L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 23 novembre 2019

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - I presupposti ci indicano che la Cina oggi è in vantaggio e gli Stati Uniti perderanno la loro supremazia

Cina leader mondiale nella tecnologia? I 3 punti di forza

22 Novembre 2019 - 23:20 

Cina leader mondiale nella tecnologia? I 3 punti di forza di Pechino per superare tutti, anche gli USA.


La Cina sarà a breve leader mondiale nella tecnologia? Sono almeno 3 i punti di forza di Pechino. La potenza economica asiatica potrebbe approfittare proprio di questo particolare momento storico per dare una spinta ai settori chiave del tech.

L’ambizione a conquistare il dominio globale nell’ambito della tecnologia avanzata non si è mai spenta nel progetto espansionistico cinese.

Adesso che la guerra dei dazi minaccia l’economia nazionale e la domanda interna sembra rallentare, l’accelerazione allo sviluppo tecnologico potrebbe essere un’urgenza.

La Cina leader mondiale nella tecnologia nei prossimi anni? La sfida è aperta. Soprattutto con gli USA. Sono almeno 3 i settori nei quali Pechino potrebbe avere un vantaggio.
Cina leader mondiale nelle tecnologia grazie a 3 settori chiave

La Cina sta accelerando su almeno 3 i settori considerati cruciali per lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie più avanzate.

5G, blockchain e intelligenza artificiale: ecco i punti di forza sui quali Pechino vuole scommettere per superare gli avversari statunitensi e raggiungere il primato mondiale.

Stando alle fonti cinesi, il progresso in questi ambiti sta andando avanti con successo. La Cina, infatti, sembra poter riuscire a sorpassare gli USA nell’applicazione delle tecnologie più sofisticate.

Questo anche grazie alla necessità di rispondere alle esigenze di una popolazione sempre più numerosa, per la quale la tecnologia è una soluzione per facilitare le attività quotidiane.

1.5G

È il settore dove maggiormente si sta lottando l’aspra battaglia tecnologica tra i due colossi USA e Cina. L’amministrazione Trump ha lanciato una vera e propria guerra contro il 5G cinese e ha inserito l’azienda Huawei, principale sviluppatore di questa tecnologia per la trasmissione dati, nella lista nera.

La paura statunitense è che Pechino possa costruire la più ampia rete di spionaggio e di furto di informazioni sensibili tramite il sistema di connessione mobile così capillare, veloce e avanzato.

Intanto, però, la Cina corre ed è sulla buona strada per diventare il più grande mercato di 5G al mondo. I progressi nel settore registrano già ritmi sorprendenti.

Pechino ha attivato le sue reti mobili 5G prima del previsto. Ha anche annunciato che stava lavorando su ricerca e sviluppo per le reti 6G. I servizi commerciali della connessione sono disponibili in 50 città come Shanghai, Guangzhou e Shenzhen.

Risultati importanti, e soprattutto molto più avanzati rispetto a quanto stanno facendo gli USA.

2.Blockchain

Così si chiama la tecnologia per il funzionamento base delle criptovalute. Ma non solo. La blockchain può essere utilizzata anche in altri settori, come la finanza e la gestione aziendale.

Recentemente, proprio dalle parole del presidente cinese è emersa la spinta allo sviluppo della blockchain, considerata una tecnologia preziosa e un’opportunità da non perdere.

L’accelerazione in questa direzione potrebbe portare presto la Cina a lanciare la prima valuta virtuale nazionale. Sarebbe un primato davvero strategico.

3.Intelligenza artificiale

La Cina ha annunciato nel 2017 di voler raggiungere il primato mondiale nell’intelligenza artificiale nel 2030.

In questo settori i passi avanti compiuti da Pechino sono senza precedenti. Secondo IBM Cina, il 14% delle aziende nella nazione asiatica hanno già adottato sistemi di intelligenza artificiale.

Inoltre, il tasso di inserimento di questa tecnologia è il più elevato della media globale. E restano ancora ampi spazi per crescere nel settore.

Pare dunque probabile che la Cina diventi presto leader mondiale nella tecnologia.

Le banche di Euroimbecilandia non stanno bene, per superare la crisi di profitto devono accorparsi, le banche italiane sono prede predilette

Settore bancario europeo: quale futuro?

23 Novembre 2019 - 12:55 

Francis Ellison, Gestore di portafoglio clienti di Columbia Threadneedle Investments, mette in luce come i mercati azionari europei sottoperformino quelli statunitensi. Vediamo i motivi


Dai massimi storici a 491,78 punti raggiunti a maggio 2017, le quotazioni dell’EuroStoxx Banks hanno lasciato sul terreno l’80,89% circa. 
Quello bancario è uno dei settori più penalizzati dalla grande crisi economica.

Nel 2007 le banche pesavano per il 17,6% all’interno dell’MSCI Europe Index: ad agosto 2019 invece, tale percentuale è scesa all’8,5%. Sebbene si sia verificata una nuova pesatura del comparto dovuta alle sue performance deludenti, la sua ponderazione nel listino è elevata.

Francis Ellison, Gestore di portafoglio clienti di Columbia Threadneedle Investments, sostiene che sia questo uno dei motivi principali perché le azioni europee sottoperformano quelle Usa. “Mentre l’Europa è stata tradizionalmente dominata dalle banche, gli Stati Uniti sono stati trainati dai colossi tecnologici della California”, afferma l’esperto.

Le ragioni della debolezza del comparto bancario

Per Ellison, le ragioni della debolezza del settore sono due. In primis, si devono considerare gli effetti delle politiche monetarie espansive delle Banche centrali, i quali possono creare un “rischio esistenziale” per certe parti del comparto bancario: perché infatti si dovrebbe affidare il proprio denaro a una banca quando quest’ultima fa pagare per ciò?

Un altro problema deriva dallo snellimento che ha avuto il settore negli ultimi anni, con le persone che effettuano sempre più operazioni online, senza la necessità di andare direttamente in filiale, che per le banche diventano quindi un peso eccessivo, eccessivamente rigide e costose.

Ellison sottolinea anche come ci siano troppe banche nel Vecchio Continente, con l’Euro che non ha fatto altro che far crescere la competizione e imporre tassi bassi in tutto il continente.

Il futuro delle banche

Il gestore di portafoglio clienti di Columbia Threadneedle Investments, evidenzia come il rapporto tra prezzo e valore contabile tangibile delle banche sia su livelli compresi tra quelli del 2009-2012, “in alcuni casi quotano a metà di tali valori o ancora più in basso. Uno sconto è indubbiamente appropriato per le società caratterizzate da una redditività del capitale proprio ampiamente inferiore al costo del capitale, ma la situazione ci è forse sfuggita di mano?”.

Una riduzione del numero di banche è a questo punto indispensabile, così come è successo in Irlanda o, in parte, in Spagna.

Dal punto di vista macroeconomico, un incremento dei tassi di interesse, dell’inflazione e della crescita riuscirebbe a migliorare la redditività degli istituti di credito anche se per alcuni, particolarmente esposti alle obbligazioni, ciò potrebbe determinare un rischio di erosione del capitale.

Francis Ellison afferma che questo settore debba ancora avere il suo momento di gloria, “ma gli eventuali acquirenti potrebbero anche essere motivati da questioni tattiche piuttosto che strategiche, in quanto non ci sono segnali di cambiamenti sufficienti per identificare i modelli di business veramente solidi e sostenibili caratterizzati da una crescita o da un pricing power reale e duraturo. Per questo sono necessari ulteriori interventi”.


I neoliberisti fanfulla della Lega sono l'altra faccia della medaglia del corrotto euroimbecille Pd

Quando elogia Bolsonaro perché nessuno attacca Salvini?


di Fabrizio Verde

‘Chi si assomiglia si piglia’ recita un vecchio adagio. La saggezza popolare ancora una volta si conferma utile per comprendere questioni che all’apparenza possono sembrare più complesse ma in realtà sono abbastanza facili da comprendere. Basta guardare appena sotto alle apparenze. 

Matteo Salvini con un messaggio attraverso i suoi canali social ha voluto inviare le sue congratulazioni anche a nome della Lega al presidente del Brasile, il fascio-liberista Jair Bolsonaro, che è uscito dalla piccola formazione (PSL) per formare un nuovo partito Aliança pelo Brasil (APB).

Bene, si tratta di una legittima scelta, ma chiunque decide anche solo di autoproclamarsi sovranista.

Attento quindi alla sovranità democratica, popolare e nazionale, dovrebbe stare lontano almeno un miglio da un personaggio come Jair Bolsonaro. Da quando è divenuto presidente del Brasile, solo grazie alla fraudolenta esclusione per via giudiziaria di Lula dalla contesa, Bolsonaro ha distrutto quanto costruito dal PT, in termini di autonomia e sovranità, per rendere il gigante sudamericano ridotto alla stregua di uno Stato vassallo di Washington. 

Insomma, non proprio il massimo per chi va dicendo a ogni piè sospinto che vuole salvaguardare gli interessi nazionali dell’Italia. Se il fascio-liberista Bolsonaro è il modello, tutto è più chiaro.

Il modello neoliberista non è in discussione. Forse per questo nessuno attacca Salvini quando elogia Bolsonaro?

Notizia del: 22/11/2019

Gli Stati Uniti hanno perso il mondo è multipolare

Xi, multilateralismo per un mondo di contraddizioni (2)

Xinhua
22 novembre 201914:58NEWS

(XINHUA) - PECHINO, 22 NOV - CROCEVIA STORICO "Ci troviamo in un momento in cui avvengono sviluppi cruciali nell'economia mondiale e nel panorama internazionale", ha detto Xi al recente vertice dei Paesi BRICS, che raggruppa i mercati emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.
Mentre i leader di cinque delle più grandi economie emergenti si incontravano a Brasilia, sul mondo gravavano ombre preoccupanti: le tensioni commerciali e le incertezze politiche gravavano sull'economia mondiale, alcuni politici ignoravano il fatto che il pianeta si sta riscaldando, la Gran Bretagna stava divorziando dall'Unione Europea e la Siria era impantanata in una guerra da otto anni.
Ma non era la prima volta che il presidente cinese lanciava l'allarme sulla situazione cruciale in cui si trova l'umanità.
"Che cosa è andato storto nel mondo?", chiedeva Xi in occasione del raduno annuale del World Economic Forum di Davos nel gennaio 2017: una grande domanda su cui il mondo intero rifletteva.

L'economia del debito non sta bene e il protezionismo ne è il sintomo. Crisi di sovrapproduzione

COMMERCIO INTERNAZIONALE
Il protezionismo galoppa: aumentate del 37% le merci colpite da nuovi dazi


Mentre continua il tira e molla tra Cina e Stati Uniti su quello che è al momento l’emblema di tutte le guerre commerciali, la Wto (Organizzazione mondiale del commercio) fa il punto sull’avanzata del protezionismo. Nei soli cinque mesi dalla metà di maggio alla metà di ottobre nei Paesi del G20 nuove misure restrittive all’import hanno colpito merci del valore complessivo di 460 miliardi di dollari, con un incremento del 37% rispetto ai 336 miliardi del periodo precedente (metà ottobre 2018-metà maggio 2019). La Wto osserva che un valore maggiore di nuovi dazi (481 miliardi) è stato registrato solo nel periodo maggio-ottobre 2018, quando è iniziata l’escalation delle tensioni tra Usa e Cina.

«Nuove restrizioni e tensioni sempre maggiori hanno fatto aumentare l’incertezza che avvolge il commercio internazionale e l’economia mondiale», sottolinea la Wto. La conseguenza è stata che nella prima metà del 2019 la crescita dell’interscambio globale si è ridotta allo 0,6% contro +2,4% l’anno, un andamento che ha indotto un mese fa la Wto ad abbassare le stime per la crescita del commercio mondiale a +1,2%, dal +2,6% stimato ad aprile.

Nel dettaglio, durante il periodo maggio-ottobre 2019, i Paesi del G20 hanno introdotto 28 nuove restrizioni all’import, generalmente nella forma di un aumento dei dazi, di nuovi divieti all’import o di procedure doganali più rigide. Nello stesso periodo sono state introdotte anche 36 misure che facilitano il commercio, ma riguardano merci solo per 93 miliardi, in forte contrazione rispetto ai 397 miliardi del precedente periodo.

Alla fine del 2018 la quota di commercio colpita da restrizioni introdotte a partire dal 2009 e ancora in vigore era pari a 1.328 miliardi di dollari, pari all’8,8% dell’import totale (che ammonta a 15mila miliardi), contro i 724 miliardi del 2017, pari al 5,3%. Nel 2009 erano solo 68 miliardi (0,7% dell’import). Lo stock di restrizioni in vigore nel periodo gennaio-ottobre 2019 colpiscono merci per un totale di 1.600 miliardi (quindi già oltre il 10% del totale), il che suggerisce che l’anno si concluderà’ con un nuovo forte incremento.

venerdì 22 novembre 2019

8 novembre 2019 - #TgTalk 5 - Svenduti alla finanza, con il MES -

16 gennaio 2017 - Giulietto Chiesa e Claudio Messora su UE e MES: la politica non esiste più.


Roma - la guerra della monnezza continua. Il burocrate Zingaretti vuole obbligare a individuare un sito per conferire i rifiuti pretesa da rispedire al mittente, inadempiente per anni di fare il piano rifiuti regionale e che da ultimo non concordato

Rifiuti a Roma, è scontro Raggi-Zingaretti

Sindaca: 'Indichi sito entro oggi'. Il governatore: 'Deve farlo lei'

Ennesimo scontro tra Virginia Raggi e Nicola Zingaretti sulla questione discarica a Roma. La sindaca ha inviato una lettera urgente al presidente della Regione e, per conoscenza, ai ministri dell’Interno e dell’Ambiente, chiedendo di “indicare senza indugio e non oltre la data” di oggi “un sito alternativo” dove conferire circa 1.100 tonnellate al giorno di scarti di rifiuti, “onde scongiurare una grave crisi nella raccolta” a seguito della chiusura della discarica di Colleferro.

Immediata la replica del Governatore. “Siamo alle solite. E’ noto a tutti, a me, al ministro, che la legge prevede che devono essere l’amministrazione comunale o Ama a individuare il sito in cui conferire i rifiuti – scrive – e la Regione, entro le sue competenze, qualora fosse necessario, a autorizzare il conferimento”. Zingaretti ha chiesto un intervento urgente altrimenti – ha detto – “si rischia veramente un’emergenza drammatica”. 

ANSA | 21-11-2019 16:06

L'economia del debito non sta bene - oltre la politica monetaria, del tipo fatto dallo stregone maledetto, ci vuole la politica fiscale degli stati, un sasso nello stagno che non troverà eco in Euroimbecilandia, dove lo scopo è attuare il Progetto Criminale dell'Euro

Lagarde segue orme Draghi: “politica monetaria non basta, necessario supporto politiche fiscali”

22 Novembre 2019, di Mariangela Tessa

La politica monetaria espansiva non basta. Per rispondere alle sfide odierne, in un mercato caratterizzato da forti incertezze, è necessario il sostegno delle politiche fiscali. La presidente della Bce, Christine Lagarde, nel suo secondo discorso ufficiale come presidente dell’istituto di Francoforte, segue le orme del suo predecessore Mario Draghi, sottolineando l’importanza strategica del contributo delle politiche degli Stati.

“La politica monetaria potrebbe raggiungere il suo obiettivo più rapidamente e con meno effetti collaterali se altre politiche sostenessero la crescita al suo fianco” ha detto Lagarde, sottolineando che un “elemento chiave è la politica fiscale dell’area dell’euro” e che “gli investimenti sono una parte particolarmente importante della risposta alle sfide odierne”.

Economia globale minata da fattori di incertezza

Lagarde ha poi sottolineato la persistenza di elementi di incertezze sul fronte globale.

“Siamo di fronte a un ambiente globale caratterizzato da incertezza. Ma credo che, se affrontiamo questa sfida nel modo giusto, può anche essere un momento di opportunità, ha detto la presidente della Bce spiegando che questo “richiede pensare diversamente l’Europa”.

Strategiche le politiche interne

Di fronte a queste sfide, rafforzare la domanda interna, come possono fare i paesi con surplus di conto corrente, “può proteggere i posti di lavoro quando si ferma la crescita globale”. Ciò avviene – ha spiegato – “perché la domanda interna è più legata ai servizi – che richiedono più lavoro – mentre la domanda esterna è più legata alla produzione, che richiede meno lavoro”.

Questo processo – ha aggiunto – oggi “è in atto nell’area dell’euro: la resilienza dei servizi è la ragione principale per cui l’occupazione non è stata ancora influenzata dal rallentamento globale della produzione”. Lagarde ha evidenziato “c’è anche un secondo vantaggio nel rafforzare l’economia domestica, e cioè che così si facilita il riequilibrio” fra i diversi paesi dell’Eurozona.
Confermata politica monetaria espansiva

Passando ad analizzare le politiche monetarie, Lagarde ha spiegato che “La politica accomodante della Bce è stata un fattore fondamentale di spinta della domanda interna durante la ripresa e questa posizione di politica monetaria rimane in effetto”.

“Come indicato nella forward guidance della Bce – ha aggiunto – la politica monetaria continuerà’ a supportare l’economia e a rispondere a rischi futuri in linea con il nostro mandato di stabilita’ dei prezzi. E monitoreremo costantemente gli effetti collaterali delle nostre politiche”.

Il Mes non è prestatore di ultima istanza come non è la Bce, in Euroimbecilandia, continua il Progetto Criminale dell'Euro che è quello in cui la Germania e la Francia si cannibalizzano gli altri paesi

Che cosa non va nel Mes. L’analisi di Paolo Savona

22 novembre 2019


Che cosa ha scritto l’economista ed ex ministro degli Affari europei, Paolo Savona, ora presidente della Consob, sul Mes, il Meccanismo europeo di stabilità che verrà sottoposto all’approvazione del Consiglio dei capi di stato e di governo nel prossimo dicembre.

S’inserisce un economista di primo piano, fino a pochi mesi fa ex ministro degli Affari europei nel governo Conte 1 e ora presidente della Consob nel dibattito sul Trattato Mes (Meccanismo europeo di stabilità) che sta infiammando la politica italiana sulla scia delle critiche della Lega e provocando tensioni anche nella maggioranza di governo visti gli interrogativi e i rilievi posti dal Movimento 5 Stelle.

E’ la voce di Paolo Savona oggi quella che risuona nel dibattito italiano. L’economista ha scritto una lettera pubblicata stamattina sul quotidiano Il Sole 24 Ore sul Mes, il Meccanismo europeo di stabilità che verrà sottoposto all’approvazione del Consiglio dei capi di stato e di governo nel prossimo dicembre.

I concetti clou del presidente della Consob, Paolo Savona? Eccoli:

Primo: “Resto dell’avviso che l’Italia non avrà necessità di ricorrere al Fondo perché il suo debito pubblico è solvibile e non è esposto a rischi di ridenominazione, salvo che non sia oggetto di un forte attacco speculativo mosso da istanze di un possibile guadagno o da politiche a noi contrarie che violano i fondamenti dell’Unione europea”.

Secondo: “Il Mes interviene solo come prestatore di ultima istanza, ponendo fine alla disputa sulla non indispensabilità della funzione, tesi che prevalse all’atto della nascita dell’Unione monetaria europea. Ben venga quindi lo strumento. Il problema è però se esso opererà come tale. Nel testo del Trattato la parola “condizionalità” è quella più ripetuta rispetto a tutte le altre ed è questo il nodo dell’incompletezza”.

Terzo: “Il Mes non ha questa possibilità (illimitatezza di risorse come lender of last resort, ndr) perché il suo capitale sarà di 705 miliardi di euro (l’Italia contribuirà per il 17,8%, pari a 125 miliardi, di cui 8 da versare subito) e opererà sotto incisive condizionalità. Poiché però può raccogliere fondi sul mercato, la sua inadeguatezza a svolgere la funzione di prestatore di ultima istanza può essere colmata”.

Quarto punto sottolineato da Paolo Savona: “Per garantire che l’onere non ricada sui Paesi membri del Mes, lo Stato Membro che beneficia dell’intervento deve concedere sui prestiti ottenuti una garanzia di rimborso privilegiato rispetto agli altri debiti, come già accade nelle emissioni in dollari, che hanno uno spread decisamente inferiore a quelli denominati in euro. Un meccanismo siffatto sostituirebbe la necessità di definire, come proposto nell’Annesso III del Trattato costitutivo del Mes, criteri rigidi di ammissibilità degli Stati membri a ricevere assistenza precauzionale, che comporta la sostituzione di un potere di scelta politica con regole predeterminate
rendendo rigido e quindi inefficace l’esercizio della funzione di prestatore di ultima istanza contro la speculazione; 
esso contribuirebbe anche a rafforzare l’azione di controllo della Ue sulla finanza pubblica dei Paesi membri che fanno ricorso al Fondo”

ECCO DI SEGUITO ALCUNI ESTRATTI DELLA LETTERA DI PAOLO SAVONA AL SOLE 24 ORE

Resto dell’avviso che l’Italia non avrà necessità di ricorrere al Fondo perché il suo debito pubblico è solvibile e non è esposto a rischi di ridenominazione, salvo che non sia oggetto di un forte attacco speculativo mosso da istanze di un possibile guadagno o da politiche a noi contrarie che violano i fondamenti dell’Unione europea.

È da qui che si deve partire per un giudizio sull’utilità del nuovo strumento. Ai massimi livelli politici nazionali e continentali si sente ripetere che la costruzione europea è incompleta, ma se si esce da un’incompletezza per entrare in un’altra, il problema resta irrisolto. Si hanno motivi per ritenere che il Mes si fermi a metà di una giusta strada.

Conviene partire dagli scopi del Trattato. All’art. 3, punto 1, è detto che il Mes si prefigge di disporre di fondi per dare stabilità ai Paesi membri che sperimentano o sono minacciati da severi problemi finanziari, che possono inficiare la stabilità finanziaria dell’intera euroarea o di uno Stato membro.

In altre parti è detto che il Mes interviene solo come prestatore di ultima istanza, ponendo fine alla disputa sulla non indispensabilità della funzione, tesi che prevalse all’atto della nascita dell’Unione monetaria europea. Ben venga quindi lo strumento. Il problema è però se esso opererà come tale. Nel testo del Trattato la parola “condizionalità” è quella più ripetuta rispetto a tutte le altre ed è questo il nodo dell’incompletezza.

Nel corso del secolo XIX Henry Thornton e Walter Bagehot hanno elaborato i contenuti della funzione di lender of last resort per una buona conduzione della politica monetaria e per la stabilità del mercato finanziario, evidenziando che la dotazione debba essere illimitata, per scoraggiare attacchi speculativi; e tempestiva, per rendere efficace l’intervento. Gli istituti che emettono moneta, soprattutto banche centrali, sono gli unici che hanno la possibilità di soddisfare queste due caratteristiche.

Il Mes non ha questa possibilità perché il suo capitale sarà di 705 miliardi di euro (l’Italia contribuirà per il 17,8%, pari a 125 miliardi, di cui 8 da versare subito) e opererà sotto incisive condizionalità. Poiché però può raccogliere fondi sul mercato, la sua inadeguatezza a svolgere la funzione di prestatore di ultima istanza può essere colmata.

Da ministro per gli Affari europei ho proposto che al Mes venisse attribuito il potere di risolvere il problema dell’assenza di uno European safe asset, per fermare in Europa il risparmio che si andava spostando sui titoli americani a seguito dei maggiori tassi pagati, tra gli altri, sugli American safe asset, ma soprattutto per agganciare i ricavati delle emissioni di questo strumento per avviare a soluzione gli eccessi di debito pubblico rispetto ai parametri fiscali di Maastricht. Nel mio primo incontro con il mercato da presidente della Consob tenutosi il 14 giugno scorso ho ribadito questa proposta per dare stabilità al mercato finanziario in vista della tutela del risparmio e del suo incanalamento verso gli investimenti reali.

Nell’audizione resa al Parlamento europeo in occasione della sua nomina, il presidente designato della Bce, Christine Lagarde, alla domanda n. 32 su quali fossero le sue idee sugli European safe asset, ha risposto che essi sono vitali per il buon funzionamento del mercato finanziario e l’efficienza dell’intermediazione bancaria. Aggiungo che lo strumento ridarebbe fiducia al risparmio oggi penalizzato dai tassi di rendimento negativi o positivi se legati ai rischi di mercato, un problema che la politica monetaria ha difficoltà a trattare.

Se l’emissione di un siffatto titolo, non fosse seguita da un piano serio di riciclo del contante raccolto, esso funzionerebbe come sterilizzatore della base monetaria, ossia opererebbe in direzione deflazionistica. Perciò è necessario stabilirne l’uso prima dell’avvio; la mia proposta è che il Mes diventi lo strumento europeo per affiancare la Commissione nel compito di risolvere gli eccessi di debito pubblico rispetto ai parametri stabiliti a Maastricht, concedendo crediti agli Stati che lo richiedono; ad esempio, per non andare sul mercato con titoli di Stato di nuova emissione e per avviare un piano di riduzione di quelli in circolazione. I benefici per la stabilità del mercato finanziario e bancario, nonché per il bilancio pubblico sarebbero tangibili e contribuirebbero alle riduzioni delle pressioni deflazionistiche.

Per garantire che l’onere non ricada sui Paesi membri del Mes, lo Stato Membro che beneficia dell’intervento deve concedere sui prestiti ottenuti una garanzia di rimborso privilegiato rispetto agli altri debiti, come già accade nelle emissioni in dollari, che hanno uno spread decisamente inferiore a quelli denominati in euro.

Un meccanismo siffatto sostituirebbe la necessità di definire, come proposto nell’Annesso III del Trattato costitutivo del Mes, criteri rigidi di ammissibilità degli Stati membri a ricevere assistenza precauzionale, che comporta la sostituzione di un potere di scelta politica con regole predeterminate, rendendo rigido e quindi inefficace l’esercizio della funzione di prestatore di ultima istanza contro la speculazione; esso contribuirebbe anche a rafforzare l’azione di controllo della Ue sulla finanza pubblica dei Paesi membri che fanno ricorso al Fondo.

La feccia degli ebrei palestinesi esprime corruzione avidità potere

Netanyahu accusato di corruzione, Israele nel caos politico

21 Novembre 2019 - 22:45 

In un momento in cui Israele versa nella totale incertezza politica, il primo ministro viene incriminato


Benjamin Netanyahu accusato di corruzione e frode. Il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit ha annunciato di aver aperto un fascicolo nei confronti del premier, in un momento in cui il Paese mediorientale versa in uno stato di incertezza politica.
Israele ancora nel caos

Netanyahu, che di recente dopo due mesi non è riuscito a formare un governo, ha negato qualsiasi atto illecito. Il primo ministro pro tempore afferma di essere vittima di una “caccia alle streghe” (usando un’espressione cara a Donald Trump) orchestrata dai media e dalla sinistra.

La decisione del procuratore è la prima del suo genere nei confronti di un primo ministro d’Israele. Netanyahu è al potere sin dal 2009 ed ha dominato la politica di Tel-Aviv da allora.

Una morsa che si è allentata a partire dalle elezioni di Aprile e, successivamente, del 17 Settembre, che non hanno portato a una maggioranza capace di formare un governo. Senza di esso, Netanyahu non ha potuto far passare una legge che gli impediva di essere imputato in un processo.

Anche il rivale politico Benny Gantz, ha annunciato di aver fallito nella formazione di una maggioranza. La incertezza politica in cui versa Israele sembra non potersi arrestare, e si potrebbe arrivare alle terze elezioni nazionali in un anno.
Di cosa è accusato Netanyahu

“È un giorno difficile e triste”, ha detto Mandelblit, nominato proprio da Netanyahu, annunciando l’atto d’accusa. Il procuratore ha detto di avere un obbligo nei confronti dei cittadini di Israele per assicurare che nessuno sia al di sopra della legge.

Netanyahu ha detto che non si dimetterà. Il quadro delle accuse delinea una catena di favori che il primo ministro avrebbe costruito per rimanere al potere. In un caso, Netanyahu avrebbe stretto un patto con la più grande azienda di telecomunicazioni d’Israele, Bezeq Telecom, per ottenere una copertura mediatica favorevole.

In cambio, la società avrebbe beneficiato di una serie di regolazioni per un valore di 500 milioni di dollari.


La 'ndrangheta dilaga nella massoneria, tra i funzionari pubblici, tra i liberi professionisti, tra gli imprenditori

Nicola Gratteri: ''I nuovi boss della 'Ndrangheta sono incensurati e professionisti''

Pubblicato: 20 Novembre 2019


di Davide de Bari - Video

Il magistrato a “Otto e mezzo”: “Dal M5s mi aspettavo la rivoluzione, cosa che non c’è stata”

La ‘Ndrangheta una delle mafie più potenti al mondo che è stata capace di creare una “rete invisibile” che collega narcotraffico, vendita di armi, traffico di rifiuti tossici, riciclaggio con l’imprenditoria, massoneria, finanza e politica. E’ di questo che si occupa l’ultimo libro del procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri e del professore Antonio Nicaso dal titolo “La rete degli invisibili” (ed. Mondadori), presentato ieri sera al programma televisivo Otto e mezzo condotto da Lilli Gruber. “I nuovi boss sono degli incensurati, professionisti al di sopra di ogni sospetto e muovono le fila degli utili e sono portatori d’acqua al pozzo del capo locale - ha spiegato Nicola Gratteri durante la trasmissione di La7 - Loro si trovano in Calabria, ma anche a Milano, Torino, Reggio Emilia e Verona”. Il libro di Gratteri e Nicaso parla di una ‘Ndrangheta che, nell’era digitale, dispone di tutte le tecnologie dell’alta finanza per investire, riciclare tutti i proventi provenienti dalle sue attività, come l’utilizzo delle cripto valute. E’ così che i due autori hanno voluto smascherare quella ‘Ndrangheta che si crede invisibile all’interno del mondo.

Un altro tema attualissimo, sempre legato al contrasto alla criminalità, affrontato durante la trasmissione della Gruber, è stato la prescrizione che in questi ultimi giorni è tornata alla ribalta delle cronache politiche. “Si è discusso del fatto che la prescrizione deve decorrere con la richiesta di rinvio a giudizio o la sentenza di primo grado, ma poi si è deciso su quest’ultima - ha detto il magistrato calabrese - Io penso che un discorso del genere non vada bene perché dobbiamo domandarci prima per quale motivo un fascicolo resta fermo nell’ufficio del pm per 5 anni e poi nell’armadio del giudice? Il sistema giudiziario messo così è troppo farraginoso, non è proporzionato alla realtà criminale del 2019 e quindi vanno fatte mille riforme per rivoluzionarlo, però tenendo presente la Costituzione. - ha proseguito - Ancora oggi mentre noi parliamo ci sono 4mila carabinieri che si alzano e vanno in giro a fare i notificatori in un mondo ormai concesso a internet dove basterebbe avere la posta certificata per chi ha 18 anni. Questo ho scritto nella riforma presentata qualche anno fa di cui è passato solo un articolo, quello che riguarda il processo a distanza. Un'iniziativa che ha fatto risparmiare 70 milioni di euro che possono essere utilizzati per fare concorsi per operatori, cancellieri e dirigenti. Così si deve ragionare se si vuole cambiare il sistema”. E poi ha aggiunto: “Io da M5s mi aspettavo una rivoluzione che non c’è stata e si è perso molto tempo. Le prime riforme si fanno nei primi sei mesi perché in tutti i governi man mano che passano i mesi ha sempre meno forza. Penso che si sia persa una grandissima occasione”.

L'economia del debito è in crisi profonda e allora soldi gratis regolarmente agli europei, la Helicopter Money

Soldi Gratis: Torna Ipotesi Helicopter Money. La Lagarde tra l’Eredità di Draghi ed i Falchi Tedeschi Nemici del Qe



Christine Lagarde è la nuova Governatrice della Banca Centrale Europea. Succeduta al nostro connazionale Mario Draghi, l’ex presidente del Fondo Monetario Internazionale si trova invischiata in una lotta intestina tra il solco scavato dall’ex governatore, la sua eredità, comprensiva del Quantitative easing (il cosiddetto Qe) ed i falchi di impronta soprattutto tedesca, difensori dello status quo e dell’Austerity.

L’acquisto di titoli del debito degli Stati appartenenti all’Eurozona è scattato il 2 novembre per volontà dell’ex presidente BCE Mario Draghi, condito da una politica monetaria espansiva ed una forward guidance in continuità col passato che ha scatenato alcuni tumulti anche e soprattutto all’interno delle comunità più vicine al mondo tedesco, opinione pubblica compresa.

Primi falchi sono naturalmente il numero uno della Bundesbank, Jens Weidmann ed il Governatore della Banca Centrale Olandese, Klass Knot: la spaccatura che si è consumata internamente al board prima dell’addio di Draghi, ha già mietuto alcune vittime, professionalmente parlando: le dimissioni della Lautenschlager hanno avuto parecchia risonanza. Al suo posto, sempre dalla Germania, è arrivata una personalità che potrebbe anche fare il gioco della Lagarde, ma staremo a vedere.

Tra meno di un mese, infatti, la presidente presiederà il suo primo board e dovrà affrontare tutte queste problematiche rispondendo alla forte pressione esercitate da alcune economie forti europee perché finisca questa politica monetaria espansiva.

Soldi Gratis? Helicopter Money

D’altra parte, però, c’è chi auspica davvero l’intervento ritenuto principe, ossia il cosiddetto “Helicopter Money”. Soldi gratis distribuiti in modo regolare a tutta la popolazione europea da Francoforte in modo da spingere al rialzo i consumi e dare impulso ad un tasso di inflazione che non raggiunge il valore ottimale, quello del 2%, oramai da tempo immemorabile.

Lo strumento, già paventato ai tempi dell’ultimo board di Mario Draghi e di cui avevamo reso conto in un nostro editoriale, sarebbe coordinato dalla BCE insieme ai Governi degli Stati appartenenti all’Eurozona. La Lagarde non si è mai nascosta quando ha affermato che la politica monetaria non aveva di certo esaurito le carte giocabili e le risorse disponibili, sulla falsa riga degli intendimenti di Draghi. Secondo alcuni esperti, sarebbe questo il vero lascito del nostro connazionale alla nuova Governatrice: da Francoforte, i soldi a pioggia dall’elicottero virtuale sarebbero davvero molto più di un’ipotesi per contrastare la bassa inflazione oramai stagnante da anni nonostante gli impulsi.

Le regole di un provvedimento simile sarebbero già state progettate dall’economista Stanley Fischer, ex vice presidente della Federal Reserve System dal 2014 al 2017. Praticamente, la BCE consentirebbe a tutti gli istituti bancari presenti nei Paesi dell’eurozona, di rilasciare prestiti gratuiti a tutti i cittadini residenti nell’Unione: soldi che si spera aumentino investimenti, consumi e quindi il tasso di inflazione. Il tutto, ovviamente modulato in un certo lasso di tempo e non di certo con quantitativi da nababbi.

Inflazione Europea

Contro i falchi che vorrebbero cambiare la politica monetaria ed economica della Banca Centrale Europea, si schiera al fianco della Lagarde un alleato oggettivo, obiettivo e sicuramente inconfutabile: l’inflazione europea.

Sin da quando è nata, la BCE, ha scritto nel suo Statuto che la sua opera è tesa a salvaguardare il valore ottimale dell’inflazione e monitorarlo all’interno dell’Unione Europea. Questo valore, danni non arriva alla soglia ottimale del 2%, ma si attesta su valori veramente bassi, sintomatici di un malessere generale in tutta Europa.

Il dato dello 0,7% di inflazione registrato nell’Eurozona, è il valore più basso registrato da novembre 2016 ed era anche stato sovrastimato in precedenza, dato che si prevedeva un tasso pari allo 0,8%. Rispetto allo scorso anno, valutando lo stesso arco temporale, il tasso di inflazione è diminuito, in soli 12 mesi, di 1,6% dal 2,3% fissato ad ottobre 2018.

L'economia del debito non sta bene - dalla Cina agli Stati Uniti al resto del mondo non se ne vuole uscire

La Cina rallenta l’economia per salvare le banche sull’orlo del collasso: così minaccia la tenuta finanziaria globale

20/11/2019 11:48:35 PM 

Il presidente cinese Xi Jinping. Foto di Feng Li/Getty Images

E sono cinque. Mentre il tema Cina veniva declinato a livello mediatico mondiale attraverso la lente prospettica delle rivolte di Hong Kong o dell’ormai farsesco balletto di stop-and-go sull’accordo commerciale con gli Usa, Pechino silenziosamente salvava e – di fatto – nazionalizzava la quinta banca dalla scorsa primavera. Dopo Baoshang Bank, Bank of Jinzhou, Heng Feng Bank e Henan Yichuan Rural Commercial Bank, lo scorso fine settimana è stato il turno di Harbin Bank, principale istituto del Nord-Est del Paese con assets in gestione per 622 miliardi di yuan. Per salvare le apparenze, i sei investitori privati che gestivano il pacchetto di controllo hanno parlato di “trasferimento” e non vendita di quote ma la realtà è che ora il 48% della banca fa capo a due entità direttamente riconducibili al governo, la Harbin Economic Development & Investment e l’Heilongjiang Financial Holdings Group.

Il problema? Sempre lo stesso, aumento delle sofferenze a livello non più sostenibile. O, usando una terminolgia più tecnica, deterioramento della qualità degli assets. Ma in questo caso, a fare colpo è il fatto che Harbin Bank sia stato l’istituto di riferimento di Xiao Jianhua, potentissimo oligarca cinese sparito all’inizio del 2017, quando cominciava a essere inseguito da un esercito di creditori e grandi investitori privati. E anche la prima banca salvata dal governo, Baoshang Bank, aveva visto transitare sui suoi conti il denaro del chiacchierato uomo d’affari di Hong Kong.

In un capolavoro di formalità da regime, Pechino, nell’annunciare l’operazione, si è ben guardata dal nominare Xiao Jianhua, le cui tracce si fermano a quasi tre anni fa, quando abbandonò la ex colonia britannica per entrare nella Cina continentale. Pessima scelta. Insomma, anche a fronte di una ratio fra assets totali e capitalizzazione di mercato per le prime quattro banche del Paese scesa al minimo storico (5,8% nel terzo trimestre di quest’anno, sintomo di un deterioramento di bilancio inquietante), la Cina sembra sempre pronta a tamponare le falle nel suo universo creditizio.

Ma per quanto? E quali rischi potenziali si corrono? Una prima idea prospettica ce la offre questo grafico


il quale mostra la ratio fra depositi nelle banche cinesi e statunitensi: le prime siedono su qualcosa come oltre 27 trilioni di dollari, mentre le seconde meno della metà, a quota 12,43 trilioni. Una cosa appare certa: Pechino non può permettersi nemmeno la percezione di fragilità del proprio sistema bancario, pena un effetto “palla di neve” sulla corse agli sportelli. A quel punto, sarebbe valanga. Seconda criticità è quella legata a questo grafico


elaborato da Saxo Bank e relativo alla cosiddetta Credit intensity dell’economia del Dragone. Ovvero, prima della crisi del 2008 la Cina necessitava come economia di una unità di credito per generare una unità di Pil. Oggi quella proporzione vede le necessità creditize salite a 2 e mezzo per generare una singola unità di crescita economica: il problema, in sé, non esisterebbe, stante l’attivismo della Banca centrale cinese. Ma si sa che l’eccesso di credito crea bolle e distorsioni, tanto che oggi in Cina i debiti pubblico e privato sono ai massimi record, rispettivamente al 51% e 53% del Pil, mentre la ratio di servizio del debito per le aziende è ormai al 19,7% di media. Insostenibile, soprattutto alla luce di un sistema bancario che comincia a rimandare sinistri scricchiolii.

Ma ecco che questo terzo grafico


mostra il cosiddetto silver lining: il driver chiave ma, soprattutto, l’elemento di equilibrio dell’intera economia/società cinese sta nel comparto real estate e non in quello finanziario come negli Usa, dove il 71,7% della ricchezza privata è investita in equities e non in immobili come per il Dragone. E finora, da quel settore non giungono ancora notizie troppo allarmanti, visto che in settembre su base annua il dato di crescita generale viaggiava poco sopra il 10%, nonostante i primi rallentamenti nella fascia più bassa delle aree urbanizzate, la cosiddetta Tier 4. Ecco che però, qualcosa, pare oscurare l’orizzonte anche di questo contrafforte dell’economia cinese.

Come mostrano questi grafici



basati sugli ultimi dati del colosso del real estate commerciale Cbre e riportati da Bloomberg, gli spazi destinati ad uso ufficio nel terzo trimestre di quest’anno hanno subito un’impennata del +21,5% nelle 17 principali città del Paese, la lettura peggiore dalla crisi finanziaria del 2008. E come mostra il secondo grafico, il paragone con gli altri grandi hub del business mondiali appare sconfortante. A pesare, inoltre, ci ha pensato negli ultimi mesi anche la crisi che ha colpito WeWork, visto che stando a un’inchiesta del Financial Times è proprio la Cina l’epicentro dell’implosione del business dell’unicorno del co-working, tanto che a Shanghai su 43.600 desk installati, il tasso di quelli rimasti vuoti a ottbre ha toccato il 37,5%, mentre a Shenzhen l’emorragia si è fermata al 22,1% ma ha toccato addirittura il 78,5% nell’area centrale di recente espansione dello Xi’an.

Prima crepa di un danno strutturale più grande? Difficile dirlo. Qui, però, entra in campo una teoria che, se non fosse avvalorata en plein air da soggetti certamente non tacciabili di tentazioni dietrologiche, avrebbe il sapore del complottismo. Ecco come Saxo Bank conclude infatti il suo ultimo report sulla Cina: “L’alta intensità del credito combinata con la resistenza del comparto real estate spingerà la Banca centrale cinese a optare per una posizione di attesa fino almeno alla fine di quest’anno e di adottarne una ad hoc e molto calbrata nel 2020, se necessario”.

Ovvero, scordiamoci – almeno per ora – una manovra di stimolo monstre da parte della Pboc che veda ancora una volta Pechino come capofila del Qe sincronizzato mondiale. La pensa così anche Eric Peters, guru dell’hedge fund One River Asset Management, a detta del quale “la Cina sta deliberatamente rallentando l’economia nella speranza di guadagnare tempo per stabilizzare la sua economia e le criticità strutturali interne. Con il 320% di ratio debito/Pil, ogni errore può tramutarsi in catastrofe. Pechino, già oggi, potrebbe annunciare stimoli monetari alluvionali o tagliare i tassi con il machete ma non lo fa. La crescita incrementale a livello globale non è trainata e creata da Fed, Bce o Bank of Japan ma solo dalla Cina. La quale sta rallentando, come scelta precisa. Soltanto una contrazione del settore real estate potrebbe costringere Pechino a stimolare in maniera decisa”.

Insomma, il cerchio pare chiudersi. Partendo dalle banche in crisi che sono la dinamo creditizia del settore, fino ai cittadini che sono correntisti e proprietari di immobili al tempo stesso. Per Saxo Bank, “contrariamente ai periodi di rallentamento economico precedenti, come il 2008-2010 o il 2016, la Cina difficilmente salverà l’economia mondiale ancora una volta. E senza l’operatività monetaria e di stimolo del soggetto che nell’ultima decade ha creato il 60% di tutto il nuovo indebitamento mondiale, non può esserci ripresa economica per nessuno”. Alla faccia dei vari Qe già attivi, sotto varie forme e con diverse terminologie.

E, tanto per gettare benzina sul fuoco dell’intrigo, sempre Eric Peters si chiede “come sia accettabile che Msci e Bloomberg/Barclays, attraverso i loro indici, abbiano di fatto obbligato i pensionati di tutto il mondo a finanziare il Partito comunista cinese. Di fatto, perpetuando lo status quo”. Il motivo? I cosiddetti passive retail retirement savings, ovvero investimenti non professionali, né speculativi che per le scelte dei principali gestori oggi si trovano “intrappolati” nel mercato equities e obbligazionario cinese, visto che – ad esempio – nel marzo di quest’anno Msci ha quadruplicato la quota delle equities cinesi onshore sui suoi indici, mossa che in base ad alcuni calcoli empirici ha garantito ha Pechino l’afflusso forzato di risparmi esteri pari a 80-125 miliardi di dollari nel suo mercato azionario. Mentre sempre a marzo, Bloomberg/Barclays ha introdotto una ponderazione del 6% al mercato obbligazionario onshore cinese (controvalore di 13 trilioni di dollari) per il suo Global Aggregate Index, scelta che ha generato per Pechino altri 125-150 miliardi di dollari di inflows esteri “forzati”. Più che a una guerra commerciale o addirittura a uno scontro di civiltà, siamo quindi forse di fronte alla madre di tutti i do ut des per la sopravvivenza stessa di un sistema basato sul debito?

L'Euroimbecilandia paga la Polonia affinchè assorba le merci tedesche. Gli euroimbecilli italiani, compresi i fanfulla della Lega tradiscono gli italiani e non fanno gli Interessi Nazionali

LA MEMORIA CORTA DEI POLACCHI
Pubblicato 21/11/2019
DI ALBERTO NEGRI


Gli italiani hanno contribuito finanziariamente più di chiunque altro al crollo della Cortina di Ferro ma nessuno, a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, ha voglia di ricordarlo.

Gli italiani hanno contribuito finanziariamente più di chiunque altro al crollo della Cortina di Ferro ma nessuno, a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, ha voglia di ricordarlo. In Polonia adesso si bruciano le bandiere dell’Unione europea, si intonano cori anti-semiti e si nega il collaborazionismo con i nazisti nei campi di sterminio.
Ma i polacchi nel 2017 hanno ricevuto dalla Ue 11,9 miliardi di euro e ne hanno ridati indietro al bilancio comunitario solo 3. Inoltre non hanno neppure l’euro. Se proprio vogliono possono fare la loro Brexit: restituiscano un po’ di soldi e poi escano pure. Già che ci siamo magari possono anche ridare i miliardi dei risparmiatori bruciati nel fallimento del Banco Ambrosiano e dati dal Papa polacco a Solidarnosc per favorire la loro libertà: il più grande crack bancario italiano.
Ma ormai qui ci siamo bruciati anche gli ultimi residui di materia celebrale. Diamo retta a governi e Paesi di memoria corta, come la Polonia e l’Ungheria, scivolati nel più retrivo sciovinismo e nazionalismo, che non partecipano alla distribuzione europea dei profughi, che esaltano il fascismo e negano persino di avere collaborato, come la Polonia, ai campi di concentramento nazisti.
Ma il peggio è che li finanziamo pure con i nostri soldi perché la Germania della cancelliera Merkel li vuole sempre dentro l’Unione europea in quanto mercati assai importanti per le esportazioni tedesche. E’ giusto fare anche le pulci al bilancio dell’Italia ma ogni tanto Bruxelles dovrebbe intervenire per frenare la deriva di questi Paesi che invece di essere puniti per i loro comportamenti vengono premiati dai fondi europei.
Se l’Italia fosse un Paese degno dovrebbe schierarsi apertamente contro Varsavia e Budapest ma questo governo non lo fa perché ha paura di regalare voti a Salvini che ama così tanto il governo polacco e l’ungherese Orbàn, pur essendo costoro contro i nostri stessi interessi.
Ma questo succede quando si vive nell’ignoranza più completa che porta poi a derive inarrestabili. I polacchi si devono essere dimenticati che il loro vero capo di stato, quello che li ha portati avanti, è stato Papa Karol Wojtyla. Ha fatto più il Papa per la Polonia e per far cadere il Muro di Berlino degli Stati Uniti: il bello è che tutto questo è stato pagato con i soldi dei risparmiatori del Banco Ambrosiano.
Gli anni Ottanta iniziarono con le manifestazioni e gli scioperi ai cantieri navali di Danzica che costrinsero il regime comunista di Jaruzelski a concedere l’organizzazione di sindacati autonomi. Così nacque Solidarnosc, fondato da Lech Wałęsa, i cui destini si incroceranno con quelli di Wojtyla. Quella di Solidarnosc fu un’esperienza che forse sarebbe stata impossibile senza i finanziamenti vaticani.
E da dove venivano i soldi del Vaticano? Ma dallo Ior, guidato dal vescovo Paul Marcinkus, e dal Banco Ambrosiano. Marcinkus coinvolto nello scandalo del crack del Banco Ambrosiano, fu poi raggiunto nel 1987 da un mandato di cattura evitato solo grazie al passaporto vaticano.
Il più grande successo politico di Wojtyla, e quindi occidentale, è stato il risultato di oscure trame finanziarie che videro tra i protagonisti anche la Loggia massonica P2 di Licio Gelli, l’Opus Dei e Roberto Calvi, il “banchiere di Dio” capo dell’Ambrosiano trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Emblematica una frase di Licio Gelli, gran maestro della Loggia P2, che afferma: “Nel settembre 1980 Calvi mi confidò di essere preoccupato perché doveva pagare una somma di 80 milioni di dollari al movimento Solidarnosc e aveva solo una settimana per versare il denaro”.
Il castello di carte dell’Ambrosiano crollò nel 1981 con la scoperta della loggia P2 che lo proteggeva: Calvi, rimasto senza protezioni ad affrontare lo scandalo, cercò l’intervento del Vaticano e dello Ior ma poco meno di due mesi dopo, il 21 maggio 1981, venne arrestato per reati valutari, processato e condannato.
Il 18 giugno 1982 Calvi viene ritrovato impiccato sotto un ponte di Londra.
Quattro giorni dopo la misteriosa morte del banchiere il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, su proposta della Banca d’Italia, allora guidata da Carlo Azeglio Ciampi, disponeva lo scioglimento degli organi amministrativi dell’istituto. Sul Banco gravava un buco finanziario di 1.200 miliardi di lire, uno dei più grandi crack della storia italiana. Sarebbe interessante che i polacchi, ancora fuori dall’euro e affezionati allo zloty, si studiassero questa bella storia, magari per riflettere un po’ prima di bruciare una bandiera europea. E visto che sono anche dei devoti accendano un cero al beato Giovanni Paolo II in memoria dei risparmiatori e degli azionisti buggerati nel fallimento del Banco Ambrosiano.

Chi si fida degli Stati Uniti in Medio Oriente, chi si fida degli Stati Uniti nel mondo?

Le vere ragioni della protesta in Iran



Se in Italia aumentasse, senza troppe giustificazioni, il prezzo della benzina del 50% cosa accadrebbe? Una rivolta di piazza. Ed è questo che è avvenuto in Iran, dove per altro il Paese cammina su enormi riserve di petrolio e di gas ma, strangolato dalle sanzioni americane e dall’embargo, in un anno ha dovuto più che dimezzare le esportazioni di oro nero e quindi le sue entrate.

Qualunque regime, dovendo prendere una decisione di questo genere, si sarebbe attrezzato: era evidente che un’impennata di questo tipo del carburante, tagliando i sussidi statali, avrebbe generato proteste che poi sono state affrontate dalla forze di sicurezza con dozzine di morti.

La domanda

Questa è la vera domanda che ci dobbiamo fare. Perché un regime di solito molto accorto come quelli iraniano, che tiene strettamente sotto controllo la popolazione, non ci ha pensato?

E’ ovvio che ci ha pensato. Allora bisogna chiedersi quali sono i veri motivi che lo hanno indotto a prendere una misura così impopolare.

Prima ipotesi

Una prima ipotesi è che la Guida Suprema Alì Khamenei non avesse altra scelta di fronte alle difficoltà finanziarie del Paese. Le sanzioni americane stanno di fatto soffocando l’economia iraniana, il cui Pil è in discesa quest’anno di oltre il 9 per cento. L’export è crollato dell’80% e il rial, la moneta locale, è in caduta libera. A questo vanno aggiunti un’inflazione galoppante (+35%) e un tasso di disoccupazione che, tra i giovani, supera il 30%. Questo basta a spiegare perché tra le persone arrestate, la stragrande maggioranza abbia meno di 25 anni.

Mai, neppure durante la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein negli anni ‘80 la Repubblica Islamica si era trovata ad affrontare una congiuntura economica così difficile, denuncia il Fondo monetario internazionale. In realtà durante la guerra la situazione era ancora più dura ma veniva giustificata dalla difesa del Paese. Allora vedevo nei negozi di Teheran gli scaffali vuoti ma la gente sopportava perché il conflitto era tra arabi e persiani e oltre che sull’Islam il regime di Khomeini faceva leva sulla mobilitazione nazionalistica.

Seconda ipotesi

Una seconda ipotesi, quella forse più probabile, è che i vertici sapessero perfettamente che il governo del presidente Hassan Rohani, un conservatore moderato, sarebbe stato messo spalle al muro dalle manifestazioni di piazza.

E’ quindi possibile che la Guida Suprema Ali Khamenei abbia voluto mettere in difficoltà un esecutivo che da tempo appare nel mirino di quelli che hanno veramente il potere, cioè i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, i militari.

L’ipotesi è che siamo di fronte non solo a proteste popolari assolutamente comprensibili ma anche a un lotta di potere sotterranea i cui contorni non sono ancora chiari.

Il resto

Poi naturalmente c’è tutto il resto: la decisione di Trump di stracciare l’accordo del 2015 sul nucleare ha strangolato economicamente una potenza regionale già impegnata da affrontare la guerra in Siria, le rivolte in Iraq e la crisi degli Hezbollah in Libano. L’Iran è un Paese sovra-esposto e tutti questi impegni militari e politici hanno drenato enormi risorse.

Per la prima volta Teheran è sotto attacco in due paesi in cui l’influenza iraniana è pervasiva, in particolare l’Iraq dove il regime iraniano sciita è nel mirino delle proteste popolari.

Questi sono i veri argomenti in gioco. Al fondo della questione c’è il dibattito sulla possibilità o meno di riformare un sistema che a 40 anni della rivoluzione contro lo Shah mostra la corda.

La propaganda di Usa e Israele

Poi c’è il versante della propaganda che viene sfruttato da Stati Uniti e Israele. “Gli Usa - ha dichiarato il segretario di Stato Pompeo rivolgendosi ai manifestanti iraniani - vi ascoltano, vi sostengono, sono con voi”. Di fatto Washington importa solo la destabilizzazione dell’Iran: con le sanzioni gli americani intendono soffiare sul fuoco e mettere Teheran al tappeto. Gli appelli americani possono avere qualche effetto ma non più di tanto: chi si fida più degli Usa di Trump dopo quanto accaduto ai curdi siriani e prima ancora durante le primavere arabe? Se è vero che l’Iran è difficoltà, in Medio Oriente nessuno sano di mente potrebbe fidarsi degli americani.

giovedì 21 novembre 2019

ebrei-statunitensi uniti a rubare terra acqua tradizione cultura ai palestinesi

Onu, colonie di Israele sono illegali

'Decisione Usa ultimo chiodo bara soluzione a due Stati'


Redazione ANSAROMA
20 novembre 201915:50NEWS

(ANSA) - ROMA, 20 NOV - L'Onu ha ribadito che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali e violano il diritto internazionale. La presa di posizione delle Nazioni Unite arriva dopo la dichiarazione di Donald Trump secondo cui per gli Usa le colonie non sono più contrarie al diritto internazionale. "La decisione del governo degli Stati Uniti è probabilmente l'ultimo chiodo nella bara della soluzione a due Stati", ha detto il rappresentante speciale Onu per i diritti umani nei territori palestinesi, Michael Lynk.

http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2019/11/20/onu-colonie-di-israele-sono-illegali_da257f19-f739-4a77-8f52-2f0493cb2c56.html

Roma riesce a dare lavoro a tempo indeterminato

In arrivo a Roma 325 nuovi agenti della Polizia Locale. Raggi: “Li invieremo prevalentemente nelle periferie. Dovranno essere un punto di riferimento costante per i cittadini”



“Sono in arrivo 325 nuovi agenti della Polizia Locale, che si aggiungeranno ai 1.000 che abbiamo già assunto. Li invieremo prevalentemente nelle periferie per presidiare i nostri quartieri”. E’ quanto ha annunciato la sindaca di Roma, Virginia Raggi, con un post sulla sua pagina Facebook. “Ieri abbiamo convocato, presso gli uffici del Dipartimento Risorse Umane, gli idonei – scrive ancora la Raggi – ancora presenti nelle graduatorie del concorso per la Polizia Locale. L’Assessore al Personale Antonio De Santis ha spiegato loro che la graduatoria verrà esaurita e che quindi saranno assunti tutti a tempo indeterminato. Si tratta di un ulteriore tassello nel processo di rigenerazione del corpo di Polizia Locale, già rinvigorito con l’assunzione di mille nuovi agenti inviati tutti in strada sulla base dei fabbisogni specifici nei singoli Municipi. La presenza dei vigili in città deve continuare a crescere. Vogliamo che i cittadini vedano gli agenti come un punto di riferimento costante nei quartieri, veri e propri alleati su cui far affidamento”.

Roma ne è piena - La burocrazia sposata all'incompetenza è da rottamare, dirigenti per appartenenza a cordate, clan, famigli, massoneria, mafia, consorterie

LA SINDACA ASCOLTA IL TEMPO

Virginia Raggi fa neri i burocrati
e salva il pasticcere

di Franco Bechis
f.bechis@iltempo.it

20 NOVEMBRE 2019


Da un anno e mezzo aveva bloccata la pratica a Roma per aprire una pasticceria. L'imprenditore Nicola Salvi racconta la sua storia a Il Tempo che la fa sapere subito alla sindaca di Roma. Virginia Raggi in poche ore sblocca la pratica e fa neri i burocrati. Ecco come è andata.

Il giorno dopo avere raccontato la storia di Emilio Perazzola, l'imprenditore che voleva aprire un supermercato ma non può farlo perché per sei mesi la Regione Lazio ha congelato ogni autorizzazione, mi ha scritto un altro piccolo imprenditore- Nicola Salvi, con una storia ancora più incredibile. La spiega nel dettaglio la nostra Damiana Verucci in un altro articolo oggi, ve la riassumo qui in poche parole. Nicola ha creato una piccola società, la Grezzo Row Chocolate, che apre punti vendita di pasticceria destinata ai celiaci. Lo fa in tanti posti, aveva adocchiato la possibilità di aprirne una nel centro di Roma. Fa tutte le domande del caso, e si incardina la sua richiesta per avere autorizzazione nel marzo 2018. Quando sta per arrivare, la doccia fredda: nuovo regolamento del comune di Roma che vieta aperture nel centro storico per tre anni, a dire il vero con il buon proposito di mettere un freno al pullulare di mini market in genere aperti da ragazzi del Bangladesh o comunque da immigrati ben organizzati, che non sono proprio il massimo bel vedere a Fontana di Trevi, piazza Navona o di fianco al Pantheon. Il nostro Nicola però la domanda l'aveva fatta prima di quel regolamento, e non apre un mini- market. Oltretutto convinto che si trattasse di un passaggio quasi automatico, ha chiesto un mutuo per il locale e avviato la ricerca di personale. Spiazzato da quello stop, prova a chiedere comunque una autorizzazione in deroga visto il suo tipo di produzione che avrebbe anche un valore sociale. Passa un anno e mezzo parlando con il funzionario di turno che dice sempre “ci siamo quasi”, ma poi nasce un nuovo intoppo. L'ultima volta un funzionario zelante chiude ogni porta: “Mi spiace, ma nel frattempo è stata fatta una nuova legge regionale sul commercio che ha congelato ogni autorizzazione per sei mesi, e quindi bisognerà riparlarne nel 2020”. Lui disperato ci ha scritto, ricordando come a Milano il punto vendita lo ha aperto in poche settimane di pratiche.

Ieri ho girato la lettera di Nicola con la sua storia a tutti i leader politici nazionali, a ministri della Repubblica, a parlamentari romani e alle istituzioni coinvolte. Il primo a rispondermi è stato Carlo Calenda, che mi ha chiesto di fargli scrivere dall'imprenditore per provare per avere tutti i particolari e cercare di risolvere il suo problema. Un politico pratico e disponibile, e non è così comune. Un ministro mi ha risposto: “E che c'entro io?”, e ho replicato che c'entra eccome, perché invece di discutere di sciocchezze e slogan avrebbero dovuto dedicare un consiglio dei ministri a questa storia e al regolamento sul commercio della Regione Lazio che ferma il Pil per sei mesi, perché lì c'è la spiegazione più chiara dell'Italia che non cresce e non funziona, delle leggi che diventano slogan del legislatore ma non aiutano mai la vita dei cittadini. Ma non ha capito, pazienza. Roberto Morassut e Massimiliano Smeriglio si sono fatti in quattro per farci avere una risposta dalla Regione, e con molta cortesia lo staff di Nicola Zingaretti ce l'ha fatta pervenire, sostenendo che il nostro Salvi non può essere bloccato per la nuova legge regionale sul commercio, perché la domanda per aprire l'ha fatta prima. Ho scritto personalmente al sindaco di Roma, Virginia Raggi, che si è subito attivata per chiarire il caso, e con il suo staff ci ha messo in contatto con l'assessore allo sviluppo economico e turismo di Roma, Carlo Cafarotti, che si è perfino scusato per la risposta errata fornita da quel funzionario che bloccava ancora una volta tutto prendendo a pretesto il regolamento regionale. Alla fine ci hanno informati che la pratica di Nicola approderà finalmente in giunta venerdì prossimo, e se non ci saranno pareri contrari l'autorizzazione finalmente arriverà. Devo aggiungere che più volte nella giornata di ieri la sindaca Raggi mi ha scritto per sapere se il caso si stava risolvendo. Le fa onore, e non posso che ringraziarla per l'interessamento diretto che però non sempre si può cercare.

Naturalmente né Zingaretti né la Raggi possono sapere quel che avviene negli uffici comunali e regionali dove purtroppo saranno tanti i casi simili a quello di Emilio e Nicola. E la maggiore parte dei nostri parlamentari e ministri non ha la minima idea del calvario che un cittadino deve affrontare anche quando deve investire dei suoi soldi, con un ritorno che può avere tutta la comunità. Consiglierei a tutti un buon bagno di realtà, perché finché si sciorinano slogan sulla burocrazia non si risolve proprio nulla. Sono queste storie- ogni singolo calvario di una persona- a rendere chiaro di cosa stiamo parlando. Grazie per averci dato una mano- speriamo- a risolvere il caso Salvi (a questo servono davvero i giornali), ma resta insoluto il problema principale di Emilio, quello della legge regionale che congela il Pil per sei mesi vietando l'apertura di qualsiasi esercizio commerciale di qualche importanza. Faccio quindi un appello a Zingaretti, che anche se è un po' distratto dalla fuffa delle liti di maggioranza e dalle piccole cose del governo nazionale, resta pure sempre il presidente della Regione Lazio: usi quel buon senso che la politica e i funzionari pubblici fuggono come fosse la peste. E con buon senso stabilisca che fino a quando i suoi assessori e uffici regionali non vareranno il regolamento attuativo della nuova legge sul commercio, resta in vigore la normativa precedente sulla cui base si possono dare tutte le autorizzazioni lecite. Caro Zingaretti, riesce a immaginare cosa accadrebbe se tutti i comuni e le Regioni di Italia si comportassero come sta facendo la Regione Lazio? A ogni nuova norma, sei mesi di stop a tutte le attività di settore. Sa cosa accadrebbe al Pil italiano? Saremmo in grave recessione, e a nulla varrebbero le aspirine immaginate nella attuale manovra economica. Ecco, invece di inseguire gli emendamenti a quella piccola cosa, si concentri sul commercio nella Regione Lazio. E vedrà che la crescita la aiuterà assai di più insegnando un po' di buon senso ai suoi assessori e funzionari. Ci prova?

Diritto internazionale fottiti gli ebrei palestinesi feccia

Mosca condanna gli attacchi di Israele contro la Siria: "Sono scorretti e contro il Diritto internazionale"


L'attacco lanciato dagli aerei israeliani contro Damasco ha lasciato diversi morti tra la popolazione civile, secondo i media siriani

Il ministero degli Esteri russo ha dichiarato che l'attacco aereo israeliano della scorsa notte alla periferia di Damasco è un passo "sbagliato" che contraddice il diritto internazionale. 

"Studieremo le circostanze, ma tutto ciò è molto scorretto", ha dichiarato il vice cancelliere russo rappresentante speciale della Russia per il Medio Oriente e i paesi africani, Mikhail Bogdanov.

Le difese aeree del paese arabo sono state in grado di distruggere la maggior parte dei missili lanciati dagli aerei israeliani contro la capitale siriana prima che raggiungessero i loro obiettivi.

L'agenzia siriana SANA ha riferito che due civili sono rimasti uccisi e molti altri sono rimasti feriti nell'attacco. L'agenzia ha pubblicato un video che mostra il presunto momento in cui il sistema di difesa antiaerea siriano ha intercettato un proiettile nel cielo.

Notizia del: 20/11/2019

Una classe politica corrotta che tradisce l'Italia

Inizia ad emergere la verità. Ilva "perde soldi" per il saccheggio della multinazionale Arcelor-Mittal


di Giuseppe Masala

Lascia davvero esterrefatti leggere dell'ispezione in corso della Guardia di Finanza all'Ilva. Da quello che si apprende i militari starebbero indagando sul fatto che l'azienda comprasse a prezzi maggiorati le materie prime di lavorazione (non è chiaro se attraverso intermediari situati in paradisi fiscali, chiaro segno questo della costituzione di fondi neri) e svendeva il prodotto finito a prezzi stracciati ad aziende del gruppo Arcelor-Mittal. Sulla scorta di queste sole notizie credo che il Governo dovrebbe interrompere qualsiasi contatto con l'azienda franco-indiana perchè non ci sono le condizioni minime per parlare. Uno stato democratico non parla con dei banditi.

Bisognerebbe aprire oltretutto una riflessione più amplia, innanzitutto sulla qualità dell'informazione fornita dai nostri mass media che da giorni urlano che l'Ilva non si può nazionalizzare "perchè perde soldi". Bene, ora sappiamo perchè perde soldi: non perchè non crei valore aggiunto, ma perchè il management agiva affinchè nel bilancio questo valore aggiunto non fosse posto in evidenza come imposto dal Codice Civile e dalle leggi Tributarie (sto usando un garbato eufemismo).

Qualunque ragioniere sa che soprattutto quando si parla di grosse aziende collegate a grandi gruppi che sono dei reticoli di società si generano dei trasferimenti infragruppo la cui contabilizzazione nei libri lascia il tempo che trova. Sarebbe bene che i giornalisti prima di parlare a vanvera di perdite si informassero in tema di contabilità perchè i bilanci non sono le tavole della legge del Monte Sinai.

Altro tema fondamentale sul quale bisognerebbe riflettere è l'attività dei troppo mitizzati "investitori internazionali", troppo spesso dei banditi dediti al saccheggio del tessuto industriale italiano (e speriamo non finanziario, visto che ormai gli stranieri hanno messo sotto assedio le nostre banche).

Infine bisogna domandarsi che cavolo fanno i nostri politici. Per esempio chi ha ceduto l'Ilva a dei banditi stranieri (tali sono) sono degli sprovveduti o c'è dell'altro? Da strani scambi di battute tra chi all'epoca gestì la gara (Renzi e Calenda) il sospetto è legittimo.

Notizia del: 19/11/2019