L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 gennaio 2020

Aumenta il Caos aumenta la Paura, la strategia degli Stati Uniti si dispiega come una vela e prende il largo, il mondo perde i vandali depredano le ricchezze della terra, l'erba muore muoiono gli alberi i mari si riempiono di veleni


STAMPADettagli Pubblicato: 03 Gennaio 2020


di Giulietto Chiesa

"Damned if you do it , damned if you don't". Traduzione: "Se lo fai sei fregato, ma sei fregato anche se non lo fai". Chi è il "fregato"? Donald Trump. Sulla graticola c'è lui. E non per sua scelta. La prova è che pochi giorni fa ha scritto: "Questa guerra non la vuole l'America e non la vuole l'Iran". Invece c'è chi la vuole. A tutti i costi. L'uccisione del generale iraniano Suleimanì, all'aeroporto di Baghdad (un atto terroristico compiuto dagli Stati Uniti sul territorio di un paese sovrano, cosa che tutti gli osservatori si dimenticano di notare) è una colossale provocazione il cui obiettivo è fare precipitare la situazione e innescare la guerra tra Stati Uniti e Iran.
Chi vuole questo esito? Lo vuole Israele, nella persona di Benjamin Netanyhau. Lo vuole il Deep State americano, cioè Pentagono, CIA, FBI, NSA. Lo vuole il Partito Democratico (Obama, Clinton, Biden, Soros, con tutto il codazzo dei maggiori media americani). Non bisogna farsi illusioni, il momento è gravissimo. Come è chiara la successione degli eventi che l'hanno preceduto negli ultimi giorni dell'anno che si è appena concluso. A cominciare da un attacco contro una base USA in territorio siriano che - è stato detto - avrebbe provocato la morte di un "contractor" USA. Cosa ci stesse a fare il mercenario americano laggiù non è chiaro. Chiara è invece la risposta militare americana, che bombarda le milizie iraniane in Irak e in Siria, provocando decine di morti. C'è la protesta di massa a Baghdad. Migliaia di dimostranti assediano e attaccano furibondi l'ambasciata americana. Sfondano le prime difese ma vengono fermati. Però il Pentagono e tutti i media strillano che si ripeterà la tragedia di Bengazi, in Libia, quando l'ambasciatore USA fu ucciso dalla folla (dalla folla?). Ma non c'è il morto americano a Baghdad. Per ora. Fin qui a Baghdad. Ma a Mar-a-lago, negli Stati Uniti, dove il presidente americano sta riposando, arrivano all'improvviso (è il 29 dicembre) il Segretario di Stato Mike Pompeo, il Segretario alla Difesa, Mark Esper e il Capo degli Stati Maggiori Riuniti del Pentagono, Mike Miley. Vanno a "informare" Donald Trump (che, si noti, è il comandante in capo di tutte le forze statunitensi). E fanno un conferenza stampa per, appunto, "informare il Presidente sulle attività che si sono svolte in Medio Oriente nelle ultime 72 ore". Che è come dire che Trump non ne era al corrente. Ma Donald Trump non solo non è presente alla conferenza stampa. Addirittura prende il volo per andarsene a West Palm Beach, al suo campo da golf privato. Senza neanche scrivere un tweet, lui che ne fa cinque al giorno per molto meno. Cioè resta in silenzio. Inoltre: Che ci faceva Pompeo a Mar-a-lago? Lui non è un capo militare. Il tutto aveva l'aria di un pronunciamiento (meglio dirlo alla sud-americana): "o agisci o sei un inetto!".
Cioè: l'impeachment non funzionerà? La crisi economica sarà rimandata a dopo le elezioni? Allora occorre costringere il Presidente in carica a fare un gesto inconsulto, mettendolo con le spalle al muro. Cioè guerra contro l'Iran. Il Cremlino guarda con grande preoccupazione e affida a una figura di secondo piano, Andrej Bystritsky, presidente del Club Valdai, il compito di far capire che a Mosca vedono "un rischio, e un rischio molto serio" che Donald Trump sia messo in una situazione "senza via d'uscita". Tutto questo avveniva prima dell'assassinio di Suleimani. Trump twitta una bandiera americana, senza dire altro. E il Pentagono dichiara che la decisione di uccidere è stata presa da Donald Trump. Dall'Iran giungono dichiarazioni furibonde di vendetta per il "martirio" di Suleimani. Salvini ringrazia il Presidente Trump per avere ucciso il terrorista numero uno. Dimostrando così che il livello di stupidità assoluta è stato superato con un balzo record.
L'Italia non ha dirigenti capaci di dire l'unica cosa sensata: noi non vogliamo una guerra contro l'Iran e non parteciperemo a questa guerra, se ci sarà.


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