L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 dicembre 2019

La borgatara, ex ministro dello zombi Berlusconi o è un ingenua o è in palese mala fede


IL CASO
'Ndrangheta: «Pittelli è un valore aggiunto». Così lo accoglieva Giorgia Meloni 

L'avvocato ex Forza Italia arrestato per associazione mafiosa era entrato in Fratelli d'Italia nell'aprile del 2017. Salutato a braccia aperte dalla leader 

DI FEDERICO MARCONI 20 dicembre 2019


«Un valore aggiunto per la Calabria e per tutta l’Italia». Firmato: Giorgia Meloni. Con questo elogio la leader di Fratelli d’Italia annunciava l’ingresso nel partito di Giancarlo Pittelli, avvocato ed ex parlamentare e una delle 334 persone arrestate ieri su ordine della procura antimafia di Catanzaro nell’ambito dell’operazione “Rinascita-Scott”: è accusato di associazione mafiosa.

L’inchiesta condotta dal pm Nicola Gratteri, ha rivelato un impasto di ‘ndrangheta, politica, massoneria e imprenditoria con ramificazioni non solo in Calabria. Dalle indagini, Pittelli emerge come uomo in relazione con le ‘ndrine, ma anche con il gotha della massoneria italiana, deviata e non: «il rito scozzese ti apre autostrade mondiali», diceva.


Il boss Luigi Mancuso, dell’omonimo clan di Vibo Valentia, godeva di «entrature in ogni settore sociale, anche nei più alti e insospettabili, grazie soprattutto alla dedizione assoluta assicuratagli negli anni dall'avvocato ed ex onorevole Giancarlo Pittelli». Che era molto rispettato dal boss del vibonese: «Io lo chiamo col tu, e lui mi da del voi», raccontava in una conversazione telefonica intercettata. Il capo clan si sarebbe fidato così tanto dell’avvocato da affidargli i parenti più stretti: «Avvocato, se succede qualcosa a mia figlia ci siete voi».

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Maxi operazione in Calabria, nel resto d’Italia e all’estero. Coinvolti politici, avvocati e padrini dei clan.Tra questi l'avvocato ex parlamentare Giancarlo Pittelli indagato per concorso esterno. Coinvolto anche il big del Pd, Nicola Adamo. Un terremoto giudiziario prima delle elezioni regionali Pittelli, molto conosciuto a Roma, aveva rapporti in ogni dove: circuiti bancari, società stranieri, università, istituzioni. Relazioni che gli permettevano - è scritto nell’ordinanza - di essere «un “colletto bianco” di riferimento per la risoluzione dei problemi dell’organizzazione».

«Pittelli riceve dalla consorteria il suo costante contraccambio» è scritto nelle conclusioni del Gip che ha autorizzato l’arresto, «i boss lo nominano avvocato loro e dei loro sodali, in quanto capace di mettere mano ai processi con le sue ambigue conoscenze e rapporti di “amicizia” con magistrati, alte personalità delle forze dell’ordine, dell’Accademia e del mondo ospedaliero».

Una sorta di passepartout per i clan, che Pittelli a sua volta utilizzava per gestire «i propri grossi affari combinando le conoscenze del mondo civile con quello sotterraneo della criminalità, anche d’ispirazione massonica».

Dopo aver lasciato Forza Italia, il 15 aprile 2017 Pittelli entrava in Fratelli d’Italia. «Un valore aggiunto per la Calabria e per tutta l’Italia», lo presentava Giorgia Meloni. Ma proprio tutta, anche per i clan, che ne parlavano così: «L’avvocato Pittelli è sempre disponibile, è sempre un amico».

NoTav - era/è scritto che dietro ai SiTav c'è il Sistema massonico mafioso politico che vuole e distribuisce prebende. La borgatara cade dal pero, ministro per anni con lo zombi Berlusconi sembra la bamboletta innocente e pura

Sì Tav e i fratelli della Ndrangheta 

20 Dicembre 2019

Il presidente della Giunta regionale piemontese Alberto Cirio si dice allibito, Giorgia Meloni ha il voltastomaco: Roberto Rosso ha raccolto quasi 5 mila preferenze per Fratelli d’Italia nell’ultima competizione regionale. Solo che, secondo l’accusa dell’inchiesta giudiziaria che lo ha travolto, lo ha fatto avvalendosi del voto di scambio politico-mafioso. L’assessore Rosso, vicepresidente dell’associazione che raccoglie 200 piccoli e medi imprenditori, si è sempre distinto per le richieste di sgombero dei centri sociali ma, soprattutto, per l’adesione fervente al Tav. Non ha mancato di mostrarla perfino dal balcone del palazzo comunale di Torino srotolando un enorme striscione. Il movimento No Tav, per ora, non chiede lo sgombero del Consiglio regionale, accusato non dai centri sociali ma da un tribunale dello Stato di essere frequentato da esponenti della criminalità organizzata, ma si limita a constatare che ora sarà un po’ più difficile sostenere che le sue denunce sugli interessi oscuri che nasconde il sistema del cemento e del tondino, a differenza di altre, siano frutto di propaganda “ideologica”

Maggio 2019. Roberto Rosso e l’onorevole di Fdi Agostino Ghiglia srotolano uno striscione pro Tav dal balcone del Comune di Torino.

Ecco l’ennesimo politicante SI TAV coinvolto in un’inchiesta giudiziaria per legami con la ‘ndrangheta.

E’ Roberto Rosso, esponente dei Fratelli d’Italia di “io sono Giorgia” che in quest’anno hanno collezionato inchieste dalle magistrature in tutta Italia proprio per i loro legami con le cosche (per penultimo, ieri, l’avvocato Pittelli, plenipotenziario del partito in Calabria, arrestato nell’ambito della maxioperazione riguardante le famiglie ‘ndranghetiste di Vibo Valentia).

Roberto Rosso è conosciuto tra i torinesi per le sue martellanti campagne elettorali con manifesti napoleonici esposti per tutta la città sulla falsa riga del suo antico capo Berlusconi. Rosso (solo di nome) vanta una carriera politica trentennale: dopo una prima militanza nella DC è tra i primi nel 1994 ad aderire al progetto berlusconiano fino agli ultimi anni in cui abbraccia la svolta sovranista unendosi al partito della Meloni. In questi lunghi trent’anni riveste molte cariche istituzionali: sindaco di Trino Vercellese, nel 2001 candidato sindaco per il centrodestra a Torino, sottosegretario al lavoro del governo Berlusconi, vicepresidente della giunta leghista di Cota. Nel 2016 si ricandida come sindaco a Torino e, sconfitto, si siede in consiglio comunale. Per finire entra nella giunta Cirio alla guida del Piemonte con la carica di assessore ai rapporti con il Consiglio Regionale.

Proprio questa ultima candidatura alla Regione è quella che inguaia Roberto Rosso che è campione di preferenze a Torino con le sue 4777. Peccato che secondo la magistratura alcune di queste preferenze siano frutto di un voto di scambio politico mafioso che ha portato all’emissione di 8 misure cautelari tra Torino e Carmagnola. Chissà cosa veniva scambiato?


Le cosche a cui il “fratellino d’italia” si era affidato per raccogliere i voti sarebbero coinvolte in infiltrazioni in attività economiche soprattutto di tipo edilizio e immobiliare con il controllo sui cantieri, intestazioni fittizie e recupero crediti. Famiglie collegate alla ‘ndrangheta di Vibo Valentia (un caso?) che nell’operazione hanno subito un sequestro di beni per circa 45 milioni di euro.

Rosso non è solo un politico, ma è anche il vicepresidente nazionale di “Pmi Italia”, l’associazione che riunisce oltre 200mila imprenditori. Tra gli indagati nell’operazione risulta esserci anche l’imprenditore Mario Burlò già presidente e ora Vicepresidente di UNI (Unione Nazionale Imprenditori) che in un’intervista di qualche tempo fa sosteneva: “è necessario far ripartire i lavori delle grandi opere, quali la Tav e il Terzo Valico, affinchè si metta in moto una macchina prodigiosa come quella che ha portato l’Italia a rinascere nel dopo guerra.”

Soprattutto, infatti. Roberto Rosso è un fervente SI TAV e nemico dei movimenti sociali che si battono in città per il diritto alla casa e al reddito. Nel maggio 2019 insieme al suo sodale Ghiglia ha appeso uno striscione SI TAV dal balcone del consiglio comunale in polemica con l’amministrazione 5 stelle che aveva assunto posizioni NO TAV.

Sul suo blog si possono trovare diversi post in cui loda la linea ad Alta Velocità Torino-Lione e in occasione della manifestazione fuffa delle madamine del 6 aprile aveva dichiarato: “Fratelli d’Italia parteciperà convintamente alla manifestazione sì Tav. Di certo non è Chiamparino il tutore del verbo dell’alta velocità ferroviaria e sarebbe assurdo che il centrodestra, l’unica coalizione da sempre a favore dell’opera, non manifestasse in piazza a favore della sua realizzazione”. Addirittura si era scaldato per il timore di Cirio a scendere in piazza a fianco al PD sulla questione affermando ancora che “Capiamo e rispettiamo la posizione di Cirio e dei nostri alleati, perché sembra quasi che qualcuno voglia trasformare l’evento in uno spot elettorale per la sinistra e per il presidente uscente. Tuttavia riteniamo che invece dobbiamo con ancora più forza rendere pubblica la nostra ferma volontà di realizzare il Tav, volontà che è sempre stata coerente e immutata nel tempo”.

Assiduo promotore della richiesta di sgombero dei centri sociali torinesi, come d’altronde il suo partito, che in occasione degli arresti agli attivisti No Tav di alcuni giorni fa ha chiesto per voce della Montaruli (altra vecchia conoscenza) di chiudere Askatasuna. Certamente finire sotto processo per aver difeso la propria terra ha un valore morale molto più alto che esserci finito per aver scambiato voti e promesse con la ‘ndrangheta, ma per il momento ci asterremo dal richiedere lo sgombero del Consiglio Regionale. Sicuramente tra i rossi, quello di Askatasuna è almeno più elegante.

E’ ormai conclamata la zona d’ombra in cui molti politici SI TAV si muovono, a cavallo tra imprenditoria parassitaria, malaffare e cariche istituzionali. Si intravede sempre di più il sistema del cemento e del tondino che il movimento NO TAV ha denunciato da anni e che si nasconde dietro questi volti che si propongono come alfieri del “progresso”, ma non sono altro che garanti degli affari loschi e della speculazione collegata all’edilizia e alle grandi opere inutili sul territorio.

La Deutsche Bank è fallita ma non sanno come gestire il fallimento vanno avanti a tentoni, per pseudo tentativi, empirismo dominante

Deutsche Bank e i suoi derivati tossici, il FMI: ‘La più grande fonte potenziale al mondo di shock esterni per il sistema finanziario’

Donquixote MaynardPOSTED ON DICEMBRE 20, 2019


In questo momento l’Europa, e non solo, è seduta sopra ad una bomba a orologeria griffata Germania. Questo ordigno che abbiamo sotto le natiche è il frutto delle tentate speculazioni degli istituti bancari tedeschi, che, nel tentativo di ingozzarsi di ‘facili’ e più remunerativi profitti hanno tentato di emulare gli istituti finanziari americani, pur non essendo, al contrario dei colleghi d’oltreoceano, coperti da una banca centrale in grado di arginare tempestivamente qualsiasi improvvisa calamità finanziaria. Si sono pertanto dati da fare sul mercato dei derivati e sul trading di azioni, trascurando, di fatto, la loro missione originale: sostenere le industrie tedesche nel mondo.

Il ciò si è tradotto in un’esposizione bancaria tedesca dell’ammontare di 53.690 miliardi di euro in derivati, 48.266 miliardi di questi solo di Deutsche Bank, un quantitativo che equivale a 16 volte il prodotto interno lordo tedesco.

Il problema di Deutsche Bank non è tanto il semplice quantitativo dei derivati, bensì l’alto quantitativo di titoli ritenuti ‘tossici’, che supererebbe i 70 miliardi di euro.

Per capire meglio di cosa si parla è necessario fare una piccola introduzione su cosa siano i derivati e quando vengono definiti ‘tossici’.

-COSA SONO I DERIVATI

Gli strumenti derivati si chiamano in questo modo perché il loro valore deriva dall’andamento del valore di una attività ovvero dal verificarsi nel futuro di un evento osservabile oggettivamente. L’attività, ovvero l’evento, che possono essere di qualsiasi natura o genere, costituiscono il “sottostante” del prodotto derivato.

I derivati sono utilizzati per tre finalità:

Ridurre il rischio finanziario di un portafoglio preesistente (finalità di copertura o hedging);

Assumere esposizioni al rischio al fine di conseguire un profitto (finalità speculativa);

Conseguire un profitto privo di rischio attraverso transazioni combinate sul derivato e sul sottostante tali da cogliere eventuali differenze di valorizzazione (finalità di arbitraggio).

Il problema più complesso dei derivati è la stima del loro valore. Data la fondamentale importanza di questo aspetto e la sua grande criticità, questa attività richiede complesse attività di analisi.
Per farla (molto) breve, si può dire che il loro valore varia in connessione all’andamento del sottostante.

Arriva Pompeo e in Italia iniziano i pruriti sul 5G e vorrebbero continuare ad esportare in Cina dei veri e propri euroimbecilli servi

Italia e 5G: guerra alla Cina?

20 Dicembre 2019 - 00:13 

Italia e 5G: una potenziale guerra con la Cina all’orizzonte? Anche nel nostro Paese è scattata l’allerta contro Huawei


Italia e 5G: potrebbe aprirsi un fronte ostile con la Cina dopo le ultime considerazioni del Copasir. Nella corsa allo sviluppo delle più avanzate tecnologie della trasmissione dati, infatti, il nostro Paese sembra calcare le preoccupazioni degli USA nell’ambito della guerra commerciale.

La sicurezza nazionale sarebbe in pericolo nell’ambito cyber se le aziende cinesi avessero campo libero nella gestione della connettività avanzata.

La sfida Italia e 5G rischia, dunque, di diventare spinosa e minacciare i rapporti politici e commerciali con Pechino.
Italia e 5G: Huawei e Zte potenziali pericoli per la nazione

Anche il nostro Paese sembra cadere nelle provocazioni statunitensi contro la Cina. L’ultimo rapporto reso noto dal Copasir, infatti, lascia aperta la possibilità di vietare ai colossi asiatici Huawei e Zte le attività sul territorio nazionale.

I motivi sarebbero da ricercare nei rischi per la sicurezza di cittadini e dello Stato rappresentati dalle aziende cinesi, troppo legate all’intelligence e al Governo.

La necessità di dotarsi delle più avanzate reti di connessione 5G sta interessando anche l’Italia. L’ingresso nel mercato di riferimento nazionale delle società Huawei e Zte è cruciale e già operativo per installare, configurare e mantenere le infrastrutture di rete.

Proprio questa presenza, però, desterebbe preoccupazioni per la sicurezza dei dati personali e di Stato. Un’accusa che da tempo lo stesso Presidente USA proclama nei confronti di Pechino.

Nel parere del Comitato parlamentare, dunque, c’è l’avvertimento:

“oltre a ritenere necessario un innalzamento degli standard di sicurezza idonei per accedere alla implementazione di tali infrastrutture si dovrebbe valutare anche l’ipotesi, ove necessario per tutelare la sicurezza nazionale, di escludere le predette aziende dalla attività di fornitura di tecnologia per le reti 5G.”

La nota prosegue sottolineando che finora nessun Paese UE ha operato in questo senso, considerando le regole della libera concorrenza e le leggi di mercato. La preoccupazione, però, è alta in diversi Stati.

Il problema diventa sicuramente politico. Una scelta radicale di tale portata andrebbe a inficiare i rapporti commerciali con un partner strategico quale la Cina. Già durante il vertice Nato Donald Trump aveva cercato di coinvolgere il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sulla questione, dichiarando che aveva avuto il suo appoggio contro Huawei e società cinesi (Conte aveva poi smentito).

La questione Italia e 5G, quindi, potrebbe coinvolgere non solo il settore tecnologico, ma anche quello politico e diplomatico. Oltre che avere ricadute sull’economia.

Gli euroimbecilli vogliono vendere le auto in Cina ma vogliono estromettere Huawei e Zte dal 5G, un ragionamento inossidabile

Perché Fca-Psa punterà sulla Cina. Parola di Bentivogli (Cisl)

21 dicembre 2019


L’intervento di Marco Bentivogli, segretario generale Fim Cisl, dopo l’incontro con i vertici di Fca per fare il punto sulle prospettive della fusione con Psa

Ieri si è tenuto a Torino presso il sito di Fca Mirafiori l’incontro richiesto dalle organizzazioni sindacali con i vertici di Fca dopo l’annuncio da parte di Fca di procedere alla fusione con la multinazionale francese Psa.

L’incontro è avvenuto a margine della firma del «combination agreement» (l’accordo è paritetico 50-50) che apre la strada alla fusione tra Psa e Fca alle quali serviranno tra i 12 e 15 mesi per finalizzare l’intera operazione.

Nell’incontro il Ceo Emea di Fca, Pietro Gorlier ha illustrato i contenuti di un memorandum che prevede una fusione al 50-50 con un primo board composto da 10 consiglieri tra cui 2 rappresentanti dei lavoratori uno, per Psa ed uno per Fca.

L’assetto azionario sarà stabile per 7 anni ad eccezione della possibilità della famiglia Peugeot di salire e DongFeng scendere.

La fusione offre molte opportunità per i due gruppi come il rafforzamento in mercati diversi dove in Europa Psa è molto radicato e in Usa dove Fca ha il 66% del suo fatturato.

La sfida per entrambi i gruppi sarà aggredire il mercato asiatico dove entrambe hanno un’incidenza poco rilevante.

Una notizia importante per l’Italia è che, anche dopo il closing della fusione, il piano di Fca per gli stabilimenti italiani continua con gli investimenti già annunciati, ovvero 5 miliardi entro il 2022, su elettrificazione e ibridazione dei nuovi modelli.

Ulteriori sinergie con Psa potranno avvenire dopo la firma definitiva che non avverrà prima di fine 2020.

Il closing previsto per il 2021 darà vita al quarto costruttore automobilistico al mondo in termini di volumi e il terzo in base al fatturato, con vendite annuali di 8,7 milioni di veicoli e ricavi congiunti di quasi 170 miliardi di euro.

Come Fim Cisl riteniamo che la sinergia industriale tra i due gruppi possa creare importanti opportunità dal punto di vista industriale, rafforzando le due società con la presenza su mercati come quello asiatico che a tutt’oggi è sconosciuto ad Fca.

Un utilizzo sinergico di piattaforme condivise per lo sviluppo e la produzione di nuove vetture sia ibride plug-in che full elettric possono creare le condizioni di sviluppo, di volumi e riduzione dei costi per l’aumento delle economie di scala ma il tutto deve essere accompagnato da forti investimenti sulla ricerca e sviluppo di prodotto e di processo per affrontare la transizione verso l’elettrico, ormai alle porte. Economie che consentiranno maggiore attenzione alla sostenibilità anche per abbattere i costi di batterie e altri componenti di veicoli a emissioni zero.

Come Fim Cisl abbiamo ribadito nel corso dell’incontro ai vertici di Fca che questa grande operazione di fusione industriale non può e non deve assolutamente snaturare gli stabilimenti italiani che sono i primi al mondo soprattutto per quanto concerne l’organizzazione del lavoro.

Il gruppo che ne risulta è molto forte nelle Americhe (Fca) e in area Emea (Psa) e sul lusso (Maserati) e nei Suv (Jeep). Ma ancora debole in Asia e soprattutto in Cina.

Come Fim Cisl riteniamo una vera svolta la presenza dei rappresentanti dei lavoratori dentro il consiglio di amministrazione, presenza necessaria soprattutto durante questo processo di aggregazione. Psa aveva già rappresentanti nell’advisory board e la scelta di Fca di rispondere in modo simmetrico ma dentro il Cda ha una portata straordinaria.

Ma è altrettanto necessario che entro il closing previsto tra 12-15 mesi si facciano incontri di monitoraggio con le organizzazioni sindacali per verificare lo stato di avanzamento di una fusione che interesserà complessivamente tra le due società circa 400 mila lavoratori di cui 67 mila sono in Italia per Fca e almeno 175 mila dell’intero indotto.

Abbiamo richiesto chiarimenti relativi all’eventuale spin-off di Comau. Al momento resterà nel perimetro ma nulla è escluso per il futuro.

Visti anche gli investimenti del Governo tedesco e francese su innovazione e ricerca del settore automotive è fondamentale una maggiore attenzione del Governo italiano, fino ad oggi molto distratto. Di certo l’ulteriore aumento di accise dei carburanti va nel senso esattamente opposto.

Il giornalista inglese confonde il concetto di posizione politica con intereferenza

(Video) La risposta di Putin ad un giornalista della BBC: "Esprimiamo la nostra opinione come lei, è un'interferenza?"


Il presidente russo ha affermato che i politici hanno il diritto di fare diverse valutazioni degli eventi in altri paesi

Durante la sua conferenza stampa annuale, il presidente russo ha risposto a una domanda del giornalista britannico della BBC, Steve Rosenberg, interessato alla possibile interferenza della Russia nella politica britannica.

"Per quanto riguarda l'intervento, in molte occasioni sentiamo dalle autorità, in particolare dal Regno Unito, valutazioni di ciò che sta accadendo in Russia. È un'interferenza o no? Voi esprimete la vostra posizione su ciò che sta accadendo nel nostro paese. Così ci riserviamo il diritto di agire allo stesso modo nei vostri confronti", ha risposto Putin, affermando che queste valutazioni" non hanno nulla a che fare con le interferenze ".


Il giornalista ha anche citato diverse dichiarazioni critiche fatte dal primo ministro britannico Boris Johnson contro Putin. " Qualunque cosa dicano di me, non ha alcuna importanza rispetto ai compiti fondamentali che la Russia deve risolvere", ha aggiunto Putin, assicurandosi di essere consapevole degli interessi del suo paese.

Rosenberg ha anche aggiunto che Johnson ha fatto commenti sprezzanti sul presidente chiamandolo "tiranno" e confrontandolo con un personaggio nei film di Harry Potter. "Una cosa è quando una persona parla quando si sforza di arrivare al potere, e un'altra cosa quando parla già contando su questo potere", ha precisato Putin replicando alle parole del giornalista.

Ha aggiunto che Johnson ora ha una responsabilità nei confronti del suo paese, che, secondo il presidente russo, è "interessato a stabilire relazioni di cooperazione" con la Russia. Inoltre, il capo di stato russo ha colto l'occasione per congratularsi con il Primo Ministro britannico per la sua recente vittoria alle elezioni e ha dichiarato di credere che Johnson completerà tutti i suoi piani sulla Brexit.

Notizia del: 19/12/2019

2 - SPECIALE CINA – La Guardia Costiera e la Milizia Marittima di Pechino

SPECIALE CINA – La Guardia Costiera e la Milizia Marittima di Pechino

5 dicembre 2019 


Con questo articolo di Marco Leofrigio, Analisi Difesa continua la serie di articoli incentrati sulla potenza militare cinese che ha prese il via nei giorni scorsi con l’articolo di copertina di Francesco Palmas.

Wulong naohai: I 5 Dragoni che governano il mare

Chi sono i 5 Dragoni? sono i signori delle acque della Cina, una frase che sintetizza “il chi fa che cosa” nelle acque e sulle coste cinesi, una realtà geografica enorme: 32mila chilometri di coste e oltre 3 milioni di km quadrati di acque su cui Pechino esercita la giurisdizione (in diversi casi contestata da altre nazioni).

In realtà i Dragoni sono 7 perché dobbiamo aggiungervi i due Dragoni sui cui sono state investite imponenti risorse, specialmente negli ultimi 5-6 anni: la marina militare e la guardia costiera. Per capire meglio la situazione attuale, occorre partire da un periodo antecedente ad oggi. La dirigenza cinese ha seguito due binari per riorganizzare e sviluppare i 7 Dragoni: un binario civile e l’altro militare/para-militare.


Negli anni 2013-2016 vi è stata una profonda sburocratizzazione e radicale riassetto delle autorità civili competenti sui ‘mari cinesi’.

La brillante immagine dei 5 Dragoni che governano il mare racchiudeva serie problematiche generatesi tra le cinque autorità preposte alle questioni marittime: sovrapposizione di competenze, ostacoli causati da rivalità palesi e/o sottotraccia tra le diverse strutture amministrative, troppa burocrazia. Fatto è che poi solo quattro strutture sono state sottoposte alla “re-ingegnerizzazione” amministrativa, tecnica, logistica, gestionale: la struttura competente sulla pesca, la sorveglianza marittima, la polizia doganale, la polizia marittima ramo della forza paramilitare delle Forze di Sicurezza di Frontiera che dipendono dal Ministero della Sicurezza; ai margini di queste modifiche è rimasta l’Amministrazione della Sicurezza Marittima.

In questo contesto riorganizzativo la Guardia Costiera è stata oggetto di speciali cure: è diventata la più grande numericamente al mondo e con le unità navali più all’avanguardia. In particolare dal 2018 il controllo sulla Guardia Costiera è stato trasferito in capo alla potentissima Commissione e Militare Centrale, cioè il vertice apicale di tutte le forze armate cinesi.


Queste riforme sono orientate a rendere tutte entità più efficienti, al fine di affiancarle alla guardia costiera e poi alla marina militare nel contesto complessivo dell’esercizio del potere marittimo (in lingua cinese: haiyang qiangguo).

Il build-up della Guardia Costiera ha avuto in questo ambito un passaggio davvero cruciale, non essendo più alle dipendenze dell’amministrazione civile ma di quella militare. Oltre i tradizionali compiti di qualsiasi guardia costiera, si sono aggiunti quelli di contribuire, in prima linea, alla realizzazione di uno tra i più ambiziosi obiettivi: la Cina che entra nel novero delle potenze marittime. Diventare una potenza navale per esercitare il potere marittimo.

Di questo tema cruciale ne ha parlò espressamente Hu Jintao durante il 18° congresso del Partito Comunista Cinese il penultimo segretario del PCC. Una politica ribadita e nettamente rafforzata dalle scelte guidate da Xi Jinping. Ad oggi la Marina Militare cinese (PLAN People’s Liberation Army Navy) ha raggiunto un numero di unità navali cospicuo, tale da porsi ai primi posti tra le marine da guerra.

I piani di crescita sono ovviamente molto ambiziosi puntando a disporre, dal prossimo anno, di un centinaio di navi da combattimento di tutte le tipologie ed entro il 2030 disporre di almeno sei portaerei con cui formare i gruppi da battaglia, le task-force combinate ad imitazione di quelle della US Navy. Una svolta epocale essendo la Cina una nazione storicamente ‘terrestre’ e senza nessuna tradizione marinaresca come nel caso, per esempio, del Regno Unito, Spagna, Olanda, Portogallo e gli Stati Uniti.

La Guardia Costiera: una sorta di flotta parallela

La guardia costiera cinese dal 2011 ha beneficiato di un fortissimo incremento nei numeri complessivi, sia in quantità di uomini che di mezzi navali. Vi è stata l’entrata in linea di unità di altura, cutter di grandi dimensioni. Una vera e propria “flotta parallela”, che affianca strettamente la marina militare. La guardia costiera cinese annovera circa 1.275 imbarcazioni di tutti i tipi, e soprattutto avrà in linea entro il 2020 almeno 260 navi da pattugliamento grandi, dalle 500 tonnellate in su, secondo i dati più aggiornati indicati dal US Naval War College China Maritime Studies Institute.


Un numero senza confronti, considerando la US Coast Guard ha a disposizione solo una cinquantina di navi comparabili a quelle cinesi. Solo il Giappone tiene in parte il confronto con la Cina, allineando una tra le più numerose flotte costiere con ben 457 navi, mentre a distanza siderale vi è la Malesia con 131 imbarcazioni, Singapore con 102 imbarcazioni, poi Vietnam, Indonesia, etc.

Due sono i super-cutter della CCG (China Coast Guard), la classe Zhaotou, 12mila tonnellate, lunga 164 metri, con velocità massima 35 nodi, armata con un pezzo da 76mm, due pezzi minori ausiliari, 2 armi anti-aeree ed un ampio hangar che può ospitare fino a 2 elicotteri o UAV.


Tutte caratteristiche che le pongono in cima alla lista delle unità di guardia costiera più grandi in circolazione. Al confronto la più grande unità della guardia costiera statunitense arriva solo a 4.600 tonnellate, mentre i più grossi cutter giapponesi arrivano a circa 9.300 tonnellate.

Per ribadire sia la nota assertività della politica di Pechino, sia per mostrare il notevole livello costruttivo della cantieristica cinese il CCG 3901 nel maggio 2017 fu inviato a pattugliare nel Mar Cinese Meridionale. Il gemello CCG 2901 dal 2015 opera nell’altra zona di mare disputata del Mar Cinese Orientale, con oggetto un antico contenzioso sulle isole Senkaku (per i cinesi isole Diaoyu).


Pattugliamenti vengono fatti regolarmente con finti pescherecci, inviati in missione di raccolta informazioni/sorveglianza nel Mar Cinese Meridionale, la zona marittima perennemente agli onori della cronaca a causa dei due arcipelaghi Paracelso e Spratly, oggetto di contesa contese tra Cina, Taiwan, Vietnam, Indonesia, Malesia, Brunei e Filippine.

Acque su cui Pechino esercita una rigida politica assertiva, considerandoli parte integrante del suo territorio, cosa che vale anche per le risorse energetiche sottomarine. In particolare la Cina nelle Paracelso e Spratly ha allestito molte infrastrutture militari di vario tipo, come mai in precedenza, tutte documentate da immagini via satellite. Ha attrezzato una serie di avamposti, nei punti più strategici, per impieghi potenziali futuri, in una zona dove, ricordiamo, transita ben il 30% del traffico mondiale di merci via container ed è prossima agli Stretti di Malacca gli choke points della massima importanza strategica per Pechino.

Le flottiglie di pescherecci come milizia marittima: una forza dual-use?

Ai quasi 1.300 battelli della Guardia Costiera si aggiunge lo strumento della cosiddetta milizia marittima, che completa quella che abbiamo definito “la flotta parallela” cinese.

E poiché geopolitica è anche geoeconomia, queste due dimensioni sono una dentro l’altra. Le nuove esigenze causate dalla maggiore disponibilità di denaro, dalla impetuosa fortissima crescita economica ha prodotto tra l’altro ed è quello che ci interessa qui evidenziare, una richiesta di pesce per le tavole dei cinesi salita a ben 11 volte rispetto a quella degli anni Settanta.


I pescherecci cinesi hanno allargato il raggio operativo di pesca, motivato pure dal maggiore inquinamento delle coste della madrepatria, a causa del fortissimo sviluppo economico. La crescita numerica dei pescherecci cinesi è dunque dovuta da un lato per soddisfare la enorme domanda di prodotti della pesca, dall’altro lato per attuare i dettami della politica.

Una “forza navale civile” dual-use utilizzata anche per condurre azioni di ostacolo, di protesta pilotata per gli scopi del momento, muovendo a massa le imbarcazioni da pesca, a “sciame” (come va di moda dire) le flottiglie da pesca sono una validissima pedina nello scacchiere marittimo.

L’esempio di questo sciame di pescherecci più recente si è verificato nel dicembre 2018 laddove un centinaio di imbarcazioni si sono ancorate nelle vicinanze dell’isola di Thitu, appartenente alle Filippine, nell’arcipelago delle Spratly.


Fatto avvenuto pochi giorni dopo che Manila aveva annunciato dei lavori di riassetto della pista di volo e un futuro ampliamento attracco per le navi, una serie di lavori dalla valenza sia civile che militare. Questa azione è proseguita fino al mese di marzo di questo anno, su una scala ancora più fino a raggiungere quasi trecento imbarcazioni, tutte ammassate nell’area, secondo quando rilevato dalle forze armate filippine.

Altro fatto che viene ripetutamente segnalato concerne i pescherecci da 500 tonnellate, costruiti per la navigazione negli oceani, obbligati dalla legislazione internazionale a dotarsi di transponder, dotazione che le flottiglie cinesi dispongono su meno del 5% dei loro pescherecci.

Un elemento che viene visto come una volontà di mascherarne sia la presenza sia il numero. In sostanza i pescherecci sono impiegati come strumento a basso costo politico, considerando che vennero già impiegati durante gli scontri sino-vietnamiti del 1974. Niente di nuovo se non il classico esempio della creazione di unità paramilitari ad hoc, comodamente spendibili e sacrificabili quando occorre. E gli altri paesi della regione cosa fanno? Le flottiglie di pescherecci vengono impiegati da Vietnam e Filippine come anche dal Giappone, a supporto dei propri interessi economici e politici ma tuttavia non possono competere con i numeri e l’organizzazione massiva cinese.

Di questa milizia Pechino non ha mai nascosto la sua esistenza, la quale viene classificata anche nei report statunitensi con l’acronimo PAFMM (People Armed Forces Maritime Militia). Tuttavia secondo alcuni osservatori, ne sarebbe invece sopravvalutata la sua capacità ‘militare’, essendo fondamentalmente una grande flottiglia dedita alla pesca ovunque possibile, fino ad arrivare anche al Golfo del Messico.


La guardia costiera e la milizia marittima agiscono, quando richiesto, come prolungamento delle forze armate cinesi, con una politica estera cinese in costante movimento.

Fatto dimostrato dalla notizia recentissima, emersa a inizio agosto, riportata dal Wall Street Journal e dal Financial Times, che ha rivelato l’esistenza di un accordo segreto con la Cambogia per allestire un porto e una pista aerea, così da fornire un’importante base nel Golfo di Thailandia alle forze armate cinesi. Gli altri stati della regione fanno come la Cambogia? cioè subiscono il peso geopolitico di Pechino? Ne accettano la presenza sempre più forte, rassegnati all’evidenza degli eventi, al fait accompli?

Il contrasto alla penetrazione marittima cinese

Le nazioni minori cercano di contrastare come possono, con i (pochi) mezzi a disposizione e di certo guardano agli Stati Uniti e all’Australia per avere dei partner in grado di bilanciare Pechino.

Oppure come fa Hanoi oltre ad aver intessuto ottimi rapporti con Washington, si sta muovendo per ottenere l’appoggio di Mosca. Va rilevato che la strategia marittima di Pechino è vista come minaccia anche dall’Australia, una nazione geograficamente distante dalla Cina e che non ha dispute di nessun tipo con Pechino. I grandi progetti e relative infrastrutture della One Belt Road sfrutteranno soprattutto le rotte via mare, da qui ne consegue che Pechino agisce per rafforzare al massimo la sicurezza dei suoi approvvigionamenti, fondamentali per proseguire con lo sviluppo economico in corso: le Vie della Seta ne sono lo strumento principe.


Oltre alle basi e approdi allestiti nel Sud-Est asiatico, e la costruzione di porti e facilitazioni logistiche nell’Oceano Indiano si sta muovendo, molto cautamente, anche nelle acque del Pacifico con progetti di sviluppo proposti a Vanuatu e alle Figi. Mosse che hanno suscitato immediatamente commenti negativi da parte del governo australiano.

Per quanto concerne gli Stati Uniti, come noto, la rivalità con Cina è in atto da anni ed in tempi più recenti, cioè con la seconda fase dell’Amministrazione Trump possiamo affermare che non trascorra mese in cui non vengano evidenziati i rafforzamenti di Pechino nel settore navale.


La marina cinese è descritta nel report del Dipartimento della Difesa inviato al Congresso in tali termini: ”la Marina militare cinese a cui vanno aggiunte la guardia costiera e la milizia marittima rappresentano la forza navale più grande nell’Indo-Pacifico”, e si sottolinea anche che Pechino impiega queste sue pedine con moltissima frequenza: “adottando una modalità di low-intensity coercion in maritime dispute”.

Il focus della superpotenza planetaria, prima con Obama e riconfermato dalle politiche di Trump, dunque attesta che la vastissima regione dell’Indo-Pacifico è il primo pensiero a Washington. Un contesto complessivo con uno spiacevole potenziale di rischio, nel quale si sono aggiunti i dazi americani sulle merci cinesi, che hanno innescato una fase di economic warfare senza precedenti, tra le due nazioni.

Questi allarmi e timori degli statunitensi sono imitati dall’importantissimo player regionale che è rappresentato dall’Australia, il cui governo ha deciso il 30 luglio scorso di dare il via libera alla costruzione di infrastrutture militari alle forze americane, progetto che prenderà il via dopo che il Congresso darà l’approvazione alla US Navy del budget relativo, stimato in 211 milioni di dollari. Ricordiamo che nel 2011 un contingente di 2.500 Marines fu inviato a Darwin, nella parte nord-orientale del paese australiano, fu una mossa di Obama che irritò e non poco i vertici cinesi.


Oggi tuttavia con questa nuova autorizzazione alla costruzione di infrastrutture per i militari statunitensi, il governo di Canberra passa ad un livello più significativo, assume una posizione assertiva, rafforzata dalla decisione di allestire una forza navale dedicata all’area del Pacifico, battezzata ad oggi Pacific Support Force che avrà base a Brisbane, integrata nella Prima Divisione delle forze australiane.

Con quale scopo? Training congiunto, interoperabilità, collaborazione alle operazioni umanitarie, lotta ai traffici illegali con le nazioni insulari situate nel Pacifico sud-orientale quali Papua Nuova Guinea, le Salomone, Vanuatu e Figi. Isole e arcipelaghi che rappresentano storicamente l’antemurale difensivo naturale e fondamentale per l’Australia; nel 1941-45 svolsero un ruolo di prima linea difensiva contro i giapponesi e videro la Nuova Guinea e le Salomone teatro di durissime campagne belliche.

Foto: Xinhua. Guardia Costiera Cinese, US DoD e Reuters


3 - SPECIALE CINA – Il deterrente nucleare subacqueo cinese

SPECIALE CINA – Il deterrente nucleare subacqueo cinese

20 dicembre 2019 


Con questa analisi di Giovanni Martinelli completiamo la serie di tre articoli incentrati sulla potenza militare cinese che ha preso il via a inizio dicembre e che ha visto Analisi Difesa pubblicare l’articolo di Francesco Palmas sulle Forze Missilistiche cinesi e quello di Marco Leofrigio sulle forze navali costiere di Pechino. Nel 2020 continueremo ad approfondire il tema della potenza militare cinese.

Prima di affrontare nel dettaglio, per quanto possibile, il tema del deterrente nucleare imbarcato cinese (Ballistic missile Submarine Nuclear-powered – SSBN – e Missili balistici lanciabili da sottomarini) corre l’obbligo di precisare che la proverbiale riservatezza cinese quando si tratta di divulgare informazioni sensibili che riguardano il proprio strumento militare, finisce con l’amplificarsi a dismisura.

Al punto che tracciare un quadro di questa particolare componente della Marina Cinese (o PLAN, People’s Liberation Army Navy) diventa un’impresa non proprio agevole, contrassegnata dalla necessità di incrociare dati, notizie e ogni altro aspetto utile. Con il risultato che, anche così facendo, gli elementi mancanti continuano a essere molti.

La decisione della Cina di dotarsi di armi nucleari può essere fatta risalire intorno alla metà degli anni 50; la Guerra in Corea si era appena conclusa e, nel frattempo, era scoppiata la prima crisi dello Stretto di Taiwan. Entrambi gli eventi, caratterizzati dalla contrapposizione con la potenza nucleare degli Stati Uniti, avevano fatto capire alla leadership di Pechino e in particolare all’allora guida del Paese e del Partito Comunista Mao Zedong, quanto fosse ormai diventato indispensabile per la nascente potenza asiatica sviluppare un proprio arsenale nucleare. Pur nella consapevolezza che le distanze con gli Stati Uniti erano già notevoli, alla fine prevalse la considerazione che le possibilità di avere un maggior peso prima di tutto nello scacchiere asiatico non potevano prescindere da un simile aspetto, per quanto limitato fosse.


Forti dell’appoggio tecnologico dell’Unione Sovietica, prima della fine del decennio si assistette all’inizio della costruzione di diversi impianti (per la produzione di materiale per gli ordigni) e di siti per lo svolgimento di test.

Nel frattempo, da Mosca giungevano diverse componenti fondamentali, ivi compresi un paio di missili (gli R-2 o SS- 2 Sibling). Appare così subito chiaro quello che sarebbe stato uno degli elementi distintivi delle politiche di acquisizione/sviluppo di armamenti da parte della Cina: l’acquisizione all’estero di un numero limitato di parti e tecnologie con il preciso scopo di svilupparli poi in patria.

Il tutto con gli evidenti vantaggi di acquisire gradualmente la necessaria autonomia e, al tempo stesso, introdurre in servizio sistemi adatti alle proprie esigenze.

Quelli in questione poi erano gli anni segnati da una piccola “rivoluzione” nel campo degli armamenti nucleari: la comparsa dei primi SSBN realmente operativi, attraverso i quali il potenziale bellico in questo specifico campo di una qualsiasi Nazione compie un passo in avanti importante.

Ovviamente, sia i vertici politici sia quelli militari della Cina erano consapevoli dell’importanza di questo specifico assetto tanto che nel luglio del 1958 dettero il via ufficiale ai progetti relativi a un nuovo SSBN (indicato come Project 09) e a un SLBM (Submarine Launched Ballistic Missile) destinato ad armare lo stesso sottomarino (a sua volta, identificato come Project 05).

A dispetto però degli sforzi profusi, non si registrò nessun passo avanti tanto che nell’agosto del 1962 il programma viene sospeso. A pesare furono 2 fattori: l’impreparazione cinese e la rottura dei rapporti con l’Unione Sovietica avvenuta nel 1960. Ma è soprattutto il primo a diventare davvero determinante; enti di ricerca e di produzione separati geograficamente che, oltretutto, finiscono con l’essere soggetti a continui spostamenti/riorganizzazioni.

Di più, a pesare è anche lo stretto controllo politico del Partito Popolare Comunista, conseguenza della stagione delle grandi riforme avviate da Mao, cioè quella “Rivoluzione culturale” che si svilupperà nel corso di diversi anni. Quale dato di fondo infine, l’evidente impreparazione e la sostanziale sottostima delle complessità legate allo sviluppo di un sottomarino a propulsione nucleare e del suo armamento costituito da missili balistici.

Dovranno perciò passare altri 4 anni, nell’agosto 1966, per registrare il riavvio delle attività di progettazione della nuova piattaforma subacquea; la strada verso un risultato tangibile sarà però ancora molto lunga.

Tra l’altro, è da rilevare come a incidere sulle decisioni di Pechino fosse anche il fattore finanziario poichè all’epoca, i bilanci della Difesa non erano certo ancora “corposi” come quelli attuali.

Non è dunque un caso che la ripresa dei lavori sul nuovo SSBN (e sui suoi missili) sia stata favorita anche dall’aumento delle disponibilità finanziarie. Ciò non di meno, è evidente che a favorire questa nuova spinta siano intervenuti, da un lato la crescente pressione volta a diversificare il proprio deterrente nucleare (oltre cioè ai missili basati a terra) e, dall’altro, la graduale maturazione tecnologico-produttiva della Cina.

Rispetto al primo punto, è chiaro che i vertici di Pechino avevano già all’epoca intuito le potenzialità belliche degli SSBN; del resto, oltre alle “super potenze” Stati Uniti e Unione Sovietica, ben presto anche Regno Unito e Francia avevano provveduto a immettere in servizio simili piattaforme.

La maggiore capacità di sopravvivenza rispetto a ICBM basati a terra è già un vantaggio notevole, ma non l’unico; anche in termini di letalità i punti a favore non mancano affatto.

Ecco dunque che per un Paese allora privo di alleati o comunque di “amici” di un certo peso (dopo la già ricordata rottura dei rapporti con l’Unione Sovietica) e desideroso al tempo stesso di acquisire un maggior peso sulla scena internazionale, questo percorso di sviluppo del proprio deterrente nucleare diventa un passaggio obbligato. Anche in considerazione del maggio lustro che sarebbe derivato dal poter dimostrare capacità produttive e conoscenza tecnologiche più avanzate.

Il primo (e tormentato) passo, la classe Type 092 o Xia

Il lavoro riavviato nel 1966 porta così al completamento di un progetto “preliminare” nel giro di circa un anno; all’epoca, si pensava che l’impostazione del nuovo sottomarino potesse avvenire nel 1973.

E invece, il primo SSBN Cinese finirà con il riuscire a prendere forma solo nel 1978. La costruzione si sviluppò presso i cantieri oggi noti come Bohai Shipbuilding Heavy Industry Co. o BSHIC, a loro volta facenti parte del colosso China Shipbuilding Industry Corporation (CSIC); situati nella città di Huladao.

Questi cantieri non solo sono uno dei più grandi siti produttivi del genere in Cina ma anche la “casa” nella quale prendono forma tutti i sottomarini a propulsione nucleare (siano essi lanciamissili balistici o di attacco) della Marina Cinese.

Il progetto in questione non era del tutto nuovo, la stessa Marina Cinese aveva infatti preferito un approccio che potrebbe essere definito incrementale: in maniera decisamente pragmatica, i primi passi dello sviluppo nel campo delle piattaforme subacquee a propulsione nucleare furono per l’appunto articolati partendo da un unico progetto.

Questo, fin una sua prima fase, dette vita ai 5 sottomarini nucleari d’attacco (SSN) Type 091 (classe Han secondo la classificazione utilizzata dalla NATO, Type 09-I secondo quella Cinese) che entrarono in servizio a partire dal 1974.


Al fine di diminuire i rischi di un’impresa comunque già impegnativa per la Cina di allora, il nuovo SSBN riprende lo scafo degli Han, aggiungendovi una sezione destinata a ospitare i pozzi di lancio per i missili.

Nasce così un sottomarino indicato come Type 092 o classe Xia secondo la NATO, Type 09-II nella classificazione Cinese Si ricorda inoltre come, nelle regole adottate dalla PLAN nell’assegnazione dei nomi alle proprie unità, tutti i sottomarini a propulsione nucleare (sia lanciamissili, sia d’attacco) ricevono indifferentemente il nome di Changzheng (o Lunga Marcia); seguito da un numero identificativo. Nel caso specifico, 406.

Non tutto però “fila liscio”: se già l’impostazione era avvenuta con anni di ritardo rispetto al previsto, l’unità sarà poi varata solo il 30 aprile del 1981. A pesare sono diversi fattori, la bassa qualità delle tecniche costruttive cinesi e, soprattutto, la scelta di avviare la costruzione dello scafo prima che fosse stata completata la progettazione dei sistemi interni.

Mano a mano che si procedeva al loro imbarco, si rendeva così necessario per esempio calcolare ogni volta la distribuzione dei pesi interni al fine di non alterare il centro di gravità del sottomarino.

E non è tutto, sebbene formalmente consegnato alla PLAN nell’ottobre del 1983, dovranno passare altri 5 anni per vederlo considerato operativo anche se, in questo caso, a incidere sono più le difficoltà legate alla “maturazione” degli SLBM da imbarcare.

Prima di procedere oltre, appare opportuno affrontare uno dei “misteri che avvolgono questa classe di sottomarini: una (presunta) seconda unità che sarebbe poi andata perduta in un (altrettanto presunto) incidente. Secondo alcune fonti mai confermate, tale secondo sottomarino sarebbe stato varato nel 1982 e, per l’appunto, sarebbe andato perduto 3 anni dopo in un incidente tale da causare anche la perdita dell’intero equipaggio.

Difficile dare un giudizio, tanto più che altre fonti sostengono che i piani iniziali della PLAN prevedessero la realizzazione di almeno un’altra unità. Tuttavia, pare che a seguito di una più approfondita analisi, la stessa Marina cinese abbia poi deciso di concentrare le proprie risorse e i propri sforzi verso una nuova classe di piattaforme, fermandosi a un solo Xia.

Per ciò che riguarda la configurazione generale, il Type 092 è facilmente distinguibile per sezione a forma squadrata ospitante il compartimento dei missili che occupa la parte centro-prodiera del sottomarino. Spicca inoltre la “falsa torre” di discrete dimensioni, anche a causa della presenza di 2 superfici di controllo. Sempre a proposito di superfici di controllo, quelle poppiere si presentano nel classico schema a croce, mentre la propulsione è assicurata da una singola elica.

Da un punto di vista tecnico esiste ormai uniformità di opinione sulle caratteristiche dimensionali del Type 092: 120 metri di lunghezza, una larghezza massima di 10 e un dislocamento che varia tra le 6.500 (in superficie) e le 8.000 tonnellate (in immersione).

Non meno tormentata è la storia che riguarda il reattore nucleare, il cui sviluppo ebbe inizio addirittura nei primi anni 60. A contendersi l’assegnazione del progetto furino 2 diversi istitut: la Quinghua University of Nuclear Energy Technology (con una proposta basata sul reattore installato sulla nave mercantile tedesca Otto Hahn) e il Reactor Engineering Technology Institute (con progetto mutuato dal reattore OK-150 installato sul rompighiaccio sovietico Lenin). Intorno al 1965, la scelta cadde sulla seconda proposta ma, fin da subito, apparve evidente come l’arretratezza cinese nel settore e la necessità di adattare all’impiego su unità subacquee un progetto nato per quelle di superficie costituivano un ostacolo importante. Solo intorno al 1970 esso sarà finalmente testato a piena potenza, a distanza cioè di 10 anni (e oltre) dall’avvio delle prime progettazioni.

Da un punto di vista più propriamente tecnico, l’intero impianto propulsivo è costituito da un reattore ad acqua pressurizzata da 58 MW termici (stimati), il quale alimenta 2 turbo-alternatori a vapore; il tutto per una potenza sull’asse che si ipotizza possa essere intorno agli 11 MW.

Dunque, un insieme non particolarmente “esuberante”, così come dimostrato dalle prestazioni che parlano di velocità massime nell’ordine dei 20 nodi; l’inevitabile prezzo da pagare per aver scelto lo stesso impianto installato sui Type 091, laddove questi ultimi presentano dimensioni e valori di dislocamento inferiori.

La profondità massima operativa è infine indicata in 300 metri. Notevole invece la confusione riguardante il numero degli uomini di equipaggio, con stime che variano dai 100 ai 140 effettivi. Se già una ricostruzione attendibile delle caratteristiche generali di questo sottomarino può essere considerata una specie di impresa, non molto differente si presenta un’analoga analisi dei sistemi di bordo; intesi come sensori e come sistemi d’arma.

Una difficoltà accresciuta dal fatto che questi sono stati oggetto di diversi cambiamenti nel corso degli anni. In termini di sensori, vi è una sostanziale uniformità di vedute rispetto alla presenza di un radar di navigazione/ricerca di superficie di origine sovietica MRK-50 o Snoop Tray; accanto a esso, un apparato per la guerra elettronica Type 921-A in funzione Radar Warning Receiver (RWR) e “Direction Finder”.

Appena qualche notizia in più sul versante dei sensori principali, cioè i sonar. Inizialmente, si presume che al pari dei Type 091 anche il Type 092 disponesse di una suite composta da un sonar attivo SQZ-3 (o Type 603) e da uno passivo SQC-1 (o Type 604), entrambi installati a prua e destinati alle funzioni di ricerca e attacco. Nel corso di uno degli innumerevoli refit avuti nel corso della sua vita, questi apparati sarebbero stati sostituiti da una nuova suite, molto più moderna e denominata SQZ-262B.

Anch’essa utilizzata per ammodernare i Type 091 (nonché altre piattaforme subacquee) e successivamente installata su altri sottomarini di costruzione cinese, essa è caratterizzata dal fatto di disporre di sensori pienamente integrati in un unico apparato.

Sempre nel corso dei vari interventi subiti, il Type 092 ha ricevuto anche un apparato passivo utilizzato in funzione di scoperta e incentrato su “arrays” piatti montati a scafo in un numero di 3 per lato. L’aspetto per così dire singolare è che si tratta di un sistema di origine francese, il DUUX-5 dell’allora Thomson Sintra poi classificato in Cina come SQG-2B, acquistato in alcuni esemplari intorno alla fine degli anni 80 e utilizzato anche per un’analoga modifica sugli stessi Type 091.

Sul fronte delle armi imbarcate, si segnala la presenza di 6 tubi lanciasiluri da 533 mm per ordigni Yu-3; questi siluri a guida acustica (per i quali s’ipotizza una qualche derivazione dai SET-65 di origine sovietica) sono impiegati per il contrasto di bersagli di superficie, con un numero totale di ordigni imbarcati pari a 12.

Le armi: gli SLBM JL-1 e 1A. E i molti altri problemi…

Uno dei problemi principali che hanno contrassegnato l’esistenza del Type 092 è stata proprio quella che potremmo definire la sua stessa ragione d’’essere, cioè i 12 SLBM Ju Lang-1 o JL-1 (o, ancora, CSS-N-3 secondo la nomenclatura americana). Lo sviluppo di questo missile ebbe inizio nei primi anni 70 per diventare, al pari della sua piattaforma di lancio, una grande novità perché il primo SLBM mai prodotto dalla Cina.

Anche in questo caso le difficoltà non mancarono e solo nel 1982, si registrano i primi lanci, dapprima utilizzando una struttura fissa e in seguito facendo ricorso a un sottomarino della classe Golf sovietica adattato per condurre sperimentazioni del genere.

Per effettuare però il primo lancio di prova dal Type 092 fu necessario attendere ancora altri 3 anni, laddove tale lancio si rivelò un fallimento. Solo alla fine di settembre del 1998 ci fu poi un nuovo test, il cui esito positivo consentìcosì a questo sottomarino di diventare operativo.

Ad affliggere il JL-1, missile a propellente solido a 2 stadi e dotato di una singola testata nucleare da 200/300 Kt, sono stati principalmente problemi al sistema di navigazione e guida (nelle sue diverse parti, dai giroscopi fino agli altimetri) nonché ai razzi di propulsione: di particolare gravità i problemi legati al primo aspetto, soprattutto con riferimento al sistema di navigazione inerziale caratterizzato da scarse affidabilità e precisione.

Questo missile rivelò però ben presto anche un altro limite, rappresentato da una ridotta gittata, stimata in circa 1.800 (forse 2.000) chilometri.

Un problema che troverà una sua successiva (e parziale) soluzione grazie alla sostituzione con una nuova versione, la JL-1A, da almeno 2.500 chilometri.

Anche se bisogna dire che alcune fonti propendono per numeri ancora più importanti, nell’ordine dei 2.800/3.000 chilometri. Valori che, in caso di confronto con gli Stati Uniti avrebbero comunque costretto lo Xia ad allontanarsi molto dalle più tranquille acque della madre patria per poter lanciare i missili balistici.

Un limite enorme, che ha sicuramente contribuito in maniera determinante alla scelta della PLAN di costruire un solo Type 092, vista la sua scarsa utilità da un punto di vista operativo. Poco tempo dopo l’operatività dei missili, nel 1995 il Type 092 iniziò una serie di lavori che lo tennero fermo fino al 2001. Lavori talmente significativi da portare a una modifica della sua classificazione di riferimento e cioè Type 092G, che significa proprio “modificato”.

E’ esattamente in quest’occasione che avvenne la sostituzione dei diversi sonar e l’imbarco dei nuovi JL-1A (con modifiche, per questi ultimi, anche alla zona che ospita i tubi di lancio) ma anche aggiornamenti al sistema di combattimento, più nuovo rivestimento anecoico per diminuire il rumore irradiato.


Di fatto, e senza ulteriori giri di parole, non esiste dubbio alcuno circa il fatto che il Type 092G non abbia mai conseguito una reale operatività, non si sia mai allontanato dalle acque territoriali cinesi e, dato ancor più importante, non abbia mai condotto alcun “pattugliamento strategico” o “deterrent patrol”.

In pratica, tra il tempo speso presso la base di Xiaopingdao, un’installazione della Marina Cinese utilizzata per le fasi di consegna dei sottomarini nucleari e (nel caso specifico) per i lanci di prova degli SLBM, e i lunghi periodi di fermo in porto o nel bacino della base di Jianggezhuang, situata vicino a quella Qingdao sede della Northern Fleet cui lo Xia era assegnato, questo sottomarino è stato davvero una fonte quasi inesauribile di problemi.

A pesare soprattutto i limiti dell’apparato propulsore: incapace di fornire prestazioni adeguate, afflitto da problemi di corrosione, scarsamente affidabile, contrassegnato da perdite di vapore dai circuiti con annesso elevato livello di radiazioni e, infine, con tutta una serie di sue parti essenziali (pompe, condensatori, riduttori, ecc) caratterizzati da un cattivo isolamento acustico, a sua volta causa di un elevato livello di rumore.

Per dare un’idea dell’ordine di grandezza del problema legato proprio al rumore e di quanto esso rendesse così facilmente individuabile il Type 092, alcune informazioni filtrate a suo tempo riferirono che inizialmente questo rumore fosse talmente forte da rendere persino difficile il sonno al suo equipaggio.

Una situazione solo parzialmente migliorata per effetto di alcuni interventi correttivi (che anche hanno interessato l’idrodinamicità dello scafo e portato a installare un diverso tipo di elica). Alla fine, le stime più attendibili riportano valori di rumorosità pari a 160 decibel; una sorta di primato negativo, destinato a rimanere imbattuto!

È come se, in definitiva, il Type 092 si fosse rivelato utile solo perché ha rappresentato tutto ciò che non deve essere un SSBN:; una sorta di piattaforma sperimentale, sulla quale la PLAN ha comunque potuto accumulare una certa esperienza.

Una parentesi comunque ormai chiusa perché ogni singola fonte d’intelligence conferma il suo ritiro da ogni parvenza di servizio attivo. Al massimo può essere utilizzato per scopi addestrativi/sperimentali, cioè in quelli che in pratica ha ricoperto finora.

Il presente, i Type 094 della classe Jin; un primo passo in avanti

Se quindi l’esperienza con il singolo Xia entrato in servizio (per modo dire…) non può essere definita in altro modo se non “fallimentare”, ben diverso appare lo sviluppo della nuova classe di SSBN costruita in Cina.

Lo sviluppo di questa nuova classe di sottomarini lanciamissili balistici viene individuata (a seconda delle fonti) tra la fine degli anni 80 e l’inizio del decennio successivo. Sulla base però di una serie di riscontri incrociati, appare in realtà molto più probabile che il vero inizio del lavoro di sviluppo possa essere collocato proprio nei primi anni 90.

Questo perché è opinione diffusa che si sia replicato (almeno parzialmente) lo schema utilizzato per i precedenti SSN Type 091 che hanno fornito poi la base di partenza per gli SSBN Type 093. Nel caso specifico invece, la nuova classe di sottomarini nucleari d’attacco è rappresentata dai Type 093 (classe Shang per la NATO), con il progetto di quest’ultima che avrebbe a sua volta fornito molti elementi per progettare gli altrettanto nuovi Type 094 o classe Jin per la NATO, Type 09-IV nella classificazione Cinese.

La differenza rispetto al passato è rappresentata dal fatto che i 2 progetti si sarebbero poi sviluppati nel corso del tempo con maggiori differenze, pur cercando di fare affidamento su parti e sistemi in comune.


Uno dei temi più controversi della fase progettuale riguarda un possibile coinvolgimento da parte Russa re non mancano infatti voci di una collaborazione del Rubin Central Design Bureau for Marine Engineering di San Pietroburgo, il più importante centro di progettazione di sottomarini della Russia.

Un’ipotesi che se da un lato sembrerebbe plausibile anche in virtù della ripresa delle relazioni diplomatiche (nonché militari) tra le due potenze comuniste, appare in contrasto con la volontà cinese di sviluppare autonomamente un assetto così delicato. Difficile dunque poter mettere la parola fine alla questione.

Ormai assodato invece il ruolo avuto del colosso cantieristico CSIC, in mano al Consiglio di Stato (o Governo Popolare Centrale) di Pechino; sia nella fase di progettazione, coinvolgendo il proprio 719 Insitute, sia in quella di costruzione, facendo ricorso alle già note strutture produttive del cantiere di Huladao. Nel dettaglio, dovrebbero essere 6 le unità uscite dal cantiere e, per quanto non sia facile ricostruire la cronologia esatta delle varie fasi, è comunque possibile fornire alcune indicazioni di massima.

I lavori sul primo sottomarino sarebbero cominciati alla fine del 1999, il varo dovrebbe essere avvenuto nel 2004 e l’ingresso in servizio 3 anni dopo. Ugualmente confusi i riferimenti per gli altri; il secondo, infatti, sarebbe entrato in servizio nel 2009 o nel 2010. Il terzo invece dovrebbe aver fatto il proprio ingresso nella PLAN intorno al 2012 o forse il 2013. Per il successivo, si ha quale periodo di riferimento per l’entrata in servizio il 2015 o l’anno successivo. Rispetto al quinto, le poche informazioni filtrate ipotizzano l’inizio delle operazioni tra la fine del 2018 e i primi mesi del 2019. Infine, il varo del sesto sottomarino dovrebbe essere avvenuto (secondo foto satellitari) giusto l’ottobre scorso, con un ingresso in servizio però ancora lontano. Si tratta di date assolutamente indicative e non verificabili con esattezza; il tutto accompagnato da dubbi su quanti siano poi comunque i battelli pienamente operativi.

A oggi non sono noti neanche i piani futuri: l’intelligence statunitense ritiene che per assicurare almeno un SSBN sia sempre schierato in mare e pronto al lancio dei missili siano necessarie almeno 4/5 piattaforme; dato che sarebbe più che allineato con la consistenza attuale della classe.

In tempi più recenti poi, nuovi rapporti d’intelligence USA hanno fornito ulteriori indicazioni, arrivando a ipotizzare una consistenza finale di 8 sottomarini per l’anno 2020. Nel frattempo, si segnala che non vi è coincidenza di vedute neanche sui “pennant number” adottati, laddove per alcune fonti si sarebbe partiti da 409 per la prima, per altre la partenza sarebbe il 411.

In termini pratici, così come accaduto fino a oggi, l’unico elemento utilizzabile saranno le immagini satellitari: quando con le unità ancora in costruzione/allestimento nei cantieri CSIC di Huladao, quando dislocate presso la base di Xiaopingdao (utilizzata per svolgere l’allestimento finale e la consegna), quando presso quella di destinazione finale dei Jin e cioè la base navale di Longpo situata sull’isola di Hainan.

A differenza infatti dello Xia, questi nuovi sottomarini sono stati assegnati tutti alla South Sea Fleet anche se non sono mancate le immagini che hanno ritratto alcuni di questi temporaneamente stazionati presso la stessa base di Jianggezhuang, ciò in funzione del fatto che proprio queste 2 sono le uniche installazioni della Marina Cinese in grado di ospitare SSBN.

A tal proposito appare utile spendere qualche parola in più sul fronte delle infrastrutture; perché se da un lato è corretto porre la dovuta attenzione nei confronti delle piattaforme, dall’altro è altrettanto importante evidenziare come il conseguimento di certe capacità (nel caso specifico, quelle legate alla disponibilità di un deterrente nucleare basato in mare) passi attraverso una serie di iniziative di più ampio respiro.

E le 2 basi appena citate rientrano esattamente in questo ragionamento. A sollevare un maggiore interesse sono le installazioni presso l’isola di Hainan, comprensive della base di Yulin (prevalentemente destinata a unità di superficie e a sottomarini a propulsione convenzionale) e di Longpo.

Qui troviamo non solo banchine e le attrezzature normalmente presenti in qualsiasi porto ma anche un grande struttura per la smagnetizzazione degli scafi nonché, aspetto ancora più importante, grandi tunnel scavati sotto terra più strutture coperte/sotterranee sono capaci di ospitare gli SSBN e i missili balistici destinati all’imbarco. Il tutto è simile a quanto già presente presso la base di Jianggezhuang; con la differenza che a Longpo le infrastrutture sono già più importanti e, soprattutto, ancora in continuo sviluppo.


Per ciò che riguarda le caratteristiche generali e quelle tecniche dei Type 094, per il primo aspetto risulta evidente il ricorso a un disegno di base complessivamente simile ai precedenti Type 092. Fatti salvi gli affinamenti del caso, la configurazione per quanto riguarda la posizione della falsatorre, del compartimento missili e delle superfici di controllo ricalcano infatti in larga parte quanto visto per l’appunto sullo Xia.

Alquanto complicata si presenta invece la disanima tecnica, con informazioni scarse e talvolta discordanti. Con ordine, le dimensioni possono essere fissate in circa 135 metri di lunghezza per 12,5 di larghezza; in realtà, entrambi i dati sono approssimativi perché per il primo elemento si registrano “forchette” di valori che variano dai 133 a i 137 metri, mentre il secondo (nonostante sia quello più comunemente accettato) si segnalano anche valori di larghezza pari a circa 12 metri.

Analoghe difficoltà si riscontrano sulla definizione del dislocamento; 8.000/9.000 tonnellate in superficie è la “forchetta” più diffusa mentre su quello in immersione si passa dalle 9.000 alle 11.000 tonnellate circa.

In una sorta di crescendo rispetto alla difficoltà nel definire le caratteristiche tecniche dei Type 094, non fa eccezione la questione dell’apparato propulsivo. Un rapido passo indietro; è convinzione diffusa che il già accennato percorso parallelo con gli SSN Type 093 abbia portato, tra l’altro, anche l’adozione dello stesso impianto di propulsione.

Sennonché, né per gli uni né per gli altri sottomarini è dato sapere con esattezza cosa si celi all’interno dei loro scafi; al punto che tra le versioni circolate con più insistenza vi è anche quella del ricorso a 2 reattori nucleari (sempre del tipo PWR).

Una tesi che si regge sull’ipotesi che la PLAN abbia preso in qualche modo come riferimento i Project 671 RTM (o Victor III); tale ipotesi appare però molto debole.

Di conseguenza, lo schema effettivamente impiegato dovrebbe essere quello solito e cioè un singolo reattore nucleare con una potenza stimata di 150 MW termici, il cui vapore alimenta 2 turboalternatori che generano una potenza di poco inferiore ai 30 MW su di un singolo asse dotato di un’elica a 7 pale falcate.

A questi elementi corrisponde così un quadro delle prestazioni che per la velocità massima in immersione (nonostante stime diverse sulla potenza effettiva) restituisce quale dato più realistico oltre 22 nodi. Dunque, qualche passo in avanti rispetto allo Xia ma, ancora, qualche passo indietro rispetto alle più moderne realizzazioni per questo tipo di sottomarini. Nessuna novità di rilievo infine rispetto alla profondità massima raggiungibile, ragionevolmente ipotizzabile intorno ai 300 metri.


In virtù delle maggiori dimensioni della piattaforma, in crescita rispetto al Type 092 dovrebbe essere anche il numero degli uomini di equipaggio, indicativamente si parla di valori compresi fra 120 e 140 unità, peraltro con livelli di confort che vangono segnalati in crescita rispetto a precedenti piattaforme, il tutto per un’autonomia operativa stimata tra i 60 e i 90 giorni.

Un altro campo nel quale si può ragionevolmente pensare che ci sia stato un travaso di sistemi con i Type 093 è quello dei sensori; esiste infatti una certa uniformità di opinioni rispetto alla presenza sui Type 094 non solo della stessa suite sonar di prua SQZ-262B (per ricerca e l’attacco, operante in modalità attiva/passiva), presente peraltro anche sullo stesso Xia dopo l’aggiornamento, ma anche dell’apparato passivo per la scoperta SQC-207, il primo apparato sonar di questo tipo (con 3 “arrays” posti su ciascun lato del sottomarino) prodotto in Cina.

La presenza di un “rigonfiamento” su una pinna di coda fa pensare che i Type 094 possano essere dotati di un sensore passivo rimorchiato (TAS, Towed Array Sonar).

Sempre dovendo fare ricorso alle ipotesi, quella più probabile per ciò che riguarda gli altri sensori/sistemi di bordo vede la riconferma dello Snoop Tray come radar di navigazione/scoperta di superficie, del sistema Type 921-A come apparato di supporto alla guerra elettronica mentre, quale novità rispetto al passato, la presenza di un sistema di lancio di “decoy” per l’inganno dei siluri avversari.

Argomento quello dei siluri che ci porta ad affrontare il capitolo dei sistemi d’arma installati sui Jin. Su questi sottomarini ritroviamo infatti i (“classici”) 6 tubi lanciasiluri da 533 mm. Questi dovrebbero essere dotati di ordigni Yu-3 ma vi sono indicazioni che sarebbe già iniziata la transizione verso i più moderni Yu-6, caratterizzati da prestazioni/capacità superiori e impiegabili sia in contesti ASW sia ASuW (Anti Submarine e Anti Surface Warfare).

Nel complesso, almeno secondo quelle che sono le informazioni che circolano anche su siti e blog Cinesi (probabilmente, non proprio disinteressate…), sui Type 094 si registrano progressi nel campo dei sistemi di controllo della piattaforma, in quelli di navigazione (con una maggiore accuratezza nella determinazione della posizione, aspetto fondamentale al momento del lancio degli SLBM), e un maggior grado d’integrazione tra i sensori nell’ambito del sistema di combattimento.


I missili JL-2 e le prime evoluzioni dei Jin

Notevole infine il passo in avanti sul fronte dei missili balistici imbarcati: nei 12 (e non 16 come alcune fonti avevano inizialmente ipotizzato) pozzi di lancio sono infatti caricati altrettanti SLBM del tipo JL-2 (CSS-N-14 la definizione in ambito americano), a sua volta derivato dall’ICBM DF-31 basato a terra.

Si tratta di un missile a 3 stadi e a propellente solido, con sistema di guida inerziale e un CEP (Circular Error Probable) di 500, forse 300 metri; valori che dovrebbero essere leggermente migliori di quelli del JL-1A. Due però sono gli elementi di grande importanza: il primo è costituito dalla possibilità di ospitare una singola testata nucleare (con potenze comprese fra i 250 KT e 1 MT) o, in alternativa 3 o 4 Multiple Independently targetable Reentry Vehicles (MIRV) da 90 KT. Il secondo è invece rappresentato dal sensibile incremento della gittata, stimata tra i 7.200 e gli 8.000 chilometri.

Nulla a che vedere dunque con i precedenti JL-1A; eppure, anche lo sviluppo e il conseguimento dell’operatività di questi missili non sono stati una storia semplice. I primi test avvengono nel gennaio e nell’ottobre del 2001 e sono volti esclusivamente a verificare la corretta esecuzione del lancio da una piattaforma subacquea.

A essere impiegato è ancora una volta (così come per il JL-1) il Type 031, cioè quel sottomarino della classe Golf-I realizzato a suo tempo in Cina e poi modificato per svolgere il ruolo di unità sperimentale.

Non è del tutto chiaro se nei 2 anni seguenti siano stati effettuati altri test ma è invece certo che il 2004 rappresentò l’anno in cui lo sviluppo del missile subì un duro stop per effetto del fallimento del primo lancio effettivo di un JL-2.

Nel giugno del 2005 e nel maggio del 2008 poi, il programma riprende slancio per effetto del successo conseguito in altri lanci da parte del Type 031; il preludio di quanto accadrà nei primi mesi del 2006 quando, per la prima volta, un Type 094 lanciò un proprio missile. Gli esiti positivi di questi test fanno dunque ripartire definitivamente il programma; tanto che un nuovo lancio avvenuto nell’agosto del 2012 fa ritenere ormai acquisita l’operatività per l’accoppiata Jin e JL-2.

Nell’ambito del continuo processo di evoluzione delle piattaforme subacquee della PLAN, in tempi più recenti sono emerse delle immagini che fanno concludere come a partire dalla 3ª unità siano state introdotte delle modifiche, dando così origine ai Type 094A (da altre fonti identificati anche come Type 094B).


A similitudine infatti di quanto sperimentato su alcuni Type 093, la vela presenta una forma più arrotondata nella sua parte superiore, priva di finestrature ed è raccordata in maniera diversa con lo scafo. Inoltre, la stessa sezione ospitante i missili presenta delle modifiche volte a rendere più morbidi i raccordi fra le varie superfici, alle quali si aggiunge la scomparsa delle aperture poste sullo scafo in corrispondenza di tale sezione.

Alla base di questi interventi vi è la necessità di abbattere il rumore generato in navigazione. Tutte da verificare appaiono invece le indiscrezioni legate all’imbarco di una versione evoluta del missile presente sui Type 094.

Si parla cioè di un JL-2A che, derivato dalla nuova versione DF-31A, presenterebbe una gittata stimata di oltre 11.000 chilometri, conservando la possibilità di ospitare 3/5 MIRV o una singola testata, corredata però di decoys per favorirne la penetrazione nello spazio aereo nemico. Ancora una volta, l’assenza di informazioni rende però estremamente difficile propendere per un’ipotesi (integrazione del JL-2A, meno probabile) o un’altra (mantenimento del JL-2, più realistica).

Proprio il tema del rumore ci conduce direttamente alla questione della valutazione complessiva su queste stesse piattaforme; perché è sempre questo a rappresentare il principale fattore critico. Nonostante le migliorie apportate (oltre a quelli già citati, si segnalano ulteriori interventi sui supporti elastici dei macchinari, un miglior isolamento dei locali interni, miglioramenti sulla linea d’asse e affinamenti dei passaggi d’acqua a scafo), le stime formulate dall’intelligence americana classificano infatti i Type 094 nella categoria dei “noisy submarines”, con valori di rumorosità pari ad almeno 140 decibel, mentre per la versione successiva (la A) s’ipotizza un abbattimento fino a 120.

Quale termine di riferimento, (molto) approssimativamente fissato a 90 decibel il rumore di fondo degli oceani, si tenga presente che SSN quali quelli della classe Virginia si posizionano intorno ai 95. Una differenza all’apparenza modesta ma che, data la natura logaritmica nella scala di misurazione dei suoni, si traduce in un livello di rumorosità perfino doppio rispetto ai battelli americani.

Ma non solo, varie fonti indipendenti hanno segnalato problemi sul reattore nucleare e, più in generale, sull’apparato propulsivo. Sia perché tra i principali responsabili della rumorosità, sia perché avrebbe anch’esso manifestato dei problemi di affidabilità (sia pure non gravi come sul Type 092 e, comunque, oggetto di migliorie con i successivi 094A).

Un solo dato per spiegare come l’intera questione presenti dei risvolti all’apparenza incomprensibili: nonostante i battelli in servizio e i diversi anni trascorsi dal loro ingresso nella PLAN, a oggi nessuna fonte è stata in grado di confermare che la Marina Cinese stessa sia davvero in grado di assicurare su base regolare attività di pattugliamento strategico o “deterrent patrol” con tutti i Jin. Anche in questo caso, tuttavia, non mancano indicazioni discordanti.

Secondo informazioni fornite dal Pentagono già nel dicembre del 2015, sarebbe stata rilevata un’operazione genericamente definita di “patrol” della durata di 95 giorni da parte di un Jin.

Ulteriori dettagli non sono stati resi noti, nel senso che non è stato specificato la natura di tale “pattugliamento” ma, anzi, si è arrivati addirittura a ipotizzare che i JL-2 non fossero neanche imbarcati. L’ipotesi a questo punto più probabile è che le attività operative siano in realtà iniziate ma ancora in maniera sporadica e, soprattutto, rimanendo all’interno della cosiddetta “first island chain”. In sostanza, senza avventurarsi nell’Oceano Pacifico. È però altrettanto doveroso ricordare come il fatto che la costruzione di nuovi 094A prosegua ancora vada a dimostrare che questa versione (nel complesso) sia in grado di soddisfare le esigenze operative della PLAN.

Sviluppi futuri: i Type 096

Un’importante variabile di cui si deve tener conto è costituita dai piani di sviluppo futuri della PLAN. E se fino a questo punto il ricorso al condizionale non è certo mancato, parlare di quello che potrebbero essere le possibili future piattaforme della PLAN significa attingere ancora di più dal “mondo” dei punti interrogativi.

Da oramai qualche anno infatti, si rincorrono le voci circa una nuova classe di SSBN che, peraltro, avrebbe già la denominazione Type 09-VI secondo la classificazione Cinese, con un’equivalenza in ambito occidentale di Type 096 o classe Tang. A similitudine di quanto già avvenuto in precedenza, anche in questo caso ci sarebbe una sorta di sviluppo parallelo con i nuovi (e anch’essi ipotetici) SSN, a oggi identificati come Type 095.

Di più, secondo alcuni fonti, la prima unità sarebbe già in costruzione; con suggestive teorie che la vedrebbero già in mare per la fine di questo decennio. E così, tra indiscrezioni comparse su blog cinesi (autentiche o pilotate?) e modellini fugacemente mostrati in pubblico, c’è anche chi ha provato a sbilanciarsi: il sottomarino in questione presenterebbe una lunghezza nell’ordine dei 150 metri, con un dislocamento in immersione di circa 16.000 tonnellate.

Il vero salto in avanti sarebbe però dato dall’abbattimento dei livelli di rumorosità rispetto alle precedenti piattaforme oltre all’adozione di specifici rivestimenti anecoici e al solito lavoro di insonorizzazione dei macchinari, un notevole e ulteriore contributo dovrebbe poi venire dall’introduzione di nuovi e avanzati sistemi di propulsione (più in particolare, del cosiddetto “rim-driven thruster”). Lo scetticismo degli osservatori occidentali è forte ma se davvero la PLAN riuscisse a rendere operativo un tale sistema, la svolta sarebbe davvero importante se non epocale.

L’altro elemento di grande importanza sarebbe costituito dai pozzi di lancio che sarebbero in aumento fino al numero di 16 o 18 (se non, addirittura, 24) che andranno a ospitare i nuovi SLBM di tipo JL-3 derivati dall’ICBM DF-41, noto anche come CSS-X-10. Missili caratterizzati da un notevole incremento della gittata rispetto ai predecessori, per valori di 9.000/10.000 chilometri e con 10 MIRV.

Con questi ordigni, soprattutto se la gittata fosse nella parte alta delle stime, sarebbe dunque possibile colpire il territorio continentale degli Stati Uniti restando nei Mari Cinesi. Intanto, si segnala che sono già stati effettuati almeno un paio di lanci prova del JL-3, probabilmente facendo ricorso battello al Type 032 in dotazione alla Marina, un sottomarino utilizzato proprio per le sperimentazioni in campo subacqueo.


Al netto di tutte queste ipotesi più o meno fantasiose, a oggi rimangono solo indicazioni generiche confermate dalla stessa intelligence americana che riferisce dell’esistenza dei programmi relativi sia al Type 096, sia del JL-3. Con rapporti recenti provenienti dallo stesso Dipartimento alla Difesa, si ipotizza che la costruzione della prima unità potrebbe avere inizio intorno ai primi anni ’20.

Nel frattempo, e questo è un elemento certo, si segnala l’espansione delle strutture produttive presso il cantiere BSHIC di Huladao, con la costruzione di un nuovo grande capannone, all’interno del quale possono essere realizzati contemporaneamente più battelli (il tutto al riparo da “occhi indiscreti”) come i Type 096 e i nuovi SSN Type 095.

Le sfide per il deterrente nucleare strategico imbarcato cinese

La rilevanza della questione relativa al raggio d’azione degli ICBM cinesi è sttettamente legata al contesto operativo della Marina Ccinese. Generalmente, le strategie d’impiego degli SSBN sono di tre tipi:
costiera, con i sottomarini stessi che operano in specchi d’acqua con profondità fino a un massimo di 200 metri
“bastion”, che individua uno specchio d’acqua delimitato quale zona di operazioni
in mare aperto, con gli SSBN che operano nelle profondità degli oceani, che rappresenta la più efficac e flessibile.

Logica vuole che alla Marina Cinese quest’ultima opzione sia sostanzialmente preclusa: i livelli di rumorosità non proprio modesti dei propri sottomarini costituiscono infatti un grave handicap allorquando si opera in acque profonde, laddove cioè le condizioni per chi effettua operazioni di ricerca diventano più agevoli.

Inoltre lo spostamento verso simili zone di operazioni sarebbe anche ostacolato dalla necessità di attraversamento di alcuni passaggi obbligati e, oltretutto, la stessa Marina Cinese nel suo complesso (come assetti navali di superficie, subacquei nonché aerei) non appare ancora in grado di affrontare in pieno le sfide legate alla protezione complessiva dei suoi SSBN.

Non rimane dunque che optare per la prima e/o la seconda opzione. Operare in acque comunque poco profonde significa infatti contare sul vantaggio delle difficili condizioni di propagazione del suono (l’ideale per contribuire a celare le tracce di un sottomarino rumoroso) e, al tempo stesso, condurre i propri pattugliamenti all’interno di “bastioni” ben difesi nonché facili da interdire alle eventuali operazioni di un avversario risulta sempre un’ottima opzione.

Sennonché, la scelta di queste strategie comporta un prezzo da pagare: rimanere confinati in zone costiere e/o “bastioni” rappresentati dai propri Mari (principalmente, il Mar Giallo e, ancora di più, il Mar Cinese Meridionale) significa aumentare le distanze rispetto agli obiettivi.

In termini ancora più diretti, un’ipotetica accoppiata Type 094 con i propri JL-2 operativi, non potrebbe eventualmente colpire gli Stati Uniti continentali. Solo le isole Hawaii o l’isola di Guam sarebbero raggiungibili; una limitazione pesante, tale da ridurre l’efficacia di questo assetto strategico. Comprensibile quindi l’importanza dell’ingresso in servizio dei nuovi Type 096 con i missili JL-3.


Più in generale poi, la comparsa della componente strategica basata su sottomarini diventa una sfida importante anche sotto diversi altri punti di vista.

Legati principalmente alla dottrina Cinese sull’impiego di armi nucleari e sulle peculiari caratteristiche della catena di Comando e Controllo.

Nello specifico, Pechino da sempre professa la dottrina del “No-First Use” (“NFU”): l’eventuale impiego di armamenti nucleari è per l’appunto contemplato sono in termini di risposta a un eventuale attacco verso la Cina stessa.

Questo aspetto, combinato con lo stretto controllo politico a più livelli per la gestione di tutti gli assetti strategici, ha prodotto alcune decisioni importanti.

La prima è costituita dalla creazione della PLARF (People’s Liberation Army Rocket Force), cioè della struttura che si occupa di tutte le componenti dell’arsenale nucleare strategico basato a terra allo scopo di rafforzare il ruolo della Commissione Centrale Militare quale massimo organismo di controllo e della sua presa su tali armi. In questo caso, non è anche dato sapere (a oggi) se questa “Forza” abbia il controllo diretto degli assetti della PLAN o se sia quest’ultima ad avere la piena autorità sui propri sottomarini e, soprattutto, sui missili imbarcati.

La seconda fa riferimento alla scelta di tenere, in condizioni normali, separate le testate nucleari dai propri vettori (in dotazione alla PLARF medesima). Pratica che viene modificata solo in caso d’innalzamento del livello di allarme. In questo caso, la misura appare rivolta a scongiurare eventi imprevisti, soprattutto in funzione del rispetto dell’appena ricordato principio del “NFU”.

Questioni dunque importanti, entrambe legate allo stretto controllo del Partito Comunista Cinese su questi assetti operativi (ma anche su molto altro…) e che però mal si conciliano con le particolari caratteristiche di un deterrente nucleare imbarcato su sottomarini.

Proprio sul particolare aspetto del Comando e Controllo di queste unità e dei loro missili, incide anche il fattore legato alle comunicazioni con sottomarini in immersione. Riuscire infatti a comunicare con un SSBN in immersione è tanto difficile quanto fondamentale. Per farlo, occorre disporre di sistemi che operino a frequenze bassissime (VLF e ELF, Very Low e Extremely Low Frequency) che a loro volta necessitano di strutture complesse e vulnerabili.

Da questo punto di vista, è noto da tempo che la Cina dispone di diverse stazioni di comunicazione VLF: si stima che siano almeno 8 quelle attive, anche se alcune fonti allargano il numero fino a 12. Inoltre, appare ormai chiaro che sia stata acquisita anche l’operatività di un sistema di comunicazione in banda ELF, ufficialmente destinato a scopi civili e noto anche come Project WEM (Wireless Electromagnetic Method)

Esso farebbe della Cina il quarto Paese al mondo a disporne, dopo Stati Uniti (che però non lo utilizzano più), Russia e India. A tal proposito, sia pure nell’ambito della non sempre facile analisi delle indicazioni provenienti da fonte cinese, negli ultimi tempi alcuni organi d’informazioni locali hanno rilanciato delle voci circa possibili innovazioni in questo campo.

In particolare, sarebbero allo studio tecnologie per implementare sistemi di comunicazione quantistici mentre non meno “affascinanti” appaiono i possibili sviluppi nel campo dell’Intelligenza Artificiale (IA). Come noto, la Cina è un Paese che sta investendo molto nel settore, al punto che una sua applicazione in campo militare deve essere data per scontata con l’inserimento di elementi di IA nei sistemi di Comando e Controllo dei sottomarini.

Considerazioni

Nel complesso, quella in questione è dunque una sfida di notevole portata perché destinata a interessare da un lato questioni più squisitamente tecnico/operative quali le piattaforme con i propri sistemi, i missili, le infrastrutture, le basi insieme ad altre legate all’expertise, come l’acquisizione di una certa esperienza operativa.

D’altra parte a queste considerazioni generali si aggiungono le caratteristiche peculiari della dottrina nucleare di Pechino e la sua altrettanto particolare struttura politica con tutte le implicazioni sugli aspetti militari. Tutte questioni che, come già ricordato, fanno ritenere la Cina in una condizione di complessivo ritardo in questo campo.

Al tempo stesso però non si può certo negare che il “Dragone Cinese” stia lesinando attenzione e risorse al potenziamento complessivo del proprio strumento militare e di quello nucleare in particolare.

Una tendenza ribadita anche nel recente “Libro Bianco della Difesa” dove accanto a messaggi quasi rassicuranti (la conferma della politica del “No First Use” e dunque l’impronta difensiva del proprio arsenale strategico), si aggiunge che una capacità nucleare è la pietra angolare per la salvaguardia della sovranità e della sicurezza nazionali, dissuadendo altri Paesi dall’utilizzo, o dalla minaccia di utilizzo, di armi nucleari.

Elementi da tenere in considerazione visto che, non a caso, proprio negli ultimi mesi si sono moltiplicati i segnali di grande “attenzione” da parte degli USA.

Che si tratti di rapporti del Pentagono o dell’intelligence statunitense, che si tratti di testimonianze dirette dei massimi responsabili del PACOM (Pacific Command) o di studi/articoli di analisti indipendenti, il dato che emerge con chiarezza è uno solo: la Cina sta sì completando la propria triade di armamenti nucleari (con armi lanciata da terra, dall’aria e dal mare) ma, soprattutto, sta dedicando una particolare attenzione proprio alla componente navale. Segno che lo sforzo di Pechino per colmare quel ritardo più volte denunciato, è massimo.