L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 27 gennaio 2020

Albanesi 'ndrangheta alleati ma gerarchicamente

Freddato dalle 'ndrine nella guerra per la droga

Firma calabrese sull'esecuzione dell'albanese Gentian Kasa: cinque colpi di 7,65, uno in testa 

Stefano Vladovich - Lun, 27/01/2020 - 06:00

Roma Cinque colpi di pistola, uno alla testa. Ucciso sotto la sua abitazione Gentian Kasa, 45 anni e un passato molto recente legato alle ndrine della capitale.


Un albanese che doveva scontare più condanne per traffico di droga, furto e ricettazione, in regime di semilibertà. Sabato, come ogni sera, Gentian saluta la moglie, al Nuovo Salario, Roma Nord. Poi esce allo scoperto. Via Gabrio Casati è una strada stretta, parallela di via Monte Cervialto, l'asse che porta nel cuore del Tufello, il quartiere secondo solo a Tor Bella Monaca e a San Basilio come roccaforte dello spaccio.

Il killer lo aspetta, si avvicina e quando è a poco più di un metro esplode quattro colpi calibro 7,65 in rapida successione al torace. L'ultimo, il quinto proiettile, alla testa per essere sicuro di averlo ammazzato. A dare l'allarme la moglie. «Mi telefona sempre quando arriva in carcere a Rebibbia. Ieri no». Insospettita la donna scende in strada e trova il marito riverso a terra.

Sono passate le 23, arrivano i soccorsi ma non c'è nulla da fare. La polizia non ha dubbi: è l'ennesimo regolamento di conti nella capitale. Un altro rompicapo destinato a restare insoluto, come decine di altri omicidi di mala avvenuti a Roma negli ultimi anni. Poche certezze ma ben salde. Gentian Kasa, coinvolto nel 2011 e nel 2014 in due grandi operazioni della Dda, è stato ucciso da un sicario su ordine dei calabresi. La 7,65, una semiautomatica di piccolo calibro, è la firma. Utilizzata per uccidere traditori, spioni o semplicemente appartenenti a una ndrina rivale, la 7,65 è un'arma precisa che può colpire il bersaglio anche in mezzo a centinaia di persone senza ferire innocenti. Come all'uscita di una messa o all'interno di un bar. L'omicidio del 45enne albanese, secondo gli investigatori, viene eseguito con precisione chirurgica. L'uomo farebbe parte di un gruppo di criminali del Paese delle Aquile, ben consolidato a Roma, prima semplici corrieri degli ndranghetisti impiantati nelle borgate romane, ora in guerra per la spartizione della piazza. Il più grande mercato di spaccio del centro Italia gestito dai «calabro-albanesi». Una sola cosa secondo il procuratore Nicola Gratteri: «La mafia emergente è quella albanese, feroce e alleata della ndrangheta». Sarà un caso ma Fabio Gaudenzi, il camerata amico di Fabrizio Piscitelli, Diabolik, nel video di settembre chiede di parlare di mafia proprio con Gratteri.

L'omicidio Kasa ricorda in maniera impressionante quello di Gasper Rechi, 43 anni, ucciso al Casilino in un agguato nel 2017. L'uomo, precedenti per droga, viene raggiunto da quattro colpi, tre al torace e uno alla nuca. Nel suo appartamento ha 200mila euro in contanti. L'esecuzione di Kasa sarebbe strettamente collegata alla maxi operazione dei carabinieri sul clan dei fratelli Alfredo e Francesco Ciccio Marando, della ndrina di Platì attiva a San Basilio. Ventuno arrestati, nessuno albanese. Ancora senza nome gli assassini di Andrea Gioacchini, 34 anni, sorvegliato speciale appena uscito di galera, freddato davanti un asilo alla Magliana un anno fa e quello dello stesso Piscitelli, il narcotrafficante capo ultrà in affari con le ndrine giustiziato al Parco degli Acquedotti.

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