. La partecipazione giovanile alle manifestazioni è la più visibile, anche perché è la più esposta nel corso degli scontri, ma è alta la partecipazione anche di persone di mezza età o addirittura anziane. Come ha rilevato un’interessante indagine condotta sul campo nel mese di luglio (https://sites.google.com/view/antielabsurvey-eng), se di giorno durante le manifestazioni pacifiche gli studenti che si autodefiniscono “ceto medio” sono in maggioranza, la sera, quando si verificano di solito gli scontri, la metà dei partecipanti sono proletari.

Le cronache giornalistiche pongono regolarmente in evidenza i giovani studenti, ma va ricordato che in questi mesi a Hong Kong in realtà si sono mobilitati in massa, a volte con propri cortei e in aggiunta allo sciopero generale del 5 agosto, anche gli insegnanti, i dipendenti pubblici, i lavoratori dei settori aeroportuale e sanità (questi ultimi particolarmente attivi nel prestare assistenza come volontari ai manifestanti durante i cortei), gli avvocati, le madri, gli anziani. Ma ci sono anche scolari delle medie inferiori: l’arrestato più giovane ha solo 12 anni. Una testimonianza del sostegno di cui il movimento gode anche tra chi non vi partecipa direttamente è data dai ripetuti casi in cui gli abitanti dei quartieri in cui si sono verificati scontri sono scesi in strada infuriati non con i dimostranti, ma con i poliziotti e i loro lacrimogeni, urlando a questi ultimi di andarsene. Merita una particolare menzione la manifestazione a fine agosto di almeno 20.000 donne all’insegna dello slogan #ProtestToo, ispirato direttamente a quello femminista #MeToo, una prima assoluta in una città in cui il movimento delle donne era finora rimasto a numeri estremamente contenuti. Sono inoltre molte le donne in prima fila anche durante gli scontri, in ruoli che finora perfino i movimenti più progressisti assegnavano ai maschi. Questo maggiore ruolo delle donne sarà testimoniato dal nuovo simbolo del movimento, che gruppi di attivisti stanno realizzando grazie a una colletta: la statua della manifestante (femmina) con l’elmetto, una differenza notevole rispetto al manifestante (maschio) con l’ombrello del movimento del 2014. Lo slogan più ripetuto è “Liberare Hong Kong: la rivoluzione del nostro tempo” (questo slogan ha colpito in modo particolare un militante locale di sinistra di lunga data, abituato fino a oggi, in anni di riformismo imperante, a un ambiente in cui la parola “rivoluzione” era anatema), seguito da “Add oil!” (traducibile più o meno come “Dacci sotto!”) quando bisogna passare all’attacco e, nelle ultime settimane, da “Stop al terrore bianco” e “Cinazi”.



Questa mobilitazione di popolo rimarrà nella storia come un esempio a cui ispirarsi in molti suoi aspetti. Innanzitutto, ed è una lezione che per esempio in Europa bisogna ancora apprendere, il movimento è stato granitico nel non cedere alla massiccia campagna dei media e dei politici affinché “isolasse i violenti”, mirata a spaccare artificiosamente il fronte di chi si mobilita. Quando la prima grande campagna di questo tipo è stata avviata a fine giugno, la posizione dell’ala moderata è stata limpida: noi siamo per i metodi pacifici, ma se altri vogliono usare metodi diversi non li critichiamo, perché il nostro obiettivo è il medesimo. Tra le altre grandi capacità del movimento vi è la perfetta organizzazione della logistica e dei rifornimenti (ivi compreso dei rifornimenti di “armi improprie”); l’efficacia dell’assistenza ai feriti e a chi si sente male, grazie anche all’ampia partecipazione di lavoratori della sanità; le folcloristiche ma efficienti squadre di pronto intervento per lo spegnimento dei lacrimogeni; l’uso di maschere antigas contro questi ultimi e quello di pellicole sulla pelle/di ombrelli per proteggersi dallo spray al peperoncino; la linea di fronte che protegge dalle cariche e dagli arresti della polizia chi sta tornando a casa alla chiusura delle manifestazioni; la capacità di diversificare ogni volta gli obiettivi (per es. parlamento, mall, stazione di polizia, aeroporto, stazione della metropolitana, ufficio di rappresentanza di Pechino ecc.) e le modalità di lotta (per es. cortei di centinaia di migliaia di persone, flash mob, cortei contemporanei di migliaia di persone in svariati punti della città, blocchi stradali con barricate ecc.) per mettere in difficoltà la polizia; la capacità di coordinarsi con efficacia in tempo reale attraverso canali internet criptati e linguaggio delle mani in codice ecc. ecc. L’unico macroscopico limite è costituito dall’incapacità di creare strutture organizzative stabili e democratiche in grado di dare una maggiore prospettiva politica, ma ciò è dovuto anche dall’obiettiva mancanza di prospettive di successo per il movimento, di cui parleremo più sotto.

Prima di chiudere questa sezione, due parole sui settori filo-Pechino, che sono ampi e godono del sostegno, oltre che del potente governo centrale e delle sue strutture, della grancassa dei grandi media e dei miliardi dei capitalisti alleati con il Partito Comunista Cinese. Gli abitanti di Hong Kong nati nella Cina continentale sono molti e secondo indagini di opinione svolte a giugno, se poco meno del 55% degli hongkonghesi sono del tutti insoddisfatti dell’operato di Pechino, ci sono due settori rispettivamente del 20% ciascuno circa che lo approvano per intero o sono solo parzialmente insoddisfatti. È in gioco anche un diffuso e comprensibile timore per il caos, specie tra la popolazione più anziana, e molti vedono in Pechino l’unico soggetto in grado di ristabilire l’ordine. In questi tre mesi si sono tenute solo tre manifestazioni organizzate da potenti soggetti filo-Pechino, che nei primi due casi hanno raccolto intorno al centinaio di migliaia di persone, una cifra alta ma molto limitata rispetto alle dimensioni complessive delle manifestazioni contro la proposta di legge, soprattutto se si tiene conto degli enormi mezzi di cui dispone il settore filo-Pechino. L’ultima, ad agosto, è stata invece un flop. Il particolare più odioso di queste manifestazioni è che vengono indette a sostegno esplicito non delle autorità, locali o centrali, bensì della polizia che picchia i dimostranti.

Il contesto internazionale, la Cina

Europa e Usa

Secondo la versione ufficiale di Pechino quanto sta accadendo a Hong Kong è tutta opera di infiltrati occidentali. Nulla di più grottesco: chi mai riuscirebbe a mobilitare permanentemente con il telecomando centinaia di migliaia, e addirittura milioni, di persone dei settori più diversi per ben tre mesi? In realtà, nelle cancellerie occidentali la disattenzione e la moderazione riguardo a Hong Kong sono state generalizzate. Brilla per la sua assenza l’Ue, che ha emesso solo un fumoso richiamo alla moderazione ben due mesi e mezzo dopo l’inizio delle mobilitazioni, mentre il Regno Unito, l’ex colonizzatore di Hong Kong, si è limitato a chiedere di tanto in tanto a Pechino di non usare la mano dura, sempre con toni generici. A inizio settembre Angela Merkel, in visita a Pechino, ha rifiutato l’incontro propostole da Joshua Wong, uno dei leader dell’opposizione di Hong Kong, e ha emesso un comunicato in cui dà supporto alla legislazione antidemocratica vigente nell’ex-colonia. Gli Usa hanno preso posizione a più riprese, ma nel senso contrario di quanto sostiene Pechino. A fine giugno Donald Trump si è platealmente astenuto dal menzionare Hong Kong, come alcuni liberal hongkonghesi gli avevano invece richiesto, nel corso di un importante incontro con Xi Jinping. A luglio avanzato Trump ha definito quella in atto a Hong Kong come una “rivolta” e si è complimentato con Xi per come la stava gestendo (cioè a manganellate…). Si noti che la sua definizione delle manifestazioni come una rivolta è uno schiaffo al movimento, che chiede al Chief Executive di ritirare l’etichettatura delle mobilitazioni come “rivolta” (“riot”) formulata a giugno perché permette di condannare ogni manifestante a pene molto più dure di quelle usuali. Negli stessi giorni il Dipartimento di Stato Usa impediva a un suo diplomatico uscente di pronunciare a Hong Kong un discorso di addio perché, a quanto pare, era moderatamente critico nei confronti di Pechino. Solo verso metà agosto Trump ha accennato per la prima volta a un nesso tra guerra dei dazi e Hong Kong, lasciando intendere che se Pechino avesse applicato la moderazione nella regione autonoma ci sarebbero potute essere aperture riguardo ai dazi e affermando di volerne discutere in un apposito colloquio con Xi Jinping, proposta ovviamente rimandata al mittente. Ma probabilmente è stata solo un’uscita estemporanea, perché nelle ultime settimane il silenzio di Washington su Hong Kong è stato totale.

Cina

La Cina, che tiene le fila del potere di Hong Kong e dalla quale Carrie Lam dipende in ultimo, ha commesso una serie di mosse apparentemente controproducenti. Innanzitutto, sembra avere sottovalutato grossolanamente l’insoddisfazione e i sentimenti democratici diffusi a Hong Kong presentando la proposta di legge. Poi ha scelto una linea inamovibile nel portarla avanti in tutta fretta, cedendo alla fine in parte a giugno con la sospensione della bozza, ma negandone il ritiro e rifiutando l’apertura di un’inchiesta anche solo formalmente indipendente sulle violenze della polizia. Forse adottando una posizione più conciliante in quella fase avrebbe potuto evitare l’esplodere del movimento. Ma se i vertici di Pechino hanno fatto le scelte che hanno portato allo scontro è anche perché in ultimo hanno gravi motivi per volere mantenere a ogni costo la linea dura. Tra di essi vi è di sicuro la guerra dei dazi in corso con gli Usa, che rischia di apportare un colpo micidiale al sistema della Cina e di sovvertire la precedente pacifica divisione dei compiti tra economia americana ed economia cinese, che fino a ieri è stata il pilastro del capitalismo globale. Una guerra scatenata l’anno scorso da Trump che mette in forti difficoltà tutto il sistema economico cinese e che Pechino non avrebbe mai voluto, essendo il suo unico obiettivo quello di affermarsi sempre più come potenza all’interno del medesimo sistema capitalista. Ma la storia dei problemi critici della Cina risale a molto prima, in particolare alla crisi del 2008, con l’avvio di un indebitamento da capogiro accumulato per fare fronte a una macchina economica che perde sempre più colpi, a tal punto che da anni ormai Pechino è costretta a falsificare i dati sulla crescita dell’economia.

La stabilità interna della Cina continentale è oggi sempre più minacciata da una quantità impressionante di problemi di ogni tipo che vanno dall’accumulazione inarrestabile di debito a ogni livello, alla forte frenata dell’economia, alle sempre minori prospettive di ascesa sociale per lavoratori e giovani, al grande eccesso di capacità produttive, al drastico calo delle riserve in valuta indispensabili per fare fronte a una crisi, alla svalutazione della propria moneta e molti altri fattori ancora. Tutto questo comporta un calo di prestigio, comunque già basso, dell’immagine che Pechino ha nella sua periferia e all’estero (e di sicuro anche per quanto riguarda i propri lavoratori). I vertici del Pcc, sotto la guida di Xi Jinping, che si è fatto autodecretare presidente rieleggibile a vita, stanno scegliendo sempre più la linea repressiva e reazionaria. In particolare, hanno scatenato una vera e propria guerra contro i lavoratori, gli attivisti sindacali, gli studenti e le femministe che li sostengono. Una linea già avviata nel 2015-2016 con la grande ondata di arresti contro le associazioni impegnate nel difendere i diritti dei lavoratori (non a caso in coincidenza con un momento di acuta crisi finanziaria per il capitalismo cinese) e intensificatisi in modo impressionante nel 2018-2019 con le centinaia di arresti e sparizioni di lavoratori, attivisti sindacali e impegnati nella solidarietà ai lavoratori, gruppi marxisti critici, femministe e studenti (si veda questo nostro articolo dell’ottobre 2018 sulla prima fase di tali repressioni, che prevediamo di aggiornare). A questa stretta politica interna, si aggiunge un’ideologia ispirata a un neoconfucianesimo ultraconservatore e, da tempo, lo sciovinismo nazionalista che prende di mira in particolare Taiwan, minacciata esplicitamente di invasione militare. In questo contesto critico, Pechino non può assolutamente permettersi di mostrarsi debole a Hong Kong e deve evitare ogni effetto di contagio democratico proveniente dalla regione autonoma.

Quali prospettive?


Di norma, nelle mobilitazioni di massa del tipo di quelle alle quali abbiamo assistito ormai innumerevoli volte dal 2011, la via di uscita viene trovata sacrificando il tiranno di turno e indicendo nuove elezioni, in modo tale da spegnere ogni potenziale rivoluzionario e indirizzare la situazione verso esiti più gestibili per i cosiddetti poteri forti (ne sono esempi, tra i tanti, casi come quello della caduta di Viktor Yanukovich in Ucraina nel 2014 o della rimozione di Park Gyeun-he in Corea del Sud nel 2017). Nel caso di Hong Kong questa via non è praticabile perché, come descritto sopra, le elezioni del Chief Executive sono controllate dall’alto da Pechino e una delle richieste principali dei manifestanti è proprio la possibilità di un libero voto diretto, alla quale i vertici del Partito Comunista si oppongono categoricamente. Eventuali dimissioni di Carrie Lam, il cui mandato scade tra ben tre anni, richiederebbero nuove elezioni e quindi non farebbero altro che aprire la strada a un’ulteriore radicalizzazione del movimento. Ai burocrati di Pechino non rimangono quindi che altre due vie. La prima è quella di soffocare le mobilitazioni con la violenza, vale a dire mandando il proprio esercito oppure, come alternativa più soft in termini di immagine, inviando contingenti dei propri reparti antisommossa coadiuvati da paramilitari. Di sicuro Pechino ha già piani dettagliati nel cassetto per una tale opzione. La seconda è quella di temporeggiare ancora un po’ per dividere il movimento e farlo estinguere. E’ una tattica già in atto nelle ultime settimane. Da una parte le autorità hanno cominciato a vietare le richieste di grandi manifestazioni presentate dai moderati del CHRF (Fronte Civile per i Diritti Umani), che invece di disobbedire e confermare gli appuntamenti nonostante il divieto, li rimandano a data da definirsi. Le grandi masse non organizzate che scendevano regolarmente in piazza fino a metà agosto perdono così ogni punto di riferimento. A manifestare rimangono nelle ultime due settimane solo i giovani radicali o gli studenti, che sono tanti, decine e decine di migliaia, ma non milioni. Contemporaneamente, il regime sta procedendo a massici arresti, intensificatisi non a caso nelle ultime settimane e che prendono di mira figure di spicco dell’opposizione, o particolarmente attive proprio nell’organizzazione pratica delle manifestazioni. Oltre agli arresti, ci sono i licenziamenti o le esplicite minacce di licenziamento per i lavoratori che aderiscono al movimento.



Nel momento in cui stavamo chiudendo questo articolo Carrie Lam ha annunciato che a metà ottobre, alla riapertura del Legislative Council, la proposta di legge sull’estradizione verrà ritirata. Lam ha rifiutato ogni altra concessione. Per esempio, ha confermato che i reclami contro la polizia verranno gestiti dall’Independent Police Complaints Council (IPCC), un organo risalente all’era coloniale e i cui membri sono tutti nominati personalmente da lei. Come uniche “aperture” ha deciso di fare nei prossimi mesi un tour dei distretti locali per entrare in contatto con la gente (dovrà farlo ben protetta dai reparti antisommossa, vista la sua impopolarità) e di dare vita a una commissione di esperti che studierà i problemi sociali della città – qualcosa di simile, insomma, al “grande dibattito” varato da Emmanuel Macron per rintuzzare le mobilitazioni dei gilets jaunes in Francia, ma in forma ancora minore. Le reazioni di chi protesta sono state subito nette: il ritiro tardivo della legge dopo mesi di insurrezione non ha alcun valore, continueremo a mobilitarci per le nostre altre richieste. Lam in compenso ha incassato il totale sostegno dei capitalisti locali e anche della potente Camera di Commercio Americana a Hong Kong. La mossa di Lam è chiaramente un ulteriore tentativo di divedere il movimento senza fare alcuna effettiva concessione. Le prossime settimane diranno se la sua mossa ha avuto successo o meno. Se le proteste radicali continueranno, aumenterà il rischio di un intervento con la forza di Pechino, che non smette di minacciarlo.

Ma quali potrebbero essere le conseguenze di quest’ultima opzione per il regime centrale? Nel caso di un intervento armato, di sicuro il prezzo da pagare sarebbe molto alto (forse un po’ meno alto, per motivi essenzialmente di eco mediatica internazionale, se a intervenire fosse la polizia di Pechino, e non l’esercito). Sebbene gli Usa siano stati fino a oggi molto concilianti riguardo a Hong Kong, difficilmente rinuncerebbero a sfruttare l’occasione offertagli sul piatto di un intervento in stile Tiananmen come arma di ricatto nella guerra dei dazi. Ne risentirebbe poi il ruolo di hub finanziario mondiale di Hong Kong, essenziale sia per l’economia dell’intera Cina che per il riciclaggio dei miliardi dei burocrati e capitalisti “comunisti”. Inoltre, si aprirebbe un nuovo fronte a Taiwan, che andrà alle elezioni presidenziali il prossimo gennaio e dove, sull’onda di Hong Kong, ci sono già state un paio di grandi manifestazioni di solidarietà con l’ex colonia o contro le ingerenze della Cina continentale, mentre l’opinione pubblica si sta spostando verso i candidati più sgraditi a Pechino tanto che, sull’onda del risentimento per le politiche adottate dalla Cina continentale nei confronti di Hong Kong, anche i candidati dell’isola considerati più vicini a Pechino sono stati costretti a fare dichiarazioni contro ogni ipotesi di integrazione di Taiwan nella Repubblica Popolare in un futuro intravedibile, al fine di evitare il flop al voto. L’integrazione di Taiwan, anche con un intervento militare, è uno dei pilastri dell’ideologia nazional-sciovinista promossa da Xi Jinping. Quindi Pechino rifletterà di sicuro bene prima di intervenire direttamente con la forza. Va però aggiunto che in questo momento un intervento diretto a Hong Kong da parte di Pechino potrebbe essere anche un’occasione d’oro per Xi, che mostrando la mano forte avrebbe l’occasione di coalizzare ulteriormente intorno a sé i vertici del Partito Comunista, cosa di cui ha estremamente bisogno sia a livello interno che nel contesto della guerra dei dazi, e di incrementare la propaganda sciovinista per fare dimenticare i problemi interni, un po’ come Putin con la Crimea. Inoltre, la storia insegna che gli interventi come quello di Tiananmen nel 1989 vengono presto dimenticati dalle cancellerie occidentali, le quali oltretutto non hanno mai amato le mobilitazioni in massa dei “rivoltosi”, come Trump ha etichettato i manifestanti di Hong Kong: le ripercussioni internazionali di un intervento potrebbero quindi essere di breve durata.

Quale interpretazione delle manifestazioni?


Tra i commentatori “di sinistra” vi è stato chi ha liquidato per intero le mobilitazioni di Hong Kong e appoggiato esplicitamente i reazionari di Pechino basandosi sul fatto che nel corso del loro svolgimento in isolate occasioni alcune singole persone hanno esposto o sventolato bandiere britanniche o degli Usa. Ciò è non solo disonesto, ma anche ridicolo. Il caso più noto è quello della bandiera britannica che qualcuno ha appeso su uno scranno del parlamento quando è stato occupato per alcune ore da qualche centinaio di persone. E’ stato il gesto di un singolo durato solo qualche minuto e gli stessi dimostranti la hanno subito tolta senza incontrare alcuna opposizione. Riguardo alle bandiere Usa, sono state sbandierate in tre o quattro occasioni da qualche singolo o un gruppetto di quattro o cinque persone, evidentemente molto confuse o deficienti (o infiltrate, come gli altri falsi manifestanti colti sul fatto: le bandiere Usa sono infatti comparse solo ad agosto, subito dopo che i media di Pechino hanno smesso di tacere su Hong Kong avviando una martellante campagna interna contro le manifestazioni “organizzate dagli stranieri” e quindi le sono state utilissime in termini di propaganda). Cinque o sei persone su centinaia di migliaia, senza trovare alcuna eco nel movimento o negli slogan dei cortei. D’altronde chi vuole andare ad analizzare il comportamento dei singoli in queste enormi mobilitazioni di popolo passando in rassegna i reportage filmati, fotografici o giornalistici può trovare di tutto e di più: richiami al pacifismo di John Lennon, disabili in carrozzella che sventolano la bandiera di Taiwan, cartelli antifascisti, piccoli gruppi cattolici che cantano Alleluia al Signore, mini-dazebao con slogan rivoluzionari di Mao, scritte contro la mafia, cartelli di immigrati pakistani contro il razzismo dei datori di lavoro e chi più ne ha più ne metta. Condivise da tutti, con grande determinazione, sono solo le chiare richieste del movimento: ritiro della proposta di legge sull’estradizione, dimissioni di Carrie Lam, libere elezioni, liberazione degli arrestati, punizione dei poliziotti violenti. Condiviso solo da un settore, ma da un settore molto ampio e non di un pugno di singoli, è in secondo luogo lo slogan “Rivoluzione!”.



Altri osservatori di sinistra, non disonesti e più attenti, hanno sottolineato invece in modo particolare la presenza dal 2014 nelle mobilitazioni a Hong Kong di una componente cosiddetta “localista”. Al suo interno questa componente disomogenea si divide tra gli “indipendentisti” e coloro che sono per una non meglio definita “autodeterminazione”. Tra i primi vi sono gruppi di destra, come per esempio Youngspiration e Civic Passion, che hanno posizioni scioviniste nei confronti degli abitanti della Cina continentale, non differenziando tra grandi capitalisti, immigrati o semplici visitatori. A livello politico è importante denunciarlo e tenere questi gruppi isolati, non solo per ragioni di principio, ma anche perché la solidarietà tra oppressi di Hong Kong e della Cina continentale è fondamentale, sul lungo periodo, per ottenere sviluppi positivi. A livello di analisi è invece errato mettere un’ipoteca sull’intero movimento, come hanno fatto alcuni, a causa della presenza di questi gruppi che sono del tutto minoritari e contano ciascuno qualche decina di attivisti, in tutto al massimo un centinaio. Per fortuna non hanno avuto presa sul movimento di questo 2019, e il dato positivo è che questa è una differenza rispetto al Movimento degli Ombrelli del 2014 quando, per quanto in minoranza e ai margini, si erano fatti sentire. Nessuno dei loro slogan ha trovato eco nei cortei di quest’anno, né sono riusciti a organizzare azioni in proprio durante le mobilitazioni.

Di norma, in chiusura di un’analisi come la presente si formula qualche considerazione sulle vie di uscita “di sinistra” dalla situazione in atto. Gli osservatori più acuti, come il già citato Au Loong Yu, scrivono che per uscire dall’impasse è fondamentale la solidarietà del movimento di Hong Kong con chi nella Cina continentale lotta per la democrazia e i diritti dei lavoratori. È una posizione condivisibile in toto, ma solo se intesa come prospettiva che guarda al lungo periodo e non come la soluzione per l’oggi o un futuro immediato. Che di questa prospettiva a Hong Kong si tenga comunque conto già oggi è testimoniato dal fatto che ad agosto una nutrita serie di organizzazioni sindacali e della sinistra hongkonghesi ha emesso un comunicato unitario di solidarietà con i lavoratori, sindacalisti e studenti della Cina continentale arrestati o desaparecidos. La storia però insegna che è difficile chiedere a un movimento di massa di carattere nazionale o autonomista implicato in una situazione drammatica, che comprende il rischio imminente di un’aggressione militare, di assumersi in più l’onere di dare sostegno alle lotte in corso nel paese che li opprime. Ma, soprattutto, in questo momento è impossibile andare oltre alle dichiarazioni di principio: nella Cina continentale il regime di Xi Jinping ha messo in galera, torturato e fatto sparire i possibili interlocutori democratici del movimento di Hong Kong, distruggendone ogni struttura e canale di comunicazione. Inoltre ha scatenato una campagna sciovinista contro Hong Kong che mette a rischio l’incolumità di chiunque dissenta, in un clima di lavaggio del cervello totale.

Purtroppo il movimento di Hong Kong, in questo contesto, sembra trovarsi di fronte solo un vicolo cieco, e i suoi militanti se ne rendono conto benissimo, lo dicono anche esplicitamente (quattro di loro si sono suicidati per questo, stando ai messaggi che hanno lasciato). Se dovesse arrivare a “prendere il palazzo”, verrebbe immediatamente schiacciato dalla forza sovrastante di Pechino senza potere contare sull’aiuto di nessuno. Non può nemmeno sperare in qualche riforma effettiva che apra uno spiraglio, perché nell’immediato l’oligarchia della Cina continentale non vuole (e non può, per colpa esclusivamente sua) cedere. L’unica speranza, per i motivi descritti nel corso di questa analisi, è che questo enorme e coraggioso movimento di massa si evolva ulteriormente in una sfida capace di aprire una pericolosa breccia nel potere finora granitico di Pechino e una preziosa esperienza sulla quale costruire, in un futuro magari molto meno lontano di quanto oggi si potrebbe pensare, uno sbocco democratico e rivoluzionario. La sua lotta democratica ha fin da oggi comunque l’effetto già importante di mettere in crisi un paese, la Cina, che è una colonna portante del capitalismo mondiale e che al suo interno è all’avanguardia nell’adottare politiche reazionarie nonché nel reprimere con la violenza lavoratori, donne, minoranze e sinistra radicale.