L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 7 luglio 2020

NoTav - solo una scelta ideologica determina il raddoppio della Torino.Lione che esiste già e passa per il Frejus

«Tav bocciata anche dai sindaci di Lione e Grenoble»

di Redazione 07-07-2020

Il Movimento NoTav tiene alta l'attenzione sulla Tav dopo la bocciatura arrivata dalla Corte dei Conti europea e sottolinea i pareri contrari all'opera che giungono dai sindaci di Lione e Grenoble.


Sulla Tav, «dopo la sonora bocciatura della Corte dei Conti europea arriva il giudizio severissimo del neo-sindaco di Lione, il verde Gregory Doucet, eletto nei giorni scorsi con il 52,5% dei suffragi imponendosi al primo turno contro il suo principale avversario, il candidato della destra Etienne Blanc, che aveva basato una buona parte della sua campagna proprio sul sostegno al megatunnel transfrontaliero»: così il movimento NoTav in una nota.

«In un’intervista rilasciata a La Stampa, Doucet viene subito interrogato sulla sua opinione sul TAV e la risposta non lascia spazio a dubbi: "Fra le nostre città esiste già un’infrastruttura ferroviaria, che è sufficiente, ed è su quella che dovremmo investire. La Francia ha iniettato troppi pochi fondi sul trasporto merci su rotaia a livello nazionale. E ora vogliono farci credere che con la Tav rilanceremo l’attività. Ma è assurdo" - proseguono i NoTav - Interrogato su come fare per togliere i tir dalla strade, Doucet risponde svelando la banale verità che in Italia tutti i giornali si sono speciosamente adoperati a nascondere negli anni con cartine taroccate e altre amenità: "Se valorizzata, la linea che già corre fra Lione e Torino è sufficiente per i treni che vi devono circolare. Ecco, investiamo prima lì"».

E ancora dal sindaco: «Non bisogna insistere su un progetto sbagliato. È la scelta peggiore. Bisogna fermare la Tav».

«Un giudizio senza appello che speriamo contribuirà a dare il colpo definitivo allo sgangherato progetto di una seconda linea ad alta velocità tra Torino-Lione - proseguono i NoTav - Che una presa posizione così netta venga dal primo sindaco eletto tra le file dei verdi in una grande città francese può stupire solo in Italia. I Verdi francesi come tutti gli omologhi partiti ecologisti europei sono da anni opposti al TAV. Solo da noi una propaganda spudorata ha provato a far passare come rispettosa dell’ambiente un’opera che disboscherà oltre 5.000 alberi in Val Clarea, distruggerà una vasta porzione di habitat alpino mettendo in pericolo specie protette ed emetterà 10.000 tonnellate di CO2 perforando un massiccio in cui la presenza di amianto è certificata da tutti gli organi competenti. La soluzione individuata da Doucet è la stessa proposta dai tecnici notav negli ultimi 20 anni, dati e numeri alla mano, per un report modale da gomma a ferro che non devasti la Val di Susa con costi economici ed ecologici insostenibili. La Torino-Lione esiste già e non è “un tunnel di montagna” come continua a insistere la propaganda sitav ma una galleria mista merci/passeggeri ammodernata nel 2011 e utilizzata oggi soltanto al 30% delle sue capacità. Ora che questa semplice verità viene pronunciata anche da questo neo-sindaco laureato alla scuola di business di Rouen così “calmo, costruttivo, l’aria rassicurante” da sedurre persino il giornale della famiglia Agnelli speriamo che la cosa sia chiara a tutti».

«Ma anche il sindaco di Grenoble è da sempre contrario al raddoppio della linea transfrontaliera - sottolineano sempre i NoTav - Il primo cittadino dell’altra grande agglomerazione francese toccata dal progetto, l’ingegnere ed ex-dirigente del settore logistico di HP, Eric Piolle, ha manifestato in ogni sede la sua opposizione all’opera. Nel 2016, con un gesto di buon senso, ha anche deciso di togliere i finanziamenti della città previsti per il TAV “al fine di usarli per qualcosa di più utile per tutti”. Ieri ci ha tenuto a ribadire ancora una volta la sua posizione senza troppi giri di parole: “l’attuale linea tra Lione e Torino è usata al 20% delle capacità. Come ci dicono in coro la corte dei conti francese ed europea nonché tutti gli esperti indipendenti dalle lobby è assurdo spendere 26 miliardi di euro per una nuova infrastruttura dai costi ambientali enormi. Lo Stato deve puntare sulla rete esistente e non dilapidare soldi in progetti di un’altra epoca”».

Sara Curial

LUGLIO 2020


Grazie a tutti! 

Il 30 giugno e il 1 luglio migliaia di persone si sono presentate alla Città dell’Altra Economia a Roma mettendo a disposizione tempo, energie e professionalità per iniziare a costruire una nuova realtà.

Due giorni di politica vera e sana, nei quali tutti insieme ci siamo occupati del Bene Comune e abbiamo provato a disegnare un futuro diverso da quello che ci stanno propinando a suon di mascherine, distanziamenti e PNL.


Sono stati giorni di pace e di grande civiltà nei quali sono state seminate speranze e opportunità. Abbiamo voluto regalare a tutti coloro che hanno aderito un’occasione di incontro, confronto e proposta. Dai gruppi di lavoro sono uscite proposte per azioni immediate da fare nei diversi territori. Si è parlato di sovranità monetaria, alimentare e individuale e di come liberarsi dal giogo imposto da un sistema neoliberista criminale attraverso monete complementari, reti di acquisto solidale, obiezione di coscienza per medici e insegnanti, scuole alternative, libere, che mettano al centro i bambini e il loro benessere, azioni legali che tutelino i nostri figli e il nostro diritto alla salute e all’autodeterminazione.

Entro il 10 luglio invieremo i report del lavoro svolto dai gruppi e le iniziative correlate. Il materiale emerso ed elaborato è stato convertito in un unico documento che verrà a sua volta diffuso a tutti i partecipanti delle due giornate, a tutti gli aderenti a R2020 non presenti, in tutte le comunità locali che abbiano deciso di accendere fuochi di resistenza sul territorio.
Questo permetterà a chiunque sia interessato di applicare, approfondire e diffondere nei gruppi che già si stanno formando a livello locale, le azioni e le proposte condivise. Gruppi totalmente autonomi e liberi di gestirsi. Quello che offriamo infatti non è l'ennesimo modello verticistico improntato sulla delega, ma un metodo di lavoro comunitario che garantisce davvero la partecipazione democratica e la valorizzazione delle persone, dei loro bisogni e dei loro talenti.


Nei prossimi giorni sul sito www.r2020.it pubblicheremo i fuochi già accesi e il form per aderire o accenderne uno. 

In queste settimane e, soprattutto, durante l'evento di Roma, si sono create importanti relazioni e reti locali, nazionali e internazionali. Abbiamo capito che siamo tanti e che insieme siamo una forza. Facciamo paura. Anche per questo l’attacco nei confronti di questi 2 giorni è stato così grande. Alle minacce e agli insulti abbiamo risposto con i fatti, smentendo in queste 48 ore tutto ciò che in queste settimane ci è stato versato vilmente addosso.

Oggi la gioia è immensa, così come la consapevolezza che questo non è che un primo importante tassello di un disegno più grande. Siamo convinti che una volta che ci siamo ritrovati, come individui e come comunità, reprimerci sia impossibile. Nessuno potrà più impedire a una popolazione consapevole di unirsi, abbracciarsi, respirare e vivere con dignità e amore.

Sara Cunial a R2020

GUARDA TUTTI GLI ALTRI VIDEO SUL CANALE YOUTUBE DI R2020


UN GRAZIE DI CUORE A TUTTI COLORO CHE HANNO PERMESSO LA RIUSCITA DI QUESTO EVENTO. A tutti i volontari, gli organizzatori, i professionisti che si sono messi a disposizione, i relatori e i moderatori dei gruppi, gli artisti e i musicisti, i giornalisti presenti, i colleghi e i partecipanti tutti.

Grazie a chi c'era e a chi rESISTE.


A brevissimo aggiornamenti pratici e operativi!

Per restare aggiornati: 

Gli ebrei sionisti feccia esprimono odio attraverso l'associazione AIPAC

IL CREPUSCOLO DELLA LOBBY (o dell’America?)

Maurizio Blondet 6 Luglio 2020 

“E’ finita l’AIPAC?”, si chiede in un articolo Grant Smith. L’AIPAC, American Israeli Political Action Committee, è braccio della lobby temutissimo da ogni senatore o deputato americano, che da trent’anni e più torce la politica estera della superpotenza a favore di Sion; Grant Smith ne è il massimo conoscitore, autore del saggio Big Israel: How Israel’s Lobby moves America e direttore dello Institute for Research: Middle Eastern Policy di Washington.

L’organizzazione che poteva determinare l’incenerimento di qualunque candidato “nemico” bollandolo come “antisemita” in campagne mediatiche massicce, o la sua fortuna convogliando su di lui le donazioni dei “filantropi”; dà meno segni di vita, assevera Smith.

Gli indizi: la lobby ha cancellato la annuale “conferenza politica” del prossimo marzo 2021: evento importantissimo, dove “ gli attivisti filo-israeliani si incontrano per fare rete, partecipano a sessioni su come generare sostegno pubblico per Israele” e poi, così caricati, “ i partecipanti marciano fino a Capitol Hill per incontri pre-programmati con i loro rappresentanti, e tutti ripetono ai parlamentari gli stessi punti : aiuti esteri statunitensi incondizionati a Israele, necessità che gli Stati Uniti si schierono con forza contro i rivali di Israele, e richiesta di ridurre la libertà di parola dei critici americani di Israele”

Invece, nel febbraio scorso, è successo che Betty McCollum, parlamentare democratica del Minnesota, ha avuto il coraggio di dichiarare “l’AIPAC, per il suo uso del discorso dell’odio [hate speech] va considerato un gruppo di odio [hate group]. Coniugando [l’accusa di] antisemitismo e l’odio per mettere a tacere il dibattito, l’AIPAC vilipende i democratici e i nostri valori fondamentali”.

Essere chiamato “hate group” è un’accusa gravissima in USA, la quale per il solo fatto che ha potuto essere elevata mostra che “sempre più membri del Congresso hanno rifiutato di sostenere incondizionatamente l’AIPAC o la sua agenda pro Israele. L’ultimo sondaggio di Shibley Telhami rivela che la maggioranza degli elettori repubblicani e democratici ora crede che sia “accettabile” o persino un “dovere” dei membri del Congresso degli Stati Uniti mettere in discussione le relazioni israelo-americane .

Ciò perché l’elettorato ebraico, progressista, è sempre più critico della brutale politica di annessione di territori palestinesi di Bibi Netanyahu; inoltre le minoranze “colorate” e gay che il partito democratico oggi cavalca, non sono per niente amiche di Sion.

Per Smith, infine, “il sistema di contribuzioni dell’AIPAC ai politici” è meno efficace. Eliot Engel, l’ebreo che per decenni è stato messo alla Commissione Esteri della Cameera e si vantava di varar per l’AIPAC ” ogni atto legislativo uscito dalla commission, è stato sconfitto da Jamaal Bowman, un afro-americano di Harlem che ha attaccato frontalmente la politica estera di Engels (benché sia sposato con una Melissa Oppenheimer, il che è significativo: significa rottura con l’ideologia rabbinica) e di cui la lobby non ha pagato la campagna.

“Man mano che un numero sempre maggiore di membri del Congresso comprenderà di poter vincere le elezioni senza prostrarsi davanti all’AIPAC e subordinare la politica estera statunitense a quelle israeliana, molti altri si affrancheranno dal più importante agente straniero”, conclude speranzoso Smih.

Naturalmente, l’eclisse dell’AIPAC può avere un altro motivo: che ha completato la sua missione. Dopo vent’anni di guerre degli Usa per Sion dall’11 settembre 2001, con la distruzione dell’Irak moderno e il procurato collasso degli stati musulmani per islamismo, cosa può chiedere ancora da una superpotenza che nello sforzo si è dissanguata economicamente, in volontà politica e moralmente? Un tentativo di lanciare il Pentagono nell’ultima guerra prevista del piano Kivunim, quella contro l’Iran e le sue centrali, è stata bloccata da un evento imprevisto: il Congresso ha voluto votare una legge che vieta al presidente di fare una guerra senza la previa autorizzazione sua, ossia del Congresso: che l’ha fatto per odio a Trump, ma tant’è – la verità è che la lobby, da un’America svuotata, divenuta impotente per lo sforzo eccessivo di eseguire il Piano Kivunim, oggi non può dare più molto. Del resto, Donald Trump ha dato allo stato ebraico (contro la sua stessa opinione pubblica) il riconoscimento di Gerusalemme come capitale della etnia ebraica,preludio alla edificazione del Tempio; cosa può volere di più l’AIPAC?

Una ONG ecologista ha proposto di scolpire la testa di Trump su un iceberg.

Trump ha eseguito il suo compito, per così dire, metastorico. L’ultimo regalo teologico della ex superpotenza che superpotenza non è più; anche se ora sta cambiando posizione, cosciente almeno del momento apocalittico in cui gli tocca vivere. 

Il sostegno “incondizionato, tonitruante e bombastico” di Donald a tutte le iniziative di Bibi, sta diventando controproducente: in odio a Donald , il deep state e il Pentagono, gli “esperti” e i parlamentari, sono disposti a tutto per fargli dispetto e impedirgli di attuare le sue disposizioni.

Il fatto che AIPAC ripieghi e chiuda il suo teatro “è un segno della estrema gravità, dell’estrema profondità, della quasi-irreversibilità della crisi interna che ha colpito il sistema americano, ostaggio di una situazione interna esplosiva, rivoluzionaria e catastrofica”, dice Philippe Grasset. Esaurito il paese che fu il più potente del mondo, come avvenne dell’URSS secondo Solgenitsin, ora si è alla ricerca di un altro golem?


Gli sforzi dei Rotschild di ingraziarsi la Cina richiedono un articolo a parte…

Diego Fusaro - Il Cristianesimo viene accettato solo se nega la trascendenza

“Perché la civiltà del mercato odia il Crocifisso”

Maurizio Blondet 5 Luglio 2020 

“Bellissima e pacata riflessione di Diego Fusaro, giovane ed intelligente filosofo neohegeliano e neomarxista (“Bentornato Marx!” è uno dei suoi libri più noti). È incredibile come ha capito il punto nodale della questione, per la quale oggi l’Occidente odia il Sacro, meglio di tanti “cristianucci timorati” (Luigi Copertino)


Complottista è colui che vuole nascondere la verità. La reazione illogica del rabbino Ahrens

Viganò a Rabbi Ahrens: “Perché dovrebbe sentirsi chiamato in causa, quando si parla di Nuovo Ordine Mondiale?”

Maurizio Blondet 5 Luglio 2020 

Monsignor Viganò aveva scritto l’8 maggio: “Con il pretesto dell’epidemia del Covid-19, si è giunti in molti casi a ledere i diritti inalienabili dei cittadini, limitando in modo sproporzionato e ingiustificato le loro libertà fondamentali[…] Abbiamo ragione di credere, sulla base dei dati ufficiali relativi all’incidenza dell’epidemia sul numero di decessi, che vi siano poteri interessati a creare il panico tra la popolazione con il solo scopo di imporre permanentemente forme di inaccettabile limitazione delle libertà, di controllo delle persone, di tracciamento dei loro spostamenti. Queste modalità di imposizione illiberali preludono in modo inquietante alla realizzazione di un Governo Mondiale fuori da ogni controllo”. Il rabbino tedesco Ahrens lo ha accusato di “complottismo”.

Ecco la meravigliata risposta:

Signor Rabbino,

visto che sono stato chiamato in causa per il mio Appello per la Chiesa e per il mondo, chiedo ospitalità a Katholisch per risponderLe.

Devo dirLe, dottor Ahrens, che mi stupiscono non poco le Sue parole, allorché Ella dichiara: «Sappiamo da tempo che ci sono persone all’interno delle chiese che aderiscono a tali teorie. Ma ora hanno il coraggio di esprimere queste opinioni ancora più apertamente». Penso che sia dovere di ognuno di noi esprimere le preoccupazioni per una situazione che, approfittando della crisi del Covid, va ben oltre le ragionevoli misure di sicurezza, imponendo ad intere Nazioni la privazione di libertà costituzionali: questo forse non è avvenuto in Germania, ma certamente si è verificato in molti Paesi.

Le chiedo, signor Rabbino: secondo Lei, è ancora permesso esprimersi liberamente, o ci sono argomenti che non possono esser discussi civilmente? Se Lei può esprimere il proprio dissenso sul contenuto dell’Appello, perché «persone all’interno delle chiese» non dovrebbero aver diritto ad esprimersi liberamente? Per quale motivo Ella ritiene che per farlo occorra «avere il coraggio», come se si trattasse di farneticamenti privi di un riscontro reale?

Liquidare queste preoccupazioni – peraltro espresse anche da autorevoli personalità – come «teorie del complotto» non mi sembra un atteggiamento costruttivo: soprattutto se non si entra nel merito, confutando ciò che si ritiene non vero. Le chiedo quindi: in che cosa, in particolare, Lei non concorda con il testo dell’Appello? Cosa, dell’Appello, rappresenta per Lei uno «shock»?

Mi creda: non avrei mai pensato che l’Appello potesse offenderLa; d’altra parte, per quale motivo un Rabbino dovrebbe sentirsi chiamato in causa, quando si parla di Nuovo Ordine Mondiale? Il Messia che Israele attende è Rex pacificus, Princeps pacis, Pater futuri saeculi: non un tiranno senza morale che domina il mondo sottomettendo gli uomini come schiavi. Questo è piuttosto l’Anticristo.

Veniamo ora alla valenza spirituale del Covid. Nell’Antico Testamento vi sono moltissimi esempi di punizioni inviate da Dio sul Popolo eletto, e i Profeti ammonirono molte volte gli Ebrei affinché abbandonassero l’idolatria, non si contaminassero con i pagani, rimanessero fedeli all’unico vero Dio. Ricordo le parole del Profeta Geremia, dopo l’incendio di Gerusalemme ad opera delle truppe babilonesi, nel 585 a.C.: «I suoi avversari hanno preso il sopravvento, i suoi nemici prosperano; poiché il Signore l’ha afflitta per i suoi innumerevoli peccati» (La 1, 5).

Questa visione, che la Chiesa di Cristo condivide, ci mostra un Dio giusto e misericordioso, che premia i buoni e punisce i malvagi; che come un Padre amorevole punisce anche i figli disobbedienti, per riportarli a seguire la Sua santa Legge. Per questo motivo, «trasformare il negativo in positivo, trasformare una maledizione in una benedizione» si ottiene con il riconoscere di aver commesso un peccato, di aver violato l’alleanza con Dio, di aver meritato i Suoi castighi. Allora anche l’epidemia diventa un’occasione per tornare al Signore, adorarLo nel Suo tempio santo, seguire i Suoi precetti.

Vi fu un tempo in cui, nell’obbedienza delle masse, una infernale dittatura si macchiò di un gravissimo crimine, rendendosi responsabile della deportazione e della morte di milioni di persone innocenti, solo a causa della loro fede e della loro stirpe. Anche allora i media mainstream elogiavano i potenti e tacevano i loro delitti; anche allora medici e scienziati prestarono la propria opera ad un piano delirante di dominazione; anche allora chi osò levare la voce venne accusato di «teorie della cospirazione». Si dovette aspettare la fine del secondo conflitto mondiale per scoprire con orrore la verità che molti avevano fino ad allora taciuto.

Sono sicuro che quanti oggi delegittimano l’Appello come espressione di “complottismo” non si rendono conto dei reali pericoli ai quali è esposta l’intera famiglia umana.

Ma sono certo che tanto i Cattolici, quanto tutti gli uomini di buona volontà – e tra questi penso di poter annoverare anche i figli di Abramo – abbiano a cuore la maggior gloria di Dio, il rispetto della dignità degli individui, le libertà dei popoli.

Beatus populus, cujus Dominus Deus ejus (Ps. 143, 15).

+ Carlo Maria Viganò,
Arcivescovo, Nunzio Apostolico
22 Maggio 2020
Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo

Rabbi Josh Ahrens in visita da Francesco, aprile 2017. Ha un master in ” relazioni ebraico-cristiane” a Cambridge e ( Woolf Institute per le relazioni ebraico-cristiane ). Ha lavorato come rabbino dal 2010 al 2013 a Sofia, dal 2013 al 2015 nella Israelitische Kultusgemeinde di Zurigo e poi brevemente a Düsseldorf prima di assumere un incarico di ricerca per la Fondazione nazionale scientifica svizzera nell’autunno 2015 nell’ambito del suo dottorato (tramite la conferenza Seelisberg) e si ritirò dal lavoro della comunità. Dal 2016 lavora di nuovo come rabbino a Norimberga.È membro della Conferenza dei rabbini ortodossi in Germania e direttore per l’Europa centrale del Centro per la comprensione e la cooperazione ebraica – cristiana.

Il rabbino che denuncia il progetto Covid come preliminare al Governo Mondiale

Amnon Itshak, rabbino magnifico e tradizionale, denuncia il Nuovo Ordine Mondiale e la complicità di Netanyahu nel progetto, che chiama “il piano satanico” e fa risalire al Council on Foreign Relations (CFR). Il rabbino fa parte della comunità yemenita perseguitata in terrasanta, dove i bambini erano separati dai loro genitori. Contrabbando di bambini, schiavitù generale e distruzione delle famiglie, tutto è presentato qui da un uomo di fede e tradizione; ricorda il bizzarro scivolone della lingua di Bibi (“uccidere” per “aiutare”). ...

Cina&Stati Uniti la sfida del secolo

Cina, l'Impero impossibile

di Guido Salerno Aletta
30 giugno 2020

Non basta essere la fabbrica del mondo e magari costruire tante armi

C'è un sano e comprensibile orgoglio nella volontà di riscatto della Cina, dopo secoli di dominazioni straniere e di guerre coloniali perse.

La Lunga Marcia vittoriosa di Mao Tse-tung, resa possibile da una inedita alleanza di classe tra contadini e piccola borghesia urbana, industriale e commerciale, unita contro gli invasori esterni e gli oppressori interni, ha dato vita con Deng Xiaoping ad una dinamica produttiva irrefrenabile, accelerata con l'ingresso nel WTO che a partire dal 2001 ha abbattuto le tariffe e la gran parte delle quote che limitavano l'export cinese.

Il comunismo è stato rielaborato: non si tratta di abolire la proprietà privata del capitale produttivo, quanto assicurare la coerenza dei rapporti di produzione con gli obiettivi del Partito; non è il plusvalore accumulato con il profitto a dover essere combattuto, ma il suo uso egoistico e non rivolto a fini sociali. E' stata superata così non solo una organizzazione della direzione aziendale che vede presenti solo i rappresentanti dei capitalisti, con le assemblee dei Soci e degli Obbligazionisti, quanto la stessa cogestione, una modalità duale che prevede un livello di partecipazione dei lavoratori alla "direzione della azienda".

Nell'ambito della organizzazione delle imprese cinesi c'è un organo decisionale strategico che le induce ad uniformarsi a quanto viene definito dal Partito Comunista Cinese: che ci sia una proprietà totale statale o di un governo locale, o che si tratti di una partnership con proprietari stranieri maggioritari, non cambia: è il partito che detta la linea da seguire.

E' un modello nazionale, politico-organizzativo, ben difficile da esportare al di fuori della Cina.

La Cina è diventata la Fabbrica del mondo, senza dover subire i contrasti sociali che storicamente derivano dalla necessità di sfruttare i redditi delle campagne per accumulare il capitale necessario per le infrastrutture industriali. Sono stati usati innanzitutto i risparmi accumulati in decenni dalle comunità di cinesi emigrati in tutto il mondo. Poi sono arrivati consistenti flussi di capitale straniero, soprattutto americano, comunque ben felici di guadagnare nonostante si trattasse di investimenti in un sistema capitalistico regolato politicamente.

I bassi salari cinesi, che hanno inizialmente caratterizzato la produzione industriale, consentivano prezzi imbattibili sui mercati internazionali: questo ha messo fuori mercato la gran parte delle fabbriche europee ed americane. Era questo un obiettivo politico da raggiungere, ed i bassi salari cinesi ne sono stati uno strumento. "Non importa di che colore sono i gatti, basta che acchiappino i topi", così diceva Deng. Il fine giustifica i mezzi.

Se, da una parte, gli utili d'impresa sono stati continuamente reinvestiti in Cina per ampliare la produzione ed estenderla verso l'alto nella catena del valore, il risparmio delle famiglie cinesi si è mantenuto a livelli eccezionalmente alti: le autorità governative hanno sempre plafonato verso il basso i tassi di interesse sui depositi, per alleggerire i costi del credito. Si è favorita così la produzione rispetto alla rendita, e si è forzata la formazione di altro risparmio.

C'è ora un duplice problema, per la Cina: per un verso occorre sostenere la crescita aumentando i consumi privati, orientandoli soprattutto verso quelli collettivi come la sanità e l'istruzione. Così si riduce anche il tasso di risparmio e si riduce l'onere che incombe sul sistema bancario di allocarlo correttamente in nuova capacità industriale. In secondo luogo, occorre delocalizzare la produzione nei paesi circostanti che hanno costi del lavoro più bassi di quelli cinesi.

Quando le imprese cinesi escono dal proprio territorio, devono adeguarsi alle leggi del Paese ospitante. Le imprese multinazionali, soprattutto quelle americane, riescono invece ad imporre in via convenzionale le normative, gli standard, le condizioni contrattuali basandosi sulle normative statunitensi, e spesso anche ad imporre la giurisdizione domestica. Un po' come facevano le Compagnie coloniali inglesi, francesi, olandesi e spagnole, che godevano di privilegi legali. Le imprese americane sono dunque localizzate in Paesi terzi, ma sono come gusci vuoti: alcune operano senza neppure avere una "stabile organizzazione", e dunque non sono neppure soggette alla tassazione. In altri casi, la società locale è legata da una serie di contratti che la vincolano alla Casa madre, che di fatto controlla ogni attività, dalla organizzazione, ai prezzi di vendita a quelli di trasferimento dei costi. In poche parole, la società locale ha solo i costi di struttura e di acquisizione dei prodotti dalla casa madre, mentre i profitti vengono trasferiti integralmente all'estero. Difficile che le multinazionali cinesi si comportino diversamente.

Il fatto è che gli Usa, e prima ancora l'Inghilterra, non solo sono riuscite ad imporre la loro lingua come veicolare, ma anche la propria legislazione, di cui assicurano il rispetto a tutti, ivi compresi gli stranieri: "the Rule of Law" è un pilastro dei loro ordinamenti costituzionali. La Società straniera, ed i suoi soci beneficiano dunque sia della "comprensibilità" linguistica della loro normativa, della "universalità" della loro tecnica bancaria e finanziaria, e della "affidabilità" del loro sistema giuridico.

La Cina, invece, è impenetrabile linguisticamente ed è ancor meno conosciuta dal punto di vista delle garanzie giuridiche. Sarebbe assai difficile convincere un socio straniero ad adottare la normativa cinese ed a sottoporsi alla giurisdizione cinese. Se esistono numerosissime Law Firm, studi legali che assistono clienti in tutto il mondo e che basano tutto il loro know-how sulla normativa anglosassone, è assai più complicato ottenere la stessa assistenza in Cina.

Per fare un Impero non basta avere le fabbriche, prodotti tecnologici all'avanguardia, aver acquistato imprese in giro per il mondo: servono strumenti ulteriori rispetto a quelli commerciali. In primo luogo una valuta propria, pienamente convertibile, stabile, e che abbia dei safe asset sottostanti. Il dollaro, da un secolo a questa parte, è subentrato alla sterlina. Ma il dollaro ha conquistato il suo potere smisurato dapprima con le enormi riserve auree accumulate durante le due Guerre mondiali e poi per essere la valuta del Paese Occidentale vincitore in due Guerre mondiali.

Solo per essere entrati in guerra a fianco di Inghilterra, Francia ed Italia nella Prima Guerra Mondiale contro Austria e Germania, e poi per aver aiutato l'Inghilterra e la Francia Libera a resistere e poi a sconfiggere la Germania nazista, con il contributo essenziale dell'URSS, gli Usa sono riusciti ad accrescere il loro peso politico, economico e finanziario nel mondo occidentale, e ad insediarsi militarmente in Europa con la Nato.

Non solo con gli Accordi di Bretton Woods, ma paradossalmente anche dopo il 1971 quando gli Usa dichiararono unilateralmente la cessazione della sua convertibilità internazionale in oro, il dollaro è allo stesso tempo metro e misura di tutto, in campo commerciale e finanziario.

C'è poi un altro elemento: gli Usa, a differenza della Cina, sono un Paese importatore netto, anzi, sono l'importatore globale di "ultima istanza". Non esiste nessun altro Paese al mondo che importi altrettanto: tutti hanno interesse a vendere negli Usa, anche se a credito. Dovendo scegliere a chi vendere, si preferiscono sempre gli Usa: il credito americano, in dollari, vale oro. I titoli del Tesoro statunitense sono safe asset per definizione.

Non si può dire lo stesso per lo yuan cinese: è una valuta di cui si sa troppo poco. Vale lo stesso per l'euro: è la moneta di scambio nell'Unione, ma si usa assai poco negli scambi commerciali e finanziari internazionali. Tanto poco è affidabile, che ogni Paese aderente all'Eurozona ha un proprio rating ed ha una diversa valutazione per la copertura dei rischi sottostanti. La quasi totalità dei contratti derivati è stipulata in euro: questo la dice lunga sulla poca fiducia che il sistema accorda alle economie dell'Eurozona.

Legare a sé i Paesi poveri, africani e non, con lo scambio tra materie prime ed investimenti infrastrutturali, è stato un formidabile strumento di espansione per la Cina: le ha consentito di assicurarsi l'import strategico da una parte e di dare lavoro a centinaia di migliaia di cinesi all'estero dall'altra. In Libia, prima della caduta di Gheddafi, lavoravano nel settore dell'edilizia più cinesi che libici.

Ora c'è la sfida, per diventare una superpotenza.

Ma non basta costruire armi in quantità, né dotarsi di un grande esercito o di una grande marina: bisogna presidiare Oceani, controllare gli Stretti strategici, da quello della Malesia ad Ormuz, da Suez a Gibilterra, fino ai Dardanelli. Non basta controllare Gibuti ed il Mar Rosso. Bisogna ottenere basi militari da decine e decine di Paesi, in tutto il mondo.

Per costruire un Impero servono anche una lingua accessibile, una valuta convertibile, una normativa accettata globalmente ed una Rule of Law affidabile.

Non bastano i soldi, né è sufficiente la strategia del sorriso.

Non basta essere la fabbrica del mondo e magari costruire armi.

Cina, l'Impero impossibile

Anche cancellare il debito è una scelta ideologica. Non vuole solo che deve mantenere sotto ricatto i governati e i paesi tipo Italia

Cancellare parte del debito pubblico non costa niente

di Vincenzo Comito
24 giugno 2020

Il debito pubblico per ora non sembra rappresentare un problema in Europa e negli Usa ma si sta gonfiando, per effetto della pandemia, a livelli mai visti prima. Due economisti, Grauwe e Griebine, lanciano l’idea di trasformare quello incamerato dalla Bce in una rendita perpetua a interesse zero

La crisi e il debito

Negli ultimi giorni si tende a registrare, almeno in Europa, qualche segno di ripresa dell’economia, insieme ad un calo notevole dei casi di coronavirus, mentre l’ottimismo sembra contagiare, certi giorni, le Borse del nostro continente, oltre che quelle statunitensi.

Ma anche se l’economia migliorasse relativamente presto, soprattutto in alcuni settori, alcuni strascichi della pandemia peseranno probabilmente a lungo su molti paesi. I livelli di disoccupazione potrebbero scendere solo molto lentamente e comunque una ripresa piena dei mercati richiederà parecchio tempo. 

Per far fronte ai problemi suscitati dalla pandemia, gran parte degli Stati è dovuta ricorrere e sta ancora ricorrendo ad un forte aumento dell’indebitamento pubblico. Il suo livello sta assumendo proporzioni, soprattutto in casi come quello italiano, certamente preoccupanti, visto che già prima della pandemia non mancavano gli allarmi.

Le preoccupazioni stanno ora crescendo, non solo per la lievitazione dell’indebitamento pubblico, ma anche per quello delle imprese. 

Si susseguono così gli articoli preoccupati da parte delle stampa internazionale, e anche chi scrive ha già pubblicato un articolo in proposito su questo stesso sito diverse settimane fa.

Ora disponiamo di nuovi e più recenti dati, la situazione si va meglio precisando mentre affiorano e si perfezionano nuove proposte sulla questione. Vale la pena quindi ritornare sull’argomento.

Debiti pubblici e privati

A fine 2019 la somma dei debiti pubblici e privati era pari al 255% del Pil globale. Con l’esplosione dell’indebitamento di questi mesi si può supporre, sia pure con un certo grado di incertezza, che alla fine del 2020 il debito globale possa raggiungere un rapporto tra il 322% e 342% del Pil (Minenna, 2020). Si tratterebbe di un salto veramente impressionante.

Per quanto riguarda in particolare l’indebitamento pubblico, le informazioni ci dicono che il suo livello, rapportato al Pil, è salito a fine maggio 2020 sino quasi a raggiungere quello registrato alla fine della Seconda guerra mondiale (Armstrong, 2020). Siamo ormai vicini alla media del 123% per quanto riguarda i Paesi sviluppati, contro circa il 30% a metà degli anni Settanta e a oltre il 125% del 1945.

Secondo la stime dell’OCSE il debito dei Paesi membri passerà dal 109% del Pil nel 2019 al 137% nel 2020. Una stima di Moody’s valuta che la media, per i Paesi del G8, dovrebbe salire di 19 punti percentuali nel periodo dopo pandemia, circa il doppio rispetto al periodo dopo la crisi del 2008.

Per la fine del 2020 si prevede per l’Italia un rapporto intorno al 155% (qualcuno teme anche di più), per gli Stati Uniti sino al 130-140%, la stima è al 200% per la Grecia, al 130% per il Portogallo, mentre per la Francia e la Spagna ci si ferma intorno al 120%. 

Certamente non è più l’ora dell’ortodossia di bilancio, predicata dopo la crisi del 2008, ma del salvataggio e del rilancio della macchina economica (Tonnelier, 2020). 

In ogni caso i vari Paesi dovrebbero da una parte imparare, per quanto possibile, a convivere con un debito molto più elevato, dall’altra presenteranno comunque profili più vulnerabili rispetto a future crisi, mentre la situazione potrebbe portare plausibilmente con il tempo a progressivi tagli del rating. Non si può escludere che i titoli pubblici italiani possano arrivare a ricevere lo status di “spazzatura”. Anche le imprese si troveranno probabilmente davanti ad un muro di debiti. Già prima della pandemia la situazione appariva abbastanza tesa; tra l’altro, dopo la crisi del 2008, le stesse imprese, approfittando dei tassi di interesse a buon mercato e del denaro abbondante messo a disposizione dalle banche centrali, erano corse ad indebitarsi. Così, in un Paese come la Francia, il rapporto debito/Pil nel mondo delle imprese era pari al 130,6% nel 2004, mentre già nel 2018 si era arrivati al 195,5%, mentre negli Stati Uniti si era passati nello stesso periodo dal 112,4% al 133,9% (Albert, Madeleine, 2020). 

Sempre in Francia, nel periodo marzo-aprile 2020, sono stati emessi 61 miliardi di euro di nuovi prestiti bancari, quattro volte quanto nello stesso periodo dell’anno precedente e complessivamente nella zona euro il rapporto si è moltiplicato per sette. 

La compagnia Boeing ha emesso obbligazioni per 25 miliardi di dollari in un colpo solo, mentre vengono degradati a livello speculativo i rating di imprese come Renault, British Airways, Rolls-Royce, Ford, Delta Air Lines. Si fanno avanti cupe previsioni sui fallimenti di imprese, in Europa come negli Stati Uniti, nei prossimi mesi. 

E se si cancellassero i crediti della BCE?

Le due vie principali per ridurre il rapporto debito/ Pil di un Paese sono costituite dalla crescita dell’economia e/o da adeguati livelli di inflazione. Una via meno ortodossa è poi quella estrema di tipo argentino, ovvero del default e della successiva ristrutturazione del debito.

Ci sembra che nessuna delle soluzioni descritte si possa però applicare al caso del nostro continente.

In un paese come l’Italia negli scorsi anni sono state avanzate diverse proposte “tecniche”, in certi casi anche molto fantasiose, volte a superare il problema dell’eccessivo indebitamento, ma il punto è che non esistono soluzioni “tecniche” alla questione; l’unica risposta non può che essere di natura politica. 

Resta così almeno un’altra via. 

La BCE e l’UE stanno facendo molto per tenere a galla l’economia dei Paesi deboli, da una parte con il piano di acquisti di titoli e il mantenimento di bassi tassi di interesse, dall’altra con il possibile varo del Recovery fund e altri fondi annessi. 

Ma per i Paesi maggiormente in difficoltà tali interventi, pur importantissimi, potrebbero non bastare a far decollare l’economia. Ecco allora che si suggeriscono ulteriori possibili interventi. 

Partiamo dal fatto che fino a fine maggio 2020 la BCE aveva acquistato, a partire dal 2015, circa 2.320 miliardi di euro di debiti pubblici dei Paesi europei. Entro la fine del 2020 l’Eurotower di Francoforte potrebbe aver acquisito 400-500 miliardi dei nostri titoli pubblici (ignoriamo la possibile cifra esatta), un importo davvero considerevole.

La proposta potrebbe dunque essere quella che l’istituto diretto da Christine Lagarde, succeduta a Mario Draghi, annulli completamente tale credito. In questo modo i Paesi debitori, in particolare quelli del Sud, potrebbero di nuovo indebitarsi, almeno entro certi limiti, tutti da fissare, per investire in nuove attività socialmente ed ecologicamente utili (Bridonneau, 2020). 

Bisogna considerare che se la banca centrale annullasse un suo credito, non danneggerebbe nessuno, perché il suo passivo non è rivendicabile da alcuna entità. Del resto, già nel 2013 la Banca dei regolamenti internazionali aveva pubblicato un rapporto nel quale sottolineava che la banca centrale può benissimo avere mezzi propri negativi (Coppey-Subeyran ed altri, 2020). 

Certo, una decisione di questo tipo sarebbe molto complicata da approvare, dal momento che lo statuto della BCE proibisce espressamente la mutualizzazione dei debiti. Quindi i soliti Paesi del Nord potrebbero trovare un facile pretesto per bloccarla. Ci potrebbe poi essere una reazione negativa da parte della Corte costituzionale tedesca. 

Ecco allora una proposta ulteriore, sostenuta da due economisti – Paul De Grauwe e Andrè Griebine -, che sembra rispondere alle obiezioni di tipo tecnico. Non si tratterebbe, secondo i due proponenti, di annullare formalmente i debiti, ma di trasformarli in una rendita perpetua che la BCE deterrebbe nei confronti degli Stati a tassi di interesse nulli. Si salverebbero così anche le apparenze (Duval, 2020).

Conclusioni

La proposta, che sta avendo una certa diffusione in Europa, in particolare in questo momento in Francia, sembra sostanzialmente ragionevole e potrebbe apparentemente suscitare obiezioni solo sul piano ideologico, non su quello tecnico. Ma immaginiamo che, come con il Recovery fund, ci si scontrerebbe con le obiezioni dei Paesi del Nord. Ciò nondimeno converrebbe tentare. Del resto il problema del debito pubblico di alcuni Paesi appare altrimenti sostanzialmente irrisolvibile. Per altro verso, se la proposta venisse accettata, rappresenterebbe una insperata boccata d’ossigeno per un Paese in affanno come il nostro.

Testi citati nell’articolo
-Albert E., Madeleine B., Les entreprises face à un mur de dettes historique, Le Monde, 12 giugno 2020
-Armstrong R., Covid relief drives debt close to second war levels, www.ft.com, 14 giugno 2020 
-Bridonneau B. ed altri, Pour une annulation des créances détenues par la Banque centrale européenne, Le Monde, 14-15 giugno 2020
-Coppey-Soubeyran J. ed altri, On commence par quoi ?, Par ici la sortie !, numero 1, giugno 2020
-Duval G., Annuler les dettes, in « 8 solutions au banc d’essai », Alternatives Economiques, n. 402, giugno 2020 
-Minenna M., Record assoluto del debito, Il Sole 24 Ore, 14 giugno 2020
-Tonnelier A., Comment vivre avec la dette, Le Monde, 24 giugno 2020

Accettare il Mes è una scelta ideologica di chi odia gli italiani e li vede solo come sudditi e non persone

Il Mes? Prima serve un piano di spesa. Tria sballotta Gualtieri

6 luglio 2020


Tria non dice che il Mes serve. L’ex ministro dell’Economia dice – cosa più importante – che serve un piano di interventi nel settore sanitario. A prescindere dalle sue modalità di finanziamento.

Sappiamo che il titolista ha un compito difficile: rendere in poche parole il senso di un articolo ed invitare il lettore alla lettura. Ma è un lavoro che, per sua natura, ha il grande rischio di fuorviare il lettore, offrendo una sintesi o un messaggio non fedele rispetto all’articolo sottostante.

Quando, sul Sole 24 Ore di sabato, abbiamo letto il titolo “Perché il Mes serve e non è una trappola” a firma del professor Giovanni Tria, già ministro dell’Economia del governo Conte 1, ci siamo quindi preparati alla lettura di una probabile ode al Mes ed alle sue virtù. Attribuendo a Tria simpatie verso quell’istituzione, già manifestate durante la trattativa sulla riforma del Mes condotte con scarsa trasparenza e rispetto delle prerogative di indirizzo del Parlamento. Tanto da arrivare ad essere una delle cause scatenanti del dissolvimento di quella maggioranza parlamentare.

Invece dobbiamo ricrederci ed ammettere che l’iniziale pregiudizio, con cui ci eravamo accostati alla lettura del pezzo, era stato provocato dal titolo fuorviante: Tria non dice che il Mes serve. Egli dice, cosa immensamente più importante, che serve un piano di interventi nel settore sanitario. A prescindere dalle sue modalità di finanziamento. Una affermazione ampiamente condivisibile che contribuisce finalmente a spostare il fuoco del dibattito dallo stucchevole e improponibile confronto di condizioni disomogenee (avete mai visto il Sassicaia costare meno del Tavernello?), alla definizione di un piano di intervento organico e dettagliato.

Già l’inizio è una ventata di sacrosanta (e banale) verità: il Mes serve “per aiutare quei Paesi che non fossero in grado di finanziare autonomamente una spesa straordinaria per combattere la pandemia”. E già qui la discussione potrebbe terminare. L’Italia è forse un Paese che ha quel problema? No. Fine dell’articolo.

Tuttavia Tria prosegue sostenendo che il Mes non sia una trappola, perché non ne vede il movente. Essendo nell’interessi di tutti, data l’elevata interdipendenza delle economie, che la ripresa sia rapida e consistente. Secondo Tria serve un “un piano di rafforzamento delle proprie strutture sanitarie, della propria capacità di risposta a una possibile ripresa del contagio, di superamento delle fragilità e impreparazioni che si sono manifestate, non solo in Italia, e soprattutto di messa in sicurezza, dal punto di vista della prevenzione sanitaria, di scuole, tribunali, strutture pubbliche in genere, e dei luoghi dove si producono, e si consumano, beni e servizi”.

Piano che in pochi non condividerebbero. Ma Tria trascura di precisare che:
Avendo l’Italia accesso ai mercati per finanziare il suo meritevole piano, la scelta del Mes ha un altro movente. Ed è quello sottolineato dal Senatore Mario Monti qualche giorno fa: sottoporre l’Italia ad un controllo politico più stringente di quello attuato col Piano di Stabilità e col Semestre Europeo e potersi così vendere questo oneroso vincolo sul tavolo della trattativa europea sul Recovery Fund.
L’elenco delle spese ammissibili del Mes è quanto di più generico ci possa essere. Siamo sicuri che le spese del piano di Tria rientrino tutte in quell’elenco definito dalla Commissione?

Tria in effetti non si propone di convincere tutti che il Mes non sia una trappola – qualche dubbio forse ce l’ha pure lui sulla “non applicazione” degli articoli del Trattato Mes e del Regolamento 472/2013, previsto da una letterina di due pagine di Gentiloni e Dombrovskis – quanto si accontenterebbe “però di convincere tutti che la spesa che questa linea di credito si propone di finanziare debba essere in ogni caso effettuata, Mes o non Mes, e che debba essere effettuata subito per i motivi sopra richiamati”.

Quindi il punto principale su cui Tria insiste non è il Mes, quanto la necessità di predisporre un piano “Mes o non Mes”.

Tria smonta pure la decisività dell’argomento del (tutto da dimostrare) minor costo del prestito Mes rispetto al finanziamento ordinario con titoli del debito pubblico. Egli ritiene che si debba fare presto nell’assumere una decisione di accesso al quel prestito, perché in alternativa “si dovrebbe subito decidere il finanziamento alternativo, con un ampliamento adeguato del disavanzo di bilancio da finanziare con debito emesso sul mercato”.

Quindi il tema del costo vs in secondo piano, poiché “il maggior onere da affrontare con un finanziamento a debito alternativo, pur non trascurabile, non è tanto importante quanto lo è prendere una immediata decisione”.

E, ove mai non fosse chiaro, egli ribadisce che “rimandare la decisione significa ritardare la spesa con danni dal punto di vista dell’economia italiana, e di conseguenza anche per il bilancio pubblico, molto superiori”.

Questo rinvio “può solo danneggiare l’Italia nei rapporti complessivi con i Paesi partner europei dal momento che si trasmette una sensazione di non chiarezza, di incapacità operativa e di instabilità politica, mentre si deve trasmettere la certezza che l’azione di rafforzamento del contrasto alla pandemia, del cui finanziamento si discute, partirà in ogni caso”. Quindi il messaggio forte da trasmettere alla Ue non è quello di prendere il prestito del Mes, ma quello di avere un piano per il rafforzamento della capacità di risposta sanitaria del nostro Paese. Ancora una volta, Mes o non Mes.

Ciò che Tria chiede è di non tenere bloccato un piano essenziale per il futuro del nostro Paese, condizionandolo alla scelta della sua fonte di finanziamento.

Si vari prima di tutto il piano, senza rimandare. Considerando anche l’importanza di questo piano per lo stimolo recato al settore privato da una non trascurabile domanda di beni e servizi proveniente dal settore pubblico. La scelta di finanziamento è secondaria. D’altronde avete mai visto qualcuno andare a chiedere un mutuo in banca senza avere un business plan o almeno un’idea precisa della destinazione di quel prestito?

Allora, si sgombri subito il campo dagli equivoci. Il Mes, come Tria stesso ammette in premessa, è un finanziamento per Paesi che non hanno risorse alternative. Si dica subito che non è per l’Italia e si ponga fine al dibattito. Si vari un piano e lo si finanzi sui mercati. Come compete alla seconda potenza manifatturiera dell’Unione Europea.

Accettare il Mes è una scelta ideologica che non ha niente di razionale, ci sono alternative più che valide

Io, prof europeista, vi dico: attenti al Mes. Ecco perché

6 luglio 2020


L’economista Gustavo Piga simula spese ed effetti del ricorso o meno al Mes e dice: la vera catastrofe è il Fiscal Compact, l’Italia metta il veto

Ci sono dei numeri che non si possono negare. Ricorrere al Mes effettivamente porterebbe a risparmi di circa 500 milioni l’anno rispetto al caso in cui dovessimo prendere quelle somme a prestito noi direttamente sui mercati. Ma forse i risparmi sarebbero maggiori: non si può escludere che se l’Italia decidesse di cercarsi tanti miliardi da sola sui mercati lo spread salirebbe ulteriormente. Supponiamo dunque di arrivare ad 1 miliardo di euro, ovvero lo 0,06% del nostro Pil: circa 16 euro annui a testa di tasse in più o di servizi sociali in meno a causa della rinuncia al Mes. Poco, ma non nulla.

Se la storia finisse qui sarebbe stupido rinunciare al Mes. Io però non ho ancora trovato una dichiarazione esplicita che mi convinca del fatto che l’accettazione del Mes non avrebbe anche una ulteriore conseguenza, oltre a quella di abbassarci il costo di prendere a prestito: ovvero quella che saremo obbligati a… prendere a prestito di meno di quanto non potremmo fare direttamente noi da soli. Ovvero: se accettiamo il Mes ci dobbiamo obbligare (la c.d. condizionalità) a rientrare nel percorso di sorveglianza del rientro del deficit pubblico sul Pil verso il bilancio in pareggio. Di fatto vuol dire che l’attuale discrezionalità acquisita su quanto spendere a sostegno del Paese, ottenuta a valle della sospensione legata a Covid del Fiscal Compact, sarebbe interrotta e l’Europa tornerebbe a dire all’Italia cosa fare quanto a riduzione di spese ed aumenti di tasse. E questo proprio in un periodo in cui l’Italia avrebbe bisogno di ben altro. Immaginando anche a essere ottimisti che invece di chiederci di rientrare nel 2022 al, per esempio, 5% di deficit da noi desiderato, l’Europa ci chiedesse di scendere al 4%, sarebbero 17 miliardi di euro di tasse in più o di tagli alla spesa in più (investimenti pubblici e stipendi con tutta probabilità).

Paragonate questi 17 miliardi di costi in più del Mes col miliardo in più di vantaggi del Mes: non c’è storia, è bene non accettarlo quel Mes. Lo dico da europeista convinto e sostenitore dell’euro: chiedere all’Italia nel 2022, ancora tramortita, di fare politiche restrittive vorrebbe dire dare in mano il Paese all’opposizione sovranista, una follia.

Diversa sarebbe la questione col nuovo Recovery Fund che non solo nascerebbe da un nuovo negoziato (e quindi si potrebbe immaginare che i fondi a prestito possano essere ottenuti senza condizionalità ulteriori come invece ha senza scampo il Mes) ma dove ci sono anche trasferimenti a fondo perduto: quando ne arriveremo a discuterne seriamente, nella primavera del 2021 se tutto va bene data la lentezza delle istituzioni europee, sarà bene riparlarne.

La questione vera tuttavia non finisce col No al Mes. Perché a breve, lo si è capito dalle recenti parole di Dombrovskis, si tratterà di decidere se rientrare, con o senza prestito Mes ottenuto, nel Fiscal Compact da cui ci siamo staccati durante Covid. Stiamo parlando di quel Fiscal Compact che non fa parte dei Trattati europei perché non ha mai trovato il consenso del Parlamento europeo a valle dei suoi fallimentari primi 5 anni di vita, quel Fiscal Compact che lo stesso European Fiscal Board – creatura europea – ha dichiarato fallimentare, quel Fiscal Compact che ha rischiato di far fallire il progetto europeo facendo crescere i sovranismi e l’avversione all’Europa, obbligando quei Paesi che avevano bisogno di sostegno a invece autoridurselo.

L’Italia ha ora potere di veto nel dire No alla ripartenza del Fiscal Compact e sì alla creazione di regole fiscali che aiutino i Paesi quando sono nell’inverno più gelido e li spronino ad aggiustare i conti quando c’è il sole, in tempi di crescita sostenuta. È un’occasione unica, ed è l’unica occasione che avremo per dire veramente la nostra, e con ciò salvare l’Europa.

il protocollo terapeutico per contrastare il coronavirus era sbagliato: è stato quello – e non il virus – a provocare migliaia di decessi

Cure ignorate, ecco la strage Covid: denunciato il governo

Maurizio Blondet 6 Luglio 2020 


«Le cure c’erano, ma sono state ignorate». In sostanza: è stata l’ostinata
negligenza del governo Conte a trasformare in una strage (35.000 morti) la
comparsa del coronavirus? Insieme al virologo Giulio Tarro e al magistrato
Angelo Giorgianni, il medico ricercatore Pasquale Bacco presenterà una
denuncia presso la procura della Repubblica di
<https://www.libreidee.org/tag/roma/> Roma e un ricorso alla Corte Europea
provvedimenti presi dal governo durante l’apice della pandemia in Italia. I
tre esperti, annuncia il “
a-intensiva-1874356.html> Giornale“, lo faranno attraverso la loro
associazione “L’Eretico”, di cui fanno parte circa 2.000 medici e giuristi.
Nell’esposto, come si legge in una nota stampa, si mettono in evidenza una
serie di aspetti della malagestione dell’emergenza Covid-19 in Italia, in
particolare sotto il profilo medico-scientifico, epidemiologico e giuridico.
«Approcci diagnostici sbagliati, cure inappropriate, misure di contenimento
del contagio e di <https://www.libreidee.org/tag/sicurezza/> sicurezza
scriteriate, in vigore ancora oggi». Per gli esperti dell’Eretico, «sono
stati calpestati i <https://www.libreidee.org/tag/diritti/> diritti dei
Costituzione italiana e in sede internazionale», scrivono Tarro, Bacco e
Giorganni nella nota. «Noi abbiamo ucciso le persone, anche se in buona
fede, perché si era dinanzi ad una situazione nuova, ma in terapia intensiva
è stata applicata una cura sbagliata». Accusano i sanitari: «Si diceva di
non utilizzare gli antinfiammatori, che ora invece sono alla base della nuova
terapia».

Oggi si sa che il protocollo terapeutico per contrastare il coronavirus era
sbagliato: è stato quello – e non il virus – a provocare migliaia di
decessi. Il ministero della salute si è difeso sostenendo che poiché il
virus era nuovo, non sapevano come affrontare
iato-il-governo/il-ministro-speranza-2/> Il ministro Speranzal’epidemia? «In
realtà, nella gestione della <https://www.libreidee.org/tag/crisi/> crisi
sanitaria sono state violate le più elementari regole che in casi del genere
sarebbe stato obbligatorio seguire», scrive il newsmagazine “
cia-contro-il-ministero.html?m=1> Formazione Concorsi Magistratura“. «Non
veniva utilizzata l’eparina ed è stata effettuata la ventilazione profonda».
Accusa Bacco: «Io ho visto le basi dei polmoni di pazienti Covid, durante le
autopsie, ed erano completamente ustionate perché l’ossigeno puro mandato ad
una certa pressione ha creato una vera e propria ustione. Poi si creavano le
tromboembolie, perché l’ossigeno non circolava in quanto i polmoni erano
occlusi». I medici, aggiunge Bacco, hanno seguito le linee-guida del governo
utilizzando un protocollo completamente sbagliato: «È stato come curare un
diabetico con lo zucchero». Non è finita. Sotto accusa, nell’esposto, c’è
anche l’uso delle mascherine, «per il quale lo stesso ministero della salute
prevede possibili controindicazioni».

Attenzione anche alla ventilata somministrazione del vaccino: può avvenire
solo a patto che sia volontaria e trasparente. Il comitato legale
dell’associazione “L’Eretico” ha già predisposto il modulo che i cittadini
potranno utilizzare per chiedere al proprio datore di
<https://www.libreidee.org/tag/lavoro/> lavoro (o al dirigente scolastico,
in caso di scuole) «di assumersi la responsabilità civile e penale per gli
eventuali danni alla salute derivanti dall’uso del dispositivo». Un modulo
analogo è stato preparato per l’assunzione di
iato-il-governo/pasquale-bacco-2/> Pasquale Bacco responsabilità del medico o
del pediatra: si chiede di rispettare la “libera scelta” nei confronti del
paziente (e nei confronti del medico, da parte dell’Asl) «laddove sia
disposta la somministrazione di un vaccino obbligatorio». Precisa sempre
Bacco: «Il consenso informato del paziente è richiesto per legge: eventuali
controindicazioni derivanti dalla cura devono essere indicate dal medico,
perché il paziente possa decidere se accettare o meno la cura e i suoi
possibili danni». I moduli sono stati pubblicati sul sito dell’associazione,
ed è già possibile scaricarli gratuitamente.

«La cosa più brutta – conclude il medico legale – è che nessuno ha chiesto
scusa. Ora è un dato: sono state applicate le terapie sbagliate, e nessuno
ha detto “abbiamo sbagliato”». Così, dopo una prima istanza in autotutela
inviata già a maggio al governo, all’Istituto Superiore di Sanità e ai
presidenti delle Regioni, l’associazione “L’Eretico” presenterà nelle
prossime ore questa richiesta di valutazione penale. L’accusa: sono state
mantenute misure palesemente errate, «nonostante i presupposti su cui erano
fondate non abbiano trovato concorde la comunità scientifica». Misure che
poi sono state «smentite da studi e ricerche di carattere internazionale,
nonché dalla stessa realtà dei fatti», riassume il blog
economico-finanziario “
a-corte-ue-per-processare-le-istituzioni/> Il Denaro“. «In particolare,
rispetto all’operato del Comitato tecnico-scientifico del governo,
l’associazione rileva che non ha approfondito le indicazioni e le evidenze
scientifiche alternative suggerite da alcuni esperti». Alla magistratura si
chiederà dunque di verificare «se sussistano condizioni di conflitto di
interesse tali da influenzare le decisioni assunte».

Articoli collegati

·
ale-contro-il-covid/> Tarro: una fesseria il vaccino antinfluenzale contro
il Covid

·
ovid-e-curabile/> Zangrillo: nessuna seconda ondata, ora il Covid è curabile

·
lpito-la-lombardia/> Bugiardi, spiegateci perché il Covid ha colpito la
Lombardia

·
arro-e-de-donno/> Il bluff Covid smascherato da Zangrillo, Tarro e De Donno

·
nte-solo-bugie/> Tarro: il virus è morto, siamo immuni. Da Conte solo bugie

ato-il-governo/

Niente fiducia a gente che a tavolino ha già deciso che in autunno ci sarà una seconda ondata di covid-19

Ippolito striglia i colleghi: «Le divisioni portano confusione: sempre meno mascherine in giro. Ma il virus non è morto»

6 LUGLIO 2020 - 08:04


Il direttore dello Spallanzani di Roma punta il dito sui frequenti dibattiti tra gli esperti che portano la gente ad avere sempre meno fiducia nella scienza. E mentre scoppiano nuovi focolai, le mascherine in giro per l’Italia sembrano essere cadute in disuso

Quel che preoccupa di più il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma, Giuseppe Ippolito, non sono tanto i focolai di Coronavirus che stanno rinascendo in Italia, quanto il calo diffuso dell’attenzione al rispetto delle regole per il contenimento dei contagi. I focolai secondo Ippolito, intervistato dal Corriere, «fanno parte della circolazione di tutti i virus. Succede per il raffreddore, per la rosolia e tutte le malattie infettive». Indicano che «il virus non è morto», dice l’infettivologo che si pone nel mezzo tra chi, come Alberto Zangrillo, parla della morte clinica del virus, e chi invece, come Andrea Crisanti, prevede una nuova ondata in autunno.

Ed è proprio sulle continue contrapposizioni tra gli esperti che Ippolito indica un fattore che può aver spinto gli italiani a far «cadere in disuso le mascherine». Il timore è che «la gente abbia perso fiducia nella scienza», un fenomeno al quale ha contribuito il costante battibeccare degli scienziati che ha fatto passare una comunicazione pubblica confusionaria, come aveva anche ribadito l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco: «Finché la comunicazione era univoca, “il virus c’è e fa male, punto” – dice Ippolito – i cittadini hanno seguito le raccomandazioni. Poi sono cominciate le divisioni e la confusione può aver creato una rilassamento nei comportamenti, che invece sono fondamentali per tenere a bada il virus».

La preoccupazione di Ippolito non trascende nell’allarmismo, che su una possibile seconda ondata di contagi in autunno non azzarda previsioni: «Non rispondo né sì né no. Il virus non è morto, è contagioso come prima e può riprendersi». Con i numeri dei casi gravi abbattuto sotto la soglia di allarme, l’attenzione ora deve concentrarsi sul contenimento dei focolai interni, ma anche sui rischi esterni, perché si eviti di importare il virus da Paesi dove «il sistema di tracciamento non è affidabile come il nostro»

Leggi anche:

e poi c'è la Sovrapproduzione...

Crisi del capitalismo, l'effetto del Covid che ancora non avevi considerato


di Franco Ferlini - Contropiano

Siamo di fronte ad una crisi catastrofica del capitalismo finanziario che attualmente viene oscurata con la pandemia del covid. Senza voler dire che il covid-19, o quale altro numero abbia, non esista e che non sia in alcuni casi pernicioso, in realtà la grancassa del sistema comunicativo ha fatto sì che questa pandemia abbia coperto come un fumogeno la situazione di crisi generale verso cui si muove il sistema capitalistico basato sulla finanziarizzazione del profitto.

La finanziarizzazine del profitto, ovvero la ricerca del profitto speculativo tramite operazioni finanziarie, non è altro che il tentativo del capitale di sottrarsi allo scontro dI classe nei luoghi della produzione materiale.

Questo è quello che è avvenuto nel lontano 1973, ed è ben rappresentato dal grido di Gianni Agnelli, il più importante industriale italiano e personaggio di grande rilevo internazionale: “Profitto zero!”, cui segui lo spostamento del suo interesse alle speculazioni di Borsa.

Ma cosa stava all’origine del grande sommovimento sociale che sconvolse così radicalmente i rapporti tra capitale e lavoro in tutti i paesi capitalistici, dagli Stati Uniti all’Italia?

Fu lo stesso grande sviluppo della capacità produttiva che riversava quantità di merci crescenti e che portava alla società dei consumi di massa. Tutti dovevano e dunque potevano consumare.

Le lotte salariali erano nello stesso tempo rivendicazione di poter partecipare alla distribuzione di questa enorme massa di beni e affermazione del diritto ad una riduzione del carico di lavoro reso possibile dalla accresciuta produttività.

Il fatto che queste lotte fossero di massa e in tutti i paesi capitalistici indicava la necessità di un salto epocale, che riguardava l’insieme della società, dai diritti delle donne e delle minoranze al superamento dei regimi coercitivi. manicomiali, carcerari scolastici e persino familiari. I consumi corrodevano la vecchia società.

Invece di affrontare i temi posti dal suo stesso sviluppo il capitalismo cercò di portare indietro l’orologio della Storia, con una guerra di classe non solo contro il salario, ma contro le stesse condizioni di vita delle popolazioni, fino alla creazione di grandi sacche di povertà e di disoccupazione..

L’attacco al salario si manifestò sin dall’inizio con iniziative di scomposizione delle concentrazioni operaie. Deregulation,smembramento e frantumazione delle grandi fabbriche, subfornitura, sviluppo informatico, attacco ai sindacati e alla spesa pubblica di integrazione salariale, aggiornamento del sistema fiscale, inasprimento penale, critica al consumismo ed “austerità”, politica dei sacrifici.

Ma non era sufficiente, per l’annichilimento del potere operaio nelle fabbriche: era necessario chiuderle o ridimensionarle spostando la manifattura all’estero.

Ed è quello che fecero inizialmente negli USA, poi nell’Unione Europea (delocalizzzione).

Già nel 1971, chiusa la guerra nel Vietnam, Nixon aveva riaperto le relazioni con la Cina e nel 1972 vi si era recato in visita di Stato. Iniziarono così le trattative per portare la manifattura Usa in Cina.

Nel gennaio 1979 vennero riallacciate ufficialmente le relazioni diplomatiche e nel 1980 Den Xiao Ping inaugurò la prima Zona Economica Speciale a Shenzen. Sempre nel 1979 negli Stati Uniti venne smantellato il controllo dei cambi per favorire la libertà di movimento dei capitali.

Lo spostamento della produzione in Cina produsse negli Usa disoccupazione e miseria in vaste zone, soprattutto nel Nord Est, che posero le autorità americane nella necessità di sostenere i consumi anche in mancanza o insufficienza di reddito.

Le banche furono spinte a concedere crediti con più larghezza e senza troppo curarsi della solvibilità del debitore, pressate e assistite dal governo federale e dai fondi di garanzia da esso predisposti.

La lotta contro il potere operaio implicava inoltre la rottura della coesione sociale che le lotte avevano prodotto e a questo fine venne impiegato ogni mezzo, lecito, illegale e persino terroristico.

Il principale obiettivo era la demarcazione dei redditi, favorendo da un lato l’arricchimento dei ceti medi e l’immiserimnto, dall’altro, dei lavoratori sempre più working poor. La politica della disuguaglianza e della produzione di poveri.

Avviata da Alan Greenspan, la stampa illimitata di dollari che finivano soprattutto in Borsa, alzando in continuazione il valore dei titoli, produceva profitti valutari che arrivavano alla vasta massa di ceti medi. Con questi dollari, cui non corrispondeva una produzione di merci, si sostenevano i consumi con importazioni crescenti

Peraltro, ai bilanci familiari delle classi medie affluivano dollari anche con la crescita di valore delle abitazioni, che poteva essere monetizzato con una ulteriore ipoteca.

L’edilizia era uno dei pochi settori produttivi non esportabili in Cina e al suo sostegno intervenne il governo federale con proprie garanzie, che consentivano alle banche di concedere mutui (subprime) anche a chi non poteva dimostrare di essere in grado di pagarne le rate.

In questo contesto la possibilità di prestito era praticamente incondizionata e le banche commerciali, liberate dai vincoli che dal 1933 aveva impedito loro il ricco mercato degli affari, si gettarono animosamente nel vortice della speculazione.

In Borsa il leverage consentì l’acquisto di titoli con capitali presi a prestito, facendo salire i valori da cui tutti cercarono di trarre il massimo profitto. L’euforia era tale che imperversavano i “titoli spazzatura” con cui degli abili speculatori si impadronivano delle aziende produttive facendone spezzatino e licenziandone i lavoratori.

La finanziarizzazione del capitalismo, ovvero il tentativo di produrre profitti dalla speculazione finanziaria, pose al centro degli affari la speculazione, e l’abbondanza di dollari della Fed portò alla nascita di grandi ricchezze personali. Non c’era limite all’arricchimento nel mondo di Wall Street e dintorni.

Lo scatenamento delle forze “belluine” del capitale non ha prodotto “sviluppo”, ma solo una enorme accumulazione del debito finanziario; mentre la Cina, divenuta la fabbrica del mondo, da paese sottosviluppato, in quarantanni, è oggi una potenza economica mondiale che insidia il primato statunitense.

Il tentativo di nascondere le cause delle crisi di vario genere ed entità generate dal finanzcapitalismo ha spinto gli economisti a trovare spiegazioni negli errori, nella avidità, nell’assenza o nei difetti dei regolamenti e nella corruzione dei regolatori.

Elisabetta II, nel 2008, chiese come mai gli economisti non avevano previsto la crisi. La risposta stava nel non detto, e non dicibile, della guerra di classe e nel sogno di sostituire il capitalismo fondato sulla legge del valore con un capitalismo finanziario fondato sul valore dei titoli.

Il capitalismo, con la guerra al salario, faceva però guerra a se stesso e non poteva che perderla. Adesso negli Stati Uniti si tenta di riportare indietro le manifatture esportate dal 1980 in Asia; ha tentato Obama, con scarso successo, e ha tentato Trump con i dazi e i trattati bilaterali. Ma con altrettanto scarso successo perché il divario salariale, seppur decrescente, non lo consente.

Come scriveva Marx, il nemico del capitalismo è il capitalismo stesso.