L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 novembre 2019

Mes trattato per papparsi l'Italia - 1 - Invece di attivare la Bce come prestatore di ultima istanza si inventano formule per portare a compimento il Progetto Criminale dell'Euro

La riforma del Trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità (Prima parte)

30 novembre 2019


Come funziona il Mes. Dossier del Servizio studi del Senato sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes)

Il Meccanismo europeo di stabilità (MES) è una organizzazione istituita nel 2012, sulla base di un Trattato intergovernativo, per fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell’eurozona, nel caso in cui tale intervento risultasse indispensabile per salvaguardarne la stabilità finanziaria dell’area valutaria complessivamente considerata e dei suoi Stati membri. Il MES ha affiancato e poi sostituito due strumenti transitori di stabilizzazione finanziaria: il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (MESF) e il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF).

Secondo l’approccio esposto nel Trattato istitutivo, la prima linea di difesa dalle crisi di fiducia in grado di compromettere la stabilità della zona euro dovrebbe essere rappresentata dal rigoroso rispetto del quadro giuridico dell’Unione europea, del quadro integrato di sorveglianza di bilancio e macroeconomica, con particolare riguardo al patto di stabilità e crescita, del quadro per gli squilibri macroeconomici, delle regole di governance economica dell’Unione europea e del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’unione economica e monetaria (cosiddetto Fiscal Compact).

Il MES si configura dunque come uno strumento residuale rispetto a tali presidi e può fornire un sostegno alla stabilità articolato in una serie di azioni, alle quali sono associate condizioni rigorose (principio della “rigorosa condizionalità”), proporzionate alla tipologia di assistenza finanziaria cui si intende fare ricorso.

Nel dicembre 2017, la Commissione europea ha presentato una proposta di regolamento volta a integrare il MES nell’ordinamento istituzionale dell’UE, trasformandolo in un Fondo monetario europeo (FME).

L’istituzione di un meccanismo permanente di stabilità dell’area euro è infatti esplicitamente prevista dall’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), secondo cui gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. Il medesimo articolo specifica, inoltre, che la concessione di assistenza finanziaria necessaria nell’ambito di tale meccanismo deve prevedere una “rigorosa condizionalità”.

La proposta della Commissione non ha, tuttavia, generato un accordo sulla trasformazione dell’organismo. L’Eurogruppo del 13 giugno 2019 e, successivamente, il Vertice euro del 21 giugno hanno portato a una diversa soluzione che prevede una revisione del Trattato istitutivo del MES.

I PAESI

In base al vigente Trattato istitutivo, siglato il 2 febbraio 2012 ed entrato in vigore l’8 ottobre 2012, a seguito della ratifica dei 17 Stati membri dell’Eurozona (a cui si sono aggiunti in seguito la Lettonia e la Lituania), il MES è costituito quale organizzazione intergovernativa nel quadro del diritto pubblico internazionale con sede in Lussemburgo. Ne sono membri tutti i 19 Paesi dell’Eurozona (Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna) e l’adesione è aperta agli altri Stati membri dell’UE. Il capitale sottoscritto totale è di circa 704 miliardi di euro, di cui circa 80 miliardi sono stati effettivamente versati dagli Stati membri aderenti.

LE QUOTE

La ripartizione delle quote è basata sulla partecipazione al capitale versato della Banca centrale europea (BCE). Con 125,3 miliardi di euro sottoscritti (di cui 14,3 effettivamente versati), l’Italia è il terzo Paese per numero di quote del capitale del MES (17,7%), dopo la Germania, che ha sottoscritto quote per 190 miliardi di euro, di cui 21,7 effettivamente versati (26,9% del totale), e la Francia, che ha sottoscritto quote per 142 miliardi di euro, di cui 16,3 effettivamente versati (20,2% del totale). Tra gli altri principali sottoscrittori vi sono la Spagna, con 83 miliardi di euro (pari all’11,8% delle quote) e i Paesi Bassi con 40 miliardi di euro (pari al 5,6% delle quote).

1.2. Il processo decisionale

L’organo al quale spettano le decisioni principali del MES è il Consiglio dei governatori (Board of Governors) composto dai Ministri responsabili delle finanze degli Stati membri della zona euro e presieduto dal Presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno. Il Trattato individua un ulteriore organo al quale, direttamente o su delega del Consiglio dei governatori, vengono attribuiti poteri decisionali: il Consiglio di amministrazione (Board of Directors), composto da 19 funzionari esperti (senior civil service officials), nominati dai governatori tra persone di elevata competenza in materia economica e finanziaria. Nel Consiglio di amministrazione l’Italia è rappresentata dal Direttore generale del tesoro. Alle riunioni di tale organo possono prendere parte in qualità di osservatori la Commissione europea e la BCE. Il vertice amministrativo dell’organismo, infine, è affidato a un Direttore generale che partecipa alle riunioni del Consiglio dei governatori, presiede quelle del Consiglio di amministrazione, è il rappresentante legale del MES, oltreché il capo del personale, e ne gestisce gli affari correnti sotto la direzione del Consiglio di amministrazione.


Le decisioni relative alla concessione di assistenza finanziaria agli Stati aderenti sono adottate dal Consiglio dei governatori secondo la regola del comune accordo (unanimità dei membri partecipanti alla votazione, senza contare le eventuali astensioni). Al fine di rendere più flessibile il sistema decisionale in circostanze straordinarie in cui appare minacciata la stabilità finanziaria ed economica della zona euro, è previsto il voto a maggioranza qualificata dell’85% del capitale, qualora la Commissione e la BCE evidenzino la necessità di decisioni urgenti. In tali casi, in cui viene meno la regola del comune accordo, ai fini della decisione diviene rilevante il numero di diritti di voto di ciascun Stato aderente, proporzionale alla quota di partecipazione al capitale versato. Pertanto, in base all’attuale distribuzione dei diritti di voto Germania, Francia e Italia mantengono la possibilità di determinare, con la propria scelta individuale, l’esito delle votazioni a maggioranza qualificata previste nei casi d’urgenza. Il voto a maggioranza qualificata dell’80% del capitale è invece previsto per la nomina del Direttore generale: in tale caso, alla luce dell’assetto proprietario del MES, Germania e Francia conservano la possibilità di determinare il risultato della votazione con il proprio voto individuale, mentre l’Italia non ha questa possibilità.

1.3. Obiettivi e strumenti L’assistenza finanziaria del MES può essere offerta, previa domanda da parte di uno Stato aderente, nel caso in cui una situazione critica dal punto di vista nazionale minacci la stabilità finanziaria dell’intera zona euro e degli Stati membri che ne fanno parte. La fornitura di assistenza finanziaria ha, come conseguenza, la definizione di condizioni che lo Stato debitore è chiamato a rispettare, più o meno rigorose in ragione dello strumento di assistenza finanziaria scelto. Tali condizioni possono fare riferimento ad azioni e programmi da attuare per ottenere un miglioramento del bilancio dello Stato, o a parametri per i quali viene fissato un obiettivo quantitativo da rispettare, lasciando allo Stato la definizione degli strumenti da utilizzare a tal fine. L’obiettivo del MES è, dunque, quello di salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e dei suoi Stati membri (articolo 12 del Trattato). A tal fine, il meccanismo può intervenire per fornire un sostegno alla stabilità dei Paesi aderenti che si trovino in gravi difficoltà finanziarie o ne siano minacciati, sulla base di condizioni rigorose, commisurate allo specifico strumento di sostegno utilizzato. In particolare, il MES può:
  • fornire assistenza finanziaria precauzionale a uno Stato membro sotto forma di linea di credito condizionale precauzionale o sotto forma di linea di credito soggetto a condizioni rafforzate (articolo 14 del Trattato);
  • concedere assistenza finanziaria a un membro ricorrendo a prestiti con l’obiettivo specifico di sottoscrivere titoli rappresentativi del capitale di istituzioni finanziarie dello stesso Paese membro (articolo 15);
  • concedere assistenza finanziaria a un membro ricorrendo a prestiti non connessi a uno specifico obiettivo (articolo 16);
  • acquistare titoli di debito degli Stati membri in sede di emissione (articolo 17) e sul mercato secondario (articolo 18).
L’articolo 13 del Trattato definisce la procedura per l’attivazione di tali strumenti di sostegno. Le disposizioni in vigore prevedono che ciascuna delle azioni suddette sia associata alla definizione di condizioni proporzionate all’impegno richiesto, elaborate attraverso un percorso negoziale che coinvolge lo Stato interessato e la Commissione europea nella stipula di un protocollo d’intesa (memorandum of understanding, MoU). Prima di definire il protocollo, la Commissione europea, di concerto con la BCE, valuta anche la sostenibilità del debito pubblico dello Stato interessato. È prevista anche la possibilità di integrare la capacità di prestito del MES attraverso la partecipazione del Fondo monetario internazionale (FMI) alle operazioni di assistenza finanziaria. Inoltre, gli Stati membri dell’UE non facenti parte dell’Eurozona possono affiancare il MES, caso per caso, in un’operazione di sostegno alla stabilità prevista a favore di Stati membri dell’eurozona. Al termine del programma di assistenza finanziaria, la Commissione europea e la BCE eseguono missioni di controllo ex-post, alle quali partecipa anche il FMI se ha contribuito finanziariamente al programma medesimo, per valutare se lo Stato che ha beneficiato dell’assistenza finanziaria continui ad attuare politiche di bilancio sostenibili e se sussista il rischio che non sia in grado di rimborsare i prestiti ricevuti. Gli strumenti di sostegno vengono utilizzati dal MES “nella prospettiva del creditore”, valutando quindi la capacità di rimborso del debitore e gli altri rischi connessi all’operazione di finanziamento. I prestiti vengono caratterizzati da un’adeguata remunerazione che, seppur inferiore rispetto a quella che il Paese in difficoltà potrebbe dover offrire ad altri prestatori, deve garantire la completa copertura dei costi operativi e di finanziamento e includere un margine adeguato. Gli eventuali profitti realizzati dalla gestione finanziaria possono essere distribuiti in forma di dividendi, in proporzione alla quota di partecipazione al capitale. Affinché gli strumenti a disposizione del MES siano efficaci, l’organizzazione deve poter intervenire in modo significativo: la capacità minima di prestito è pari a 500 miliardi di euro, soggetta a verifica periodica almeno ogni cinque anni. I prestiti del MES fruiscono dello status di creditore privilegiato in modo analogo a quelli del Fondo monetario internazionale (FMI). Sul piano delle risorse a disposizione, oltre al capitale sottoscritto dagli Stati aderenti, il MES ha la possibilità di raccogliere fondi emettendo strumenti del mercato monetario, nonché strumenti finanziari di debito a medio e lungo termine, con scadenze fino a un massimo di 30 anni.

1.4. Gli interventi effettuati

La nascita del Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF), del Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (MESF) e, successivamente, del MES, trova il suo presupposto logico nella grande crisi finanziaria che ha avuto inizio nel biennio 2007-2008. Il sostegno offerto da molti governi ai bilanci delle istituzioni finanziarie colpite dalla crisi, realizzato in un contesto di crisi economica che ha determinato la contemporanea contrazione delle entrate, ha contribuito a trasferire le tensioni in atto sui mercati finanziari verso i mercati dei titoli di Stato, per cui diversi Paesi hanno incontrato difficoltà nel rifinanziare il proprio debito sovrano. In tale contesto, sono divenute sempre più rilevanti le differenti valutazioni dei prestatori di denaro rispetto alla sostenibilità del debito pubblico degli Stati colpiti dalla crisi. Nel luglio del 2012, per difendere la stabilità della moneta unica europea, la BCE ha dichiarato che l’avrebbe difesa a qualsiasi costo. Contemporaneamente, gli Stati membri della zona euro avviavano un meccanismo di stabilità europeo in seguito diventato noto come fondo “salva-Stati”, che è intervenuto per finanziare i bilanci nazionali in grave difficoltà. Le attività del FESF e del MESF sono in seguito confluite nel MES e, nel complesso, hanno determinato interventi di sostegno per un ammontare che sfiora i 300 miliardi di euro, che ha finanziato il bilancio pubblico di Irlanda (17,7 miliardi di euro), Portogallo (26 miliardi di euro), Grecia (202,7 miliardi di euro), Spagna (41,3 miliardi di euro) e Cipro (6,3 miliardi di euro). Si è trattato di una quantità di risorse che nessun altro investitore, operando secondo le ordinarie leggi di mercato, avrebbe messo a disposizione di coloro che ne hanno usufruito, in particolare alla luce dei tassi di interessi contenuti con cui sono state remunerate. D’altra parte, l’erogazione dei fondi è stata subordinata a clausole di “condizionalità” riguardanti le politiche economiche intraprese dagli Stati finanziati, che si sono impegnati a realizzare programmi di risanamento delle loro finanze per ristabilire il loro equilibrio finanziario.

Dossier del Servizio studi del Senato sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes)

(1.continua)

Diritto internazionale fottiti - è diritto della forza


Land Grabbing estremo… e tragico

Quando governi o multinazionali si prendono ciò che vogliono con le armi (vere e della propaganda)

30 NOVEMBRE 201929 NOVEMBRE 2019 

Nelle scorse settimane, abbiamo dedicato due articoli per chiarire le modalità economico-commerciale del “Land Grabbing”, ovvero l’accaparramento di grandi estensioni di terreno in Paesi con necessità economiche importanti, da parte di altri Stati o di multinazionali, per lo sfruttamento massiccio delle risorse a livello alimentare, zootecnico, energetico oppure minerario. Un accaparramento e uno sfruttamento che, se è reso possibile da un “contratto” commerciale tra le parti, anche se non sempre equo, almeno permette di comprendere i termini dell’accordo.

Cosa succede però se questo accordo non c’è? Se la quantità di materie prime che lo Stato “meno fortunato” detiene è grande e, magari, non vorrebbe sottostare alle condizioni del più forte? In questi casi si percorrono altre strade, più subdole, anche se, ovviamente, sempre ammantate di “buoni propositi”…

IL CASO BOLIVIA

Dallo scorso 20 ottobre, giorno delle elezioni presidenziali, la Bolivia è piombata improvvisamente in una confusione totale. L’Organizzazione degli Stati americani è intervenuta per denunciare brogli, nella nuova tornata elettorale, in cui il presidente Evo Morales era risultato rieletto. Il 10 novembre, in seguito all’invito perentorio a “farsi da parte”, ricevuto dal comandante delle forze armate, il presidente Morales ha dovuto rifugiarsi in Messico.

Da quel giorno, le strade boliviane si sono bagnate del sangue delle vittime delle proteste. Sostenitori del presidente esiliato si sono scontrati violentemente contro polizia ed esercito impegnati a “ripristinare la democrazia”. Infatti, il giorno 11 novembre, Jeanine Áñez, senatrice d’opposizione e seconda vicepresidente del Senato, si è autoproclamata capo di Stato ad interim con l’appoggio dei militari.

Perché tutto questo? Perché all’improvviso un Paese che non aveva evidenziato eccessivi malumori, né particolari contrasti sociali (in confronto a quanto avviene in altri Paesi dell’America latina) ha subito un colpo di Stato “democratico” e ora rischia la guerra civile?

Può darsi che Morales abbia commesso degli errori. Questo è certo. Il primo e più grave è sicuramente la sua stretta collaborazione con alcune aziende cinesi. Questa collaborazione è indirizzata alla realizzazione di diversi grandi progetti, tra cui la costruzione di infrastrutture, ma è vincolata alla concessione di grandi prestiti, che hanno reso in pochi anni il governo cinese il principale creditore della Bolivia.

Uno dei più grandi progetti appaltati ai cinesi ha preso forma lo scorso febbraio, quando il consorzio energetico cinese Tbea Group Co LTD, è diventato partner strategico, con una quota del 49%, della compagnia statale boliviana per la gestione del litio YLB.

PAROLA MAGICA: “LITIO”

Il litio è il più leggero degli elementi solidi ed è usato (oltre che come componente in alcuni medicinali) principalmente nelle leghe conduttrici di calore, quindi nelle batterie… Già, le batterie dei nostri smartphone, ma anche quelle delle nuove auto elettriche, ultima frontiera della moda “ecologista” per le quali è previsto un incremento esponenziali nei prossimi anni. Tanto per gradire, è indispensabile anche nel campo delle tecnologie avanzatissime e quindi anche per quelle militari.

L’alleanza commerciale sino-boliviana è operativa sia per l’estrazione, sia per la lavorazione del prezioso minerale presente nelle saline di Coipasa e di Pastos Grandes.

Il valore di tutta l’operazione è stato calcolato in 2,3 miliardi di dollari, cifra che tutte le potenze mondiali sarebbero disposte a pagare immediatamente pur di mettere le mani sulla “grande estrazione”, indispensabile per il progresso tecnologico.

Lecito chiedersi se ci sia “qualcuno” dietro al golpe? Intanto sono scese in campo anche le solite “organizzazioni umanitarie”, preoccupate dal decreto votato il 15 novembre, con cui le forze armate, sono state investite di un potere molto vasto e non dovranno rispondere penalmente in caso “di necessità”.

Si rischia quindi l’ennesimo spargimento di sangue innocente, immolato sull’altare del “nuovo oro”, esattamente come nel vicino Venezuela, Paese che annega nel petrolio ma la cui popolazione sta morendo di fame e fugge in massa.

Purtroppo è chiaro a tutti che ci sono poteri che non amano spartire le ricchezze con il popolo, si prendono quello che vogliono dove vogliono, mentre il mondo resta a guardare. Oppure si lascia incantare da reportage parziali. Chi un po’ segue le cronache sapeva della fuga di Morales, forse sapeva degli scontri, ma certo non ha mai sentito qualche telegiornale parlare del litio…

Perché il trucco delle multinazionali (con la complicità dei media compiacenti e di qualche Ong “umanitaria” o ecologista) è quello di vestire tutta l’operazione con gli abiti buoni, quelli della festa. Incantare l’opinione pubblica buonista con parole come: libertà, democrazia, giustizia, pace…

Un altro morto nella prigione a cielo aperto di Gaza - ebrei palestinesi feccia dell'umanità

Gaza: 16enne ucciso da soldati Israele

Esercito: 'Un gruppo di persone si è confrontato con i militari'

© ANSA/EPA

Redazione ANSA
29 novembre 201918:07NEWS

(ANSAmed) - GAZA/TEL AVIV, 29 NOV - Un ragazzo palestinese di 16 anni, Fahed al-Astal, è stato ucciso oggi al confine della striscia di Gaza, prezzo Khan Yunes, dal fuoco di militari israeliani. Lo hanno riferito fonti mediche locali secondo cui in quell'incidente sono rimaste ferite altre quattro persone.
L'incidente è stato confermato dalla radio militare israeliana secondo cui sul confine "un gruppo di persone si è confronto con i soldati".(ANSAmed).

http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2019/11/29/gaza-16enne-ucciso-da-soldati-israele_86103164-b1b7-4c91-934d-38ff15191add.html

Rimane intatta la capacità della 'ndrangheta di aggiustare i processi. Il sistema massonico mafioso politico è un orologio di puntualità

‘Ndrangheta: annullata la condanna a presunto boss

‘Ndrangheta: la prima sezione della Corte di Cassazione ha annullato oggi la condanna a 14 anni di reclusione emessa dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria per il reato di associazione mafiosa a carico di Antonio Nesci

29 Novembre 2019 18:49 | Danilo Loria

Annullata la condanna a a 14 anni di reclusione emessa dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria per il reato di associazione mafiosa a carico di Antonio Nesci, di 70 anni, originario di Fabrizia (difeso dall’avvocato Genovese) è quanto deciso dalla prima sezione della Corte di Cassazione. Insiema Nesci condannato anche Raffalele Albanese (difeso dall’avvocato Vecchio): secondo la Dda della città dello Stretto i due erano facenti parte di una cellula di ‘ndrangheta in Svizzera. La Cassazione, con questa decisione, ha ritenuto insufficienti gli elementi di prova, annullando la sentenza di secondo grado. Nesci e Albanese sono stati subito scarcerati e rimessi in libertà (il primo era in carcere, il secondo ai domiciliari).

La Crisi di sovrapproduzione fa diminuire i posti di lavoro

Così la crisi dell’auto arriva in Germania

Anche in Germania si fa sentire la crisi dell'industria automotive: la paura è un incremento della disoccupazione a causa dei numerosi tagli

Pubblicato il 29 Novembre 2019 ore 09:00
Lorenzo Moro


La notizia che entro il 2025 Audi dovrà fare a meno del 10% della sua forza lavoro ha riacceso i riflettori sulla crisi dell’auto europea, tanto vera in Italia quanto in paesi che tendiamo a ritenere più “forti” come la Germania. Lo stesso Clemens Fuest, presidente dell’Ifo (istituto per la ricerca economica), ha definito la situazione dell’industria auto come “seria” anche se, secondo lui, non si rischia un massiccio aumento della disoccupazione.

Il capo del rinomato istituto bavarese ha inoltre voluto chiarire che i tagli dei posti di lavoro nel settore auto non siano ancora finiti. Solo quest’anno infatti, come ricordato dal giornale tedesco Handelsblatt, l’industria automotive ha visto un taglio complessivo di ben 50 mila posti di lavoro. Per il presidente dell’Istituto IfW (Institute for the World Economy ) Fabriel Felbermayr, il cambiamento strutturale che sta colpendo l’industria dell’auto sarà comunque fonte di nuovi posti nell’elettromobilità, aggiungendo: “Gli effetti sul mercato del lavoro in Germania dovrebbero essere gestibili. La soppressione dei posti non dovrebbe avvenire in modo brusco, ma potrebbe essere distribuita negli anni e senza licenziamenti”.

Immigrazione di Rimpiazzo - Con questo governo le navi delle Ong hanno ripreso a pieno ritmo a fare la tratta degli schiavi

Ocean Viking salva 60 persone al largo della Libia

(FOTOGRAMMA)

Pubblicato il: 29/11/2019 07:40

Ocean Viking, la nave di soccorso di 'Sos Méditerranée' e 'Medici senza frontiere', ha salvato nella notte 60 persone che si trovavano su "un barcone instabile e sovraffollato" ad una centinaio di miglia dalle coste libiche. Lo scrivono su Twitter le due Ong secondo cui, a bordo, tra gli altri c'erano un bambino di tre mesi e il fratellino di 3 anni.

Mes trattato avvoltoio per spolpare l'Italia - Tic tac tic tac Conte il 2 dicembre ci racconterà le sue menzogne

ITALIA ESPROPRIATA SUL MES

Fondo Salva-Stati (degli altri), Conte avvocato del popolo tedesco
Dopo la rissa alla Camera scintille nel governo per il Mes

di Andrea Amata
29 NOVEMBRE 2019

                                   
La bagarre che si è sviluppata nell'aula parlamentare di Montecitorio, in seguito alle comunicazioni del ministro dell'Economia Roberto Gualtieri che ha inquadrato la riforma del fondo salva-Stati come versione definitiva, precisando che il «negoziato è chiuso», impone una presa di coscienza delle forze democratiche del Paese affinché non assistano passivamente allo svuotamento della sovranità nazionale. Gualtieri ha tentato di replicare alle critiche bollandole come «polemiche pretestuose» perché «il testo di riforma del Mes non è firmato», ma le sue obiezioni sono puerili perché se annunci la conclusione del negoziato, dunque inemendabile, smascheri il sentimento antinazionale del presidente del Consiglio «Giuseppi» Conte, che ha palesemente disatteso il mandato ricevuto dalle Camere lo scorso giugno. La risoluzione approvata dall'allora maggioranza pentaleghista impegnava il governo a notiziare le Camere sulle «proposte di modifica al trattato Mes, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato».

Il presidente Conte ha negoziato un accordo non ottemperando ad un perentorio atto della maggioranza parlamentare, occultando i contenuti della trattativa che avrebbe dovuto esporre con trasparenza nella sede preposta a formulare valutazioni. Il Mes è un'organizzazione intergovernativa che gode di immunità giudiziaria, di esenzione di giurisdizione e della inviolabilità dei propri documenti. Così come è impostato il Mes pare ammantato da un'aura misterica che fa crollare l'impalcatura del nostro sistema democratico che è puntellato dal principio infungibile del controllo. Se viene meno la facoltà della rappresentanza democratica di poter accedere alla documentazione interna dell'organismo, attraverso la quale vigilare sulle azioni che adotta, si configura un'impenetrabilità nei suoi ingranaggi che è incompatibile con l'ordine democratico. Un Paese sovrano come l'Italia deve contribuire con 110 miliardi alla dotazione del Fondo, pregiudicando il proprio bilancio pubblico, e avere in cambio, in caso di insorgenza di crisi, un aiuto condizionato all'accettazione di rigorose e restrittive politiche economiche che verrebbero di fatto commissariate con l'effetto di una cessione di sovranità. L'obiettivo vero della riforma è anche quello di rendere funzionale il Mes alla gestione delle crisi bancarie e così poter intervenire nelle sofferenze della Deutsche Bank che è invischiata nella speculazione nel mercato dei derivati.

Quindi, i burocrati di Bruxelles impongono al contribuente italiano di farsi carico delle perdite generate dalle bische speculative straniere dopo che la stessa Europa ha negato al governo nazionale di soccorrere con fondi autoctoni i risparmiatori di Banca Etruria. In più, il Mes, come fosse una sorta di Spectra finanziaria, detiene una cintura di protezione che rende inaccessibile il sindacato ispettivo con l'anomalia di beneficiare della prerogativa di non avere alcun obbligo di rendicontazione delle sue attività. Il Parlamento quale espressione della sovranità nazionale non può schienarsi agli interessi tedeschi, ma con lo sguardo alto e lungimirante deve respingere l'esproprio di sovranità che il sedicente avvocato del popolo (degli altri) vuole consumare.

Sbagliare è umano perseverare è diabolico. Non esiste destra sinistra ma alto e basso ma il politicamente corretto non ce vole stà

IL RAZZISMO DEL COLTO PROGRESSISTA

Roberto Pecchioli 22 Novembre 2019 

Se la cantano e se la suonano. Come sempre. Gli intellettuali “de sinistra”, créme de la crème della nostra fortunata società, stupiscono ogni volta. Le loro prestazioni giornalistiche e letterarie dovrebbero essere raccomandate come esempi da non seguire. Fate e pensate l’esatto contrario di quanto prescrivono lorsignori: vi troverete benissimo. Se non potete fare a meno di accendere la TV, occupata dai loro pensosi pistolotti, meglio sintonizzarsi su documentari di vita animale o innocue televendite. Nell’ultima puntata di DiMartedì, trasmissione cult dei progressisti à la page, il siparietto tra Giovanni Floris e Corrado Augias è stato impagabile.

Il giovane Floris cela dietro risatine continue e il sorriso da bravo ragazzo un po’ secchione un sinistro settarismo, ma il vecchio leone ha avuto la meglio. Augias si è esibito in una breve, ma definitiva intemerata contro gli sventurati di destra. Nessun insulto: l’ex eurodeputato, firma prestigiosa di Repubblica, autore televisivo, giallista e storico, è un signore anziano – va per gli 85 – elegante e misurato. Parla con sussiego, non alza la voce, sembra il compagno ideale di piacevoli conversari: equilibrato, preparato, ostenta bon ton e buona educazione da ogni poro. Ogni tanto, purtroppo, l’istinto prende la mano anche a lui, saggio esponente della sinistra riflessiva, colta, residente nei quartieri alti.

Ha impartito su TV7, pascolo esclusivo della sinistra Made in Capalbio, un’applaudita lezione, migliore di quelle che officia quotidianamente su Raitre. Grazie a lui, sappiamo finalmente cos’è la destra e cos’è la sinistra. Il povero Giorgio Gaber, autore di una famosa canzone sull’argomento – che certo il professor Corrado considera qualunquista – sussulta nella tomba, battuto senza rimedio. La sinistra è nel giusto in quanto “essere di destra è facile, perché essere di destra vuol dire andare incontro a quelle che sono le spinte istintive che tutti, o quasi, hanno “, pontifica Augias dinanzi a un Pierluigi Bersani moderatamente perplesso. “Quelle spinte istintive vengono invece moderate e indirizzate meglio dal ragionamento e dalla conoscenza degli argomenti e da un senso nobile di altruismo, tipico della sinistra. Essere di sinistra è più difficile, perché gioca su un terreno in cui la conoscenza degli argomenti è fondamentale. Quello di destra dice a me gli immigrati fanno schifo e il suo discorso finisce lì.”

Tiè, piglia e porta a casa. Ci saremmo aspettati di meglio dal pacato argomentare del professore d’altri tempi gentile, rassicurante, il nonno che ogni nipote vorrebbe avere. Potremmo cavarcela, se fossimo come la setta di cui fa parte, chiedendo di deferirlo per odio alla commissione Segre, terrorizzati dal baccano che avrebbero suscitato dichiarazioni analoghe di esponenti dell’esecrata destra. Non basta, non serve. Proviamo invece a confutare l’argomentazione dell’irato Corrado.

Il razzismo antropologico del colto progressista è raggelante. Siamo tutti fratelli, tutti uguali, ognuno ha diritto a libere opinioni, fuorché se è “di destra”. Facile l’accusa di incoerenza. Il tipo umano progressista – perfino Sir Corrado, gentleman britannico-pariolino in scarpe Clarks, pantaloni di velluto a coste e cravatta intonata- è un totalitario che impone una società a taglia unica. Anche travestito da distinto gentiluomo, resta un personaggio accecato dalla presunzione, da un ostinata ricerca dell’uguaglianza come equivalenza (tranne nel reddito!), disinteressato al bene e al male, concetti irrisori e caduchi, poiché ciò che importa è quello che egli considera giusto. Padroni, per usucapione culturale, della verità, considerano lo scambio di idee una minaccia alla coesione della comunità ideale prefigurata nelle loro menti superiori.

Per costoro, il linguaggio è un’arma letale, non uno strumento di comunicazione. Per questo hanno stabilito il diritto a zittire gli avversari, pardon i nemici. Pensare altrimenti è offensivo, lede il politicamente corretto, ferisce le delicate orecchie progressiste. Hanno il monopolio della cultura e lo ostentano con spocchia da visconti del Settecento.

E’ semplicissimo contestare la validità delle categorie di destra e sinistra, oggi pressoché inservibili in un tempo e un mondo in cui il conflitto è semmai tra alto e basso, centro e periferia, élite e popolo, identità e globalismo. La distinzione conviene ai padroni del linguaggio, ovvero la sedicente sinistra, per la quale il gesto immediato, l’istinto pavloviano, è squalificare l’avversario con etichette di cui detiene il brevetto. Destra è tutto ciò che non piace a loro. Estremizzando, può esserlo il maltempo, la foratura di un pneumatico in autostrada, la suocera petulante. Se si innervosiscono, danno la stura all’intero repertorio: fascisti, razzisti, omofobi, sessisti, conservatori, reazionari. La new entry è la qualifica di odiatori; ignorante è sinonimo di chi non è membro dell’allegra brigata.

Non facciamoci impressionare: più credono di squalificare, marchiare d’infamia, più mostrano paura e incapacità di rispondere alle tesi altrui. E’ toccato anche a Corrado Augias: buon segno. Informati lorsignori sul fatto che sappiamo, leggere, scrivere e far di conto, è agevole replicare nel merito. Essere di destra è facile? Ridicolo. A parte la pessima fama della parola, la discriminazione subita per oltre mezzo secolo dai malcapitati che osavano dichiararsi “destri”, è ben più comodo preferire i diritti ai doveri, l’uguaglianza alla distinzione, la materia allo spirito, l’orizzontale al verticale, l’interesse immediato all’applicazione costante, l’irresponsabilità alla responsabilità, il caos anarchico al principio d’ordine e di gerarchia, la sottocultura del “tutto e subito” alla conquista faticosa. Altrettanto, è più comune praticare l’invidia – sociale e personale – che impegnarsi seriamente a migliorare la propria condizione, prediligere la quantità alla qualità.

L’istinto, professor Augias, conduce a sinistra, se le categorie hanno senso, perché è immediato, parla alla pancia e non al cervello. In quanto all’altruismo, è virtù non associabile alla politica, a meno di non credere alle panzane collettiviste. Via, sapete bene che si tratta di storielle per il popolaccio sudato e maleodorante, favole non più credute. Eppure, resta qualcosa di vero nelle esternazioni del professore. Esiste, nel progressista, un’incontenibile ansia di regolare tutto, bandire il senso comune secondo astrazioni che Augusto Del Noce chiamò perfettismo. Vogliono cambiare la natura, rovesciare il corso degli eventi in base a teorie precostituite, elucubrazioni intellettuali che cancellano la realtà in nome di utopie trasformate in incubi.

La destra accoglie la realtà, è sensata poiché sa che esistono il bene e il male, spesso intrecciati nello stesso evento, nella medesima persona. Governare una società non è rovesciarla ogni giorno come un calzino, ma dare continuità, regolare principi e interessi, stomaco e cuore, poiché questo è l’uomo. La presa d’atto che l’uomo è ragione e passione, che ciascuno è diverso dall’altro, che vadano alternati premio e castigo, fermezza e indulgenza esclude il buonismo, la credenza ingenua che l’uomo sia naturalmente buono corrotto dalla società cattiva. Se vi è un pensatore che la cosiddetta destra aborre è Jean Jacques Rousseau. Non esiste la volontà generale, anticamera del totalitarismo, non è solo l’educazione, l’ambiente a determinare le condotta umana. Nel conflitto tra natura e cultura deve prevalere la prima in nome del realismo nemico dell’intellettualismo.

Un motto spiegare meglio di ogni trattato l’animus destro: si vis pacem, para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra, tieniti pronto ad affrontare il male. Di qua vige il senso dell’onore, sentimento verticale del rispetto di sé frutto di comportamenti elevati. Di là il culto dell’immagine, la sofisticazione di ciò che appare. Il ragionamento non è di destra né di sinistra, ma si attaglia più a chi possiede il senso della realtà che la fascinazione per utopie regolarmente rovesciate in brutti sogni. A destra “non conoscono gli argomenti”, dunque sono ignoranti. Provi, dottor Augias, a cambiare disco. La conoscenza, la cultura non sono, perdonate il sintagma equivoco, “cosa vostra”. E se invece soffriste di suprematismo, arroganza, convinzione di appartenere ad un’aristocrazia eletta? Ohibò, se la sinistra fosse di destra?

Ricordiamo le rimostranze di personalità della vostra parte contro il suffragio universale, quando il verdetto del popolo non vi piace. Sareste dunque per la disuguaglianza, per una pseudo democrazia censitaria o legata all’esibizione di titoli accademici? Che ne è degli operai, dei diseredati, beniamini della vostra giovinezza? Siete sicuri che un diploma di laurea appeso in salotto sia sempre sinonimo di intelligenza e cultura? Chissà che le statistiche da voi elaborate non vi facciano prendere un abbaglio: magari a destra ci sono fior di accademici e persone dall’elevato quoziente di intelligenza. La vostra spiegazione è che si tratta di gente in malafede, egoisti avidi di ricchezza e potere, malvagi intenti a sfruttare il prossimo.

Non ve ne accorgete, accecati dalla autoproclamata bontà di anime belle, ma state ritraendo voi stessi: de te fabula narratur. Nel Vangelo di Matteo è scritto che l’albero si giudica dai frutti. Se foste tanto in gamba, se veramente “conosceste gli argomenti”, il mondo non funzionerebbe così male. Vivete nel sovrano disprezzo dell’altro. Che cosa è, se non disprezzo, la frase tranciante, pronunciata con smorfia di disgusto, secondo cui “quello di destra dice a me gli immigrati fanno schifo e il suo discorso finisce lì. “La lingua batte sempre dove il dente duole, a comprova che il tema migratorio è questione dirimente nella nostra società, ma delle due l’una: o essere di destra coincide esclusivamente con l’antipatia per gli stranieri – e non ci credete neppure voi- oppure vi repelle talmente “l’altro” che tendete a ritrarlo come un bestione, una macchietta, un simbolo negativo.

Si chiama manicheismo, tutto il bene di qua, tutto il male di là. Non è realista, non è “ragionamento”, “padronanza degli argomenti”, ma regressione, tendenza a vedere i baffetti di Hitler in tutti coloro che non capite. Per utilizzare i codici verbali da voi imposti, la parrocchia radical chic somiglia a una destra malriuscita. L’ umile scrivano, stremato dal torcicollo a sinistra, si permette una cattiveria, rammentando una considerazione attribuita a André Malraux, ex comunista che finì ministro con De Gaulle, gran nemico del maggio francese del 68. “Ho conosciuto molti comunisti intelligenti e molti comunisti in buona fede. Non ne ho mai conosciuto uno intelligente e in buona fede”

Gli ebrei palestinesi sono un cancro da estirpare

LA FAMOSA DEMOCRAZIA – “iSRAELE HA APPENA COMMESSO UN MASSACRO, E NON GLIENE IMPOTA NIENTE A NESSUNO”

Maurizio Blondet 22 Novembre 2019 



di Gideon Levy – 17 novembre 2019 – Haaretz

Il pilota del cacciabombardiere non lo sapeva. I suoi comandanti che gli hanno dato gli

ordini, il ministero della Difesa e il comandante in capo neppure, né il comandante

dell’aviazione militare. Gli ufficiali dell’intelligence che hanno deciso l’obiettivo e il

portavoce dell’esercito, che mente senza fare una piega, non ne sapevano niente.

Nessuno dei nostri eroi sapeva. Quelli che sanno sempre tutto improvvisamente non

sapevano. Quelli che possono scovare il figlio di un ricercato in un quartiere periferico di

Damasco non sapevano che una povera famiglia stava dormendo all’interno del suo

miserabile tugurio a Dir al-Balah.

Essi, militari dell’esercito più morale e dei servizi di intelligence più avanzati al mondo,

non sapevano che la precaria baracca di lamiera da molto tempo aveva smesso di essere

parte dell’ “infrastruttura della Jihad Islamica”, e ci sono dubbi che lo sia mai stata. Non

sapevano e non si sono neanche preoccupati di verificare – dopotutto, qual è la cosa

peggiore che possa capitare?

Venerdì il giornalista Yaniv Kubovich ha svelato la scioccante verità sul sito web di

Haaretz: il bersaglio non era stato riesaminato da almeno un anno prima dell’attacco, la

persona che avrebbe dovuto essere il suo obiettivo non è mai esistita e l’informazione era

basata sul sentito dire. La bomba è stata comunque sganciata. Il risultato: otto corpi avvolti

in sudari colorati, alcuni terribilmente piccoli, tutti in fila; membri della stessa famiglia

estesa, la Asoarkas, cinque dei quali bambini – compresi due bimbi piccoli.

Se fossero stati cittadini israeliani lo Stato avrebbe mosso cielo e terra per vendicare il

sangue del suo famoso bambinetto e il mondo sarebbe rimasto scioccato dalla crudeltà del

terrorismo palestinese. Ma Moad Mohamed Asoarka era solo un bambino palestinese di

sette anni che viveva ed è morto in una baracca di lamiera, senza presente né futuro, la cui

vita valeva poco ed è stata breve come quella di una farfalla: il suo assassino è stato un

famoso pilota.

E’ stato un massacro. Nessuno verrà punito per questo. “La lista dei bersagli non era stata

aggiornata,” hanno detto fonti ufficiali dell’esercito. (Dopo che l’inchiesta di Yaniv

Kubovich è stata pubblicata, il portavoce dell’esercito ha rilasciato un altro comunicato:

“Alcuni giorni prima dell’attacco è stato confermato che l’edificio era un bersaglio.”) Ma

questo massacro è stato peggiore dell’omicidio mirato di Salah Shehada ed è stato accolto

con ancor maggiore indifferenza in Israele.

Il 22 luglio 2002 un pilota dell’aviazione militare israeliana lanciò una bomba da una

tonnellata su un quartiere residenziale che uccise 16 persone, compreso un uomo

effettivamente ricercato. Giovedì, prima dell’alba un pilota ha lanciato una bomba più

intelligente, una JDAM, su una fragile baracca in cui non si nascondeva nessun ricercato.

È risultato che persino il ricercato citato da un portavoce dell’esercito era frutto della sua

immaginazione. Gli unici che c’erano lì erano donne, bambini e uomini innocenti che

stavano dormendo nel cuore della notte di Gaza. In entrambi i casi le Forze di Difesa

Israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.] hanno usato la stessa menzogna: pensavamo che

l’edificio fosse vuoto. “Le IDF stanno ancora cercando di capire cosa stesse facendo la

famiglia in quel luogo,” è stata la sfacciata e terribilmente laconica risposta, che ha

insinuato che la colpa fosse della famiglia. Infatti, cosa ci facevano lì Wasim, 13 anni,

Il giorno dopo l’uccisione di Shehada e di 15 dei suoi vicini, e dopo che le IDF avevano

continuato a sostenere che le loro case erano “baracche disabitate”, andai sul luogo del

bombardamento, il quartiere di Daraj a Gaza City. Non baracche ma condomini, alti

qualche piano, tutti densamente abitati, come ogni casa a Gaza. Mohammed Matar, che

aveva lavorato per 30 anni in Israele, giaceva prostrato a terra, un braccio e un occhio

bendati, tra le rovine, vicino all’ immenso cratere creato dall’esplosione. Sua figlia, sua

nuora e quattro dei suoi nipoti erano morti nell’esplosione; tre dei figli erano rimasti feriti.

“Perché ci hanno fatto questo?” mi chiese, scioccato. All’epoca 27 dei piloti più coraggiosi

dell’aviazione israeliana firmarono la cosiddetta ‘lettera dei piloti’, rifiutando di

partecipare ad operazioni in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Questa volta neppure un

pilota ha rifiutato di partecipare, ed è dubbio che qualcuno lo farà in futuro.

“Esseri umani. Sono esseri umani. Qui c’è stata una battaglia – infermieri e medici contro

la morte,” ha scritto il coraggioso medico norvegese Mads Gilbert, che corre in aiuto degli

abitanti della Striscia di Gaza quando viene bombardata, curando i feriti con infinita

dedizione. Gilbert ha aggiunto una foto della sala operatoria nell’ospedale Shifa di Gaza

City: sangue sul tavolo, sangue sul pavimento, bende intrise di sangue ovunque. Giovedì si

è aggiunto il sangue della famiglia Asoarka, che grida a orecchie sorde.

Siria - gli invasori britannici vanno a difendere il petrolio rubato al governo siriano

(Video) L'esercito britannico lascia il confine turco diretto verso la regione ricca di petrolio della Siria


Le forze armate britanniche sono state viste in partenza per una base militare americana nel Governatorato siriano di Hasakah per la vicina Deir Ezzor, ha riferito, ieri, il giornalista Mohammed Hassan.

Secondo quanto riferito, il convoglio militare britannico si è diretto verso i giacimenti petroliferi di Al-Omar, dove le forze armate statunitensi hanno attualmente base in Siria.

Come le forze armate francesi, quelle britanniche hanno stabilito la loro base vicino all'esercito americano e alle forze democratiche siriane a guida curda (SDF).

La partenza dei militari britannici da Al-Hasakah arriva lo stesso giorno in cui un rapporto rivela che l'ex primo ministro britannico Theresa May stava pensando alla possibilità di inviare 1.000 soldati britannici in Siria per sostituire le truppe statunitensi in ritirata dopo l'annuncio del presidente USA Donald Trump.

Notizia del: 29/11/2019

Tic tac tic tac 2 dicembre 2019 ci vediamo al Parlamento, Mes irricevibile - L'economia del debito non sta bene per questo bisogna rinforzare le comunità italiche

SPY FINANZA/ Il Mes e il 1992 mondiale a cui sopravvivere

29.11.2019 - Mauro Bottarelli

Siamo di fronte a un rimescolamento degli equilibri globali. L’Italia deve puntare a sopravvivere. E a non credere a tutto quel che si dice sul Mes

Lapresse

Forse, è il caso di diventare grandi. Di smetterla con le pantomime da salvatori improvvisati della Patria, da costruttori di barricate con i mobili altrui, per dirla con Ennio Flaiano. È giunta l’ora, temo, di prendere atto che quello che stiamo vivendo è un colossale rimescolamento degli equilibri a livello globale. Un 1992 mondiale. Ma qui non sono in ballo le sorti del Bel Paese, le sue risorse, la fine della Prima Repubblica, la riunione sul Britannia: qui si decide se e come il sistema sopravviverà ai suoi eccessi. E a se stesso, ontologicamente in perenne equilibrio precario. E, ancora una volta, temo che non tutti sopravviveranno. In condizioni simili, qualcuno tende a essere sacrificato sull’altare del Bene superiore. Chiamatela, se volete, ragion di Stato. Ma uno Stato senza confini, né bandiera, né capitale: lo Stato è il Matrix in cui viviamo, piaccia o meno.

Come ripeto sempre, ci sono tre alternative: 
  1. accettare lo status quo, cercando di migliorarlo dall’interno; 
  2. tentare la rivoluzione; 
  3. ritirarsi in un eremo in montagna a meditare. 
Votare i 5 Stelle (un falso ideologico), tanto per capirci, non è un’alternativa credibile. 
L’altro giorno abbiamo assistito a scene abbastanza ignobili alla Camera, riguardo all’annosa e ormai un po’ farsesca questione del Mes. Sono volate accuse pesanti di tradimento dell’interesse nazionale, sono stati evocati tribunali e patrie galere. Io non so se il governo Conte abbia preso accordi con l’Europa in tal senso, bypassando il Parlamento. E, francamente, poco mi interessa. Perché poco cambia, alla prova dei fatti.

Pensate che in una situazione come quella attuale, certi poteri ti permettano alzate d’ingegno a fini elettorali? Il solo aver fatto balenare la falsa minaccia di uscire dall’euro, portò in dote a Silvio Berlusconi la crisi dello spread del 2011. E la fine, di fatto, della sua carriera politica di primo piano. Pochi mesi, una letterina della Bce con molti padri e altrettanti cavalli di Troia, differenziale alle stelle e il gioco è stato fatto. Rapido e indolore. E all’epoca, il mondo era ancora traumatizzato dal 2008 e dalla crisi Lehman Brothers: oggi, se dovesse arrivare un nuovo terremoto sui mercati, si paleserebbe di fronte a un mondo, inteso come opinione pubblica, che fino a sei mesi fa era imbevuto e intontito di retorica rispetto alla ripresa globale e alle magnifiche sorti e progressive. In Europa grazie al Qe, in America grazie a Trump, in Cina grazie alla crescita infinita: 
tutte balle, l’unica cosa a essere cresciuta è il debito. 
E oggi, il conto sta per arrivare a tavola. E nemmeno appoggiato su un piattino d’argento e accostatoci con gentilezza dal cameriere: gettato in faccia, tanto per far capire che o si paga o finisce male.

Ancora l’altro ieri, nel saloon da Far West della Camera, volavano alte le accuse dei sovranisti: il Mes serve solo a far pagare all’Italia il salvataggio delle banche tedesche e francesi! Balle. E non perché non siano in crisi, ma perché la situazione è di gravità ben peggiore di quanto non sia percepito all’esterno, collettivamente parlando. A ogni latitudine continentale. Talmente grave da rendere ridicola l’idea che sia il contributo italiano al Fondo salva-Stati a tappare le falle. Sapete cosa accadeva in pressoché perfetta contemporanea con la gazzarra romana? Bloomberg ufficializzava una voce che circolava fin dalla tarda mattinata: 
Deutsche Bank aveva venduto securities per un valore nozionale di 50 miliardi di dollari a Goldman Sachs, 
in ossequio al piano di eliminazione dal bilancio – attraverso la bad bank – degli assets più a rischio e indesiderati . Questo grafico mostra il piano di dimagrimento imposto nel luglio scorso da Christian Sewing, Ceo di Deutsche Bank e artefice dell’operazione di svendita selvaggia. E non è la prima volta che Goldman Sachs corre in soccorso di Deutsche Bank e della sua necessità di scaricare posizioni scomode: lo scorso settembre, infatti, la banca d’affari aveva acquistato la porzione asiatica di un portafoglio di derivati equity del colosso tedesco.


All’epoca, anche Barclays e Morgan Stanley acquisirono una parte dello stock messo in vendita, mentre Bnp Paribas aveva appena acquistato l’intero ramo di investimento dedicato agli hedge funds. Desk completo, compresi 600 dipendenti. Stando alle poche informazioni filtrate, gli assets comprati da Goldman sarebbe legati a debito dei mercati emergenti e prima della cessione erano parcheggiati appunto nella cosiddetta wind-down unit di Deutsche Bank, la bad bank che ormai capitalizza 5 volte la casamadre.

Nemmeno a dirlo, appena confermata la notizia il titolo dell’istituto teutonico ha guadagnato il 2% e sospinto l’intero comparto bancario dell’EuroStoxx verso un rinvigorente +5%. Tanto più che il deal appena concluso rendeva più probabile l’obiettivo prefissatosi da Sewing, ovvero abbattere l’esposizione alla leva della bad bank a 119 miliardi di euro entro fine anno dai 177 miliardi di fine settembre. Una montagna da scalare ma, quantomeno, il primo campo base è stato raggiunto.

Ora, le criticità. Ovvero, i dati che dovrebbero farci aprire gli occhi e opporre una fragorosa risata di fronte agli alti lai relativi al salvataggio delle banche tedesche tramite il Mes. Per Goldman, l’acquisizione non rappresenta affatto un cosiddetto profit driver: piuttosto, si tratta di una mossa strategica ed espansionistica che trae beneficio indiretto dalla ritirata giocoforza di un competitor. Si acquisisce una quota di mercato e si lucida un po’ la targhetta con il proprio nome, ma, al netto dei risultati del terzo trimestre del trading desk di Deutsche Bank sui mercati emergenti, c’è poco da mungere. Almeno nell’immediato. E qui, un paio di interrogativi che è meglio vi poniate seriamente. Primo, qual è l’unica cosa che conta nell’intera vicenda? Semplice, ciò che non sappiamo. Ovvero, quanto l’operazione vada a incidere realmente nella volontà di Deutsche Bank di ridurre la sua esposizioni e lo stock di assets a rischio in carico alla bad bank. E, contestualmente, quanto Goldman abbia pagato davvero per quel portfolio.

Già, perché noi conosciamo il valore nozionale dell’operazione, ovvero l’iscrizione a bilancio di quelle securities nei conti di Deutsche Bank, quanto le valutava. Ma non sappiamo quanto Goldman abbia sborsato, ovvero quanto sconto sia riuscita a strappare a un competitor disperato: 80 sul dollaro? Forse 70? O magari, addirittura 60 centesimi sul dollaro? Tradotto: quel nozionale da 50 miliardi, Deutsche l’ha svenduto a 30-35 miliardi o anche meno, in ossequio alla logica del “pochi, maledetti e subito” e della disperata corsa contro il tempo che sta compiendo? Perché signori, già sbarazzarsi in blocco di 50 miliardi di securities tradisce una debolezza e una necessità di incamerare liquidità molto alta, ma farlo rimettendoci un 30% – o magari di più – prospetta davanti agli occhi di chi conosce un po’ il mercato l’immagine della sabbia che sta terminando all’interno della clessidra. E per chi di voi ha visto il film Margin call, scordatevi che quanto posto in essere da Deutsche sia stato un trucco da fire sale, ovvero una svendita travestita da occasione d’oro per la controparte e che invece nasconde la necessità di vendere ancora a un minimo di valore ciò che, in realtà, al mark-to-market già non ne presenta quasi più. Goldman non si fa fregare. E Deutsche non è nella condizioni di rifilare fregature a un soggetto finanziario simile: fallirebbe in una settimana, perché le controparti comincerebbe a lavorare solo per tamponare i rischi di controparte più grandi, salvo poi affondarti. Anche solo per vendetta.

Secondo interrogativo: in un contesto simile, pensate che a Bruxelles o a Berlino qualcuno davvero sia così idiota da aver preparato una strategia di medio termine per incastrare l’Italia con la riforma del Mes, al fine di garantirsi il salvataggio delle proprie banche? Signori, i 50 miliardi che Goldman ha tirato fuori senza battere ciglio – fossero anche 35 o 30 reali – rappresentano almeno 3 anni di contributi italiani al Fondo salva-Stati: pensate che Deutsche Bank abbia tutto questo tempo residuo? Pensate che possa permettersi le ratifiche degli Stati membri e l’implementazione del fondo comune di garanzia e tutela bancaria, prima di fare la fine di Lehman Brothers? Venderebbe assets per decine di miliardi e cederebbe il suo ramo trading più fruttuoso a prezzo di saldo, se non sapesse che a rischio c’è addirittura la possibilità di vedere l’arrivo della prossima primavera con delle filiali ancora aperte e sotto l’insegna col nome originario? Non so se è chiaro, ma 
il salvataggio di Deutsche Bank è una questione globale, 
poiché mondiale è il rischio di controparte che grava sui miliardi di derivati in essere che sono generati o vedono come sottoscrittore il colosso tedesco.

Non so se è chiaro, ma Deutsche Bank e la sua sopravvivenza, quantomeno fino a quando saranno disinnescate le mine più pericolose, rappresenta uno dei motivi – se non quello principale – del precipitoso, improvviso ed emergenziale ritorno in campo della Fed dopo dieci anni di stop agli acquisti diretti. Chi pensate che ci sia fra i beneficiari principali delle aste repo e term che garantiscono la liquidità necessaria alla sopravvivenza day-by-day, se non l’unità statunitense di Deutsche Bank? Lo conferma questo grafico, su dati ufficiali proprio della Fed ed elaborazione del Financial Times.


Pensate ancora e davvero che il Mes, per astruso e burocratese che sia, abbia come scopo principale quello di salvare Deutsche Bank, al netto di quanto sta accadendo? E poi, se sono le banche francesi le altre beneficiarie della tagliola che l’Europa vorrebbe imporci, come si concilia questo piano malefico con il fatto che le clausole legate a un’eventuale ristrutturazione del nostro debito imporrebbero haircuts sui nostri titoli di Stato, visto che gli istituti d’Oltralpe ne hanno in pancia per 285,5 miliardi di euro, terzi detentori dopo sistema bancario italiano e Bce? Strano modo per salvarle, quello di imporre un taglio netto sui rendimenti dei Btp che hanno contabilizzato a bilancio, non vi pare?

Non fatevi prendere per i fondelli, comunque la pensiate sull’Europa o sul Mes o sulle banche. Siamo nel mezzo di una rivoluzione silenziosa e pericolosa, di uno stravolgimento epocale che impone alleanze e bocconi da ingoiare. In cambio, potremmo ottenere il bene supremo: la sopravvivenza. Dalla quale, a differenza della “bella morte” che alcuni vorrebbero imporvi sulle barricate sovraniste, si può ripartire. Acciaccati e impoveriti, magari. Addirittura dovendo spostare un po’ di cumuli di macerie, ma ancora in piedi. Non pensiate che quanto sta accedendo in questo strano Paese, almeno dal marzo del 2018 in poi, sia una pura casualità legata al corso insondabile della politica e delle umane sorti, indipendenti e sovrane. Perché non lo è.

venerdì 29 novembre 2019

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - Gli statunitensi hanno paura della Cina e quindi usano le armi a disposizione per fermare bloccare far ritornare indietro la società cinese ma... il diritto internazionale non esiste vive il diritto del più forte a cominciare dall'unione compattezza forza dei cittadini

GEOPOLITICA
Usa e Cina opposti su difesa, intelligence e 5G: ma non è solo una questione tecnologica


In Cina c’è il miglior fattore tecnologico, umano e organizzativo. Tutto insieme. Il presidente usa Trump l’ha capito, teme questa supremazia e sta cercando di mostrare i muscoli ma limitando i danni. uno scenario complesso con sullo sfondo la supremazia tecnologica, ma non solo

28 novembre 2019
Marco Santarelli
Esperto in Network Analysis, Critical Infrastructures, Big Data and Future Energies

Cina e Usa sempre più contrapposte sul fronte tecnologico, continuano a studiare le rispettive mosse, ben consapevoli si essere i due padroni dello scacchiere geopolitico mondiale.

E sembra davvero una partita a scacchi, se consideriamo le continue proroghe – l’ultima nei giorni scorsi – con cui gli USA danno ulteriore respiro a Huawei (e ai suoi clienti, che ne vogliono usare le tecnologie).

Sullo sfondo le preoccupazioni crescenti della presidenza Usa per la corsa cinese verso la supremazia nel 5G, per un concetto di smart city declinato al massimo controllo della popolazione e – soprattutto – col consenso della popolazione nonché per una politica economica sviluppata ai danni di Usa e Europa e basata sullo spionaggio non solo industriale.

Uno scenario, insomma, molto ricco e variegato quello nel quale va a inserirsi la questione sollevata nei giorni scorsi da Angelo Marcello Cardani, Presidente dell’Autorità Garante per le Comunicazioni (Agcom), che definito quello della sicurezza e affidabilità tra reti esistenti, operatori e fornitori “un problema sostanzialmente insolubile: bisogna solo scegliere se essere spiati, tra virgolette, dai Cinesi o dagli Americani, questo per quanto riguarda i sistemi che sono assai complessi”.

Usa vs Cina: prove di nuova Guerra Fredda

In effetti, non c’è mai assoluta sicurezza nei sistemi che nascono come sistemi fisici e muoiono come sistemi di comunicazione. In tutto l’iter che si snocciola in questa bisettrice, a una maggiore velocità corrisponde una maggiore vulnerabilità. Questo sembra dire Cardani. Pensiamo ad un veicolo, a 100 km/h ha molte più probabilità di fare danni rispetto a quando viaggia a 70 km/h.

Cardani va più in là, non parla di Russia o Francia o Germania, ma di Usa e Cina. Ricorda vagamente gli anni ‘50 e la Guerra Fredda, quando tra la fine della Presidenza Truman e la morte di Stalin i paesi vicini stavano a guardare le mosse dei due giganti di allora, Usa e Russia.

Gli Usa sono, comunque, sempre in mezzo e oggi stanno capendo che il vero problema non è tanto percepire una tecnologia migliore rispetto ad un’altra (con aziende annesse), ma è comprendere come in Cina ci sia il miglior fattore tecnologico, umano e organizzativo. Tutto insieme. Questo è stato dimostrato anche da esternazioni di diplomatici americani come i senatori statunitensi Chuck Schumer e Tom Cotton che, non avendo altro per il momento, dichiarano il nuovo social network TikTok una potenziale minaccia per l’intelligence.

Donald Trump, dopo aver dichiarato di essere “molto soddisfatto” del fatto che l’Italia avesse inserito la tecnologia sperimentale 5G nelle disposizioni del ‘Golden Power‘ per tutelare il paese da investimenti potenzialmente predatori, pensando alla possibilità di controllare i flussi economici, ha chiesto a Pechino di firmare l’accordo commerciale tra Cina e Usa, in cui il leader cinese Xi Jinping si potrebbe impegnare ad acquistare i prodotti agricoli ‘made in Usa’ da parte della propria nazione.

Per suffragare la sua tesi, Trump ha fatto sapere che “del ban commerciale nei confronti di Huawei se ne parlerà fra tre mesi, e che per tale motivo ha concesso una deroga fino al 19 febbraio 2020”. Insomma, come dire vi temiamo, ma intanto troviamo accordi e capiamo cosa state facendo. Non a caso i componenti della stanza ovale americana stanno buttando un occhio decisivo, anche se molti pensano di no, verso quell’economia della conoscenza che genera una corsa all’innovazione, in cui lo spionaggio economico costituisce per gli stati uno strumento per superare il divario tecnologico a costi inferiori.

L’ascesa della Cina nel mirino anche dell’intelligence italiana

Sotto il profilo storico Trump sa benissimo che il suo vero rivale da questo punto di vista è proprio la Cina e per questo motivo esperti e analisti dell’intelligence stanno studiando in maniera chirurgica gli atti del XIX Congresso del Partito Comunista Cinese già dal 2017. In quell’occasione il Presidente Xi Jinping annunciò che tra il 2020 e il 2035 si sarebbero raccolti i frutti del piano di ammodernamento industriale definito Made in China 2025. Un documento, quest’ultimo, non passato in sordina ai nostri servizi che nella Relazione sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza del 2018 hanno dedicato un paragrafo a pag. 56 all’ascesa della Cina.

Ultimamente lo stesso Presidente cinese ha dichiarato che dal 2035 fino al 2050 la Cina avrà un ruolo decisivo nelle innovazioni tecnologiche. Fa il paio con queste riflessioni il Libro Bianco sulla Difesa 2018, “China’s National Defence in the New Era”, che ripete che la Cina aderisce ad uno sviluppo coordinato di crescita industriale, di difesa nazionale e di sviluppo economico. Qui viene sottolineata la massima competizione in campo tecnologico e militare del paese. Trump, con i suoi esponenti, sta circoscrivendo questi contorni con un “monitoraggio costante” che, non solo deve prevedere un maggior controllo di software o hardware, ma anche un vademecum di quelle attività sociali della Cina stessa in cui l’unione di intenti militari e civili si stanno unendo in uno strumento che sta generando una supremazia del continente del drago nel campo tecnologico e della percezione della sicurezza.

La Cina e gli sforzi per la riunificazione

Trump, diciamolo una volta per tutte, ha capito che ha di fronte un continente come la Cina che è l’unico paese al mondo che sta sviluppando in maniera forte ed indipendente il concetto secondo cui condivisione e protezione sono un topic che unisce termini come business, aziende e dati in una spirale di coinvolgimento tra pubblico e privato. Non per nulla, Xi Jinping ha sottolineato la necessità di promuovere gli sforzi in direzione di una completa riunificazione del paese, dice il presidente, per “sostenere i principi di ‘riunificazione pacifica’ e mantenere prosperità e stabilità durature a Hong Kong e Macao, promuovere lo sviluppo pacifico delle relazioni attraverso lo Stretto (di Taiwan) per unire tutte le figlie ed i figli cinesi e continuare a tendere verso la completa riunificazione della madre patria”.

Cina, smart city e sorveglianza

Un coinvolgimento che, in ambito sociale ed economico, si rispecchia nel documento sul piano di costruzione delle smart city di Shanghai 2011-2013, in cui si legge che «lo sviluppo innovativo e di trasformazione richiede un sistema di infrastrutture informatiche di livello internazionale, un efficace sistema di informazione e intelligence, un settore IT di prossima generazione e un sistema regionale di sicurezza delle informazioni affidabile. Per dare pieno gioco al ruolo del mercato, e seguendo le indicazioni del governo, una città intelligente deve avere le caratteristiche chiave della digitalizzazione, della rete e dell’intelligence per innalzare il livello di modernizzazione a tutto tondo della città e consentire ai cittadini di condividere i benefici». Studiando anche questo piano, il governo USA ha capito che la Cina sta facendo “digerire” in maniera proattiva e collaborativa i controlli e il monitoraggio costante delle persone (e le loro “cose”) senza che le stesse non siano troppo contrarie.

Per inciso, in Cina sperimentano l’utilizzo del riconoscimento facciale delle telecamere di sicurezza già dal 2017 e grazie ad una rete di 176 milioni di telecamere di sorveglianza si controllano 1,3 miliardi di persone. Questa rete diventerà sei volte più grande nell’arco di due anni. Se siete stati in Cina, come avverte il Sole 24Ore, “per turismo”, ci sono ottime probabilità che il vostro volto sia stato analizzato dal software di SenseTime. A confermare la passione del governo cinese per la sorveglianza globale ci sono gli investimenti operati in questi anni a favore di questa tecnologia. Secondo un report di Cb Insight, l’anno scorso sono stati spesi in start up attive nel riconoscimento facciale 1,6 miliardi di dollari (nel 2016 erano poco più di 200 milioni). Oggi accanto a SenseTime ci sono altri due unicorni della sorveglianza globale: la Cina ospita, infatti, la società di riconoscimento facciale Megvii che ha raccolto 460 milioni di dollari di finanziamenti lo scorso novembre, e ancora Yitu e Malong Technologies che nel corso del 2017 hanno chiuso dei round di finanziamento destinati allo sviluppo di applicazioni basate sulla tecnologia di visione artificiale. Ed è cinese anche la società Hangzhou Hikvision Digital Technology, uno dei maggiori fornitori al mondo di telecamere di sicurezza.

Qui il vero contendere: il meccanismo di integrazione della sicurezza nazionale (militare e civile). A tanti, ma non ai più attenti, è sfuggito che questo meccanismo, benché sempre sotto controllo del potere centrale, ha radici che passano da alcuni momenti storici: nel 1949 Chiang Kai-Shek ha creato un sistema di intelligence che per la prima volta nella storia diventa civile (Ministry of Public Security-MPS) e militare (Military Intelligence Department-MID) insieme. Deng Xiaopin, dopo la morte di Mao, a sua volta renderà ancora più “esterna” la forza dell’intelligence raggruppando nel 1983 tutti i sistemi in Ministry of State Security, predisponendo di fatto un’attenzione bilaterale, esterna e interna, attraverso il concetto di cultura.

Rischio “cyber” vs rischio “social”

Cultura come coltivare il senso del dovere e allo stesso tempo rendere consapevoli i cittadini stessi (intelligence sociale) della loro forza e della loro compattezza attraverso, appunto, la tecnologia.

L’intelligence americana sta capendo che la Cina sta finalizzando dei parallelismi, cosa unica per la storia della Cina stessa, tra business social intelligence, private social intelligence e big data social intelligence. Mentre la maggior parte dei paesi mette al centro del proprio concetto di “rischio” la parola Cyber, la Cina mette “social”, cioè la percezione che il rischio non arrivi da esterni, ma dalla prevenzione degli attacchi dall’interno.

Sembra dire che più siamo uniti e compatti dentro, minori saranno i problemi di intrusione. Trump percepisce che la Cina ha per prima capito che la minaccia ibrida, quindi derivante dal mix dei rischi (infrastrutturali, web, sociali), deriva da debolezze interne. La Cina ha capito che coinvolgendo di più le persone, passando anche da disordini temporanei, avrà più facilità nella gestione dei dati e potrà fare degli esperimenti a cielo aperto. Ovvero esperimenti che fino a ieri erano non digeriti dal popolo. Un esempio è l’SSF (Strategic Support Force), in cui non si prevede solo il dominio cibernetico, ma anche il controllo integrato dei satelliti, dello spazio elettromagnetico e tutto l’ambito informatico proprio anche del semplice cittadino.

Esattamente come dichiara in maniera cristallina Giuseppe Gagliano, “questo modus operandi non viene considerato dall’Intelligence americana (e francese) occasionale, ma viene letto come la conseguenza di una politica economica globale volta a sviluppare la Cina a spese degli Stati Uniti e dei paesi europei. Ovvero si richiede uno studio più approfondito e capillare dell’attività di spionaggio cinese in America ed in Europa, poiché costituisce indubbiamente una rilevante sfida anche per l’intelligence aziendale e ciò, ancora una volta, implica l’esigenza di una sinergia tra pubblico e privato anche nel settore della Intelligence economica, come sottolineato in Italia da Carlo Jean e Paola e Savona e in Francia da Nicolas Moinet e Eric Denécé”.

Trump, al di là delle schermaglie da bar o della corsa a migliori device, si sta chiedendo con le parole del suo ex capo dell’FBI Dan Coats se la Cina sia un “vero avversario o un concorrente legittimo”.

Mes meccanismo avvoltoio per papparsi l'Italia, il Progetto Criminale dell'Euro avanza. Tic tac tic tac lunedì 2 dicembre o si o no

POLITICA
Conte riferirà alle Camere sul Mes

07:22, 29 novembre 2019

Prosegue lo scontro con Salvini sulla riforma del fondo salva-Stati europeo. La Lega chiede l'intervento di Mattarella

Giuseppe Conte

Un "attentato al popolo italiano" che "lede la sovranità del Parlamento" e i dettami costituzionali di cui deve farsi "garante" il presidente della Repubblica. La Lega ora chiede un incontro e l'intervento di Sergio Mattarella, nella battaglia che da settimane sta conducendo contro l'adesione dell'Italia al fondo europeo salva Stati, il Mes. Sul tema, attorno al quale è stata convocata una assemblea congiunta del M5s con Luigi Di Maio, Giuseppe Conte riferirà alle Camere lunedì alle 13.

Mentre dal Pd il segretario Nicola Zingaretti ha denunciato le "false teorie" diffuse dal partito di via Bellerio. "La Lega vive alimentando paure. Quando era al governo, Matteo Salvini ha condiviso e approvato la riforma del fondo salva Stati - sostiene il capo dei democratici -. Ora, come al solito, diffondono teorie false per danneggiare l'Italia, la sua forza e credibilità, per allontanarla dall'Europa e indebolirla. Non lo permetteremo mai".

Nella mattinata di ieri, in una conferenza stampa in cui erano presenti tutti i 'big' leghisti che si occupano di economia, dall'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, ai due presidenti di commissione, Alberto Bagnai e Claudio Borghi, Salvini ha chiesto l'intervento del Colle - da dove per il momento non giunge però alcuna reazione su un tema assai complicato - e ha annunciato che i legali di via Bellerio "stanno valutando un esposto ai danni del presidente del Consiglio" Giuseppe Conte.

La Lega ha portato in conferenza stampa la risoluzione di maggioranza presentata a giugno dal capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, co-firmata dall'allora omologo del M5s, Francesco D'Uva, in cui si evidenziavano le criticità del Mes. Gli ex lumbard sostengono che le Camere si erano già espresse sul fondo europeo e che quindi la nuova maggioranza deve approvare una nuova risoluzione "se il M5s ha cambiato idea".
"Non firmiamo un c..."

"Chi è a questo tavolo ha amplissima messaggistica, 'whatsappistica' che, se si volesse, potrebbe essere mostrata al popolo italiano, non abbiamo nulla da nascondere, anche con il presidente Conte. Ricordo che scrissi ad alcuni dei trattatori a questo tavolo e dissi 'Non firmiamo un cazzo...", ha sostenuto Salvini, con riferimento alla posizione espressa nei mesi al governo con i 5 stelle. "Tria e Conte, dentro e fuori dal Consiglio dei ministri, ci assicuravano 'non abbiamo preso nessun impegno'. Se dovessimo scoprire che qualcuno invece l'impegno l'ha preso, eh beh, la cosa cambia...".

Il dibattito sul Mes ha raggiunto toni infuocati nella giornata di mercoledì, dopo che il ministro dell'Economia, il democratico Roberto Gualtieri aveva parlato di "testo chiuso", non modificabile, suscitando la protesta veemente delle opposizioni. "Basta a bugie sul Mes - ha insistito il deputato Pd Piero De Luca, capogruppo in commissione Politiche europee -. Non ci sarà nessun prelievo forzoso sui conti correnti, ma anzi maggiore tutela per i risparmiatori italiani ed europei e nessuna ristrutturazione automatica del debito pubblico italiano. La Lega, peraltro, era pienamente al corrente di quanto accadeva e ha condiviso i negoziati che si sono svolti nei mesi precedenti sia in Consiglio dei ministri che in Parlamento. La smettano di raccontare bugie e di soffiare sulle paure degli italiani".

Con gli alleati leghisti si schiera, invece, Fratelli d'Italia. "Lo aspettavamo Conte già oggi, ma lui ha fatto sapere che non può. Comunque - ha affermato Giorgia Meloni - speriamo che ci venga a spiegare che non è vero quello che il ministro dell'Economia ha detto ieri, e cioè che il Mes sarebbe inemendabile. Noi pretendiamo, come FdI, che il Parlamento italiano possa modificare e decidere su un fondo nel quale l'Italia si impegna a versare 125 miliardi di euro, per salvare la banche tedesche. Non si può fare e noi andremo fino in fondo", promette.
Leu chiede di salvaguardare il ruolo del Parlamento

A favore di un approfondimento parlamentare anche Leu, che fa parte della maggioranza. "Sul Mes sarebbe utile innanzitutto stare al merito, sebbene sia evidente anche la necessità di salvaguardare il ruolo del Parlamento che, a differenza di quanto avvenuto con il bail-in, non arriva in ritardo ma per tempo con le risoluzioni del 19 giugno scorso", chiede Stefano Fassina.

"La revisione del trattato determina un oggettivo peggioramento delle prospettive del debito italiano, tanto più in un contesto di inversione del segno della politica monetaria e di restrizione delle possibilità delle banche di acquistare titoli di debito sovrano, come previsto per il completamento della Banking Union. Il governo eviti forzature. Il Mes non è nel programma della maggioranza", prosegue Fassina, "il merito e la necessità di salvaguardare il ruolo del Parlamento indicano di non sottoscrivere il testo e promuovere nelle opportune sedi parlamentari gli approfondimenti necessari. è autolesionistico continuare a drammatizzare sul piano finanziario e politico le conseguenza della mancata firma al prossimo vertice europeo. In assenza del Mes revisionato, continua a vigere il Mes utilizzato, come noto, per intervenire su tante banche e sulla Grecia".