L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 16 gennaio 2020

Palestina - altra terra rubata, altri impedimenti per i palestinesi per spostarsi e andare a coltivare le proprie terre

Israele annette un vasto tratto di terra in Cisgiordania per espandere strada dei coloni

16/1/2020


Betlemme-PIC e Quds Press. L’esercito di occupazione israeliano ha annunciato mercoledì l’intenzione di annettere un vasto tratto di terreni agricoli nelle città di al-Khader e Artas, a sud di Betlemme. 

Il funzionario locale Hasan Burajiya ha riferito che l’esercito israeliano ha emesso ordini militari per l’annessione di 350 dunum (350.000 m²) di terreni agricoli ad al-Khader e Artas al fine di ampliare una strada per i coloni. 

Burajiya ha spiegato che tale area sarà utilizzata per espandere la circonvallazione nota come Strada 60, il che significa altra terra palestinese divorata dall’espansione coloniale israeliana. Ciò impedirà agli agricoltori autoctoni di raggiungere e coltivare i loro terreni agricoli.


Solo degli euroimbecilli servi alla Salvini possono fare il tifo per gli ebrei-palestinesi che sono un cancro da estirpare


Salvini, chi è contro Israele avversario

Odiare Israele ha già fatto troppi danni nella storia



Redazione ANSAROMA
16 gennaio 202012:27 NEWS

(ANSA) - ROMA, 16 GEN - "Chi vuole cancellare Israele ha un avversario in noi ora e sempre". Lo ha detto Matteo Salvini a un convegno a Palazzo Giustiniani auspicando una "veloce adozione del documento Ihra" e sottolineando che "chi ne vuole la distruzione è antisemita e va contestato".

"Odiare Israele ha già fatto troppi danni nella storia", ribadisce il leader della Lega.

la verità deve essere gridata, affrontata di petto, le ipocrisie smascherate, le illusioni infrante, i veli sollevati, soltanto allora l’uomo può ritrovare se stesso e imparare a conoscersi.

La caduta dei buoni

Albert Camus, con il romanzo 'La caduta', traccia un ritratto spietato della nostra società e dei meccanismi che regolano le relazioni tra essere umani. Uno strumento imprescindibile per smascherare tutte le ipocrisie che guidano la nostra vita.

di Guendalina Middei - 15 Gennaio 2020

«Così è l’uomo, caro signore, duplice: non può amare, senza amarsi», questa frase esprime il nocciolo, l’essenza della Caduta, l’opera più enigmatica di Albert Camus. Il romanzo si sviluppa attraverso un lungo, morboso e a tratti estenuante monologo interiore, un monologo che è innanzitutto una confessione, la confessione di un uomo che senza più alcuna illusione confessa le sue colpe, colpe che sono uno specchio allucinato e allucinante della nostra epoca, della nostra generazione. 

L’antieroe di Camus è Jean-Baptiste Clamence, famoso avvocato parigino, un uomo apparentemente buono, generoso, onesto, caritatevole, stimato e apprezzato da tutti quanti. Sotto questa nobile facciata, ed è proprio Clamence a confessare con estremo candore che si tratta soltanto di una facciata, la vera natura dell’uomo si rivela per quello che è veramente: “Ho capito che la modestia mi aiutava a brillare, l’umiltà a vincere e la virtù a opprimere”. L’altruismo del giudice penitente è fatto soltanto di vanità, è una celebrazione del proprio ego, di un ego smisurato, ipertrofico, che si compiace delle lodi che riceve. 


Sono sempre stato gonfio di vanità. Io, io, io, era questo il ritornello della mia amata vita, che si udiva in tutto ciò che dicevo. Non sono mai riuscito a parlare se non vantandomi. Il fatto è che mi sentivo libero nei riguardi di chiunque per l’ottima ragione che non riconoscevo nessuno alla mia altezza. Riconoscevo in me solo qualità superiori, e questo spiegava la mia benevolenza e la mia serenità. Quando mi interessavo agli altri era per pura condiscendenza, in totale libertà, e il merito andava tutto a me: salivo di un gradino nell’amore che avevo di me stesso.

Se l’odierna generazione si scrollasse di dosso la maschera di finto buonismo che si è appiccicata sulla faccia, se si guardasse allo specchio, vedrebbe tanti frenetici, allegri e ridenti Clamence, pronti a tutto pur di scalare la piramide sociale (o meglio la classifica di visibilità dei moderni social network) a suon di sorrisi, prediche e buone azioni. L’alter ego di Camus è anche l’alter ego della nostra generazione, è il paradigma dell’uomo moderno, così disperatamente ansioso di professare le sue buone intenzioni, di scendere in piazza con le sue sardine per protestare contro l’odio, la violenza, il male incarnato da un qualche mostro di turno. 

L’odierna generazione è tutta infarcita di buoni propositi, è sempre pronta a manifestare e a gridare il suo grande amore per il pianeta, per la democrazia, per la libertà. Migliaia di giovani si mobilitano con dei rapidissimi e sempre più inutili flash mob, strepitano nelle piazze, sorridono alle telecamere… Ciò che conta, come aveva intuito l’eroe di Camus, non è tanto sapere come e perché ci si mobilita, ma soprattutto e innanzitutto esserci, esserci per acquisire visibilità, per glorificarsi della pubblica approvazione e ricavarne qualche scatto brillante da condividere e immortale sui propri profili.


La domanda che ossessiona l’avvocato parigino è semplice e sconcertante nella sua sincerità: se l’uomo è interessato a lenire le sofferenze altrui soltanto quando può trarne qualche vantaggio, se ciò che lo anima è innanzitutto il desiderio di essere elogiato per la sua bontà, per il suo impegno, per la sua grande sensibilità, che valore ha quest’altruismo? Se l’ipocrisia è il collante che tiene unita la società, dove cercare dunque una qualche parvenza di significato? 

La perdita dello stato di grazia (l’origine della caduta) si qualifica come la perdita delle proprie illusioni: cade la maschera, l’uomo si guarda allo specchio e ciò che vede, lo fa rabbrividire, lo lascia perplesso, attonito. Vorrebbe distogliere lo sguardo, ma non può, con un atto di volontà, riappropriarsi delle sue illusioni, una volta, ben inteso, che ha compreso che erano illusioni. L’uomo allora deve ri-costruire da sé dei nuovi valori (tema caro, a Camus, che ne aveva fatto il tema centrale dell’Uomo in Rivolta) ma per ricostruire deve innanzitutto prendere coscienza di quelle che sono le sue illusioni.

Guerra, suicidio, amore, miseria, vi prestavo attenzione, certo, quando le circostanze me lo imponevano, ma in una maniera educata e distratta. A volte mostravo di appassionarmi a una causa avulsa dalla mia vita quotidiana. Dentro di me, però, non mi sentivo partecipe, tranne ovviamente quando in gioco era la mia libertà. Come posso dirle? Tutto scivolava via. Sì, tutto mi scivolava addosso.

Quante volte ci appassioniamo per puro diletto ai grandi temi, ai grandi mali che scuotono il nostro pianeta? Quanto però del nostro interesse è sincero? Tragedie e catastrofi globali vengono strumentalizzate, consumate e fagocitate come fossero oggetti di consumo: ecco allora che i “Je suis Charlie” fioccano sui nostri profili, le foto di una Daniela Carrasco, la celebre attivista cilena assassinata in circostanze misteriose, vengono condivise ad nauseam su tutti i social network e divengono in poche ore virali. Tutto diventa un marchio, un simbolo, un trend del momento, tutto si trasforma in un fenomeno mediatico e diventa un mezzo (e guai a chi ancora vede nell’uomo un fine, come asseriva ingenuamente il buon Kant) per glorificare il nostro ego. 

Tutto si trasforma in un agone virtuale dove dar prova del nostro acume, della nostra sensibilità, della nostra brillantezza, una palestra dove far sfoggio delle nostre buone intenzioni, ma questi entusiasmi violenti (per parafrasare il Bardo) vanno incontro a fini violente. Con la stessa rapidità con cui ci si appassiona a questi grandi temi, altrettanto repentinamente ce li scrolliamo di dosso e possiamo tornare, senza rimorsi di coscienza, dubbi o tentennamenti, a rivolgere la nostra attenzione sul prossimo grande problema, in una corsa sempre più rapida di tragedia in tragedia, di disastro in disastro, di dibattito in dibattito; svolazziamo ai margini dell’arena politica, sempre onnipresenti, iper connessi e ingenuamente convinti di stare dalla parte giusta, di essere onesti, sensibili, progressisti. La solidarietà tra esseri umani è possibile, ma la solidarietà, per essere autentica, necessita di una dedizione costante, duratura e prolungata, altrimenti è soltanto una vuota ostentazione, si consuma nei suoi violenti, quanto inutili entusiasmi, che si estinguono rapidamente senza produrre un reale mutamento. 


La stessa ipocrisia, la stessa miseria spirituale che si cela dietro questo sconcertante quanto inutile buonismo da salotto, si ripercuote anche nella nostra vita relazionale. “A regnare nella mia vita amorosa era solo ed esclusivamente la sensualità,” confessa l’eroe di Camus, “non cercavo altro che oggetti di piacere e di conquista.”

Clamence è consapevole in fondo di non cercare nulla, di non desiderare nulla: nessun contatto, nessun legame, nessuna responsabilità; le sue relazioni sono vuote, aride, superficiali. “Se le emozioni (o meglio le sensazioni) passano e i sentimenti vanno coltivati,” come sosteneva Bauman, sempre più persone scelgono il non impegno; la gioia delle cose durevoli, lo sforzo, il sacrificio sono passati di moda, le persone vanno consumate rapidamente, come se avessero una data scadenza, gli altri sono sempre e soltanto un “mezzo” con cui appagare i nostri bisogni. 

Ero a mio agio in tutto, è vero, ma anche perennemente insoddisfatto. Ogni piacere me ne faceva desiderare un altro. Passavo di festa in festa. A volte, a notte fonda, quando le danze, un po’ di alcol, la mia frenesia e il violento abbandono di ciascuno mi mettevano in uno stato di esultanza insieme sfinita e appagata, mi sembrava, allo stremo della stanchezza, di cogliere finalmente il segreto degli esseri umani e del mondo. Ma l’indomani la stanchezza spariva e con essa il segreto; tutto ricominciava. Così correvo, sempre appagato, mai soddisfatto, senza sapere dove fermarmi.

La folle corsa di Clamence è tuttavia destinata a un’inevitabile battuta d’arresto. Una notte, passeggiando su un ponte che attraversa la Senna, l’incontro casuale con una ragazza, in una sorta di epifania improvvisa, rompe il velo dell’ipocrisia che aveva ricoperto la sua intera esistenza. Il pensiero della morte (l’esperienza suprema che solleva tutti i veli) incombe sul protagonista della Caduta e in senso più ampio sull’intera umanità. Se il romanzo di Camus è il racconto di una caduta, (una caduta che non porta ad alcuna forma di autentica redenzione per il suo protagonista) una redenzione è pur sempre possibile per l’uomo. È nel momento in cui l’uomo si rende conto della sua vanità, che può incominciare un vero percorso di redenzione.

Nell’Uomo in Rivolta tra la giustizia che esigeva la soppressione della libertà e la libertà, Camus sceglie la libertà. Stavolta Camus sceglie la verità, la cruda sincerità e il messaggio che emerge dalla Caduta è chiaro: la verità deve essere gridata, affrontata di petto, le ipocrisie smascherate, le illusioni infrante, i veli sollevati, soltanto allora l’uomo può ritrovare se stesso e imparare a conoscersi.

se vuoi un amico, prendi un cane

La sindrome di Gordon Gekko

Ovvero: l'illusoria mentalità avida e prevaricatrice che serpeggia tra i giovani "rampanti" di oggi, tanto affamati quanto meschini, ma altrettanto incapaci di comprendere che la vera élite non spartisce il potere con i proletari.

di Marco Pirillo - 13 Gennaio 2020 

«Qualcuno qualche sera fa mi ha ricordato che una volta dissi che l’avidità è giusta, a quanto pare è diventata legge».

Sono parole di sua maestà Gordon Gekko, una delle canaglie più affascinanti che la settima arte sia riuscita a creare. Protagonista assoluto di un grande cult anni ’80, Wall Street – anche se la citazione proviene dal non altrettanto memorabile sequel del 2010 – che rappresenta per intere generazioni di liberisti, manager d’assalto e self-made man una pietra miliare della dottrina secondo cui l’unico dogma intoccabile è il profitto a qualsiasi costo.

Uscito nelle sale nel 1987, ma ambientato nel 1985, nel pieno fulgore dello yuppismo, il film narra la vicenda di Gekko, uomo d’affari di primordine per ricchezza ma soprattutto per spregiudicatezza negli affari, che spesso trascendeva nell’illegalità e in pratiche fraudolente a scapito altrui, e di Bud Fox, giovane broker con tanta ambizione. Bud non ha altro desiderio che poter lavorare con questo potente squalo della finanza, lo considera un vero maestro nell’arte della speculazione, fa di tutto per conoscerlo e quando riesce a entrare nel suo leggendario ufficio, luogo dove si muovono i fili che influenzano le tendenze del mercato, nonostante la ritrosia iniziale del padrone di casa, alla fine riesce a convincerlo a dargli una chance. Tra i due si creerà presto un legame strettissimo: Bud diventerà l’uomo di fiducia di Gekko, il quale gli affiderà tutti i suoi affari e lo spingerà ben presto in un vortice di azioni criminali e truffaldine, in nome dell’unica cosa che conta, il denaro, il potere economico, unico lasciapassare verso la vera felicità.

Per ottenerlo non bisogna avere scrupoli, quelli sono per gli ingenui, per i poveracci. I veri padroni della galassia non hanno sentimenti. Lo stesso Gekko durante il film distilla questi comandamenti al giovane discepolo attraverso monologhi che sono entrati nella storia del cinema, anche e soprattutto grazie alla recitazione sopraffina di un immenso Micheal Douglas, col suo fascino ammaliatore, così seducente ma allo stesso tempo così torbido e malvagio, con quel sorriso ironico e diabolico, che convincerebbe chiunque anche al gesto più abietto.

La maggior parte di questi laureati di Harvard non valgono un cazzo. Serve gente povera, furba e affamata, senza sentimenti, a volte vinci a volte perdi, ma continui a lottare e se vuoi un amico, prendi un cane.

Una massima memorabile, praticamente l’incipit di un saggio su come diventare una iena. Ben presto però Bud si renderà conto delle conseguenze negative sulla comunità e sulla povera gente che le azioni di Gekko determinano e, spinto dalla coscienza e da alcuni guai giudiziari all’orizzonte, prima boicotta gli affari del maestro e infine riesce a incastrarlo e a farlo finire per molto tempo a riflettere in galera.

Il film è entrato nel mito perché è un affresco esaltato ed esaltante di un decennio fuori dal comune e tuttora venerato, gli anni Ottanta, ma soprattutto perché rappresenta un modello di vita e di società a lungo osannato, quello dell’America reganiana. Negli otto anni della presidenza Reagan gli Stati Uniti raggiunsero una forte espansione economica e politica, vi era una ricchezza diffusa e la sensazione tra la gente che tutto fosse possibile, bastava solo lavorare sodo ed essere intraprendenti. Il governo federale favorì in ogni modo il mercato, abbassando le tasse ai redditi alti, sfoltendo spesa pubblica e regolamentazioni, effettuando liberalizzazioni, con conseguenze sulla collettività che solo nei decenni successivi furono chiare.

Ronald Reagan

New York era piena di aspiranti yuppies, giovani professionisti “rampanti”, convinti che presto avrebbero guadagnato fortune, sposato modelle e comprato barche lussuose. Ma il sogno si è presto sgonfiato, come qualsiasi bolla speculativa e, come al solito, a pagare il conto più salato è stata la gente comune. Tuttavia, nonostante la fine di quell’epoca e di quel life style, a distanza di più di trent’anni rimane intatto qualcosa di questa meravigliosa pellicola, un quid che non riguarda i cineasti.

A rimanere vivo nell’immaginario collettivo è il mefistofelico protagonista e la sua dottrina sull’avidità. Il mondo giovanile di questi primi decenni del ventunesimo secolo, nel suo panorama sfaccettato, si è contraddistinto per la nascita e la proliferazione di aspiranti businessman in erba, ragazzetti, per la maggior parte di ceto medio basso, con un grande sogno nel cuore: diventare schifosamente ricchi. Va precisato che, naturalmente, l’amore per le ingenti ricchezze è coltivato dall’uomo fin dai tempi in cui egli stesso creò la moneta come mezzo di scambio, ma questo fenomeno sociale e gli individui coinvolti rappresentano in realtà una casistica particolareggiata e interessante.

Si tratta infatti di giovani, millennials o poco più, che provengono da quel mondo che i veri Gordon Gekko hanno contribuito a rendere un inferno per quelli che lo abitano. Questi ragazzi vengono da famiglie stritolate dalla precarietà, da un mercato del lavoro sempre più difficile, dall’impossibilità dell’accesso al credito, che devono tentare di mantenere questo fragile equilibrio a costo d’ingenti fatiche, tirando avanti un giorno alla volta. Sono persone che hanno ricevuto un’educazione e una preparazione scolastica molto buona, ma mancano di valori fondanti come la socialità e il bene comune, forse perché il contesto in cui sono cresciuti li ha incattiviti, inariditi, facendo covare dentro di loro un aspro individualismo e un desiderio sfrenato d’emergere.

Cotanta fame è divenuta ambizione sfrenata, che non vede ostacoli nella coscienza, che non vede le ragioni dell’altro, ma solo il proprio ego che va nutrito. Frequentano le università non per appagare una sete di sapere, per ampliare i loro orizzonti intellettuali, questa è roba per quegli sfigati che studiano lettere, direbbero loro: il solo scopo è acquisire un titolo che gli aprirà importanti strade, in grandi aziende, dove potranno emergere, sgomitando tra tanti, e finalmente sedere al tavolo di chi decide. Sono disposti a tutto per il loro fine: imbrogliare, circuire e truffare il prossimo o lo Stato, addirittura passare sopra il cadavere del proprio avversario, perché non vogliono solo arricchirsi, acquisire potere, loro vogliono vincere la sfida sottomettendo. Citando Gore Vidal: “Avere successo non ci basta, vogliamo vedere fallire gli altri, soprattutto i nostri amici”.

Questi giovani sono figli anche dell’era post ideologica, dove non si fa più parte di alcun gruppo reso coeso da un principio o da un modello, e allora l’unica strada che appare giusta è quella del battitore libero e senza scrupoli, perché tanto il mondo è ingiusto e solo i deboli perseguono il bene. Ma se il loro scopo principale è arraffare ricchezza, il secondo è ostentarla pomposamente, con sfarzo e quasi arroganza; sognano la villa faraonica sul mare, meglio ancora se condonata perché abusiva, tanto per dimostrare che loro sono al di sopra delle regole; vogliono auto veloci con cui sfrecciare pericolosamente, in barba agli altri guidatori e all’autorità, troppo lenti e fiacchi per star dietro a loro, che la vita la conducono sempre al massimo.

Sembrano voler seguire fedelmente l’adagio del buon Gordon Gekko:

Io parlo di ricchezza vera, ricchezza sufficiente per avere un tuo jet, sufficiente per non buttare via il tempo, cinquanta, cento milioni di dollari, Bud, o capitano o niente.

Loro ambiscono alla fascia del capitano e venerano tutti coloro che hanno conquistato questo status: imprenditori, general manager, broker, chiunque si presenti con un completo sartoriale e un Rolex al polso a raccontare quanti soldi ha, e pazienza se dopo un po’ il giornale ti racconta le malefatte da cui quel denaro è scaturito, per loro è solo il sistema più efficace per raggiungere la vetta.

Quando in tenera età scoprono il guru Gekko, per loro è un’illuminazione: elevano a riferimento questa figura e trovano i modi più assurdi per imitarla, come quando gli arricchiti quarant’anni fa mettevano l’orologio sopra il polsino della camicia come Gianni Agnelli. L’amato maestro, se potesse vederli, si compiacerebbe del risultato ottenuto, magari gustando un bel Montecristo fumante, perché questa è la vittoria delle classi dominanti: sarebbe a dire aver creato la disgregazione sociale, avere creato individui che, riluttanti di qualsiasi impegno politico e sociale rivolto a una comunità unita dalla stessa condizione, saccheggiano i propri simili per poter uscire dal fango della loro mesta esistenza, determinando così disgregazione, caos e debolezza delle masse che, lasciate alla deriva, sono facile preda di chi può imbonirle con un tozzo di pane.

Tuttavia non si rendono conto che, nel tentativo vano di costruire la propria torre d’avorio, finiranno per contribuire alla distruzione di tutto ciò che li circonda. Non si rendono conto che le vere élite, i veri Gordon Gekko, non amano spartire lo scettro col proletariato ma desiderano agitarlo dinanzi ad esso per sottometterlo. Alla fine scopriranno, dopo aver tentato di salire la vetta sui cadaveri dei propri fratelli, dopo vari stage in multinazionali senza volto o sentimenti, dopo vari impieghi come consulenti, commerciali, uffici marketing, a sostenere brand che vogliono solo trarre guadagno vendendo cose inutili a gente disperata, che a quelli come loro sono precluse le porte di quell’olimpo. I veri Dei sono capricciosi ed egoisti, e se proveranno a rubargli il fuoco, a loro riserveranno lo stesso destino di Prometeo.

La libera impresa il libero Mercato chiede aiuto allo Stato quell'orpello che ogni tanto serve per compensare le magagne che si compiono in nome del profitto


Germania, il settore auto chiede aiuto allo Stato 

Sindacati e imprese: 'Faciliti il passaggio strutturale da combustione a elettrico' 

Redazione ANSA 
16 GENNAIO 202010:18


Per far fronte al momento difficile dell'industria dell'auto tedesca e facilitare il passaggio epocale dal motore a combustione al motore elettrico, imprese e sindacati tedeschi chiedono l'aiuto dello Stato per assicurare il mantenimento dei posti di lavoro. Di questo si è parlato nel vertice sull'auto di oggi in cancelleria a Berlino, che ha visto confrontarsi i sindacati di Ig Metall, le associazioni di categoria dell'industria dell'auto e i vertici della politica tedesca.

Il leader di Ig Metall Joerg Hofmann ha chiesto, a margine dell'incontro di stasera, passi veloci della politica per facilitare la riorganizzazione del settore. Ci si aspettano "tra breve risultati concreti" per facilitare l'accesso al lavoro a orario ridotto e per migliorare le qualifiche dei dipendenti nel passaggio dai motori a combustione ai motori elettrici, ha detto il leader sindacale. Il punto per il rappresentante dei lavoratori è come realizzare la svolta della mobilità "senza che i lavoratori ne siano travolti" e senza creare "deserti industriali" in regioni fortemente dipendenti dal motore a combustione.

1 - non abbiamo un'altra Terra

ECOLOGIA, AMBIENTE. LA DESTRA NON PERVENUTA.

Roberto Pecchioli 15 Gennaio 2020 

di Roberto PECCHIOLI- I parte

Riordinando vecchie carte, abbiamo ritrovato un nostro intervento, datato 2001. Un brano riguarda il tema ambientale e, purtroppo, sembra scritto oggi, segno che i problemi si trascinano, non vengono risolti e neppure affrontati. Questo è ancora più vero “a destra”, dove un riflesso condizionato inestirpabile fa chiudere gli occhi davanti a troppe verità. La più bruciante riguarda l’ambiente e la parola che lo definisce, l’ecologia. Così ci esprimevamo quasi vent’anni fa: migliaia di specie vegetali ed animali stanno scomparendo in nome del dogma dello sviluppo, colture ed allevamenti vecchi di secoli vengono abbandonati per il perseguimento del profitto delle multinazionali, la prossima guerra verrà probabilmente combattuta per il controllo delle risorse idriche, l’aria è irrespirabile per i miasmi delle scorie, l’effetto serra produce effetti sconvolgenti sull’intero ecosistema.

Oggi nessuno nega apertamente la veridicità di queste asserzioni, ma, come allora e come negli anni 70 e 80 del secolo passato, allorché i temi ecologici entrarono di prepotenza nel dibattito politico e culturale, silenzio di tomba a destra. Destra politica non pervenuta, nonostante l’idea ambientalista sia radicalmente, naturalmente collegata ai principi fondanti di quell’area politica. Non per caso li affrontarono per primi intellettuali tedeschi del calibro di Oswald Spengler e Friedrich Georg Juenger, fratello di Ernst. Difendere la terra, le sue risorse, le specie, le diverse specie animali e vegetali e le razze degli uomini dalla più formidabile pialla mai apparsa sulla scena del mondo, l’economia dell’accumulazione globale, mercatista e mondialista, era ed è impresa alla quale avrebbero dovuto attendere soprattutto le visioni del mondo che, a torto o ragione, vengono identificate con la destra.

Dovrebbe essere assai semplice: io difendo la natura, l’ambiente, la terra di tutti perché l’ho ricevuta in dono alla nascita, mi è stata trasmessa e la devo lasciare intatta, se possibile più sana e migliore, a chi mi succederà. E’ in questa natura che si è radicata la mia gente, che merita di vivere e perpetuarsi tra le altre nella sua originale identità e nel suo orizzonte territoriale.

Invece no. A destra, diciamola tutta senza mezze parole, se ne fregano. Non certo tra gli uomini di cultura: basti ricordare l’opera di Alain De Benoist, le scoperte di Konrad Lorenz, fondatore dell’etologia, la scienza che studia abitudini e costumi dei viventi e l’adattamento all’ambiente. Sul versante politico, tuttavia, silenzio imbarazzante, un ritardo che spaventa ma spiega i ritardi accumulati da almeno mezzo secolo nella comprensione dei problemi, non diciamo nell’individuazione di un’agenda culturale e politica. Diversi i motivi: uno è l’accigliato immobilismo dei più, arroccati in una visione del mondo falsa e comunque tramontata. Un altro motivo è il ridicolo partito preso anti-sinistra. Se “a sinistra” (termine di cui non ci chiede neppure il significato!) affermano che oggi è una giornata nuvolosa, dall’altro lato si deve rispondere no, è una bella giornata di sole. La triste conseguenza di definirsi in negativo: destra come non sinistra, non comunismo, non collettivismo.

Abbiamo vissuto personalmente l’indifferenza ostentata sino alla ridicolizzazione e al sarcasmo da osteria nei confronti di chi esprimesse idee, tentasse di andare oltre parole d’ordine e slogan ammuffiti già quarant’anni fa. Infine, ed è il lato secondo noi più oscuro, persiste in alcuni una fiducia programmatica di stampo progressista e quasi superstiziosa nella scienza; un lampo, per così dire, “faustiano”: se l’uomo, attraverso le scoperte e la padronanza tecnica delle leggi della natura ha fatto dei disastri, saranno la stessa scienza e la stessa tecnica a trovare il rimedio. E’ il paradigma scientista corrente, accettato senza pensare e soprattutto posto al servizio del mercatismo liberal liberista, orizzonte dal quale la destra non riesce a liberarsi, la maledizione che impedisce di vedere la realtà e di affermare nei comportamenti i suoi principi fondanti.

Intendiamo sottrarci al dibattito sulle fonti di energia ed anche alla polemica sui cambiamenti climatici. Non sappiamo se abbiano origine antropica o se facciano parte dei tempi lunghi della natura. Ciò di cui siamo certi, poiché lo vediamo con i nostri occhi, è l’inquinamento, la rovina dell’ambiente, l’enorme quantità di scorie, rifiuti, residui di anidride carbonica che infettano l’aria, rendono invivibile la Terra e minacciano di farla diventare un deserto. Basta e avanza per prendere posizione e, innanzitutto, contestare alla radice il dogma liberal liberista produttivista (condiviso anche dalle culture collettiviste). No, il destino dell’uomo non è produrre sempre più cose, scambiarle sul mercato e consumarle in una gara senza traguardo.

Il PIL, prodotto interno lordo, non misura né la cultura né la felicità; ben-avere anziché benessere. Si limita a definire in numeri collegati all’unita di misura unica ed universale, il denaro, le attività economiche remunerate svolte dagli uomini. La cura, il lavoro casalingo, l’affetto, la solidarietà, la gratuità, tutto ciò che è fatto senza l’intervento del denaro, che Ivan Illich chiamava “conviviale”, è escluso, pur essendo ciò che rende la vita degna di essere vissuta. A differenza di una serena vita comunitaria, un terremoto migliora sensibilmente il PIL. Bisogna seppellire i morti, curare i feriti, rimuovere le macerie, ricostruire ciò che è crollato. L’economia galoppa, il denaro gira: non è per nulla che Joseph Schumpeter chiamò “distruzione creatrice” il modo di produzione capitalista.

Diciamola tutta: Greta, nella sostanza, ha ragione. Certo, è un burattino inconsapevole nelle mani del sistema, il Gatto e la Volpe oligarchico che conoscono più di ogni altro le condizioni del pianeta, hanno sottomano i dati veritieri sulle fonti energetiche e sui rischi terribili che corrono l’umanità e l’intero creato. Greta rappresenta l’astuto meccanismo di autotutela del potere. I colpevoli dei danni fingono di riceverla in pompa magna, qualcuno, come l’etilico Juncker addirittura si inchina, ma il senso generale è di creare un allarme nell’opinione pubblica per riorganizzare il sistema mantenendo tutte le leve del potere, addossando le spese a tutti noi. Dobbiamo cambiare vita, ma temono le reazioni popolari: occorre che siamo noi stessi a reclamare il cambio di rotta e pagarne di buon grado il costo, economico ed esistenziale. Ciò non toglie che la ragazzina svedese ponga quesiti ineludibili.

Noi continuiamo a credere che la tutela del creato, la difesa dell’ambiente dalla stolta dismisura umana sia non solo un tema centrale del nostro tempo, ma che le culture legate all’identità, alla tradizione, al primato dello spirito e alla conservazione abbiano le idee migliori e i più validi strumenti di giudizio per affrontare quei problemi, uniti con tutti coloro che perseguono il medesimo fine. Alla vecchia destra gridiamo ancora una volta che i principi che dice di professare si basano sul rispetto delle leggi naturali, sulla conservazione dell’esistente – che in biologia si chiama omeostasi – e nel desiderio di trasmettere, “tradere”, valori, principi, cultura, e quindi anche l’ambiente, alle generazioni successive.

La trasmissione, la consegna, è il gesto concreto, materiale, della tradizione. Non abbiamo un pianeta di riserva: primum vivere, deinde philosophari, dicevano i pragmatici romani, prima vivere, poi discutere, fare filosofia. Cerchiamo allora di ragionare, a partire dall’asserzione di cui sopra. There is no plan(et) B, è lo slogan – gioco di parole del movimento di Greta. Non c’è un pianeta B, dunque occorre lo sforzo di tutti. Fin qui, nessuna obiezione. Ma se non usciamo dal “paradigma”, ovvero delle idee obbligate e correnti, l’esito sarà un altro disastro: qualche risultato di facciata nella guerra ambientalista, ma un’avanzata ulteriore ed irresistibile del mondialismo. Applaudiremo un governo mondiale oligarchico mascherato da ecosostenibile e ambientalmente corretto. Einstein, un tantino più in gamba di Greta, di Juncker e dei parrucconi a fattura dell’ONU disse chiaramente che non si può risolvere un problema con le stesse idee e metodi – noi aggiungiamo, le stesse persone- che hanno creato il problema.

Se il pianeta è uno solo ed è in pericolo, questo è il messaggio che sta passando, solo un nuovo ordine mondiale, ovvero un governo planetario, può salvarci. Ecco il sottinteso, la sintesi della tesi (il pianeta è in pericolo) e dell’ipotesi (bisogna vivere diversamente). Di qui la necessità, per le culture identitarie e per le visioni del mondo non produttiviste, estranee al modello “unico” neo liberista, liberale e libertario, di riunirsi e di trovare punti di convergenza. Uno di essi è la salvaguardia del pianeta. La cosiddetta destra diventa complice se si accuccia, una volta di più, ai piedi dell’ipercapitalismo mercatista e prosegue nella sua grottesca funzione di cane da guardia usa e getta, regolarmente zittito e bastonato da lorsignori quando il gioco si fa duro. E il gioco, riconosciamolo, è davvero durissimo nel campo dell’ecologia e della difesa ambientale.

Un’idea forza – l’ecologia della terra unita a quella della politica e dei principi- che ha molteplici ragioni per non essere lasciata ai falsi amici del neo-liberismo “light”, il lupo travestito da agnello : motivi di ordine pratico, ma anche serissime ragioni antropologiche, filosofiche e morali, che attengono al primato della dimensione pubblica – politica- sulla ragione economica e che costituiscono il patrimonio indisponibile delle visioni del mondo estranee al materialismo liberale e al tramontato collettivismo di Stato. Ci siamo lasciati espropriare della nozione di bene comune, non abbiamo prestato attenzione a idee di grande spessore, come la bioeconomia di Nicholas Georgescu-Roegen, tanto meno abbiamo affrontato il tema di fondo, ossia la definizione del rapporto tra l’uomo e la natura.

Avanziamo senza riflettere proclamando il dogma della “crescita”, misurata in denaro e declinata nella forma merce, il cui rovescio sono l’esaurimento delle risorse naturali, l’invivibilità di aree urbane sempre più grandi, l’incapacità di risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti – a cominciare dall’oceano di schifezze galleggianti esteso per milioni di chilometri quadrati nel Pacifico. Soprattutto, dobbiamo interrogarci sul senso profondo della corsa in cui ci hanno costretto: è questo il destino dell’uomo? Non lo è, evidentemente, ma abbiamo il dovere di fornire risposte e strappare il velo del finto progresso, dello “sviluppo”, del consumo. Non si scappa: o cambia il paradigma, cioè il senso comune, specie di noi europei e occidentali, o la catastrofe è certa. Ambientale, naturale, umana, morale e materiale; su scala planetaria poiché, ci piaccia o meno, diverse sono le civiltà, diverse le specie, ma la terra che calpestiamo è una.

La cultura alla quale dobbiamo richiamare l’umanità è quella della misura, della prudenza, la phrònesis aristotelica. Siamo al contrario immersi nel trionfo dell’hybris, l’arroganza e la dismisura dell’uomo che si erge a Dio, a giudice unico della vita e della natura. Rimaniamo nel mito greco, fondazione della nostra civiltà. La vittoria del titanismo e del prometeismo è una rovesciamento della natura, dell’ordine cosmico. I Titani si ribellarono agli dei e furono infine sconfitti e confinati nel Tartaro, un luogo circondato da alte mura e chiuso da pesanti porte di bronzo. La loro sconfitta simboleggia l’impossibilità, per l’uomo, di trascendere se stesso, se non attraverso l’ammissione della propria condizione di creatura. Prometeo è il titano “amico” del progresso: ruba il fuoco agli Dei, ma subisce la vendetta di Zeus che colpisce l’intera specie umana: si rompe il vaso di Pandora, contenente tutti i mali del mondo.

I Titani e Prometeo hanno fatto male all’umanità, nella cosmogonia greca. I loro emuli odierni, arroganti signori della Tecnologia, del Progresso e della conoscenza senza limiti ci stanno conducendo al medesimo abisso. Lo comprese un fondatore della modernità occidentale, Francesco Bacone, che iniziò il suo monumentale Novum Organum con un’ammissione presto dimenticata: alla natura si comanda solo ubbidendole. La volontà di potenza dell’homo sapiens è diventata una minaccia drammatica. Forse se ne accorse lo stesso Wittgenstein, uno dei maestri del pensiero moderno, ispiratore dell’iper razionalista, scientista Circolo di Vienna, allorché concluse con una certa amarezza: “Tutta la concezione del mondo si fonda sull’illusione che le cosiddette leggi naturali siano la spiegazione dei fenomeni naturali” C’è sempre un “oltre”, un “quid pluris” che l’uomo vuole attingere, scambiando la custodia della natura per puro dominio, in una lettura estensiva del comando divino ricevuto nella Bibbia.

Eppure, l’uomo occidentale dovrebbe ricordare la narrazione veterotestamentaria, così simile, nella sostanza, al mito ellenico. Adamo ed Eva vengono scacciati dall’Eden per la stessa hybris di Prometeo. Vogliono assaporare il frutto dell’albero del bene e del male, proibito da Dio. Ma Dio, limite, giudice e creatore, è morto, scacciato dal Titano occidentale, un Faust sovreccitato che non si accontenta della conoscenza, ma pretende l’onnipotenza, il controllo e il dominio delle forze naturali. Conta conoscere per sfruttare, utilizzare, consumare, scambiare. Non vi è limite, l’alfa è privato del suo omologo, l’omega, il termine. La Natura non è più lo specchio del creato, il luogo in cui incontrare il Bene, il Bello, il Vero, ma un semplice terreno da cui prendere senza misura e senza posa ciò che “serve” al delirio di onnipotenza. Adamo è homo faber, non un distruttore.

Risulta quindi evidente che la conservazione dell’ambiente, il suo rispetto quasi religioso, fanno parte del bagaglio culturale e morale dell’umanità più elevata, quella che non confonde l’avere con l’essere, l’accumulazione con la vita, la scienza con la sapienza. Una volta di più, per ritornare al linguaggio contemporaneo, dobbiamo respingere per incompatibilità spirituale, etica e per estraneità al Bene, le concezioni strumentali dei materialismi “economici” contemporanei. Dovrebbe essere un’impresa assai adatta a chi si ritiene di destra, come per ogni uomo di buona volontà e retta coscienza.

Nella seconda parte dell’elaborato, cercheremo di tratteggiare un ideario, un piccolo breviario pratico di ecologia politica, nel solco di una riflessione di un pensatore contemporaneo di matrice cattolica, filosofo della scienza di grande spessore, Vittorio Mathieu, critico del nichilismo e della società tecnologica di massa: “Ciò che ci unisce all’ambiente è un’identità. Un’identità non originaria, è vero, e neppure esclusiva, tuttavia un’identità che non possiamo lasciar cadere senza che cadiamo nel nulla a nostra volta. Per questo, il problema di salvare l’ambiente fa tutt’uno col problema di salvare noi. “

La Fratellanza Musulmana da una parte dall'altra i Russi si stanno impradonendo del Mare Nostrum. I nostri soldati molti in Iraq e pochi a Misurata, i nostri politici poco intelligenti

Gli interessi di Mosca e Ankara in Libia


16 gennaio 2020
di Gianandrea Gaiani
in Analisi Mondo



da Il Mattino del 14 gennaio 2019

Mosca e Ankara hanno molti interessi in Libia, alcuni convergenti ed altri legati a valutazioni nazionali di tipo strategico ed economico. Russi e turchi hanno innanzitutto interesse a colmare il gap lasciato dal progressivo disimpegno di Washington nell’area del Mediterraneo allargato a cui non ha fatto seguito un maggiore ruolo né dell’Unione Europea né dei singoli Stati europei, Italia inclusa.

Ribadendo l’intesa bilaterale già rivelatasi indispensabile a “congelare” il conflitto siriano, Russia e Turchia so o inoltre determinate ad accreditarsi come potenze stabilizzatrici in diverse aree di crisi.

Mosca si è più volte rammaricata di non aver impedito, con un veto alle Nazioni Unite, l’operazione militare condotta nel 2011 dagli anglo-franco-americani e poi dalla NATO contro la Libia di Gheddafi, causa della destabilizzazione del Nord Africa e del Sahel.



Pur riconoscendo il governo di Fayez al-Sarraj, la Russia ha firmato nel gennaio 2017 un accordo di cooperazione militare con il generale Khalifa Haftar, siglato a bordo della portaerei Admiral Kuznetsov che attraversava il Mediterraneo rientrando dalla missione nelle acque siriane.

Da allora il ruolo russo di supporto all’Esercito nazionale libico di Haftar è cresciuto, in sinergia con Egitto ed Emirati Arabi Uniti, pur mantenendo un profilo contenuto. A differenza della Siria, in Libia Vladimir Putin non ha mai inviato truppe regolari ma sono circolate molte notizie circa il ruolo dei contractors della compagnia militare privata Wagner, impegnata a offrire mezzi, manutenzione e anche supporto militare alle milizie di Haftar con una forza stimata oggi in 2mila uomini.



Mosca ha spesso negato la loro presenza ma nei giorni scorsi Putin si è limitato ad affermare che “se ci sono dei russi in Libia non rappresentano lo Stato e non sono pagati dalla Russia”.

L’intesa con Haftar mira quindi ad ampliare l’influenza di Mosca nel Mediterraneo e in Africa (da alcuni anni in ascesa) favorendo la penetrazione in Cirenaica in termini di concessioni assegnate alle compagnie energetiche russe ma anche in termini militari, con la possibilità di utilizzare il porto di Tobruk come base per la flotta russa che oggi nel Mediterraneo dispone solo della base di Tartus, in Siria.



Il porto di Tobruk veniva utilizzato dalla flotta sovietica ai tempi della Guerra Fredda ma oggi permetterebbe a Mosca di assicurare una presenza navale costante nel Mediterraneo Centrale. Nell visione strategica e politica della Turchia, assumere un ruolo guida a Tripoli significa riportare l’influenza turca su territori un tempo occupati dall’Impero Ottomano che dalla Libia venne cacciato dall’Italia con la guerra del 1911-12.

Il “neo-ottomanesimo” Recep Tayyp Erdogan sta infatti riportando i turchi a ricoprire un ruolo chiave in diverse regioni dall’Asia Centrale al Medio Oriente all’Africa Orientale, con nuove basi militari aperte in Sudan, Somalia e Qatar.

L’aiuto militare turco che ha probabilmente salvato Tripoli dalla sconfitta non è certo gratuito: Ankara ha già presentato un conto di 2,7 miliardi di dollari a Fayez al-Sarraj ed è concreta la possibilità che le compagnie energetiche turche prendano piede in Tripolitania insidiando il primato dell’ENI. Di certo il memorandum turco-libico sulle Zone economiche esclusive marittime, firmato il 26 novembre scorso a Istanbul, apre la strada alle compagnie turche per la ricerca e lo sfruttamento del gas nelle acque di fronte alle coste libiche.



In termini ideologico poi non va dimenticato che Erdogan è il grande sponsor internazionale (finora grazie ai petrodollari del Qatar) della Fratellanza Musulmana, movimento islamista molto influente all’interno del GNA libico, in Tunisia (partito Ennhada) e un tempo anche in Egitto dove dopo la rimozione del presidente Mohammed Morsi ad opera dei militari è stato posto fuorilegge.

Non a caso lo sbarco dei militari turchi a Tripoli è stato accolto con entusiasmo dal gran Muftì di Tripoli, Sadiq al-Ghariani, massima autorità religiosa della Tripolitania.

L’egemonia turca nella Libia Occidentale consentirà quindi ad Ankara di sostenere i movimenti legati alla “Fratellanza” in tutta la regione ma anche di esercitare pressioni sull’Europa sfruttando i flussi migratori illegali. Finora Erdogan ha ricattato la Ue con la minaccia di aprire i suoi confini europei a milioni di migranti lungo la cosiddetta “rotta balcanica”. Domani la sua forte influenza su Tripoli potrebbe consentirgli di rinnovare la minaccia anche lungo la “riotta libica” che impatta direttamente sulle coste meridionali italiane.


https://www.analisidifesa.it/2020/01/gli-interessi-di-mosca-e-ankara-in-libia/

Somalia - al Shabab l'organizzazione che attacca i militari gli stranieri, le istituzioni la Fratellanza Musulmana turca. Ma il loro maggiore obbiettivo è costituito dagli statunitensi. E' una guerra civile, da una parte i somali con gli stranieri e dall'altra solo somali chiamati in maniera sbagliata terroristi

La lunga guerra ad al-Shabab in Somalia


16 gennaio 2020
di Mirko Molteni
in Enduring freedom



In Somalia il 2019 è finito nel peggiore dei modi, con l’ennesima strage perpetrata dai terroristi islamici al-Shabab, affiliati ad al-Qaeda, proprio nel centro della capitale Mogadiscio. Il bilancio dell’attentato dello scorso 28 dicembre è di 92 morti e 130 feriti. Perciò pochi giorni dopo, il 2 gennaio 2020, una delle prime iniziative del nuovo anno è stata una manifestazione di protesta organizzata col supporto delle autorità cittadine, ma tenuta per sicurezza, presso la sede dell’accademia di polizia “Generale Kahiye”.



Nei giorni seguenti è subito apparso chiaro che anche il 2020 sta iniziando sotto gravi auspici. Il 5 gennaio infatti gli Shabab hanno compiuto una ulteriore azione nel vicino Kenya, paese da tempo nel raggio d’azione della loro proiezione di forza, attaccando nientemeno che la base americana di Camp Simba, presso la base navale di Manda Bay, nella provincia di Lamu. Tre americani, di cui un militare e due “contractor” sono rimasti uccisi, oltre a sette kenyoti, sebbene poi i terroristi siano stati respinti dalla reazione dell’esercito kenyota.

Come se non bastasse, l’8 gennaio si è avuta l’ennesima autobomba nel centro di Mogadiscio, vicino a un posto di blocco nell’area del Parlamento che tenta di far riprendere alla Somalia una vita normale. In quel caso sono morte 4 persone e ne sono rimaste ferite 15. Tutto ciò getta nuove ombre sul paese africano, il cui Parlamento ha approvato il 26 dicembre una nuova legge elettorale per arrivare nel corso del 2020, ma in data ancora da decidere, alle prime elezioni democratiche dopo decenni. Ovviamente, se le condizioni generali di sicurezza lo permetteranno.

Minaccia costante

A compiere l’ultimo grave attentato del 2019, fra i più sanguinosi avendo rasentato il centinaio di morti, è stato, secondo l’intelligence del governo centrale somalo, l’attentatore suicida Ismael Mukhtar Omar, alla guida di un’autobomba che è deflagrata presso un posto di blocco lungo la via Afgoye. La strage è stata favorita dalla presenza nei paraggi di un ufficio delle tasse presso cui centinaia di persone erano in fila per assolvere i loro impegni fiscali. I terroristi Shabab hanno rivendicato l’attacco sostenendo che il vero obbiettivo erano cittadini turchi che transitavano per quella strada. Infatti fra le vittime ci sono anche due ingegneri di Ankara.



E del resto da anni la Turchia del presidente Recep Erdogan cerca di intrecciare rapporti sempre più stretti con Mogadiscio. Ma non è escluso che lo scopo fosse anche quello di sabotare la paziente ricostruzione di un tessuto fiscale in grado di sostenere le istituzioni locali somale. Certo è che la sciagura ha confermato che la situazione del paese africano resta critica, nonostante gli sforzi internazionali, anche italiani, per debellare il terrorismo.

Pittoresco perfino nella sua denominazione geografica, il cosiddetto Corno d’Africa, che pure fu così centrale per la storia coloniale dell’Italia a cavallo tra l’ultimo quarto dell’Ottocento e la metà del Novecento, è senza dubbio troppo spesso assente dalla grande informazione sui mass media del nostro Paese. E ciò a dispetto non solo di quanto tale regione africana rappresenta per la memoria storica del nostro paese, ma anche della sua oggettiva importanza come vasto lembo di terra proteso fra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, dunque in una zona cruciale per i traffici marittimi e in particolare petroliferi.

Un vasto lembo su cui continua a mantenere solide radici uno dei gruppi jihadisti più agguerriti, ovvero il ben noto al-Shabab, movimento affiliato ad al-Qaeda che trova in Somalia la sua sede principale, ma con collaudate diramazioni nei paesi vicini e specialmente in Kenya. Negli ultimi mesi la Somalia ha goduto di nuove, momentanee luci della ribalta, ma si è trattato di barlumi, prima che questo scenario fosse di nuovo inghiottito nell’oblio mediatico.

Eppure di recente era stato proprio un gruppo di militari italiani schierati nel paese con la forza internazionale europea d’addestramento e consulenza EUTM-S (per European Union Training Mission, ed S per Somalia) a subire un attacco, per fortuna senza vittime, da parte di elementi Shabab. Era il 30 settembre 2019 e nelle medesime ore un assalto parallelo veniva portato a una base aerea locale utilizzata dagli americani per farvi operare i loro preziosi droni da ricognizione e attacco.



Anche se militarmente non sono state troppo significative, queste azioni, sui cui dettagli torneremo nel pieno di questo articolo, non sono che le più eclatanti di molte altre che i jihadisti dalla pelle d’ebano hanno seguitato a effettuare negli ultimi mesi, a riprova che la Somalia resta una regione ad altissima “febbre” geopolitica, nonostante il grande pubblico ne riceva notizie assai più rade e frammentarie rispetto ad altre zone del mondo.

Il governo somalo insediato nella martoriata capitale Mogadiscio, e purtroppo perennemente esposto ai colpi della campagna terroristica degli Shabab, non potrebbe reggersi senza il prezioso aiuto internazionale che si concretizza nella presenza di diversi contingenti stranieri, fra cui le forze europee ed americane.

Non stupisce quindi che il 9 gennaio 2020 un portavoce dei jihadisti, Sheikh Ali Mohamud Rage, abbia incitato in un video i suoi uomini ad “attaccare gli USA”. Rage ha confermato l’affiliazione di al-Shabab ad al-Qaeda, dichiarando che “l’attacco a Camp Simba è stato organizzato e guidato dai vertici di al-Qaeda, soprattutto dallo Sheikh Ayman Al Zawahiri, possa Dio proteggerlo”.



Il che rafforza l’ipotesi che al-Qaeda, messa in ombra dall’Isis e anche dalla recente crisi fra USA e Iran, stia sgomitando per riacquistare le luci della ribalta fra i maggiori nemici dell’America e in genere dell’Occidente. Quasi in una sorta di “gara” interna al mondo islamico fra chi vuole avere la primazia nella jihad.

Al messaggio di Rage ne era accluso un altro dello stesso Zawahiri: “Oh musulmani di Somalia, vi annuncio che l’America e i suoi servili alleati verranno sconfitti in Somalia, Dio permettendo, nello stesso modo in cui sono stati battuti in Afghanistan e in Iraq. Dovete essere pazienti e risoluti”. Al Zawahiri, quindi, ora che il rivale Isis ha perso il suo capo Abu Bakr Al Baghdadi, potrebbe avere la chance di rilanciare al-Qaeda partendo proprio dall’Africa, dove le costole locali della rete che fu di Osama Bin Laden hanno saputo meglio resistere fidando nel fatto che l’attenzione degli occidentali era focalizzata più sul Medio Oriente.

Nello specifico dell’azione contro la base americana, è stato ancora Rage a spiegare che “è stata condotta da una nostra unità speciale, la Brigata Martirio, che è riuscita a distruggere a terra vari velivoli”. Gli americani negano che ci siano stati danni così ingenti, ma i kenyoti sostengono che solo le bombe di un loro aereo hanno infine spinti gli Shabab a ritirarsi. Certo è l’ennesimo ammonimento dei terroristi contro tutte le forze straniere che aiutano il governo legale di Mogadiscio.

Il supporto europeo

Fra esse spicca anzitutto la forza AMISOM formata dai paesi dell’Unione Africana a traino dei maggiori stati limitrofi, specie Etiopia, Kenya e Uganda, ma anche le forze americane rispondenti all’AFRICOM, il comando USA competente per il continente africano, e il piccolo ma importante contingente europeo EUTM-S, formato da poco più di 200 militari (per l’esattezza 203, secondo gli ultimi ragguagli) di otto paesi, segnatamente sette membri UE come Italia, Spagna, Svezia, Finlandia, Gran Bretagna, Portogallo, Romania, più la Serbia.



Nella compagine europea gli italiani costituiscono la componente più importante, sia numericamente, con 123 uomini e 20 veicoli terrestri, sia considerato il fatto che il comandante della missione è da anni un generale italiano, attualmente il generale di brigata Antonello De Sio, subentrato lo scorso 8 agosto al parigrado Matteo Spreafico.

La missione è attiva fin dal 2010, inizialmente con base nel vicino Uganda, per poi spostarsi a Mogadiscio dopo che il raggiungimento di certe condizioni di sicurezza. E’ giunta il 1° gennaio 2019 al suo sesto mandato, dopo una serie di rinnovi grossomodo biennali. L’attuale mandato, per il quale è stato finora stanziato un fondo di 11,4 milioni di euro, scadrà infatti il 31 dicembre 2020, data in cui è plausibile possa esserci un’ulteriore estensione, se la situazione lo richiederà.

Il quartier generale della missione è posizionato presso l’aeroporto internazionale di Mogadiscio e proprio lì per ben due volte nell’arco di pochi giorni, il 1° e il 4 novembre 2019, (nel secondo caso in osservanza alla nota festività delle forze armate) l’ambasciatore italiano in Somalia, Alberto De Vecchi, e il nostro addetto militare, capitano Antonio Mazzocca, hanno visitato la base rilevando l’importanza dell’attività che i militari italiani e i loro colleghi europei esercitano sia addestrando i soldati dell’esercito governativo somalo, sia provvedendo alla sicurezza delle strutture.



Del resto, lo stesso generale De Sio ha più volte ricordato come l’addestramento e la consulenza che EUTM-S fornisce alle forze somale a livello di compagnie di fanteria sia indirizzato ormai a formare istruttori indigeni che, a loro volta, travasano l’esperienza acquisita a cascata nei propri reparti regolari, secondo quel concetto sintetizzato dalla formula anglosassone “Train the Trainers”.

Date le possibilità del governo somalo e la stessa natura del territorio e della minaccia jihadista, la base dell’addestramento è costituita dall’organizzazione e dall’impiego di forze di fanteria leggera. E non a caso, fra gli ultimi concreti risultati della missione c’è stata, lo scorso 10 ottobre, la conclusione del 4° Corso di Fanteria Leggera, con cui ulteriori militari somali sono stati “promossi” alla presenza dei loro massimi capi, ovvero il ministro della Difesa Hassan Mohamed Alì e il capo delle Forze di Difesa, generale Odawa Yussuf Raage. Alla missione EUTM-S ha poi reso omaggio, fra gli altri, lo stesso comandante in capo delle forze armate svedesi, generale Micael Byden, che insieme all’ambasciatore di Stoccolma in loco, Staffan Tillander, ha ispezionato la base il 22 ottobre.

L’interesse della Svezia, a così alti livelli della sua Difesa, per questa missione apparentemente limitata, se si guarda solo ai numeri, si spiega anche per il fatto che il vicecomandante, diretto subalterno di De Sio, è proprio uno svedese, il colonnello Per-Olof Bengtsson.

Il capo di al-Shabab

Il 5 novembre 2019 gli Shabab hanno mostrato, parzialmente, le prime immagini conosciute del loro capo supremo, fino ad allora noto solo a mezzo di proclami audio, senza che la grande stampa italiana vi prestasse sufficiente attenzione. Quel giorno i jihadisti hanno diffuso per la prima volta un video risalente a poco più di un mese prima, alla vigilia dell’attacco di fine settembre alla base americana di droni di Baledogle, e che mostra l’emiro Ahmed Omar Abu Ubaidah (o Ubeyda) incitare i “martiri” prescelti per l’azione in uno scenario di boscaglia.



“Oggi – dice nel filmato l’emiro di Al Shabab – il nostro maggiore obbiettivo è costituito dagli americani, non dagli apostati. L’unica ragione per la quale abbiamo fatto questo sforzo e intrapreso questa preparazione è attaccare le truppe americane. Perciò dovrete portare a termine l’operazione con grande efficienza”. E’ singolare che Ubaidah sia capo degli Shabab da ben cinque anni, da quando nel 2014 aerei e droni statunitensi uccisero il suo predecessore Ahmed Abdi Godane, e che solo ora si abbia idea delle sue sembianze.

E ciò nonostante il fatto che fin da allora gli americani avessero cominciato col porre sulla sua testa una taglia di 2 milioni di dollari, via via cresciuta fino ad arrivare agli odierni 6 milioni di dollari.

Ma per cercare di debellare questo sgherro e i suoi seguaci, fra le novità del nuovo anno ci saranno ulteriori passi in avanti nella collaborazione tra il governo somalo e i suoi alleati internazionali.



Ad esempio una forza speciale antiterrorismo della polizia somala, la cui costituzione è stata annunciata il 7 gennaio 2020 da un commissario di polizia dell’AMISOM, Agostino Magnus Kailie, come frutto dell’aiuto addestrativo fornito dall’Unione Africana e dell’Unione Europea, compresi i soldati e i carabinieri italiani. Sarà un nucleo scelto di 300 agenti speciali che verranno inviati in modo capillare in tutti gli stati federati che compongono la Somalia.

Spiega infatti il commissario di polizia somalo Abdi Hassan Mohamed: “Alla fine di questo addestramento, le nostre forze speciali di polizia saranno completamente equipaggiate e le loro capacità combinate costituiranno una forza importante in grado di garantire centri di popolazione”. Poichè i militari italiani, con le loro qualità professionali e anche diplomatiche e umane, non sono da meno di quelli americani nell’insegnare ai somali la lotta antiterrorismo, non stupisce che pochi mesi fa siano stati fatti oggetto di un attacco Shabab nelle medesime ore in cui lo erano gli “yankee”.

Italiani nel mirino

Quel 30 settembre 2019 ha quindi visto il doppio attacco alla base USA e anche a un convoglio di veicoli italiani nei pressi della capitale, entrambi rivendicati da al-Shabab, quasi il movimento volesse mandare ai suoi avversari un messaggio di efficienza, dimostrando di essere sempre in grado di organizzare più azioni in contemporanea in luoghi anche abbastanza distanti fra loro. Partendo dall’attentato contro i nostri militari, esso ha avuto luogo in mattinata, quando un convoglio di tre veicoli italiani della forza EUTM-S, nella fattispecie blindati VTLM del tipo IVECO Lince, stava percorrendo la strada Jaale-Siyaad nei sobborghi di Mogadiscio e stava rientrando alla propria base dopo aver lasciato la “zona verde” dove ha sede il Ministero della Difesa somalo.

Footage of last week SVBIED attack vs italian army convoy of EU advisers in charge of training Somalian national army in Mogadishu . No wounded !
Iveco LMV 1 – SVBIED 0
pic.twitter.com/qoYrhpd11M
— Harry Boone (@towersight) October 5, 2019

Stando a quanto comunicato a livello ufficiale, gli italiani avevano appena concluso una “attività addestrativa” a supporto dei loro colleghi somali. Lungo la strada gli Shabab avevano appostato un’autobomba guidata da un kamikaze che è esplosa al passaggio dei due Lince, danneggiandoli con l’onda d’urto e con la sventagliata di schegge e frammenti.

La blindatura dei Lince ha fatto sì che i militari italiani a bordo dei mezzi risultassero praticamente incolumi e, per quanto emerso da fonti locali, sembra che uniche vittime dell’atto terroristico siano stati due civili somali che hanno avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, oltre a quattro feriti, anch’essi dei semplici passanti, fra i quali una donna e un bambino.

Diffuse sui media già poche ore dopo, le immagini dei Lince colpiti dallo scoppio mostravano che una era stata visibilmente danneggiata nella sua parte posteriore, mentre l’altra in quella anteriore, intuibilmente perchè lo Shabab suicida alla guida del veicolo imbottito ha cercato di insinuarsi fra i due mezzi per distribuire equamente su entrambi la forza dell’ordigno. Chiaro poi che a limitare i risultati a poche lamiere esterne piegate e bruciacchiate, oltre che a qualche graffio e a un po’ di comprensibile spavento, ci ha pensato il solido guscio dei veicoli italiani, come si sa a tutta prova di ordigni leggeri e mine ordinarie.



Tre dei militari italiani a bordo dei Lince avrebbero a quanto pare riscontrato ferite molto lievi, tali da farli comunque rimpatriare attorno al 1° ottobre perchè fossero ricoverati per gli accertamenti di prassi all’ospedale militare del Celio, a Roma.

La corazzatura del Lince, giova ricordarlo, risponde allo standard NATO di protezione STANAG 4569 fino al 4° livello, su una scala totale di 6 livelli. Ovvero fino a, per esempio, l’esplosione di una granata d’artiglieria da 155 mm a una distanza di 30 metri dal veicolo, oppure lo scoppio di granate e mine contenenti fino a 10 kg di esplosivo sotto le ruote e lo scafo, quest’ultimo dalla sezione trasversale ventrale sagomata a V per angolare lateralmente l’energia termica e cinetica di deflagrazioni sottostanti, senza contare l’impatto di proiettili in calibri da 5,56 mm a 7,62 mm compreso, anche in versioni perforanti AP, sparati da una distanza di 30 metri.

E’ probabile che sia solo un caso che il convoglio dei Lince italiani sia stato colpito poche settimane dopo che si era tornati a ipotizzare la detenzione da parte di al-Shabab della giovane cooperante italiana Silvia Romano, rapita in Kenya il 20 novembre 2018 da una banda criminale. Ma, per completezza di cronaca, sarà perlomeno interessante ricordare che lo scorso 1° settembre autorità somale parevano corroborare le precedenti voci che volevano la ragazza venduta dagli originari rapitori kenioti ai terroristi somali, allo scopo di detenere un ostaggio.



In particolare, seguendo una pista battuta anche dall’intelligence italiana, in quell’occasione il giudice Ahmed Musse, presidente dell’alta corte della regione del Sudest, e l’addetto commerciale in Europa, Abdirisak Amin, hanno chiaramente fatto riferimento a quella sorta di intelligence degli Shabab, nota col nome Amnyat, e ritenuta “responsabile di assassinii, attacchi esplosivi, sequestro di cittadini stranieri e traffici illegali di avorio, droga, armi, carbone vegetale e riciclaggio di denaro sporco”.

Il tutto in combutta coi pirati che infestano la costa. Il 18 novembre 2019 è emerso che su una pista simile si sono ormai decisamente indirizzati gli inquirenti italiani, specialmente il sostituto procuratore Sergio Colaiocco e i Carabinieri del ROS, Raggruppamento Operativo Speciale, che dopo lunghe indagini in Kenya sarebbero arrivati alla conclusione che la Romano potrebbe essere prigioniera di elementi Shabab, o loro fiancheggiatori, in Somalia, tanto da apprestarsi a inviare una rogatoria internazionale alle autorità somale.

La guerra dei droni

Nelle medesime ore dell’attentato alle blindo italiane, i jihadisti tentavano una devastante irruzione alla base aerea di Baledogle, situata a oltre 90 chilometri da Mogadiscio, subendo però molte perdite e venendo bloccati lungo il perimetro esterno. La pista viene usata dal contingente americano dell’AFRICOM circa 600 uomini, per farvi decollare i droni da ricognizione e attacco General Atomics MQ-9 Reaper, quei ben noti “robot volanti” che svettano maestosi con la loro apertura alare di 20 metri, simili nella sagoma a grandi alianti, mossi però da un motore a elica da 900 cavalli nella coda.



E, soprattutto, armati con missili Hellfire e bombe a guida laser Paveway. La mattina del 30 settembre un commando di terroristi con almeno un autoveicolo imbottito di esplosivo, forse due, ha cercato di forzare gli sbarramenti esterni, tenuti in prevalenza da truppe governative somale, che hanno sparato appoggiate da fuoco, anche aereo, americano. Dal poco che è trapelato, sembra si sia trattato di un attentato secondo lo stesso stile di quello attuato a Nassiriya nel 2003 contro la guarnigione italiana in Iraq, con il veicolo kamikaze utilizzato a mo’ di ariete. Stando tuttavia a quanto dichiarato dall’ufficiale somalo Yusuf Abdurhaman e anche da fonti dell’AFRICOM, l’azione è stata bloccata sul limitare del cancello di accesso alla base dalla pronta reazione delle truppe locali. L’attacco ha scatenato una rappresaglia americana, presumibilmente con droni, che ha portato all’uccisione di almeno 10 terroristi di al-Shabab.

Il direttore operativo di AFRICOM, generale William Gayler, ha spiegato: “Questo attacco, anche se inefficace, dimostra la minaccia diretta che Al Shabab pone agli americani, ai nostri alleati, e ai nostri interessi nella regione”. E in effetti con questa azione, al-Shabab intende dimostrare di aver mantenuto una capacità organizzativa sufficiente ad attuare attacchi in contemporanea in località abbastanza distanti fra loro. Inoltre ben sapendo che fra gli elementi di vantaggio dei suoi avversari c’è il dominio dell’aria e in particolare l’utilizzo dei droni per pattugliare i cieli de paese.

Per quanto l’attacco a Baledogle non sia riuscito, ciò non significa che in futuro i jihadisti non possano riprovarci, secondo un principio applicato fin dal 1964 in Vietnam dai guerriglieri Viet Cong contro le basi aeree americane in loco. Con la differenza che mezzo secolo fa, sia la minore sofisticazione dei sensori di sorveglianza di allora, sia la differenza fondamentale di teatro operativo, giungla tropicale anzichè arida e rada boscaglia, facilitavano ai Viet Cong l’avvicinamento notturno e il fuoco di mortai da oltre il perimetro, con conseguente distruzione di numerosi aerei ed elicotteri statunitensi.

Oggi per gli Shabab sarebbe ben più arduo agire in questo modo, ma il ricorso più ampio ad attacchi suicidi giocati sulla rapidità, per ovviare alla precocità d’avvistamento, e forse anche a sabotaggi mediante agenti infiltrati potrebbe prima o poi far registrare alcuni loro successi nel distruggere al suolo droni ed aeromobili pilotati, oppure le infrastrutture a essi indispensabili.



Senza voler fare la storia degli anni precedenti, considerando che Al Shabab emerse già nel 2006, per limitarci agli ultimi anni, l’impiego dei velivoli USA, sia droni, sia aerei pilotati, è costantemente aumentato dai 15 attacchi registrati nel 2016 ai 35 del 2017 e ai 47 del 2018. Un’impennata favorita dall’insediamento alla Casa Bianca del presidente Donald Trump, che decise di estendere l’uso di questi “vendicatori” alati firmando il 30 marzo 2017, appena due mesi dopo l’inizio del suo mandato, un ordine operativo che designava tutta la Somalia meridionale “zona di ostilità attiva”, consentendo raid aerei, e anche incursioni di commandos, anche in zone del paese non considerate in precedenza di guerra aperta.

In ottobre il dato ancora parziale dello scorso anno era attestato sui 56 raid aerei, che avrebbero ucciso un totale di un migliaio di Shabab, o presunti tali. Nell’aprile 2019, comunque, un comunicato dell’AFRICOM stimava in “800” il numero dei terroristi uccisi fino ad allora nei due anni esatti precedenti, rimontando all’aprile 2017.

Sul finire del 2019, il comando AFRICOM ha reso noto che il 29 dicembre, appena un giorno dopo la strage di Mogadiscio, gli ultimi tre raid di droni USA hanno portato a 63 il totale degli attacchi aerei statunitensi, il massimo annuale di sempre in Somalia, uccidendo in tre distinte azioni quattro miliziani Shabab. Fra gli attacchi più significativi attuati da droni USA nei mesi precedenti, potremo citarne giusto alcuni per dare idea dell’efficacia di questo sistema insidioso e insieme efficace, specialmente per il pattugliamento di lungo periodo del territorio.

A cominciare dall’uccisione il 1° settembre 2014, a Sud di Mogadiscio, del precedente capo di Al Shabab, il citato Ahmed Abdi Godane, in un’azione combinata fra velivoli senza pilota e appoggio terrestre da parte di fanterie somale, nonchè il 31 gennaio 2015 la distruzione di un centro di reclutamento e addestramento dei terroristi con la risultante uccisione di un numero di Shabab compresi fra 45 e 60.



Ancor più devastante fu però il raid del 5 marzo 2016, in cui una formazione mista di droni e aerei ha martellato una base Shabab nei pressi della città di Raso, uccidendo circa 150 militanti del gruppo jihadista, il che la rende l’attacco-record, finora, come numero di nemici annientati dalle forze aeree americane in Somalia. Non di molto inferiore, per portata, fu il raid del 21 novembre 2017 su un santuario jihadista a 200 km a Nordovest di Mogadiscio, che avrebbe ucciso oltre 100 avversari. Fra le incursioni più recenti, particolarmente fruttuosa doveva rivelarsi, poco più di un anno fa, quella operata da due droni Reaper il 12 ottobre 2018.

Nell’azione i velivoli senza pilota scaricarono i loro missili su una base Shabab situata ad Harardere, in cui i terroristi attuavano l’addestramento delle loro nuove leve, sia per attachi suicidi, sia per consuete operazioni di fanteria. Quando la notizia del raid venne divulgata il 16 ottobre successivo, le fonti AFRICOM sostennero inizialmente che erano morti almeno 60 nemici, ma già il giorno dopo aggiornarono il bilancio parlando di forse 75 jihadisti dilaniati, molti dei quali, stando all’agenzia Associated Press, “talmente inceneriti da essere irriconoscibili”.

L’impiego dei droni si è rivelato importante anche per arginare la presenza, tutto sommato finora limitata, della “filiale” locale dell’Isis, rivale della qaedista Al Shabab e arroccata, a differenza di questa, non nella porzione centromeridionale della Somalia, bensì nel Settentrione, sulla sponda affacciata sul Mar Rosso.

E’ la famosa regione del Puntland, di cui spiegheremo fra poco l’assetto indipendente rispetto al governo di Mogadiscio e sul cui territorio il primo raid aereo ai danni degli uomini del califfato islamico si ebbe il 3 novembre 2017, con l’eliminazione di circa 20 miliziani. Le azioni aeree americane sull’Isis del Puntland sono proseguite assai più a singhiozzo rispetto a quelle contro il ben più forte Shabab, ma continuano ancora oggi e, fra le più recenti si segnala quella del 25 ottobre 2019, quando missili americani hanno eliminato tre “colonnelli” dello Stato Islamico presso Ameyra, a Sud di Bosaso.

Cecchini aerei

Fra gli ultimi importanti successi, il 20 novembre 2019, come dichiarato dal comando AFRICOM, un alto ufficiale degli Shabab, di cui non è stata divulgata l’identità, è stato disintegrato da un drone presso Qunyo Barrow, nella zona del Basso Scebeli. Ancora una volta gli MQ-9 Reaper si sono dimostrati insostituibili nel teatro somalo, con la loro capacità di sorvegliare da quote comprese fra i 7000 e i 15.000 metri grandissime porzioni del territorio per un tempo di volo di almeno 14 ore.



E’ ciò che può fare fa la differenza se si considera il drone come un’avanguardia delle forze americane e governative che può spingersi praticamente ovunque, mentre sul terreno le forze di terra devono sempre fare i conti con la scarsità di strade e in genere linee di comunicazione. E oltre ad assicurare la ricognizione, fondamentale è il ruolo dei velivoli senza pilota come “cecchini” aerei deputati alla decapitazione dei gruppi jihadisti. Peraltro, proprio gli ultimi raid del 2019, quelli del 29 dicembre, sono stati decisi dall’AFRICOM proprio come ritorsione alla bomba del giorno prima a Mogadiscio.

Per la precisione sono stati due attacchi a Qunyo Barrow, dove due membri della jihad sono stati uccisi alla guida di altrettanti veicoli, e il terzo a Caliyoow Barrow, dove sono stati centrati da un Reaper altri due miliziani.

Colpiti man mano i capi supremi o almeno i quadri intermedi, una qualsiasi organizzazione tende presto o tardi a sbandarsi, sebbene non sia da sottovalutare la capacità di Shabab, come degli altri gruppi terroristi in genere, di mutare forma come un’ameba, strutturandosi in modo più agile e meno vulnerabile. Del resto, a dimostrare la loro adattabilità, i qaedisti somali sono ancora lì oggi, vivi e vegeti.

Pur con mezzi limitati, anche i governativi somali si sono negli ultimi due anni impratichiti nell’uso di piccoli droni di tipo commerciale mandati in avanscoperta dai soldati a scanso di attentati ai margini delle strade. Promotore è stato quello che è stato battezzato “Drone Warrior”, “Guerriero dei droni”, ossia l’ex-ufficiale dell’intelligence dell’US Army Brett Velicovich, che nel maggio 2017 cominciò a donare al governo di Mogadiscio droni per gli scopi sopra detti, mettendosi anche ad addestrare le forze di sicurezza locali al loro impiego.



Facendo un primo bilancio di questa attività, Velicovich dichiarava intervistato dalla CBS: “Quando i somali si apprestano a bonificare zone che erano sotto il controllo di al-Shabab, essi faranno volare i propri droni bassi e davanti a loro per scoprire bombe situate ai margini della strada”. E in riferimento al pericolo che i terroristi facciano esplodere una seconda bomba sul luogo di un attentato a distanza di tempo dal primo ordigno ha aggiunto che “i militari manderanno i droni per scoprire se l’area è sicura per i primi soccorritori”.

Sul florilegio di droni nel paese africano sarà bene non dimenticare come, talvolta, si siano verificate indesiderate uccisioni di civili. Finora, l’unico “incidente collaterale” ammesso dal comando AFRICOM in Somalia è quello del 1° aprile 2018, quando dal cielo vennero annientati a El Burr, non solo quattro terroristi, ma anche una donna e un bambino innocenti che stavano nei paraggi. In altri casi, gli stessi jihadisti hanno sostenuto che le bombe a stelle e strisce avrebbero ucciso dei civili.



Ad esempio, il 23 febbraio 2019 una serie di raid fra Awdeegle e Janalle, oltre ad aver distrutto strutture Shabab uccidendo almeno due miliziani, avrebbe coinvolto mortalmente anche un bambino di nemmeno due anni e suo padre, secondo le stesse fonti Shabab. Per completezza non possiamo non accennare almeno ad Amnesty International fra chi sostiene che le forze USA avrebbero in più occasioni cagionato vittime civili anche in Somalia, oltre a vari altri teatri come Afghanistan e Iraq.

Lo scorso 26 settembre, Riccardo Noury di Amnesty ha parlato di “criteri piuttosto elastici nella selezione degli obbiettivi”, spiegando: “Per essere un bersaglio legittimo è sufficiente essere un maschio adulto residente in una zona la cui popolazione è ritenuta simpatizzante col gruppo armato.

Se le cautele sono così scarse, non stupisce che dall’aprile 2017 al marzo 2019 siano stati uccisi almeno 14 civili e altri otto siano rimasti feriti”. Amnesty International fa certamente benissimo a fare il suo mestiere, cioè sensibilizzare al massimo l’opinione pubblica perchè certi “effetti collaterali” vengano evitati, limitando le azioni armate solo ai contesti in cui si sia certi di poter colpire solo jihadisti.

E’ altrettanto vero che non sempre ciò è possibile, perchè droni e aerei debbono spesso agire in tempo reale, nel pieno di una battaglia, in appoggio alle truppe di terra, laddove bisogna agire in fretta senza andare per il sottile. Evitare le vittime civili, oltre che un comprensibile scrupolo umanitario, è anche un modo per impedire che gli Shabab guadagnino consensi fra la popolazione sulla base del risentimento verso gli americani e in genere le forze straniere. D’altro canto va anche riconosciuto che il numero degli “spiacevoli incidenti”, anche a dar retta ad Amnesty, sembra piuttosto limitato, se si parla di 14 morti civili in due anni, certamente nulla di paragonabile alle stragi perpetrate da anni dagli Shabab.

Quale sviluppo per la Somalia?

Il 2 ottobre 2019, appena due giorni dopo l’attentato alla base di Balidogle, gli americani inauguravano la loro nuova ambasciata a Mogadiscio, situata presso l’aeroporto internazionale e salutata dall’ambasciatore statunitense Donald Yamamoto (a giudicare dal cognome, un “nisei” di chiare origini nipponiche) come un sintomo della crescente stabilizzazione del paese.



Nelle stesse ore si teneva in città il primo Somali Partnership Forum, un summit internazionale fra le autorità locali e tutti gli alleati stranieri, a cominciare proprio dagli Stati Uniti, che in quell’occasione annunciavano lo stanziamento di 257 milioni di dollari in aiuti umanitari da parte della US Agency for International Development, da aggiungersi ad altri 250 milioni versati nella prima parte dell’anno.

Il forum si inscrive in una scia di contatti crescenti fra il governo locale e il resto del mondo per cercare di dare solide basi a una certa normalizzazione del paese, sebbene questa appaia ancora lontana. Negli ultimi mesi, fra gli esempi di questa tendenza, si segnala l’accordo annunciato il 20 agosto 2019 dal ministro dei Trasporti Marittimi della Somalia, Maryan Aweys Jama, e dal suo collega alle Comunicazioni, Jassim Bin Saif Al Sulaiti, con il ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed Bin Abdulrahman Al Thani, per ingenti investimenti dell’emirato petrolifero nell’espansione del porto somalo di Hobyo, allo scopo di farne uno scalo nevralgico per i traffici nell’Oceano Indiano.

Proprio col Qatar avrebbe numerosi contatti economici e politici l’attuale uomo forte dell’intelligence somala, Fahad Yasin, che secondo molti commentatori sta brigando per assicurare gli ingenti interessi economici qatarioti nel paese, propiziando per le elezioni del 2020 il rafforzamento di una fazione favorevole in tal senso.



Anche la Turchia di Erdogan sta investendo in Somalia, cercando di ampliare un’influenza corroborata dal 2017 con l’apertura della base TURKSOM a Mogadiscio, la maggior base militare turca all’estero, per collaborare alla ricostruzione dell’esercito somalo. Del resto, i governanti del paese non possono che rivolgersi a decine di attori stranieri diversi, anche mettendoli in competizione fra loro, per trarre quanto più possibile in fatto di supporto.

Sulla stessa falsariga, la Somalia ha partecipato il 18 ottobre alla riunione di tutti i ministri delle Finanze della regione del Corno d’Africa ospitata a Washington dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale in quella che è stata battezzata Horn of Africa Initiative. Coi delegati di Mogadiscio sedevano quelli di Gibuti, Eritrea, Etiopia e Kenya, che insieme hanno stabilito l’avvio di una collaborazione nei settori socio-economici chiave, come l’educazione, le infrastrutture, la produzione elettrica, eccetera, mettendo a punto in comune una richiesta di finanziamenti internazionali totali per 15 miliardi di dollari.



Ciò ha rappresentato anche un primo disgelo fra Somalia e Kenya, poichè i due paesi erano da tempo in lite, specialmente per una questione di frontiere marittime, nonostante le truppe di Nairobi siano fra i principali componenti della forza AMISOM che contrasta il terrorismo. L’affare non è da poco poichè il fondo marino che sta a cavaliere dei due tratti di costa vanterebbe cospicue risorse petrolifere. Ebbene, qualcosa di positivo s’è mosso il 14 novembre. Un lussuoso albergo di Nairobi ha visto incontrarsi amichevolmente nei suoi saloni nientemeno che i due presidenti in persona, il kenyota Uhuru Kenyatta e il somalo Mohamed Abdullahi Farmajo, che si sono stretti la mano annunciando il ripristino dei visti d’arrivo per i rispettivi cittadini e dei voli diretti fra Nairobi e Mogadiscio.

Non hanno parlato del contenzioso marittimo, almeno a porte aperte, probabilmente volendo lasciare che sia, nel corso del 2020, la Corte internazionale di Giustizia a pronunciarsi, come da agenda. Però il presidente somalo Farmajo ha più volte mostrato di apprezzare l’aiuto politico-militare del Kenya al suo paese: “Ringraziamo Nairobi per la sua partecipazione all’AMISOM e per ospitare sul suo territorio profughi somali. Quanto alla controversia, si risolverà in modo reciprocamente accettabile in modo da non influenzare le rispettive ralazioni bilaterali”.



Su una simile falsariga di incremento della cooperazione, per dare maggior sostegno a un governo che spesso è ancora insicuro nella stessa Mogadiscio, fin dal 18 novembre è stato annunciato un vertice economico italo-somalo, l’Italy-Somalia Business Forum organizzato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e dall’UNIDO e tenutosi il 10-11 dicembre, una nuova occasione per la collaborazione con la Somalia nei settori agricolo ed energetico.

La Somalia resta però un paese fragilissimo, in cui, la propaganda jihadista contro il governo continua ad alimentarsi con lo scontento di parte della popolazione specialmente nelle zone più remote e retrograde del paese. Di certo non ha aiutato il recente accanirsi della natura, sottoforma delle tremende alluvioni, dovute al monsone proveniente dall’Oceano Indiano, che fra il 15 e il 18 novembre scorso hanno causato almeno 17 morti dopo aver colpito una zona abitata da 547.000 persone, delle quali 370.000 costrette ad abbandonare le loro case. Il tutto in un quadro geopolitico che resta altamente frantumato.

Il radicamento di al-Shabab

Non staremo qui a rifare la storia di al-Shabab, formazione sorta nel 2006 dalle corti islamiche che dominavano Mogadiscio prima dell’intervento internazionale, sembra anche grazie a cospicui traffici d’armi provenienti dall’Eritrea. Peraltro fin dai primi anni, fra le fonti di finanziamento di questo gruppo qaedista figurò il contrabbando d’avorio, il più delle volte venduto sul mercato cinese.

A tal proposito, dati della Elephant Action League evidenziavano già nel 2013 che gli Shabab potevano essere direttamente accusati di aver ucciso fino a 30.000 elefanti e 60 guardie forestali, soprattutto nel confinante Kenya, pagando alla manovalanza dei bracconieri un massimo di 100 dollari al chilo per l’avorio delle zanne segate ai poveri animali, ma rivendendo poi l’avorio a commercianti cinesi senza scrupoli per 3000 dollari al chilo, con un margine enorme, sufficiente a garantire incessanti acquisti di armi e munizioni.



Il 21 settembre 2013 restò celebre, poi, per il clamoroso attacco al cuore del Kenya, portato da un commando Shabab all’interno del centro commerciale Westgate della periferia di Nairobi, risoltosi con la morte di 62 civili e il ferimento di un centinaio. Ciò per “punire” idealmente le truppe kenyote per la partecipazione alla forza AMISOM, nonchè per dimostrare che la frontiera con la Somalia resta permeabile a infiltrazioni e ritirate in entrambi i sensi.

Nonostante l’impegno dell’AMISOM abbia col tempo superato i 22.000 uomini schierati sul campo, oltre al contemporaneo crescere dell’esercito federale somalo, oltre i 36.000 uomini, i terroristi non hanno mai smesso di rendere estremamente pericolosa la capitale, tanto che resterà sempre nella memoria del paese la sciagurata giornata del 14 ottobre 2017. Un kamikaze alla guida di un grosso autocarro pieno di esplosivi si fece scoppiare in mezzo alla folla di Mogadiscio causando un numero record di morti, addirittura 587.



Venendo ai tempi odierni, la forza di Al Shabab resta tutt’oggi difficilmente valutabile poichè le svariate stime, soprattutto di fonte statunitense, oscillano fra un minimo di 5000 e un massimo di 7000 combattenti, ma potrebbero essere anche 9000, e comunque la cifra non comprende le svariate migliaia di elementi di appoggio logistico o spionistico, per non parlare dell’intuibile rete di parentela su cui ogni adepto può contare, anche solo per solidarietà di clan.

I principali capisaldi territoriali di al-Shabab sono, anzitutto un’area piuttosto estesa sul corso del fiume Giuba, lungo l’asse che da Salagle scende fin quasi alla costa, a Ilib, nonchè un ancor più ampio santuario costiero a Nordest della capitale, gravitante su Mareg e principale punto di contatto fra i terroristi e la pirateria del Corno d’Africa, complice in traffici di armi. Vi sono poi, sparsi sul territorio somalo, ulteriori territori, più piccoli e a macchia di leopardo, dove Shabab ha altre basi, fra cui spicca uno strategico avamposto nell’estremo Sud dell’Oltre Giuba, proprio a cavallo del confine col Kenya e che fa evidentemente da cerniera per le intrusioni nel vicino paese.

Le “Somalie”

Il governo di Mogadiscio, per quanto la sua autorità resti fragile ed esposta alle infiltrazioni avversarie e agli umori ondivaghi delle tribù locali, estende il suo potere, laddove reale, laddove poco più che nominale, sulla maggior parte della Somalia ex-italiana, ossia dal confine col Kenya alla regione settentrionale della Migiurtinia, escluse le enclavi jihadiste di cui si parlava poc’anzi.

Rimane indipendente, in polemica con Mogadiscio, il territorio corrispondente al vecchio Somaliland britannico, e detto anche Puntland, riprendendo dopo secoli, anzi dopo millenni, l’antica denominazione egizia di quel favoloso “Paese di Punt” per le cui sponde salpavano le navi dei faraoni alla ricerca di oro e mirra.



Il Somaliland, che ha eletto a sua capitale Hargeisa, è incentrato sulle regioni del Guban e del Nugal, affacciate sul Golfo di Aden e confinanti con quella Gibuti in cui negli ultimi anni alla storica presenza militare francese si sono aggiunte piccole guarnigioni di varie altre potenze, specialmente gli Stati Uniti e perfino la Cina. Il Somaliland, se non altro, ha un governo eletto democraticamente e non sta dalla parte di Al Shabab.

Per quanto non riconosciuto a livello internazionale, sembra gradualmente avviato a una progressiva accettazione da parte delle nazioni straniere, a cominciare dalla Gran Bretagna che proprio sulla base dell’antica eredità coloniale nella regione può contare per una rinnovata influenza. Nel Somaliland, come abbiamo visto, si è segnalata una presenza, peraltro limitata dell’Isis, per ora tenuto a bada dal martellamento aereo americano e che comunque sembra avere ben poche speranze di espandersi nel resto della Somalia, data l’egemonia dei concorrenti di al-Shabab, che, similmente ai talebani in Afghanistan, non sembrano disposti a cedere agli ultimi arrivati la palma di guide della guerra santa contro i “miscredenti”. Del resto, anche in questa zona sono presenti cellule di al-Shabab, in particolare sulle montagne di Golis e Galgala, per quanto la loro attività sia stata, finora, meno appariscente che nel resto della Somalia.

Jihad infinita

La rete di al-Shabab è talmente innervata nel tessuto sociale della stessa capitale che, purtroppo, non deve stupire che la Jihad prosegua senza posa, rivelandosi ancora difficile da sradicare. Uno degli esempi più inquietanti si ebbe nel pieno dell’ultima estate. Il 24 luglio 2019 gli Shabab riuscirono a inviare una donna kamikaze fin nella sede del municipio di Mogadiscio, probabilmente con la complicità di altri infiltrati rimasti ignoti, dato che non si spiega come la donna possa aver superato i controlli all’ingresso.



La detonazione ha ucciso sul colpo almeno sei persone, oltre all’attentatrice, ferendo gravemente il sindaco Abdirahman Omar Osman, cittadino britannico ritornato nel paese d’origine per contribuire alla sua ricostruzione. Il sindaco Osman venne ricoverato urgentemente per via aerea in un ospedale del Qatar, dove però sopravvisse solo una settimana, morendovi il 1° agosto.

L’episodio contribuì a porre all’attenzione del governo di Mogadiscio il problema dell’infiltrazione di spie e agenti di Al Shabab nelle strutture pubbliche. Ne è scaturito negli ultimi mesi un cosiddetto Somali Investigative Dossier, in altre parole un programma di controspionaggio strutturato come un’indagine accurata sugli impiegati degli uffici governativi e sulle loro famiglie di origine, per poter evidenziare ogni più piccolo legame sospetto con clan in contatto con i jihadisti.

Il programma si basa sulla catalogazione in un data base comune non solo dei dati personali come le generalità, le foto, le impronte digitali, per evitare furti di identità o, peggio, l’invenzione di identità fittizie dei funzionari, ma anche sulla conduzione di una serie di serrati interrogatori agli impiegati.



L’esercito somalo ha negli ultimi tempi strappato varie città e basi al controllo di al-Shabab, sfruttando in particolare una propria formazione d’elites, le truppe speciali Danab (“Lampo”) addestrate direttamente dagli Stati Uniti. Fra le vittorie delle truppe Danab, quella alla base di El Salin, a Sud di Mogadiscio, ripresa al nemico il 6 agosto dopo aspri combattimenti. La situazione è però così fluida che le azioni terroristiche si susseguono con lo scopo di non far sentire mai sicura e definitiva la riconquista federale del territorio.

Così, attorno al 15 agosto una vera e propria battaglia si è svolta ad Awdehgle, altra città dove da poco tempo si era ristabilita la presenza governativa grazie a una base militare gestita insieme da somali e militari ugandesi dell’AMISOM. Un cospicuo commando dei jihadisti ha organizzato un assalto il cui inizio è stato scandito da due automezzi guidati da kamikaze, lanciatisi a tutto gas contro il perimetro della base in due tempi diversi e in punti diametralmente opposti, appunto per aumentare il caos.

La resistenza dei somali e degli alleati è riuscita però ad avere ragione dei terroristi, uccidendone ben 23 e respingendo i superstiti, mentre, per parte loro, i governativi soffrivano cinque morti e gli ugandesi un caduto. Dalle fonti locali emerge che a dare la svolta nello scontro sarebbe stato il coraggio personale di un giovane generale somalo, Odawaa Yusuf Rageh, che avrebbe tenuto alto il morale dei suoi uomini rendendo coriacea la difesa per poi passare alla controffensiva con una sorta di “carica”.

Un testimone oculare, il sindaco di Awdeghle, Mohamed Abukar Aweys, ha dichiarato alla stampa locale: “Rageh ha personalmente preso in mano il suo AK-47 Kalashnikov per guidare il combattimento. L’ho visto incoraggiare i soldati”. L’ardimento del generale Rageh è stato riconosciuto dal suo superiore, il capo dell’esercito generale Dahir Admi Elmi, nome di battaglia “Indhoqarsho”, secondo cui il fattore umano ha davvero cambiato il corso degli eventi: “La sua presenza ha cambiato il morale dei soldati, ha cambiato l’esito del combattimento”.



Già il 22 agosto il generale Elmi cedeva il comando supremo dell’esercito a Rageh. Un nuovo picco di violenza si ebbe il mese successivo con numerose azioni ravvicinate. Il 14 settembre i terroristi attaccarono nella regione del Basso Scebeli la città di Qoryoley con mitragliatrici pesanti e granate a razzo RPG, causando 9 morti, ma furono messi in fuga dalla reazione della locale guarnigione somala e dell’AMISOM.

Lo stesso giorno gli Shabab si facevano sentire sulla costa, sparando colpi di mortaio sulla città portuale di Marka proprio mentre veniva visitata dal primo ministro somalo Hassan Al Kaire. Non era però intenzione dei jihadisti uccidere il politico, bensì seminare il terrore, infatti le granate hanno bersagliato un quartiere popolare della periferia, uccidendo due donne. Intanto nel vicino Medio Scebeli, nelle stesse ore un ordigno stradale IED colpiva un convoglio di autorità regionali dirette alla città di Balad, circa 40 km a Nord di Mogadiscio.

In un colpo solo, quattro vittime: il vice governatore regionale Abdullahi Shitawe, l’assessore regionale alle finanze Sabrie Osman, l’imprenditore Hassan Baldos e una loro guardia del corpo che nulla ha potuto. L’indomani, il 15 settembre, i terroristi tentavano di uccidere anche il governatore del Basso Scebeli, Ibrahim Adan Najah, che si stava recando con la sua scorta a visitare un distretto agricolo presso Shalanbond, anche in questo caso mediante un IED. Ma Najah ne uscì illeso, diversamente da due dei suoi “gorilla” caduti vittime dell’esplosione.

Le autorità e in genere le personalità che cercano di normalizzare la vita del paese sono fra gli obbiettivi principali di Al Shabab per ovvi motivi, poichè colpendo loro si può scardinare il collegamento fra il governo federale e la popolazione. E’ una tattica che è stata confermata anche negli ultimi giorni, per esempio il 20 novembre con l’uccisione, proprio in una strada di Mogadiscio, vicino all’aeroporto, di una nota attivista locale dei diritti umani, Almaas Elman Ali, raggiunta da quello che inizialmente è stato definito “proiettile vagante” e morta in pochi minuti.



Le azioni contro i militari restano però quelle più “paganti” in termini di rapporti di forza e gli Shabab sono ancora in grado di assestare colpi terribili. Come il 21 settembre, allorchè l’appena riconquistata El Salin è stata assalita per 40 lunghi minuti da “un gran numero di terroristi”, come ha dichiarato il portavoce militare Mowlid Ahmed Hassan. Hanno iniziato con la classica autobomba guidata da un suicida, poi sono arrivate ondate di fanteria respinte a fatica dai governativi, che hanno sofferto 20 morti, riuscendo a uccidere 13 jihadisti.

Poco dopo, il 23 settembre, l’emiro supremo di Al Shabab, il citato Ahmed Omar Abu Ubaidah diffondeva uno dei suoi proclami audio, una tirata di 20 minuti in cui annunciava nuove offensive con profluvio di sure del Corano: “Uomini temete il vostro Signore che vi ha creati da un solo essere, e da esso ha creato la sua sposa e da loro ha tratto molti uomini e molte donne. E temete Allah, in nome del Quale rivolgete l’un l’altro le vostre richieste e rispettate i legami di sangue”.

E già il 1° ottobre un convoglio militare somalo, formato peraltro dalle truppe speciali Danab, è stato colpito da due esplosioni di IED in sequenza lungo la strada fra Afgoye ed Elasha Biyaha, circa 30 km dalla capitale. Sei militari, di cui due ufficiali, sono stati dilaniati. In barba ai loro proclami, i seguaci della Jihad hanno sofferto essi stessi recenti rovesci, come nella zona del Giuba, il 7 ottobre, dove l’esercito governativo ne ha uccisi 24 nel corso di una vasta operazione.

Poi, il 15 ottobre 2019, ecco una nuova battaglia nella zona di Gedo, su cui si hanno vari dettagli grazie all’agenzia di stampa cinese Xinhua. Un gruppo di Shabab si era messo a taglieggiare gli abitanti dei sobborghi di Bardhere, imponendo “tasse” anche rubando il bestiame.



Alcuni civili hanno chiamato l’esercito governativo ed è subito arrivata sul posto la “unità 49 della 10° divisione dell’esercito somalo”, comandata dal colonnello Ali Mohamed Hassan, che ha scatenato anche fuoco di artiglieria pesante, finchè 11 jihadisti sono rimasti morti sul terreno, mentre i loro compagni fuggivano. Circa 300 animali da pascolo che erano stati prelevati dai nemici, sono stati restituiti alla popolazione.

La guerra civile, insomma, continua senza posa in uno stillicidio di attacchi mordi-e-fuggi in cui al-Shabab gioca sul fattore tempo, non impiegando mai forze in massa, ma preoccupandosi sempre di schierare il minimo numero di uomini per volta in modo da applicare il dettame principe di ogni guerriglia, ovvero conservare le proprie forze e agire anche solo per far vedere che si è sempre pericolosi. Nessuna fretta di concludere il conflitto in tempi brevi, come invece si ha, comprensibilmente, da parte del governo di Mogadiscio e dei suoi alleati.

Fra le ultime azioni tattiche dell’anno appena concluso, si registra l’assalto del 24 dicembre 2019 di un distaccamento terrorista alla base militare somala di Gofgadud. Come ha narrato alla stampa il colonnello governativo Ahmed Yusuf, la base è stata prima evacuata dai soldati, che l’hanno lasciata in mano agli Shabab solo momentaneamente. Poi è scattata una controffensiva con massiccio impiego di artiglieria che ha portato all’annientamento di almeno 6 jihadisti e alla fuga dei loro compari, dopodichè la base è ritornata in possesso del governo.



Una nuova offensiva governativa, segno che l’addestramento dato dai militari stranieri dà i suoi frutti, è poi iniziata poco dopo la strage del 28 dicembre, appunto come rappresaglia e anche come simbolo della volontà di Mogadiscio di riprendere il controllo del territorio. Il 1° gennaio 2020 le forze speciali somale, dette Danaab, hanno intrapreso una campagna nella regione del Basso Scebeli, e secondo il comandante della 16° Unità Forze Speciali, Ismail Abdi Malik, “sono stati liberati molti villaggi come Mordinle, Bula Bashir, Faqayle e Bula Maskin, inoltre sono stati uccisi 20 terroristi”.

Una cifra poi salita a 30 Shabab uccisi. Poco dopo, il 9 gennaio, un’altra operazione delle forze Danaab, stavolta nel Basso Giuba, si è articolata in una incursione a sorpresa presso Lafta Anole, dove, sulla base di informazioni di intelligence, sono stati scoperti e attaccati santuari dei terroristi. In tale occasione sono stati uccisi 35 jihadisti, nonchè distrutti depositi di armi e rifornimenti.

Se Shabab avanza è solo nelle singole zone in cui percepisce chiaramente di trovarsi di fronte un sostanziale vuoto da occupare. A partire dal 19 novembre, per esempio, sembra essersi rimessa in movimento la situazione militare al confine fra Somaliland e Somalia, dove, nella regione di Sanaag, già contesa fra i due governi, la città di Gacan Maroodi è stata espugnata da forze Shabab. Secondo il portavoce del movimento jihadista, Abdul Aziz Abu Musab, “nostri combattenti hanno occupato la città dopo che l’amministrazione del Somaliland era fuggita”. E ha aggiunto: “E’ la prima volta che mujhaeddin di Shabab hanno preso il controllo di una città del Somaliland”.

La mossa potrebbe indicare che, di fronte al rafforzamento del governo federale di Mogadiscio grazie all’aiuto internazionale, e anche italiano, l’emiro Ubaidah potrebbe aver dato ordine ai suoi subalterni di iniziare a spostare parte dello sforzo militare nel Nord, proprio per approfittare della maggior debolezza del governo locale di Hargeisa. E anche sfruttando la spaccatura esistente fra le due “Somalie”, che certo non aiuta nella collaborazione antiterroristica.

In tal caso potrebbe configurarsi per il futuro la possibilità di un cospicuo santuario Shabab proprio sulle coste che danno sul Golfo di Aden e sullo sbocco dello Stretto di Bab El Mandeb, porta d’accesso fra Mar Rosso e Oceano Indiano, con tutto ciò che ne consegue in termini di possibili minacce al traffico marittimo, e in particolare petrolifero.