L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 13 gennaio 2020

Il Mare Nostrum è diventato turco-russo e il Progetto Criminale dell'Euro dell'Unione europea non contempla la politica estera. Si deve respingere l'egemonia statunitense come quella cinese ma non è nelle corde della classe dirigente attuale italiana


L'analisi
Intervista a Giulio Sapelli: “L’Italia non ha più una politica estera da dieci anni. E’ l’Ue è sempre più vicina alla Cina”
Intervista di Giuseppe Pica
Italia 12 Gennaio 2020



Il Professor Giulio Sapelli è da molti anni un esperto di politica internazionale e le sue analisi risultano essere sempre particolarmente interessanti. Lo abbiamo intervistato per chiedergli cosa pensa dell’attuale situazione in Iran e in Libia, con un occhio rivolto anche all’Unione Europea che, secondo lui, “sta diventando sempre più filo cinese ed antiamericana”.

Professore, negli ultimi giorni abbiamo assistito ad una escalation militare abbastanza inedita tra Stati Uniti e Iran. Pensa che sia solo l’inizio di un vero conflitto o quanto accaduto non avrà ripercussioni?

E’ difficile oggi stabilire cosa accadrà, anche perché il regime iraniano in questo momento è davvero spaccato in due: da un lato abbiamo coloro che fanno parte di una sorta di “Internazionale Sciita” nata nel 1979 (con l’insediamento degli ayatollah al potere), la quale ha tratto un grande profitto politico dalla permanenza al potere in Siria di Assad ed esercita un’influenza molto forte su tutta l’area del Medio Oriente; dall’altra abbiamo quelli che potremmo definire “moderati” che annoverano tra le loro fila il Presidente Rohani e tutti i grandi esportatori di materie prime, come il petrolio. Questi ultimi non hanno interesse affinché la tensione con gli USA aumenti, in quanto si rendono perfettamente conto di come le sanzioni che affliggono da parecchi anni l’Iran stiano mettendo a repentaglio l’economia del paese e, oltretutto, stanno vedendo profondamente minati i loro interessi economici basati appunto sulle esportazioni. Il Generale Soleimani faceva parte certamente della prima fazione che, come ha scritto Ignacio Alvarez – Ossorio (uno dei più grandi esperti europei di politica islamica) è uscita rafforzata da questa azione militare americana e dunque, dovesse prevalere nello scontro tutto interno alle gerarchie iraniane, cercherà senz’altro di alzare ulteriormente la tensione.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno intrapreso una strada che ritengo essere abbastanza condivisibile, vale a dire cercare di isolare questo asse sciita di cui l’Iran è il vertice indiscusso. Attraverso un rafforzamento delle relazioni diplomatiche con Israele ed Arabia Saudita, infatti, si sta concretizzando un sistema di “contenimento” del regime iraniano – come fu fatto ai tempi della Guerra Fredda con l’URSS – che, a mio avviso, è l’unico modello possibile per mettere davvero in difficoltà Teheran. La mediazione intrapresa negli ultimi anni da Obama e dall’Unione Europea non mi sembra abbia portato particolari frutti e dobbiamo ricordare che alle spalle dell’Iran c’è ad oggi la vera potenza da cui dobbiamo guardarci le spalle, vale a dire la Cina. È in quest’ottica che va vista la proposta fatta da Donald Trump di allargare la NATO ad alcuni Paesi mediorientali, anche se prima un discorso simile andrebbe rivolto alla Russia la quale, pur non facendo parte dell’UE, è una potenza europea a tutti gli effetti e rafforzerebbe l’alleanza in chiave anticinese.

Un altro terreno di scontro è quello libico. Negli ultimi giorni si è fatta sempre più preponderante l’accordo tra Putin ed Erdogan e il nostro governo sembra ormai fuori da qualsiasi gioco. È così?

Certamente un accordo tra Russia e Turchia c’è già e la presentazione del gasdotto Turkish Stream avvenuta qualche giorno fa alla presenza di Putin e Erdogan sta lì a testimoniarlo. Il problema per i nostri governi non nasce da oggi in tema di politica internazionale, ma da circa dieci anni fa. Abbiamo sbagliato ad assecondare l’ONU nel momento in cui ci era stato proposto di sostenere Al Serraj (ennesimo di una lunga serie di errori commessi delle Nazioni Unite) e troppe volte si è affermato che fosse l’Eni a determinare i nostri rapporti all’estero, soprattutto nel Medio Oriente e nel Mediterraneo: invece finalmente si è capito come la presenza dell’Eni in queste aree serva soltanto ad aprire canali diplomatici con quelle potenze che vi agiscono, nulla di più. Altra scelta sciagurata è stata quella di non condividere le recenti scoperte di giacimenti di gas fatte proprio dall’Eni – come quello di Zohr, in Egitto – con potenze come la Turchia a cui invece abbiamo consentito di monopolizzare il tratto di mare che va dai Dardanelli alla Libia in nome di un fantomatico corridoio marittimo d’influenza turca che, in realtà, non è mai esistito (anche se non credo che questo metterà in discussione la proprietà dei nostri giacimenti, che resteranno in mani italiane). A questo totale suicidio geopolitico aggiungerei il fatto che anche il Vaticano non sembra più avere una grande influenza sui suoi uomini di fiducia, se consideriamo che il Premier Conte – il quale sta sbagliando ogni mossa possibile – è una figura molto vicina alle alte sfere della Santa Sede.

Altra grande assente da questi tavoli pare essere l’Unione Europea. Davvero è condannata ad una quasi totale irrilevanza in materia di politica estera?

Questa totale debolezza viene fuori da una serie di problematiche irrisolte se consideriamo che l’UE agisce come un impero ma, a differenza di quello che fu l’Impero Austro Ungarico, non ha certamente un’aristocrazia a sostenerlo, bensì un groviglio di burocrazia nel quale emerge spesso la volontà della Germania e di alcuni Stati nordeuropei. Inoltre, non possiede né un esercito e né una Costituzione, fattori che rendono praticamente impossibile un regolare sviluppo di qualsivoglia linea di politica estera. Ma il dato più importante – che mi sembra stia emergendo in tutta la sua gravità – è che l’Unione Europea stia diventando sempre di più filo cinese e, allo stesso tempo, anti americana: su questa lunghezza d’onda non troviamo solamente Germania e Francia (a cui tutti gli altri Stati membri, volente o nolente, debbono accodarsi) ma anche l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione, lo spagnolo Josep Borrell il quale, da sempre, ha strizzato l’occhio ad una certa politica vicina all’Iran ed in contrapposizione agli Stati Uniti. Ritengo perciò che ci troviamo di fronte ad una situazione molto pericolosa per le diplomazie europee e l’attuale stato di crisi in Medio Oriente e Nord Africa potrebbe rappresentare solo l’inizio.

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