L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 14 dicembre 2019

E' un accordo più proclamato che sostanza, è guerra vera è guerra totale, niente illusioni. Il mercato libero dipende dai 500 miliardi della Fed più gli acquisti a suon di 85 miliardi mese dicembre. No non sono bruscolini devono fronteggiare una tempesta vera, non occasionale

SPY FINANZA/ Il bazooka della Fed per evitare un’altra Lehman

14.12.2019 - Mauro Bottarelli

Un aggiornamento sulle operazioni term e repo della Fed di New York mostra che si teme davvero una nuova Lehman alle porte

Jerome Powell, Presidente della Fed (Lapresse)

Il Re è nudo. E questa volta non serve l’innocenza del grido del bambino a disvelarne al pubblico le vergogne: la situazione era tale che, a sole 24 ore dalla sua opera di rassicurazione generale nel corso della conferenza stampa post-Fomc, Jerome Powell è capitolato. Ma, probabilmente per un sussulto di dignità, lo ha fatto per interposta persona. Quando Wall Street aveva appena chiuso le contrattazioni e il mondo toglieva dal frigorifero lo champagne per l’annuncio di un accordo raggiunto sulla mitologica Fase uno del patto commerciale fra Usa e Cina, la Fed di New York pubblicava sul suo sito un post di aggiornamento relativo alle operazioni term e repo che sta conducendo dallo scorso 17 settembre. Apparentemente nulla che potesse sconvolgere. Pressato dai giornalisti, infatti, lo stesso Jerome Powell aveva ammesso che in vista delle scadenze di fine trimestre/anno sarebbe stato possibile, in via teorica, un ampliamento della platea di collaterale accettato in cambio di liquidità pronta cassa.

Una volta aperto il documento, però, si capiva immediatamente che la magnitudo di quanto deciso era pressoché senza precedenti. E, di conseguenza, lo erano anche i rischi di fronte al sistema. Come mostra questa tabella, da qui ai prossimi 30 giorni (avete letto bene, un mese) 
la Fed inonderà infatti letteralmente il mercato con 500 miliardi di dollari (anche in questo caso, avete letto bene, 500 miliardi) di liquidità 
attraverso aste repo e term, a cui andranno a sommarsi gli acquisti mensili del Qe. Insomma, si temeva un’altra Lehman. Alle porte, non ipotetica.


Le cifre, infatti, parlano da sole: il 31 dicembre e il 2 gennaio le aste repo overnight vedranno salire la liquidità a disposizione a 150 miliardi almeno, mentre altri 75 saranno offerti il 30 dicembre con maturazione 2 gennaio. E non basta, perché oltre a questo dal 16 dicembre al 14 gennaio si terranno anche nove aste term, otto delle quali per un ammontare di 35 miliardi e la prima di 50 miliardi. In totale, qualcosa come 365 miliardi di dollari nell’arco di un solo mese. Ai quali, unendo i controvalori di acquisti diretti in seno al Qe, si arriva a circa 500 miliardi di dollari. Un vero e proprio diluvio. L’idrante, appunto. Un qualcosa che porterà il bilancio della Fed a salire dagli attuali 4,066 triliardi di dollari a oltre il suo record massimo di 4,5 triliardi. Insomma, un vero e proprio bazooka, altro che il brodino insipido della Bce. Il quale, però, apre più di un interrogativo.

Il primo, ovviamente, riguarda la credibilità di cui godrà d’ora in poi Jerome Powell, il quale ovviamente in conferenza stampa ha mantenuto un profilo ufficiale tranquillizzante, ma, altrettanto ovviamente, era ben conscio di ciò che sarebbe stato comunicato dalla filiale della Fed di New York, responsabile diretta per le aste di finanziamento, solo il giorno dopo. Al netto di tutto, un minimo di intercalare preparatorio, di gettare qualche amo e lasciare trapelare qualche indizio, avrebbe salvato almeno in parte la faccia. E le apparenze. Se invece quanto comunicato è stato deciso solo nella notte fra l’11 e il 12 dicembre, allora la situazione era veramente da armageddon dietro l’angolo.

Seconda criticità, da oggi in poi ogni giorno rappresenterà uno stress test. Perché al netto di una potenza di fuoco simile, in grado di offrire schermo e copertura pressoché totale ai soggetti finanziari nel periodo ritenuto più delicato dell’anno, se qualcosa andrà storto – fosse anche il continuo aumento frazionale dei tassi sul mercato repo overnight -, allora vorrà dire che la crepa cui si è cercato di porre rimedio con un po’ di stucco, è invece divaricante e strutturale. Due ipotesi: un lavoro di rinforzo enorme, leggi un Qe4 ai massimi livelli. Da subito. Oppure un combinato fra distruzione creativa schumpeteriana e teoria darwiniana dell’evoluzione. Tradotto, lasciamo che i soggetti più deboli (in questo caso, esposti a leverage) periscano e cerchiamo di salvare i fondamentali, le architravi. Poi, si vedrà.

Terzo, prima o poi andrà affrontato il nodo principale della questione: potrà mai il mercato tornare a operare autonomamente, quindi a essere di nuovo libero? I controvalori in discussione, signori, parlano chiaro. Se già l’aver reso praticamente sistemiche e strutturali le aste di finanziamento cominciate lo scorso settembre e prorogate con aumento delle disponibilità tradiva la gravità reale della situazione, davvero pensate che il mercato non prezzi in realtà il bazooka appena messo in campo come ulteriore criticità ontologica da cui mettersi al riparo? Certo, per qualche tempo l’entusiasmo per il presunto accordo fra Usa e Cina unito a questo firewall della Fed garantirà mercati esuberanti e sempre nuovi record, ma, prima o poi, toccherà prendere atto del fatto che senza Fed (o Bce o Bank of Japan) non esiste più mercato, saremmo tornati al 16 settembre 2008, il day after del fallimento Lehman. E per quanto io non voglia sempre cercare lati negativi o indirizzare l’indice verso il bicchiere mezzo vuoto, è intuitivo il fatto che quanto denunciato nella notte da Edward Lawrence di Fox Business parli molto chiaro anche sulla veridicità e la credibilità di lungo termine dell’accordo commerciale, il quale ha una valenza anche finanziaria, oltre che meramente commerciale e di impatto sulle economie, come mostra questo grafico: la struttura della volatilità dello Standard&Poor’s 500 non permetteva aumenti tariffari il 15 dicembre prossimo. Punto.


E, guarda caso, ecco che quando ancora si cercavano conferme ufficiali, Donald Trump si scapicollava nel suo studio per firmare l’ordine operativo che bloccava gli aumenti dei dazi previsto per domenica. Un po’ sospetto: attendere un po’ di chiarezza e il mattino dopo non avrebbe cambiato nulla. A meno che non servisse un effetto shock da combinare con quanto comunicato poco prima dalla Fed di New York. E cosa dice Lawrence nel suo tweet? “Una fonte dei negoziati mi ha detto che questo è un giorno storico. L’accordo per la Fase uno è fatto. La fonte mi detto che i cinesi hanno acconsentito verbalmente all’acquisto di 50 miliardi di dollari in beni agricoli, ma questo non sarà scritto nel documento. La mia fonte ha dichiarato che la protezione delle proprietà intellettuali è inclusa nell’accordo”. E ancora: “Non ci sarà alcuna cerimonia per la firma in presenza del presidente Xi Jinping, solo un’implementazione dell’accordo che si terrà alla Casa Bianca… I cinesi hanno chiesto che i contenuti non siano mai resi pubblici”.

Ora, capite da soli che un accordo verbale si può fare fra amici o parenti, magari riguardo la vendita di un motorino usato che ci vedrà come beneficiari di un diritto di prelazione, non su un accordo commerciale fra le due principali super-potenze e su acquisti per beni agricoli con un controvalore di 50 miliardi di dollari. Siamo alle intese verbali, alle strette di mano che sono la firma dei galantuomini? Fra due nazioni che, formalmente, si stanno facendo la guerra per il dominio globale? E potrei andare avanti, perché ormai questo mondo è totalmente fuori controllo. Adesso, poi, occorrerà vedere il timing che Boris Johnson vorrà imprimere alla pratica del Brexit, la quale ora potrebbe in effetti creare qualche tensione reale sui mercati finanziari. Non tanto per la sterlina, quanto per lo status legale e l’obbligo di ridefinizione dei contratti derivati che nella City avevano la loro clearing house ufficiale: riunione d’urgenza di Bce e Bank of England, oltre a Eba e Fsa sotto l’albero di Natale per scongiurare chiusure di massa delle posizioni, redemptions di clienti dai fondi e outflows stile emorragia?

Capite da soli che uno scenario del genere non è accettabile, non fosse altro perché rischierebbe di vanificare lo sforzo ciclopico e la resa incondizionata alla realtà della Fed, visto il grado di interconnessione globale della finanza. La vittoria dei Conservatori ha scritto la parola fine sotto all’annosa questione, durata quattro anni, dell’addio del Regno Unito all’Ue? Io non ne sarei così sicuro. Quantomeno, non nei termini draconiani e tronfi che già rivendica il neo-rieletto premier. Saranno mesi interessanti quelli che abbiamo davanti, da qui a marzo potrebbe davvero succedere di tutto. Ma, a differenza di un certo senatore, io vi invito ad allacciare la cintura di sicurezza e non a mangiare pop-corn. Buon fine settimana.

Tuttologi, siamo diventati tutti, personaggi di una farsa planetaria

FENOMENOLOGIA DEL TUTTOLOGO GLOBALE

Roberto Pecchioli 13 Dicembre 2019 

Non serve accendere candele ai funerali. Non al morto, poveretto, né ai suoi cari e a nessun altro. Quella luce fioca è un fastidio, non illumina e soprattutto non cambia la tristezza della circostanza. Pensavamo a questo, al gaio funerale della civiltà e della verità cui partecipiamo ogni giorno con crescente impotenza; tentava incautamente, l’estensore di queste note, di spiegare l’imbroglio colossale del debito a un conoscente molto cool, un ingegnere fedele elettore del PD, già entusiasta ammiratore di Matteo Renzi. Reddito elevato, sposato con un’affermata donna medico con studio privato, ottimo reddito, figli già in carriera e, ci dicono, accanito partecipante a dibattiti sulle reti sociali in cui deplora con accenti di degnazione mista a disprezzo la stupidità e l’incompetenza dei connazionali affetti da populismo, sovranismo, conservatorismo.

Per il nostro interlocutore, riflessivo, informato, colto, attento lettore dei quotidiani di sistema, il debito pubblico è la prova del fatto che viviamo al di sopra delle nostre possibilità, che siamo un popolo di cicale, nutrito di ignoranza. Mai un dubbio che se esiste un debito, deve esserci un credito e che dunque il presunto creditore è un pessimo affarista se continua a finanziarci, poiché è evidente che nessun debito pubblico- il nostro e quello degli altri- è aritmeticamente pagabile. Ci deve essere qualcosa sotto, un inganno in cui siamo caduti, penserebbe una persona sensata. Il bravo cittadino globale no, accetta la narrazione del potere, disprezzando come fake news o crassa ignoranza le spiegazioni divergenti.

E’ respinto con perdite anche un accenno all’assurdità del MES, il Meccanismo Europeo di Solidarietà, che conferisce a un gruppo di finanzieri senza nome, sciolti da ogni legge, sottratti a qualsiasi controllo, il potere di determinare le politiche di uno Stato che, in preda più a follia che a disperazione, chieda in prestito il denaro che il suo stesso popolo ha offerto al fondo detto grottescamente salvastati. Paghiamo interessi e ci obblighiamo a scelte politiche eterodirette dopo aver graziosamente elargito 125 miliardi di euro, la quota italiana all’infernale meccanismo. Gioiosamente, contribuiamo al salvataggio delle banche tedesche piene di spazzatura, i prodotti derivati che valgono al massimo la carta su cui sono stati sottoscritti. Niente da fare: nessuna candela contrasta la luce accecante della verità ufficiale.

Il popolo vuole essere imbrogliato, lo sapevano già i Romani duemila anni fa. Di più: non c’è nulla che attiri maggiormente il rancore e l’odio che dire la verità a chi non la vuol ascoltare. L’allergia alla verità si diffonde e si fa contagiosa. Disprezzo, poi sarcasmo, subito dopo autentico odio. Nulla di strano, in fondo. Gli autonominati buoni sono anch’essi solo uomini, piaccia o non piaccia alla loro vanità. Gli homines sapientes hanno in apparenza messo a tacere l’istinto di predatori; hanno bisogno, per odiare, di convincersi che l’oggetto del loro fiammeggiante rancore di Giusti è un malvagio. Lo spiega perfettamente uno dei loro maestri, Theodor Adorno nella Dialettica Negativa: l’animale razionale che vuole aggredire l’avversario ha bisogno di un motivo “etico”. Il nemico da divorare deve essere cattivo.

Uno dei pochi vantaggi di essere reazionario, dunque destinato al disprezzo universale, è quello di decidere di fare a meno della discussione con gran parte dei propri simili per manifesta inutilità. Una conseguenza collaterale di tale conclusione è assumere un atteggiamento di sano allontanamento dalla controversia insensata. Ci si rende conto che, fatta eccezione per la sfera domestica e quella degli amici stretti, non ha senso esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento, dal momento che ci sono così tanti punti di vista su qualsiasi evento, così tante variabili individuali e, soprattutto, una così grande ignoranza (a partire dalla nostra!) delle innumerevoli sfumature e sfaccettature, che è molto meglio tenere la bocca chiusa. Benedetto Socrate che sapeva di non sapere e finì come sappiamo.

Inutile è ricordare alla maggioranza – democratica, progressista, in diritto di avere un’opinione su tutto e di modificarla velocemente in base all’umore, alla digestione e soprattutto ai dettami dell’informazione mainstream– che quando si padroneggia davvero un argomento se ne scoprono infinite variabili e si assume la prudenza, tratto distintivo della conoscenza. Il bipede iperconnesso, tra le altre patologie, è affetto da una preoccupante tuttologia: opina su qualsiasi argomento, è in grado di fornire soluzioni a richiesta e, soprattutto, desidera ardentemente farle conoscere al resto dell’umanità. Le reti sociali sono il suo terreno preferito; una volta bastava il bar o il mercato rionale, ma l’omino virtuale ama la globalizzazione, specialmente quella delle sciocchezze. Sui social, i forum spazzatura, ogni bravo cittadino globale ostenta opinioni omnibus senza che nessuno gliele abbia richieste, insieme a desideri, rancori e soluzioni ai massimi problemi del pianeta espressi con la stessa disinvoltura con cui enumera gli ingredienti del risotto e dà il voto all’albergo dove ha trascorso il fine settimana.

In questo modo, uno sciocco di cui ignoriamo le circostanze personali – meteorismo cronico, infanzia infelice, storia familiare, delusione o soddisfazione sentimentale- – può strologare sull’universo mondo, emettere folli giudizi di valore, odiare o apprezzare qualunque persona o causa remota di cui ignora tutto. Si propaga la volgarità, l’uso di insulti, una bulimia di pareri tanto più grande quanto più acuta è l’ignoranza sui temi su cui si rilasciano deiezioni verbali, ingiurie infondate, il tutto in un linguaggio elementare, SMS più messaggio whattsapp meno saggezza ed umiltà.

Non vale la pena entrare nel dibattito, meno ancora pensare di avviarlo su binari razionali. Cadremmo nella loro trappola se ci sentissimo scandalizzati o oltraggiati per le boutade, la stupidità, la povertà degli argomenti e gli insulti ricevuti. Essere nel mirino della plebe digitale è una medaglia al valore, non partecipare alle più disparate e ridicole community, a forum e gruppi un punto d’onore. A Renzo Tramaglino che si lamentava per l’appellativo di “baggiani” dato dai bergamaschi ai milanesi, il cugino, da tempo residente oltre l’Adda, replicò: detto da loro, è come dare dell’eccellentissimo a un monsignore.

L’opinione corrente non va in genere oltre luoghi comuni o battute. Quale interesse può avere il giudizio di un personaggio popolare per qualche squallida comparsata televisiva sui cambiamenti climatici, sull’ aborto o sulla situazione curda? E che dire delle interviste di strada nelle trasmissioni televisive, in cui si chiede dell’ultima sentenza controversa della Cassazione a un anziano che viene dall’acquisto di un Gratta e Vinci, o a una ragazzina strappata all’amato telefonino? E delle lettere al direttore nei giornali locali, un genere a sé, affascinante festival del luogo comune del buon cittadino cosciente dei suoi diritti, assennato scuotitore di testa di fronte all’incomprensibile.

Il processo di allontanamento dalla “gente” non è un segno di crescita della pulsione reazionaria, ma fastidio non più nascosto dalla maschera dell’ipocrisia e della convenienza sociale. Quello che ci capita è uno svuotamento verbale per accumulo di dati ed esperienze, per cui non intendiamo più pronunciarci sulle questioni di cui sappiamo poco o nulla. Non perché ci dispiaccia ricevere risposte sgradite, ma perché nella maggior parte dei casi non abbiamo un’opinione fondata. Non conosciamo i fatti, ci sentiamo autorizzati a parlare esclusivamente di ciò di cui abbiamo contezza. E’ un esercizio faticoso perché impone autocritica e prolungati silenzi. Aveva ragione Oscar Wilde: è meglio tacere e apparire stupidi che aprire bocca e togliere ogni dubbio.

L’homo sapiens et consumens postmoderno, al contrario, parla e straparla perché ha la lingua in bocca e gli hanno fatto credere che la sua opinione conta, è autorevole, pegno di democrazia, libertà e progresso. Da tuttologo globale, spazia dalla geopolitica alla gastronomia, dalla finanza alle mezze stagioni, dalla religione alla moda intima. Soprattutto, vuole assolutamente farlo sapere e desidera un pubblico plaudente, la community, gli amici di Facebook, quelli che faranno clic sull’immagine del pollice alzato. Mi piace, gli piace, se lo aspetta. Non bisogna contraddirlo, altrimenti il leone da tastiera, da bar e da fermata del bus ruggirà, anzi sputerà oltre ad inappellabili sentenze, insulti e odio, il vomito digitale di una sub umanità che il potere manovra a piacimento. Tira i fili e i burattini urlano sul clima. Muove dall’altro lato e corrono al centro commerciale, un cenno e diventano sardine dopo essere stati gli indignati, il popolo viola ed altre amenità di stagione.

Il lato buffo della tuttologia di massa è la sua felice convivenza con legioni di esperti pronti a risolvere ogni problema dall’alto di una sapienza settoriale sempre più limitata a un pezzettino di un’unica materia: specialisti di un atomo di conoscenza. Ho deciso: scorrazzerò sui social e metterò “mi piace “, “non mi piace” a caso. Farò contento qualcuno, irriterò qualcun altro. Non esprimerò opinioni, non argomenterò; sì, no, pensiero binario. Magari ripeterò a me stesso l’opinione scorretta di un eminente progressista del secolo XX, Bertrand Russell: il fatto che un’opinione sia ampiamente condivisa non è affatto la prova che non è completamente assurda. Infatti, a causa della stupidità della maggioranza degli uomini, è molto più probabile che un giudizio diffuso sia sciocco piuttosto che ragionevole.

Parola di filosofo, baronetto e progressista.

Lo sport professionistico non sa nulla di doping, ... poi il ciclismo. Operazioni di guerra senza militari queste sono diventate le olimpiadi. E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni

Esclusione della Russia, e lo sport?


Povero Pierre de Coubertin, marchese, sicuramente si starà rigirando nella tomba! E si starà chiedendo se la sua idea circa il valore del partecipare superiore a quello del vincere non debba semplicemente essere considerata una pretta utopia. Al giorno d’oggi la parola d’ordine vigente rilegge la famosa massima in senso esattamente contrario: oggi la sola cosa che conta è vincere, in qualunque modo, a qualunque costo. È così sia.


Non ci è dato, per il momento, sapere come e se finirà l’esclusione degli atleti russi dalle competizioni olimpiche per ben quattro anni e, a ben vedere, comunque vada a finire, il risultato sarà lo stesso: se il malcostume russo di dopare i propri atleti al fine di vincere importanti competizioni e di falsificare in seguito i risultati delle analisi al fine di coprire il misfatto dovesse risultare vero, lo sport sarebbe morto; se, al contrario, qualche funzionario sportivo avesse falsificato i dati raccolti al fine di escludere gli atleti russi dalle competizioni o anche solo si fosse ingegnato nel produrre false conclusioni, per il medesimo scopo, lo sport sarebbe ugualmente morto.

La triste scelta è affidata a ciascuno di noi e ne va della nostra lealtà verso noi stessi. E purtroppo, comunque sia, siamo comunque sconfitti dal crollo dei valori. Quelli veri. Una sentenza in assenza di appello si prospetta davanti a noi: possibile che siamo arrivati al punto di saper mentire a noi stessi finendo per imbrattare quella che forse è l’ultima cosa pulita che ci rimane?

Ricordo, qualche anno fa, quando mi recai dal meccanico per un problema al deragliatore posteriore della mia fiammante Bianchi da corsa: mi era fermato davanti alla vetrina del rivenditore non so quante volte per almeno due anni, assistendo con malcelata emozione al variare delle soluzioni tecniche di quel meraviglioso intreccio di tubi e fili di colore azzurro, promettendomi che, la prossima stagione, sarebbe stata finalmente mia! All’epoca riuscivo a pedalare qualche sera estiva e qualche sabato mattina lungo le strade delle nostre bellissime vallate riuscendo nell’intento di espellere un po’ di quell’eccesso di grassi e di tossine accumulate nella sedentarietà del lavoro. Riparato il piccolo inconveniente
mi soffermai ad osservare una vetrinetta, all’interno del negozio, stracolma di bottigliette, barattoli e piccole scatole: “Si tratta della nostra piccola ‘farmacia’ per la vittoria” affermò il titolare del negozio e prese a enumerarmi le virtù dei vari prodotti. Uno serviva per mitigare lo sforzo prolungato, l’altro aiutava nello sforzo della breve durata, l’altro, assunto negli ultimi chilometri, ti forniva lo spunto per lo sprint finale è finì con l’affermare che i “consumatori” non erano certo i professionisti 
(quelli avevano ben altro…) 
ma i dilettanti, quelli come me che arrancavano lungo i tornanti della “Bordona” chiedendosi, fin troppo spesso: “Ma chi me lo fa fare!”.

Era solo l’inizio della menzogna a noi stessi. Forse non ci rendevamo ben conto, e non ci rendiamo conto, di quale sia il valore di una scelta.

(Mauro Magnani)

Il vecchio mondo unipolare stenta a morire mentre si consolida il nuovo multipolare

The TMP* Theory

di Pierluigi Fagan

A fine agosto in occasione del G7 di Biarritz, a seguito del lungo colloquio tra Macron e Trump, avanzammo l’ipotesi di un patto tra i due per il quale Macron avrebbe cercato si risolvere il contenzioso russo-ucraino, con successiva normalizzazione dei rapporti tra UE e Russia (quindi uscire dallo stato sanzionatorio), onde permettere a Trump di invitare Putin al successivo vertice in Florida nel 2020, come per altro Trump aveva annunciato possibile. Su questa supposta operazione di diplomazia inclusiva si sommano una serie di interessi, alcuni a favore, altri contro.

Trump cerca di perseguire il dialogo con Mosca dalla sua elezione ma è stato a lungo tenuto sotto scacco dal Russiagate poi terminato in un nulla di fatto. Ora è sotto procedura di impeachment però questo non pregiudica la sua operatività in politica estera. Il fine è noto a chiunque sappia due-cose-due di geopolitica. Ostracizzando al contempo Russia e Cina, gli USA si creano un nemico bicefalo che compensa mancanze con punti di forza. Potenza militare la Russia ma non economica, potenza economica ma non militare la Cina, un vero capolavoro di stupidità strategica. Il fatto è che buona parte del Deep State americano non ha nulla di specifico contro la Cina mentre confinare la Russia nel corner dei nemici assoluti ha grande utilità soprattutto per alimentare la macchina militar-industriale, NATO annessa.

Di contro, per Trump ed il suo gruppo di potere, le posizioni sono esattamente inverse. La Russia potrebbe su base gas-petrolifera addirittura esser un partner come lo è stato per lungo tempo prima dell’affaire ucraino (si pensi anche a gli sviluppi siberiano-polari che avevano portato alla nomina a Segretario di Stato dell'ex CEO di Exoxn-Mobil, Rex Tillerson, grande amico dei russi) , il nemico strutturale e prospettico è obiettivamente la Cina in quanto la partita dei poteri mondiali è certo economico-finanziaria e non certo militare, spingere i primi ad unirsi ai secondi è esattamente il contrario di ciò che fece a sui tempo Kissinger ai tempi di Mao e Nixon, quando Cina ed URSS erano oltretutto allineate ideologicamente.

Putin certo è consapevole delle trappole insite in questo disegno e certo non ha nessuna intenzione di ri-orientarsi strategicamente dal formato “strana coppia” (RUS-CHI) come la chiama Limes, ad un improbabile nuova amicizia con gli infidi occidentali però, realisticamente, ottenere una qualche possibilità di “bilanciamento” avrebbe un suo appeal. Questo aumenterebbe il potere negoziale russo ed aiuterebbe la Russia ad aprirsi ventagli di possibilità sul prezzo a cui vendere i suoi patrimoni energetici fossili e potersi comprare tecnologia per far fare qualche salto alla sua industria.

Macron ne otterrebbe molti vantaggi. Il prestigio del ruolo di Ministro degli Esteri nella diarchia di Aquisgrana in cui Merkel è il Ministro del Tesoro, la possibilità del ruolo di intermediario primo con ricadute di affari con i russi a seguire, la diminuzione del peso geopolitico dell’Europa del’Est vs Europa dell’Ovest, un credito nei confronti di Trump ma anche di Putin, la titolarità per portare avanti la sua idea di parziale sganciamento dell’Europa dalla NATO che è la precondizione per i progetti di costituzione di una potenza militare europea che è l’unica carta che le permetterebbe di sedersi al tavolo della nuova fase di geopolitica multipolare.

Merkel di fatto è già da tempo e nonostante le roboanti dichiarazioni pubbliche contrarie, di fatto partner commerciale coi russi, si pensi al raddoppio del North Stream 2. Per altro, larga parte della confindustria tedesca e della politica bavarese sarebbe entusiasta di una normalizzazione. Pubblicamente però non si espone per salvaguardare equilibri interni contrari e soprattutto per non creare tensioni con quell’Europa dell’Est che è il suo bacino egemonico naturale. Lascia fare a Macron con l’aria di chi deve pur permettere al junior partner di avere il suo protagonismo.

Zelensky ha ricevuto poteri largamente maggioritari in Ucraina anche se le minoranze nazionaliste sono agguerrite e poco disposte al disgelo. Nei fatti, il gruppo di potere attorno a Zelensky bada a gli interessi ucraini e l’Ucraina dopo esser stata sedotta dall’amministrazione Obama che ha pilotato il colpo di stato travestito da insurrezione popolare, è stata nei fatti abbandonata. La situazione economica e sociale in Ucraina è pessima ed è su questo scontento palese che Zelensky sta costruendo la sua fortuna politica. La relazione a due vie tra Ucraina e Russia è di logica geo-storica, si può far davvero poco per trovare una logica sostitutiva e certo non senza il favore di Trump, Macron e Merkel che nei fatti vanno in direzione opposta.

Contro questo movimento si segnano: l’Europa dell’Est in perenne paranoia anti-russa, i britannici al solito inorriditi dalle pretese geopolitiche degli euro-continentali viepiù se saldate in relazioni coi russi (l’incubo Heartland di Mackinder), la NATO che dal felice esito di questo movimento vedrebbe fortemente ridimensionati i suoi interessi (con un bel po’ di generali e funzionari disoccupati, nonché parte del complesso industriale americano connesso in crisi), buona parte del Deep State americano, i democratici americani, i loro alleati liberali europei.

Ecco allora che si fa fatica a trovare oggi notizie sul felice esito della riunione “formato Normandia” (Macron, Merkel, Putin, Zelensky) di ieri a Parigi, sia sulla stampa nazionale che internazionale, molto meglio la notizia del ban alle Olimpiadi e forse Mondiali di calcio, per presunto doping russo. Una spessa cortina di silenzio intorno alla notizia che quando data, è data con sospetto corredato da sfiducia e dubbi.

Nei fatti però, dopo Biarritz, Macron è andato in Ucraina e si è sentito spesso con Putin, Zelensky si è telefonato con Putin quattro volte, hanno cominciato e sono a buon punto nello scambio dei prigionieri reciproci, hanno annunciato una sospensione delle ostilità in Donbass sebbene non sempre rispettata da chi ha evidentemente interessi contrari (nazionalisti ucraini e del Donbass), ieri si sono stretti la mano e parlato a quattro occhi fissando un successivo piano di diplomazia attiva a scadenza marzo 2020. Difficile chiudere in tempo e con venti contrari il processo per firmare una pace ad aprile e revocare le sanzioni a maggio per il G8 americano che è a giugno, con le elezioni americane a novembre. Però sembra che più d’uno abbia voglia di provarci, vedremo …

Certo va notato che il tema “pace e diplomazia” non riscuote grande successo d’attenzione presso le opinioni pubbliche occidentali, il che denota una forte contraddizione adattiva a quello che volenti o nolenti sarà lo statuto multipolare del nuovo equilibrio mondiale. Meglio spingere senza tregua ad odiare qualcuno e poi inveire contro l'"odio dilagante", no?

* TMP=Trump-Macron-Putin

Amazon perde 10 miliardi di dollari di commessa del Pentagono si vendica facendo uscire fuori i documenti sull'inutilità dell'invasione dell'Afghanistan e sulla cialtroneria dei vertici militari statunitensi

Morire di PIL

di Pierluigi Fagan
12 dicembre 2019

Washington Post pubblica lo scoop che si è costruito con anni di battaglie legali per ottenere documenti teoricamente de-secretati che però non si volevano consegnare, sulla guerra più lunga dalla Seconda mondiale: la guerra in Afghanistan. Sono 6114 i militari americani uccisi (tra regolari e contractor) e più di 40.000 i feriti. 1145 morti il contributo NATO di cui 53 italiani. 100.000 gli afghani tra civili e poliziotti. 42.000 i talebani ed altre fazioni. Sono 157.000 in tutto i morti includendo giornalisti ed operatori umanitari. Per cosa?

Ora viene fuori che tutto ciò non è servito a nulla, che gli americani sapevano da quasi subito che la guerra non poteva esser vinta e che andava sempre peggio nonostante i pubblici proclami su i grandi avanzamenti inesistenti, dichiarati costantemente sotto Bush, Obama e Trump. Una situazione sul campo che i generali definivano di caos assoluto, senza obiettivi chiari, con velleitarie strategie sovrapposte, ordini contraddittori, nessuna conoscenza della realtà del luogo, approssimazione massima e confusione fino a non sapere neanche contro chi veramente si stava combattendo e soprattutto per cosa.

L’articolo merita la lettura. Vietnam, Iraq, Siria, Afghanistan, la mega-potenza planetaria che sulla carta sembra un fumetto Marvel del potere ultimo ed assoluto, sul campo è una banda di cialtroni che non sa neanche cosa ci sta a fare lì. E nel mentre se lo domanda, obbliga i propri giovani e gli alleati a dare il loro contributo di morti mentre ammazza popolazioni inermi alimentando con flussi di dollari i poteri mafiosi locali, le élites criminali del luogo, fino a risollevare la coltivazione di oppio afgano, unico beneficio portato dagli esportatori del libero mercato & democrazia.

Sono18 anni di guerra inutile per chi è sopravvissuto, letale per chi è sottoterra, per cosa? Per quei 1000 miliardi stanziati a più riprese, il contributo a determinare la posizione di più grande potenza economica del pianeta tramite il circuito che dalla stamperie del FED, passa nel complesso industriale-militare-parlamentare ed arriva alla vanga che sotterra i morti.

A proposito di vanga, Keynes sosteneva che presi operai che scavavano buche per sotterrare i soldi della banca centrale e presi poi quelli che li dissotterravano permettendo di pagare i primi ed i secondi, si sarebbe potuto creare lavoro emettendo moneta, se proprio non veniva in mente una idea migliore. Gli americani hanno avuto una idea secondo loro migliore, che consiste nel lasciare 157.000 morti per strada, riservando i soldi stampati dallo stato ad un manipolo di cleptocrati. Oltretutto andando poi a raccontare che tutto ciò è per il bene delle libertà, della democrazia e dei valori occidentali. Segue The Star Spangled Banner, lacrimuccia, bara su cui gettare l'ultimo fiore, titoli di coda. Chapeau!

[Menomale c'è la libera stampa come WP, cioè Bezos, cioè Amazon che ha appena perso la commessa da 10 mld di dollari in favore di Microsoft indetta dal Pentagono. L'ha presa bene, no?]


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For nearly two decades of war in Afghanistan, U.S. leaders have sounded a constant refrain: We are making progress. They were not, documents show, and they knew it.

Banca Popolare di Bari - Si sono mangiati un'altra banca - Ai privati i profitti al pubblico le perdite, solo un miliardo

Marco Iacobini deus macchina 

BANCHE IN CRISI
Popolare di Bari, Jacobini pronto a lasciare: «Non resto attaccato alla poltrona»

di Michelangelo Borrillo, inviato a Bari 21 lug 2019


«Bisogna difendere la poltrona, ma non rimanerci attaccati». Non è ancora l’ultima dichiarazione da presidente di Marco Jacobini. Ma potrebbe essere quella immediatamente precedente. Perché, se al termine dell’assemblea della Banca Popolare di Bari Jacobini ha escluso le dimissioni da presidente nel primo consiglio di amministrazione utile, ha anche spiegato che il passo indietro «potrebbe avvenire nei prossimi 10 giorni» in un successivo cda. Il tempo, insomma, di trovare l’accordo sul successore.

Il nuovo consiglio

Per il momento il cambio di governance si è concretizzato nel consiglio di amministrazione: l’assemblea che ha approvato (con una trentina di voti contrari) il bilancio 2018 con perdite pari a 420,2 milioni di euro, ha anche votato la lista presentata dal cda con Gianvito Giannelli, Vincenzo De Bustis, Francesco Pignataro, Giulio Codacci Pisanelli, Patrizia Giangualano e Francesco Ago. Dei quattro consiglieri in scadenza — Francesco Viti, Luca Montrone, Modestino Di Taranto e Francesco Pignataro — è stato confermato solo quest’ultimo. De Bustis, consigliere delegato, e Giannelli erano già in consiglio, cooptati rispettivamente nel dicembre 2018 e a inizio luglio 2019, mentre gli altri tre sono new entry: Giangualano, già nel consiglio di Mondadori dal 2018; Ago dello studio Chiomenti; Codacci Pisanelli, senior advisor di StormHarbour Securities.

Trent’anni al vertice

Con sei consiglieri su 11 riconducibili alla voglia di rinnovamento, può così cominciare il «Futuro prossimo» dell’istituto, così come recita lo striscione che ha accolto i soci della Banca popolare di Bari alla Fiera del Levante. Il presente, evidentemente, con gli oltre 400 milioni di perdite del 2018, è da mettere alle spalle. E il futuro prossimo, come detto, potrebbe prevedere a breve anche il passo indietro di Jacobini, dall’89 ai vertici dell’istituto (come presidente o amministratore delegato), figlio del fondatore Luigi che nel 1960 mise la prima pietra di un istituto diventato, nei 59 anni successivi, grazie a 29 acquisizioni, la più grande popolare del Sud. Jacobini, in banca dal 1978, ieri non era in scadenza. Ma la sua disponibilità a mettersi di lato sarebbe anche una risposta alle richieste della Banca d’Italia di un cambio di passo nella governance (in queste settimane è in corso un’ispezione della Vigilanza).

Del resto un cambiamento è anche l’auspicio del primogenito di Marco, Luigi (vicedirettore generale), in questo su posizioni differenti rispetto al fratello Gianluca (condirettore generale), in virtù anche del differente ruolo ricoperto negli ultimi anni, quelli che hanno portato a perdite superiori a 400 milioni: più strategico il ruolo di Gianluca, a capo della rete commerciale e dei crediti, rispetto a quello del fratello con responsabilità su information technology e ragioneria. A Luigi, quindi, risulta più facile accettare la discontinuità, anche se ciò significa, nei fatti, un passo di lato del padre.

Giannelli in pole position

La svolta della Popolare Bari, quindi, è anche una questione di famiglia. 
Tanto più che, in caso di dimissioni da presidente di Jacobini, il nome in pole position per la sua sostituzione è quello di Giannelli, che dell’attuale numero uno dell’istituto è nipote, in quanto figlio della sorella maggiore Annamaria. Al di là dei nomi, comunque, la svolta della Popolare di Bari deve arrivare nei fatti. In un’assemblea blindata ai giornalisti (ma gli interventi più accesi si sentivano anche nell’atrio del Padiglione 7 della Fiera che ha ospitato l’assise) diversi soci, chiedendo discontinuità della governance, si sono lamentati non solo dei risultati di bilancio ma anche dell’impossibilità di liquidare le azioni. E quindi occorre cambiare registro, seguendo le linee guida del piano industriale elaborato da De Bustis e approvato a gennaio 2019.

Il risanamento del bilancio non può prescindere dalle cessioni dei crediti deteriorati (npl) e della CariOrvieto (in bilancio per 55,5 milioni e per la quale a giugno è pervenuta un’offerta di 60 milioni di Sri Global) e dal rafforzamento del capitale dopo che, per effetto delle perdite, il patrimonio si è ridotto da 1.073 a 493 milioni. Ma in soccorso potrebbe arrivare, oltre alla cartolarizzazione «tranched covered» di crediti in bonis per circa 400 milioni, anche un’aggregazione, grazie all’opportunità offerta dagli incentivi previsti dal Dl Crescita. Una norma ad hoc inserita nell’iter parlamentare del provvedimento che consente alle banche del Centro Sud di trasferire, in caso di fusioni, le attività fiscali differite (Dta) ai soggetti derivanti dalle aggregazioni, trasformandole in credito d’imposta fino a un massimo di 500 milioni per ciascun soggetto.

Il destino dei soci e dei dipendenti

Se gli azionisti (oltre 69 mila i soci dell’istituto) protestano perché non riescono a liquidare le azioni (nonostante sia stato sottoscritto un protocollo di conciliazione con un plafond di 3,5 milioni) non rischiano i dipendenti, che sono più di 3 mila. «Sappiamo perfettamente che c’è la supervisione della Banca d’Italia e quindi, al di là della situazione complessiva, ci tranquillizza questo monitoraggio quotidiano», ha spiegato Lando Sileoni, segretario generale della Fabi. Il «Futuro prossimo» della più grande popolare del Sud, che passerà anche dalla trasformazione in spa, può quindi cominciare. Con o senza Jacobini lo si saprà solo nei prossimi giorni.

Ma per favore Salvini, alter ego di Zingaretti non è Boris. I primi vogliono il Progetto Criminale dell'Euro il secondo vuol portare la Gran Bretagna lontana dal puzzo insopportabile di Euroimbecilandia

LA BOLLA DELLA SINISTRA FUCSIA

Maurizio Blondet 13 Dicembre 2019 

Boris Johnson e con lui i conservatori hanno conquistato la maggioranza persino nella Blyth Valley, desolata plaga post-industriale del Northumberland in cui l’elettorato votava “rosso” dal 1950: e rossi duri. Il programma di Corby era davvero socialista, a cominciare dalle nazionalizzazioni. – Allo stesso modo ha votato tories – inaudito – il “paese nero” – dall’antico ricordo del carbone estratto che alimentò la prima gigantesca rivoluzione industriale, N orthumberland, Stoke-on-Trent, Wolverhampton North East, West Bromwich East Sedgefield tradizionale feudo di Tony Blair.

E’ più di “una sconfitta, ma una disastrosa rotta, con il voto di Labour che precipita in collegi un tempo sicuri”, scrive il Telegraph esultante, “il muro rosso che crolla”.

(e il Regno Unito fa ciao-ciao)

Pour ceux qui avaient encore un doute, les Britanniques veulent vraiment le #Brexit. Le second référendum souhaitait par certains a eu lieu ce jeudi 12 décembre 2019 et il confirme celui de 2016. Le #Brexit aura lieu le 31 janvier, comme prévu.

Ci sono analogie con le nostre regioni rosse? Vedremo. Ma una analogia è già vistosa: “la bolla psichica di Londra”, radical chich e “liberal” fucsia, anche quelli che votano Tories ma hanno guardato a Boris Johnson come a un pittoresco mattoide – non ha visto arrivare la frana: né i sondaggisti, né gli esperti da talk show.

I sondaggisti si sono spinti a profetizzare per Boris un successo limitato, alcuni anche un sostanziale testa e testa di Corbyn, che avrebbe dato al vincitore un parlamento metà e metà, che avrebbe dovuto obbligare il biondo a fare un governo di coalizione. Vedrete, andrà così, dicevano i politologi interpellati dalla BBC.

Boris e la preda

Ricordate? “Hillary in testa” ci assicurava la celebre corrispondente RAI da New York. E’ il vizio della sinistra fucsia: in fondo fanno i sondaggi chiedendo agli amici durante l’apericena e le riunioni di redazione o la manifestazione per il Clima e interrogano le sardine.

E’ la bolla in cui vivono.

In Inghilterra come da noi, a votare Brexit o Salvini la cementizia convinzione che solo anziani di scarsa istruzione,”deplorevoli” e “senza denti” potevano aver paura del nuovo; i giovani voteranno Corbyn, che senza dirlo chiaro faceva balenare un secondo referendum, dove avrebbe vinto il “remain”: loro “sentivano” che sempre più inglesi si erano pentiti di aver votato Brexit, ed ora volevano un nuovo referendum –per restare in quella meravigliosa gabbia tedesca che è la UE, con la sua crescita letargica.


Titolo di Repubblica giugno 2017: gli inglesi si sono pentiti

(Fassino, celebre per lesue previsioni)

Se questa era il sentimento nella bolla di Londra-City, incapace di sentire che nel paese nero uno dei motivi che ha fatto girare le spalle al Labour 
è stato proprio la sua ambiguità sul Brexit 
figuratevi nella bolla delle bolle, fra Bruxelles e Berlino.

“Almeno non sentiremo più certi responsabili eurocrati a Bruxelles che il Brexit non avrà luogo, che i britannici sono “pragmatici” e quelli che aspettavano un secondo referendum: il secondo referendum è questa votazione. Il Brexit avrà luogo il 31 gennaio.

Le conseguenze per l’eurocrazia sono delineate con la surpema lucidità da Ambrose Evans Pritchard:



(a proposito , in Francia…)



.”Goldman Sachs – per nulla favorevole al Brexit – ha valutato $ 150 miliardi di flussi di capitali globali pronti ad investirsi nell’economia del Regno Unito ora che il Parlamento ha smesso di ostacolare. Si aspetta una “accelerazione retroattiva” degli investimenti, portando la crescita a un tasso del 2,4% entro la fine del prossimo anno. Sta scommettendo su un’espansione di tre anni superiore al 2% e su un’impennata di recupero delle attività depresse del Regno Unito.”

Una crescita del 2,4% come effetto ritardato del Brexit. Non male, se lo confrontiamo col nosro zero virgola… Ma sarà anche di più. Come ha notato il nostro Barra Caracciolo, essendo il Regno Unito un contributore netto al bilancio UE (come l’Italia…) , per effetto del meri Brexit con il risparmio del contributo, si trova ad avere uno spazio di manovra aggiuntivo di 10 miliardi, poco meno dello 0,4% del Pil, che può immediatamente convertire in sgravi fiscali o maggior spesa pubblica.

“Inoltre, per il resto della contribuzione, diciamo la parte a “prestazione corrispettiva”, il Regno Unito disporrà di circa 0,7 punti di Pil di spazio fiscale, che potrà comunque destinare diversamente da quanto gli imponeva l’adesione ai programmi di spesa vincolati al bilancio Ue: potrà così, – e con l’aggiunta di 10 miliardi di risparmi “certi”, scegliere di incentivare maggiormente la ricerca scientifica, in finanziamento di start-up, o di imprese già esistenti, nei settori, come quello energetico e della mobilità, ritenuti strategici, o potenziare il proprio sistema sanitario pubblico o quello infrastrutturale, combattendo la povertà mediante la creazione pubblica di posti di lavoro.

Ed infatti, Boris Johnson, nella sua campagna elettorale ha molto enfatizzato questi temi – in particolare quello del rafforzamento della sanità pubblica…. Relativi alla maggior capacità, derivante dall’uscita dall’Ue, di svolgere politiche fiscali e industriali più estese e più mirate alle esigenze del Paese”.


Sicché gli eurocrati che conta(va)no che “ Boris dovrà arrendersi a tutte le richieste di Michel Barnier (che guida la task force eurocratica per trattare i dettagli dell’uscita con Londra) per ottenere accordi commerciali con la UE alla svelta e a qualunque costo”, si fanno delle illusioni, dice Evans Pritchard : Boris, come si vede, ha un tesoretto e un cuscinetto finanziario, “mentre l’Europa è ferita ed esaurita; è pericolosamente vicina alla deflazione strutturale ed ha una soglia di dolore bassa.

” La Germania è in crisi industriale ormai da sette trimestri. Non solo: secondo Goldman Sachs, in questa caduta tedesca, la prospettiva del Brexit (perdita di un grosso mercato delle sue auto, crisi della catene di approvvigionamento, chiusure di canali fiduciari) ha avuto l’effetto determinante”.

Una bellissima eterogenesi dei fini: tanto più se si pensa che nei mesi scorsi, l’oligarchia di Bruxelles (vedi Martin Selmayr, il badante di Juncker ) ha cercato i modo di punire l’Inghilterra per la sua decisione, facendole pagare un prezzo altissimo, anche per non afr veder ad altri che, fuori dalla UE, si prospera-

“La feroce umiliazione che hanno inflitto a Theresa May, obbligandola a presentare al Parlamento un accordo in tali termini che nessuno stato sovrano poteva ragionevolmente accettare”, ha avuto anche questo effetto collaterale: di aggravare l’ultima recessione e spingere la zona euro in profondità in una crisi strutturale.

E Juncker e il suo badante hanno continuato a stringere i ceppi dei loro”strumenti di tortura”, fino a quando è stata la Merkel s’è accorta che la tortura aveva un effetto sull’economia tedesca, avrebbe detto: “Non siamo capaci di inventare un testo che Johnson possa firmare?”

Martin Selmayr, il vero governante dietro Juncker. E’ stato lui a volere rendere punitivo il Brexit.

Si aggiunga che questa geniale classe dirigente UE-tedesca si è posta in rotta di collisione con l’America di Trump, mentre ovviamente Boris ha rapporti ottimi.

Si aggiunga l’evidente cambiamento del pensiero francese – e di Macron – l’impazienza verso la UE frenata da Berlino, e la NATO in morte celebrale. Macron ha un interesse decisivo a tenersi Londra – la sola che abbia un’altra decente forza armata – più vicina possibile nel sistema europeo di difesa e sicurezza, che lui vuole più autonomo da Washington.

Forse che albeggia nella oligarchia di Bruxelles e nella leadership tedesca una consapevolezza del disastro a cui hanno ridotto “il sogno europeo”? Macchè. Dopo lì’alterco che hanno avuto con Trump al vertice NATO, la Von der LEyen e i suoi boys al potere a Bruxelles hanno concepito un piano grandioso: “I leader dellaUE ritengono che è ora che l’euro debba svolgere unruolo più ampiio per competere contro gli Stati Uniti e la Cina”. NE ha dato notizia il Financial Times


L’euro, moneta disfunzionale per volontà tedesca, dovrebbe diventare moneta di riserva da far paura al dollaro -e contrastate pure Pechino, già che c’è. L’economista Ashoka Mody, di solito compassato, si è domandato quale sostanza illegale stiano fumando negli uffici di Bruxelles.

"EU leaders believe the euro needs to play a larger role in order to compete against the US and China" What illegal substance are euro leaders inhaling? https://www.ft.com/content/3165c19c-0ba0-11ea-bb52-34c8d9dc6d84 … via @financialtimes

Forse è la chiave giusta per capire: la bolla in cui vivono i privilegiati, che anche in Italian non ha permesso di vedere il trionfo di Boris Johnson,come già pèrim a di Trump. Ma la droga si chiama arroganza e delirio di potenza.

Salvini, Zingaretti, Di Maio utili idioti portatori di acqua al Progetto Criminale dell'Euro

Asserviti e sottomessi

Maurizio Blondet 12 Dicembre 2019 

Dopo aver avuto il nostro sì al MES, adesso chiedono anche questo (Gualtieri l’aveva escluso):

Taaaac... Adesso parte il loop, ci siamo


(da Nicoletta Forcheri)

Roma era il Mediterraneo, oggi l'Italia è piena di utili idioti portatori di acqua a Euroimbecilandia, alla finananza parassita avvoltoia straniera che ha come obiettivo di divorarla

Alberto Negri - Perché le elezioni in Algeria ci devono interessare


di Alberto Negri - Quotidiano del Sud

Con l’ubriacatura elettorale britannica da Brexit, pochi ieri volgevano lo sguardo all’Algeria, il nostro secondo fornitore di gas, dove si è votato per le presidenziali. Gli anni di piombo che nessuno vuole più ricordare.

Con l’ubriacatura elettorale britannica da Brexit, pochi ieri volgevano lo sguardo all’Algeria, il nostro secondo fornitore di gas, dove si è votato per le presidenziali, tra tensioni, arresti e manifestazioni di protesta. In teoria con questo voto dovrebbe cominciare il dopo-Bouteflika ma siamo nell’incertezza più completa: ad avere in mano il potere sono sempre e soltanto i militari oggi rappresentati dal generale Salah.
Il voto è stato contestato quasi universalmente dall’ondata protesta dell’”Hirak”, il Movimento, che nell’aprile scorso ha portato alla caduta del presidente-autocrate Abdelaziz Bouteflika e oggi chiede a gran voce lo smantellamento di un sistema troppo contiguo a Le Povouir, il Potere, quel grumo corrotto che tiene in piedi l’Algeria dall’indipendenza dalla Francia, ottenuta con una sanguinosa lotta di liberazione: un milione di morti.

Qui da noi se ne parla poco, i nostri politici e governanti non ne sanno nulla, intuiscono a malapena, e solo i più informati, che l’Eni di Mattei sostenne la lotta di liberazione e, pur essendo l’Algeria è uno dei nostri storici fornitori di gas con forti interessi di Eni, Enel, Edison, non se ne curano. Ma a noi sembra sempre marginale tutto quanto accade in Libia, Algeria o Tunisia, salvo poi risvegliarsi davanti ai cambiamenti stupefatti e impreparati, come al solito.

Le presidenziali, delegittimate dal movimento di protesta Hirak e da molti partiti, rappresentano comunque una svolta: un fallimento nell’affluenza, che sicuramente verrà debitamente dopata dai dati ufficiali, può significare un distacco totale del potere dal Paese.

Tra le poste in gioco il gas: 96% dell’export, metà delle entrate statali e la formula 49/51, che finora ha assegnato all’industria nazionale Sonatrach la maggioranza delle joint venture con gli stranieri. Anche questo potrebbe cambiare e ci interessa da vicino visto che ad Algeri siamo anche legati dal cordone ombelicale del TransMed, il gasdotto che attraversando il territorio algerino e tunisino arriva fino in Sicilia. Le nostre maggiori società come Eni hanno da poco firmato importanti contratti di fornitura ma il gas algerino, destinato anche a un consumo interno in forte aumento, sta calando per mancanza di adeguati investimenti in nuovi giacimenti. Ma per attirare gli investimenti esteri ci vuole stabilità e se gli europei esitano saranno altri come i cinesi a prendere il nostro posto.

In cinque candidati in lizza sono stati ampiamente contestati e hanno fatto una campagna quasi esclusivamente televisiva. Tutte le formazioni politiche hanno dichiarato pubblicamente di sostenere l’Hirak e di boicottare queste elezioni. Uniche eccezioni i due partiti del regime, il Fronte di Liberazione Nazionale (Fln) che sostiene Azzedine Mihoubi, leader del Raggruppamento Nazionale Democratico (Rnd), altro partito di governo. Molto dipenderà anche dal fronte islamista che presenta un candidato alle presidenziali, Abdelkader Bengrina, visto che il principale partito della coalizione, il Movimento per la Pace e Sviluppo (Msp), ha dichiarato che non voterà alcun candidato, senza esprimersi sul boicottaggio.

Eppure questa è anche l’Algeria sopravvissuta agli anni di piombo quando nello scontro feroce tra forze di sicurezza e i gruppi islamisti sono morti migliaia di algerini: almeno 150-180mila le vittime, oltre 50mila i desaparecidos. L’Algeria di quegli anni la ricordo molto bene, qui quasi nessuno la menziona più, ma fu questo il primo grande fronte del radicalismo islamico nel Maghreb, dove dall’Afghanistan erano tornati i mujaheddin reduci dalla guerra contro l’Urss per dare vita alla guerriglia.

Algeri si svegliava all’alba già in preda alla paura e per un lungo e buio decennio si rifugiava nelle case ancora prima del coprifuoco: alle cinque del pomeriggio, estate o inverno, non circolava già più nessuno nelle strade. Non si sapeva neppure chi uccideva chi: era in corso una lunga “guerra sporca” dove i gruppi estremisti terrorizzavano la popolazione con le decapitazioni e a loro volta i corpi speciali del regime militare, i ninja, terrorizzavano, prima ancora degli islamisti, gli stessi algerini. Negli obitori visitavo cadaveri fatti a pezzi, tranciati, tenuti insieme dal fil di ferro per permettere i funerali e restituirli alla famiglie, se mai le avessero trovate.

Era l’Algeria dove nel 1991 il Fis, il Fonte islamico di Salvezza, aveva vinto il primo turno delle elezioni ma era stato quasi subito esautorato e privato della vittoria da un colpo di stato dei generali. La notte algerina cominciò così: una tragedia a porte chiuse dove i giornalisti e gli osservatori esterni raramente erano ammessi. Ancora oggi ottenere un visto giornalistico per Algeri è un’impresa lunga e complicata.
Ricordo ancora per settimane il brivido gelido della solitudine, di giornate passate a contare i morti, i colleghi algerini uccisi, i cantanti, gli attori, gli scrittori, mitragliati, accoltellati sgozzati. In poco tempo l’Algeria fu svuotata dai suoi intellettuali per diventare una sorta di immenso recinto a cielo aperto dove, quando calava la notte, si uccideva, si sparava e saltavano le autobombe. Con l’oscurità non giungeva mai un sonno profondo ma una sorta di veglia continua, interrotta da spari o rumori sospetti. Non c’era un fronte di guerra ma un senso di pericolo continuo, costante, pervasivo e angosciante. Ne ho viste tante in oltre 30 anni da inviato di guerra: ma quell’Algeria non riesco mai a dimenticarla. Quella paura ogni tanto riaffiora come una sorta di inquietudine che non ti lascia mai.

Notizia del: 13/12/2019

venerdì 13 dicembre 2019

Alceste - sinistra destra solo le parti di una farsa che assume contorni di un dramma lontano lontano

Note invernali


Roma, 12 dicembre 2019

Ignorare il tifo, i partiti, le prese di posizioni consunte e consolidate equivale a orizzontarsi in un bosco, di notte. Non è facile, se manca la luce della luna. Ci ho provato, alcune volte; il corpo reagisce dapprima goffamente, a cercare riferimenti non più esistenti; quindi l’occhio si abitua, anche nel fitto delle tenebre, il piede prende confidenza col terreno, si conforma agli ostacoli, le braccia si mutano in tentacoli sensorii; l’orecchio capta sonorità dapprima insondabili. Certo, c’è da vincere la paura. Lo sfiorare d’un ala sconosciuta o lo smuovere delle frasche atterriscono; una sorgente d’acqua, e le sue cascatelle, nel buio, il fragore che ingigantisce nella testa, possono addirittura gettare nel panico più abietto. Perché questo è: panico, come se la Natura volesse possederci e perderci definitivamente, in Sé. Eppure occorre tener duro, a costo di appiattirci al terreno e restare lì, immobili. No, non è facile; il conformismo è una droga potente; il sentiero stabilito dal potere invita a proseguire, sempre: perché inoltrarsi nel bosco?

Siamo talmente assuefatti a prendere posizione all’ombra di tali mascherine - la destra la sinistra la libertà il progresso la reazione - da nemmeno immaginare un mondo deciso da noi stessi, in cui le biforcazioni, i sentieri più sicuri e i pericoli vengono individuati da cippi e segni escogitati dall’esperienza della vita e del passato, senza il comodo di tali meschinità.
Potrei essere più sobrio? La domanda è mal posta. Son sicuro che, nella mia prosa, non dà fastidio qualche parola obsoleta in più e in meno, ma l’assenza dell’attualità.

Cercare l’attualità, spasmodicamente, ricondurre gli eventi alla piccineria di un’iniziativa; cercare, soprattutto, il last minute, il presente spicciolo: in maniera da inscenare qualche gazzarra; e sentirci così al sicuro poiché il fatto quotidiano può ben essere controllato da chiunque. Il fatto quotidiano è stupido, si regge su rapide e ridicole baruffe verbali, di cinquanta parole; ognuno si sente riconfortato: lo scontro incruento e coprolalico assicura dell’esistenza di qualcosa, altrimenti impalpabile, ovvero dell’esistenza della propria personalità, ormai sul catafalco dell’estrema unzione di sé stessi.

Non essere più niente: ecco di cosa si ha davvero paura. Si necessita dell’Altro solo per scongiurare le fitte di un nichilismo incipiente. Allo stesso tempo la dissoluzione attrae: basti osservare come alcuni si gettino nella fanga del dibattito con scomposta inverecondia, vociferando enormità impossibili da dimostrare o guazzabugli di senso che si ereditano da una razionalità ormai dismessa: così come i discorsi degli schizofrenici, un cumulo di metafore infrante, riverbero disperato di anni felici.

Louise Brooks, diva degli anni Venti, un’Americana divenuta europea, scrisse nelle memorie del 1982, pressappoco: il cinema non ha futuro perché allo spettatore è stato insegnato a considerare l’ultima cosa come il meglio, e a ignorare il passato. In tal modo, infatti, il gusto si ottunde, sempre più, come il filo della lama migliore, a passarlo su materia grezza con fare irresponsabile. Il trascorrere delle generazioni aggrava la patologia; l’ultimo uomo si ritrova imbozzolato in una estetica da guscio di noce, cantore di brillocchi e pietruzze da bigiotteria: i veri tesori, intanto, brillano attorno a lui, negletti.

Chi sa passa inavvertitamente, con implacabile logica interiore, dalla proposizione A a quella estrema, F, ignorando i passi intermedi. Tali uomini vengono detti superficiali o emotivi; le loro deduzioni affossate nella stroncatura dell’esagerazione. Ma non è così. Chi sa non può perder tempo ad analizzare ciò che, per lui, è minuzia o cronaca; un uomo di tal fatta salta direttamente alle conclusioni (stavo per dire: alla catastrofe) occhieggiando un particolare, per molti, insignificante. Ex ungue leonem.

Perché i paesi nordici sono i più stupidi? Perché vi si è stabilita, prima di ogni altro paese, la democrazia: nella sua autentica essenza sterminatrice. La democrazia, senza l’ostacolo della storia, dell’arte e dell’appartenenza spirituale, si è sviluppata come un’infiorescenza magnifica a giudicarsi, ma infeconda. E la democrazia, alla lunga, annienta menti e volontà predisponendo al suicidio. La vita del proprio gruppo d’origine, infatti, non viene più riconosciuta, anzi è sentita come estranea; di qui il conflitto tra norma e sangue. La prima vince, il secondo si dilegua. Il sangue, che reclama, in ogni tempo, soluzioni antidemocratiche, è recato nei tribunali da una corte di Menadi furenti e condannato in nome d’una costruzione posticcia e fantasmatica. I giudici, gli esecutori e gli spettatori plaudenti di tale pantomima sono anch’essi delle larve; basta guardarli in faccia.

Uno vale uno? Macché. “Uno per me vale diecimila, se è il migliore”, chiosò l’Oscuro.

Cosa teme la democrazia? Chi organizza la propria vita nel non-voto, nella perfetta indifferenza al tramestio liberale. L’America, quale entità post-apocalittica, ha molto da insegnarci in questo campo.

Si dice: se anche votasse l’1% avremmo costituiti, secondo legge, i nostri Parlamenti e gli apparati amministrativi locali. Certo, ma sarebbero impossibilitati a operare. Il sistema crollerebbe su sé stesso per il minimo raffreddore, venute meno le resistenze immunitarie.

Cosa vogliono i politici? Potere, soldi? No, il vostro voto. La bestia da affamare è quella liberale. L’unica legittimazione è la croce elettorale. Capisco, è difficile ragionare fuori degli schemi democratici. Alcuni Cristiani escogitarono l’appressamento alla morte; noi, più modestamente, un avvicinamento alla libertà.

Il non voto, lo studio assiduo, il tentativo, anch’esso diuturno, di sfuggire ai labirinti burocratici. Nessuno si chiede perché, in tempi di scartafacci, l’esistenza era libera dagli scartafacci e nell’epoca della smaterializzazione e della semplificazione digitale una fattura della società somministratrice d’elettricità rassomiglia a un trattatello universitario?

L’uomo che vota mi ricorda quelle tartarughe d’acqua che salgono i finti scogli dell’acquario, allungando il collo rugoso: nella speranza. Anch’egli, però, come le tartarughe, torna presto a mollo, nell’acqua tiepida e sporca, aspettando la mano benigna d’un padrone sconosciuto che elargisca, svanita l’altra, una speranza novella.

Si dice: l’Italia è troppo grande per fallire! Ma nessuno vuole questo. La si vuole svuotare, dal di dentro, espiantando gli organi uno a uno. Fegato, reni, cornee. Le chiamano privatizzazioni: sono, in realtà, smaterializzazioni, queste sì, assolutamente reali.

Smaterializzare le istituzioni è stato un lavoro, tutto sommato, ben facile. Lasciarne in piedi solo alcune, quelle repressive, volte a boicottare dolosamente chi si sente ancora Italiano, un’astuzia luciferina. Affermare, oggi, d’essere Italiani sollecita inevitabilmente l’attenzione di magistrati, tribunali, polizie, agenzie di spionaggio, centrali usuraie del Fisco. L’oppositore deve aspettarsi, prima o poi, sul proprio cammino, l’apparizione d’una raccomandata dell’Agenzia delle Entrate, d’una intimazione o d’uno scappellotto poliziesco. Son le residue Istituzioni, ammodernate per meglio controllare chi vuol sottrarsi alla Bengodi della Monarchia Universale. Chi insiste non ha alternative: deve fuggire sulle vette innevate; o morire nell’infamia e nella damnatio memoriae.

La puerile femminilizzazione della società ha reso il dibattito un eterno litigio da massaie. L’idealismo, inteso come passo più lungo della gamba, quello che incita al salto nell’ignoto, all’avventura, alla sfida, ha ceduto al passo alla bambagia del praticone. Nessuno prende le cose sul serio; va di moda l’essere umano mezzo cotto: il masscult, che ride di ogni aspirazione alta riconducendo l’empireo al proprio sgabuzzino; il midcult, la cui albagia vive nell’esaltazione d’una cultura effimera e postrema. Nessuno osa più niente, han tutti paura di dire ciò che va detto, anche di fronte al baluginio dell’evidenza. La razionalità stinge nel chiacchiericcio prosaico, da comari; l’accoglimento coatto dell’imbecille nel consesso della Sapienza ha abbassato il livello tanto che, a volte, l’intelligente si vergogna di affermare ciò che impone la logica. Ognuno si riconforta occultandosi alla vista della ragione; ci si accontenta di lavorare alla giornata pur sapendo che l’olio di gomito delle portinaie porterà l’edificio alla rovina.

Se c’è qualcosa di inefficiente ciò va cercato, sicuramente, nell’efficienza quale stile di vita. Per essere efficienti, ci dicono, occorre lavorare almeno dodici quattordici sedici ore al giorno! Il contrario della logica. L’efficiente è quello che opera, invece, riducendo lo spreco dell’esistenza.

Nel dopoguerra si portavano squadre di operai a scavare buche nel suburbio nord; lo stesso facevano quelle del suburbio sud. A metà strada i convogli di camion, ricolmi di terriccio, si incrociavano: quelli del sud andavano a tappare le buche del nord; e viceversa. Tutti erano contenti. L’efficienza assicurata.

Il parassitoide del Ventunesimo Secolo, una sorta di parassita-predatore, ha un rapporto costante e univoco con la vittima ospite. Benché sia la vittima quella, teoricamente, più indipendente (poiché il predatore non può evadere fuori della sua inclinazione biologica: sfruttare), fra i due si instaura, da subito, una reciprocità malsana: colui che subisce, nutre e legittima l’azione del parassitoide, credendo di ottemperare a un dovere; chi sugge, invece, si sente in diritto di farlo.

L’organismo vittima è complesso; il parassitoide semplice: come una bocca dominata dall’istinto unico: divorare.

La simbiosi negativa è detta rapporto democratico (implica concetti come libertà, diritti, giustizia, debitamente rimodulati a svantaggio della vittima); la semplicità del parassitoide-predatore consiste nell’uso dei suddetti concetti, sempre quelli, flautati in loop: l’utopia universale; la passività del paziente-cittadino-elettore riposa, invece, nella rispettosa fede, ormai concretata in tabù, verso queste indimostrabili fole.
Entrambi gli organismi sono destinati alla morte.

Avanzamento della malattia: ripulsa della tradizione, causa pace perpetua, costruzione d’una morale innaturale, sacrificio di sé stessi a tale deità invertita, infiacchimento fisico e depauperamento logico scambiato per progressiva e auspicata incarnazione della nuova Kali, eccitazione fanatica, sfinimento da sabba, catalessi letargica, implosione dell’endoscheletro spirituale, morte.

L’Artista attacca con lo scotch una banana al muro: l’opera è valutata 20.000 dollari; un Compare la stacca e se la mangia provocando fiumi di interpretazioni trasgressive: si sparli purché si parli; il Critico, invece, commenta: “La banana attaccata la muro è un atto di desistenza sessuale. Come i giocatori che, a fine carriera, appendono le scarpe al chiodo. Il messaggio subliminale è, in realtà, un grido disperato: l’artista ci sta dicendo che non scopa più”.

Il candidato, alla luce di tale anamnesi da bar, riconsideri il concetto di reato associativo.

Inutile giudicare l'Artista: come giudicare la muffa sulle pareti scegliendo di vivere in cantina.

Il Tempo, inteso come giornale-quotidiano, se la ride: con la banana e la scopata. Confermando, purtroppo, che la sensibilità del destro medio (leggi: chi, in Italia, si sente, oggi, tale) è davvero quella d’un perfetto coglione.

I giornali, presunti di destra, fanno a gara a confermare i peggiori pregiudizi di quelli di sinistra. L’alterigia dell’ultimo intellettualoide progressista, insomma, centra il bersaglio; il sinistro, di fronte a tali spettacoli, si sente persino riconfortato: lui, il primo traditore dell’Italia, sciocco, fatuo e avido, la scartina dell’intelligenza, ha campo libero; da tali meschini spettacoli da Bagaglino sente, infatti, la vocazione a considerarsi qualcosa di rilevante. Di fronte a tale enormità provo quasi l’obbligo a subodorare un complotto: i destri a eruttare il proprio scandalo becero-futurista con la mano sulla patta; i sinistri a fintamente scandalizzarsi inalberando una profondità inesistente. Ma non c’è complotto, solo le parti di una farsa che assume i contorni di un dramma silente: ognuno, qui, si è ritagliato un ruolo, al caldo, nella tana tiepida della decadenza, e lo rinfaccia all’altro, in un teatrino con le parti già assegnate. Feltri mena scandalo con rozzezze assortite, il destro si esalta; il sinistro (Franceschini?) si picca dandogli dell’ignorante; e c’è il viceversa: il sinistro celebra la “cultura” (le consuete mezze calzette che fan tanto sdilinquere il sinistrato medio) contro la destra incolta e quest’ultima lo deride salmodiando le inevitabili litanie sui salotti progressisti. 
Poi, al riparo dei riflettori, ci si dividono le tartine.

La coglioneria appartiene, in solido, a tutti. E però solo il destro (chi, illudendosi, crede di esserlo) la rivendica con tale delirante e compiaciuta trivialità. Le rodomontate da osteria vanno bene, evidentemente, per sgravarsi da ogni responsabilità. Scorreggiare nelle retrovie del pensiero additando la prosopopea altrui dev’essere assai riposante.

In un terreno della periferia nord-ovest vengono rinvenute statue classiche, frammenti di frontone, bassorilievi, iscrizioni; nella zona si stratificano Etruschi, Romani, protocristiani, civitas tardo imperiali, boschi sacri; la croce si mescola a immagini votive dei Rasenna, tombe a pozzetto a cippi miliari, epigrafi di centurioni a incerte grafie altomedievali. Il terreno andrà all’asta in questi giorni. In un mese di ricerche non ho ancora capito con certezza se vi sono vincoli archeologici o meno; la Soprintendenza, o quel che è, arriva col cappuccino in mano, gravata da appena un secolo di ritardo; fruga, pontifica, ammonisce, intima. Intanto il tribunale, sotto la spinta delle banche, procede alla vendita. Una ventina di figure a latere ingrassa da tale minuscola operazione. A chi vende? Al miglior offerente, ovvio. Un palazzinaro? Un ristoratore? Un camorrista? E chi lo sa.

Il candidato, alla luce di quanto esposto, esamini l’enunciato: “L’Italia potrebbe vivere di cultura” e ne calcoli il grado di ipocrisia almeno sin al quinto decimale.

Qualche giorno fa ho assistito a uno spettacolo teatrale: era, nei propositi, la rielaborazione di Fronte del porto; una nullità impersonava il personaggio di Marlon Brando; la regia, invece, era da imputarsi ad Alessandro Gassman, figlio di Vittorio, il quale, suppongo (la mia è una notazione da critico), abbia visto o solo letto distrattamente le versioni di Fronte del porto. O, forse, alternativa peggiore, le ha lette e viste, ma non gli son piaciute: tanto da eliminarle, nella loro essenza vitale, dalla rappresentazione; che, purtuttavia, per mera comodità (le locandine erano già in stampa), è continuata a chiamarsi Fronte del porto. A teatro, il maggior teatro di Roma, un teatro pubblico, è andato così in scena Fronte del porto, in blanda e fuggevole relazione con Fronte del porto.

Dopo circa mezz’ora di deambulazioni sul palco, alcune fantasticherie di rabbiosa impotenza presero a girarmi per il cervello: in un caleidoscopio forsennato e omicida; finché, grado a grado, diluita la furia, anche a causa d’una copiosa circonvoluzione dei succhi digestivi, impegnati a decostruire un calzone al forno di consistenza metamorfica, una soporosa deità ebbe a sorprendermi la ragione, non più all’erta: mi feci un sonnellino. Al risveglio, dopo ripetuti colpi di gomito alla mia destra, la bocca lievemente impastata e gli occhi cisposi, stremato da un sogno indefinito a fior di coscienza, mi riassettai sulla poltroncina per riguadagnare il perduto aplomb. Con vivo piacere notai che qualcosa era cambiato in meglio: la pièce, infatti, volgeva al termine. Gli attori tornavano in scena: per l’applauso finale: un po’ gramo, ma, pare, dovuto; anche ai cani che abbaiano. Il protagonista, soprattutto, s’inchinava, ben oltre i novanta gradi, verso i sopravvissuti, quasi tutti lì per deferenza verso il simbolo della cultura di sinistra - Gassman, intendo - a centodieci gradi circa, misurati col goniometro del compiacimento più sciocco, una due tre volte, come una gallina meccanica che becchi una granaglia immaginaria; lui acceso, verginella dopo la prima notte di nozze, da quella stanca ovazione in trentaduesimo: che gli pareva di stare al Globe Theatre, Londra 1601; sessantenni e settantenni, le membra rilasciate per l’ora tarda, sembravano, infatti, più acchiappar mosche che tributare lodi, ma il Nostro non se ne curava, preso da un breve delirio egocentrico, le braccia aperte a simulare un abbraccio ideale, universale, gandiano; finché, con gesto non del tutto inaspettato, a legger bene quel suo panteismo attoriale da saletta di parrocchia, aveva a togliersi l’abito di scena: onde mostrarci una maglietta: la maglietta delle Sardine, nientemeno; nel nome della libertà.

Il nipote di Mirò vende i capolavori del nonno per aiutare i migranti. Senza chiedere nulla al nonno, ovviamente, già cibo per vermi dal 1983. “Credo di interpretare la volontà di mio nonno …”. Credo, egli dice. È in questi casi che il pensiero torna alle immortali parole di Padoa Schioppa sulle durezze del vivere: mi sa che aveva ragione lui.

Cosa ne pensi delle Sardine? Le loro facce mi pare riabilitino Cesare Lombroso, rispondo, distratto; è un giudizio così, a naso, continuo rivolto al mio interlocutore; è allibito? Ma no, solo deluso: credeva di estirparmi qualche moccolo e si deve accontentare d’una pallida stroncatura. In verità dico queste cose, tra il serio e il faceto, solo per recidere ogni empatia, qualsiasi tentativo di ristabilire una comunicazione sociale minima: amo stare solo, infatti. E questo perché solo nella solitudine ci è concesso ancora qualche sprazzo di grandezza. Qui, in tale folla, ogni anelito celeste, persino l’aspirazione a una mediocre e pensosa dignità, pare impossibile. La frenesia trita la contemplazione, la preghiera, il pensiero; in effetti, nessuno pensa più. Meditare un gesto, una mossa, riguadagnare la compostezza. Ciò rimane una chimera. Si è presi, minuto dopo minuto, nelle spire vorticose della futilità spacciata come essenziale. Scoraggiare, quindi, il prossimo, nei suoi laidi inneschi di finta empatia e altruismo, assume il carattere d’un atto doveroso. La minutaglia della cronaca, il pulviscolo della socialità digitale intorbidano la purezza della meditazione; concentrarsi su un obiettivo (leggere la pagina di un saggio, a esempio) richiede, oggi, un dispendio di energie totalmente sproporzionato al fine. Perché di questo stiamo parlando: è più facile lasciarsi andare, seguire la corrente dell’entropia, che erigere nuclei di resistenza. Energia, non altro. La mente, come un antico macchinario disabituato al lavoro, i pezzi decisivi rugginosi e stenti, richiede un quantum di energia vitale troppo alto per l’organizzazione di unità ordinate e logiche; si desidera, perciò, l’emozionalità, l’illogica; un homunculus, posto di fronte a pagine dense di concetti coavvinti fra loro, cede, da subito: o leggiucchia (una riga sì, quattro no) oppure equivoca. Mi è capitato, non infrequentemente, di vedermi rimproverare per delle parole che esprimevano il medesimo senso di marcia dei rimproveri: solo che i destinatari, pur d’alto livello, almeno in apparenza, avevano inteso esattamente al contrario gli enunciati, confondendo fischi per fiaschi; oppure reazione e rivoluzione; magnanimo con egoista; mal interpretando virgole, e punti e virgola; saltando a pie’ pari, causa fretta (per alcuni la fretta è sinonimo di efficienza), il succo del discorso: “Avevo capito che …”, “Qui non si capisce …”, “Allora ti sei spiegato male …”. Col tempo ho abbassato l’asta delle mie aspettative sino a concedermi a una brutale significazione: di questo passo, ne sono convinto, ci si esprimerà a gesti. D’altra parte, basta leggere un manuale di retorica per avvocaticchi degli anni Cinquanta (prosa enfia, iperboli, trucchi verbali) per rendersi conto che gli ambiti della civiltà si stanno restringendo; oggi pochissimi sono in grado d’intendere quelle pur misere esagerazioni; persino una parola come “spettanza” comincia ad annegare nell’oceano della dimenticanza sostituita da “dovuto”, “quanto richiesto” sino a un definitivo ed esemplare “ciò che mi si deve”.

Rimanere soli, anche per sfuggire a un gioco al ribasso, miserabile, che tutto risucchia per volgerlo a sé, nelle more di un calpestìo squallido e senza ritorno.

L’intelligenza di un popolo dorme nel genoma delle sue viscere, ma può consumarsi velocemente, sino a rendersi inservibile. Questi sono tempi accelerati, in una settimana si dismettono le meditazioni di secoli. Il primo dovere, perciò, è quello di preservare.

La solitudine consente inattualità vertiginose, sorprendenti. Gli eventi riacquistano il loro reale valore tanto che, spesso, si è tentati di ignorarli del tutto. Fatterelli nascosti, invece, risaltano contro il bordone sonoro del cicaleccio globale: piccinerie d’alto valore simbolico. Per discernere, però, occorre silenzio e una prossimità umana severamente scelta.

Quando mi aggiro in biblioteca, mi piace spesso gettare uno sguardo alla cronologia dei prestiti. Il volume delle Quarante poesie di Charles Baudelaire, un’agile e benemerita silloge della Einaudi, reca iscritte, nella colonnetta appiccicata all’uopo, nove date: quella del primo prestito, 24 dicembre 2004, e quella dell’ultimo, 19 aprile 2017. In più di tre lustri, presso uno dei più popolosi settori di Roma (duecentomila anime), solo nove persone (una sono io) hanno sentito l’esigenza di leggere: “Ô fins d’automne, hivers, printemps trempés de boue/endormeuses saisons! Je vous aime et vous loue/d’envelopper ainsi mon coeur …”. La domanda non è: perché gli Italiani non leggono più? L’interrogazione capitale consiste, invece, in questo: perché ci hanno instillato, goccia a goccia, tale disprezzo?

Ma sì, è vero. La sconfitta inaridisce. Si diviene cinici, d’un cinismo sistematico quanto sterile. Si fa d’ogni erba un fascio, grossolani e liquidatori. Lo sguardo è più greve, cala la forza di considerare le sfumature. Ci si fa, insomma, più conformisti, in ossequio inevitabile a ciò che, prima, si denigrava. Da incendiari a pompieri il passo è breve.

A volte mi sorprendo a pensare che la regressione sia dettata dalla volontà, fallace, di sopravvivenza. Troppo raffinati per resistere, l’umanità agogna inconsciamente lo stato meduseo, le ruvide chele di Eliot trascinate sul fondo del mare. Ristare, come rettili, al limitare d’una pozza tiepida. Rinunciare alla complessità, ridivenire bocche, semplici apparati di desiderio: magari già siamo il sogno di un Demiurgo Sconosciuto.