L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 27 gennaio 2020

Il pagliaccio nostrano tifa per gli ebrei palestinesi la feccia dell'umanità

Giornata della memoria: ora per le destre il musulmano è più nemico dell’ebreo

Dalla Lega a Orban, passando per Alternative fur Deutschland: se c’è una cosa che accomuna le destre radicale è il loro essere dichiaratamente filo-israeliane. Una posizione figlia dell’alleanza tra Donald Trump e Bibi Netanyahu. Ma anche della necessità di additare il musulmano come capro espiatorio di tutti i mali dell’Occidente. Esattamente come accadde con gli ebrei un secolo fa.

ATTUALITÀ 27 GENNAIO 2020 14:42di Redazione
(articolo a cura di Stela Xhunga)


C’era una volta la destra filo-palestinese perché antisemita: tutta storia passata. Contrordine, camerati, ora il nemico è l’Islam. A turno gli esponenti delle destre europee ed internazionali si mettono in fila per un restyling filo-israeliano.

“Israele è il nostro futuro”: a pronunciarlo già nel 2017 era stato nientemeno che Marcus Pretzel, europarlamentare e Segretario di Alternative für Deutschland nella Renania Settentrionale-Vestfalia. Björn Höcke, Segretario dell’AfD in Turingia nonché uno dei volti più importanti del partito, durante un comizio in una birreria di Dresda, Höcke ha invece detto “che i tedeschi sono il solo popolo ad aver piazzato un monumento alla vergogna nel centro della capitale”. Il riferimento era al memoriale per le vittime dell’Olocausto che si trova a Cora-Berliner-Straße, Berlino. Höcke aveva poi aggiunto che “la Germania dovrebbe invertire a 180 gradi la politica della memoria” e iniziare a ricordare, piuttosto, le vittime tedesche della Seconda Guerra mondiale. Non è chiaro come sia successo, ma oggi israelizzazione e antisemitismo coesistono senza fare a pugni tra gli esponenti delle destre. Un po’ meno tra i loro elettori, ma è questione di tempo, e di un mix sovranista/securitario/conservatore/etnocratico che trova nell’avversione all’Islam la sua pietra angolare.

Non deve stupire l’intervista rilasciata il 19 gennaio da Matteo Salvini al giornale filo-governativo israeliano Israel Ha-Yom, dove ha detto che se diventerà premier riconoscerà Gerusalemme capitale di Israele. La “israelizzazione” delle destre è in atto da anni, solo che non ce ne siamo accorti. Non c’è un esponente di destra, da Marine Le Pen alla nipote Marion Marechal, nuovo volto dell’area più intransigente del Front National, da Donald Trump a Victor Orbán, grande amico di Benjamin Netanyahu. In occasione della visita del premier ungherese a Gerusalemme nel 2018, sempre Israel ha-Yom, aveva pubblicato un articolo in cui si sottolineava la benevolenza del Governo magiaro che «provvede al restauro di sinagoghe e di cimiteri ebraici» e ha più volte sostenuto le politiche di Israele. A dettare l’agenda, neanche a dirlo, gli Stati Uniti.

Dopo l’amministrazione di Barack Obama, l’America ha chiuso seccamente il capitolo Medio Oriente, archiviato la questione palestinese in virtù, rafforzato l’asse con Israele. Matteo Salvini ci prova. Flirta con loro. Sicuro di essere il prossimo premier d’Italia, il segretario della Lega si prepara il terreno nella geopolitica, allineandosi in primis agli Stati Uniti, dove la destra è destinata a durare, impeachment o meno. Se c’è da puntare alle prossime elezioni americane, i nostri due centesimi vanno a Donald Trump. Putin ha già puntato. E così Salvini, che addirittura ha rilasciato una dichiarazione che per mesi, anni, i giornalisti nostrani hanno tentato di estorcergli: con Forza Nuova, Casa Pound lui non ha niente a che fare. Ha preso le distanze, infine. Pronto a sostituire Silvio Berlusconi in funzione filoatlantica, nascondendo il liberismo economico con un po’ di maquillage sovranista e qualche ipotesi di dazio sparlo qua e là per darsi tono proibizionista, Salvini si smarca da tutte le ambiguità dei neofascisti italiani, sfruttando l’ostilità all’Islam intorno a cui ha costruito le sue fortune fin dagli albori.

La minaccia rispetto all’Occidente è l’Islam, la sostituzione etnica, l’identità minacciata dai trend demografici in calo tra “noi” e in crescita tra “loro”, tutti elementi che accomunano le destre del mondo. «Ora la massiccia presenza di immigrati provenienti da paesi musulmani – ha detto a proposito del risorgere dell’antisemitismo in Europa – contribuisce alla diffusione dell’antisemitismo anche in Italia». Ha poi aggiunto: «C’è un antisemitismo dell’estrema destra e dell’estrema sinistra, pensiamo a Jeremy Corbyn o ad attivisti della sinistra in Germania che non vogliono essere come i nazisti eppure si trovano a boicottare prodotti israeliani». Ormai è passata mediaticamente l’idea che Israele ed ebraismo siano sinonimi, poco importa se criticare il Governo di Israele non significa essere antisemita. Chiunque critichi il Governo di Israele passa per antisemita. Anzi, oggi è antisemita chi critica il Governo di Israele, non chi, per esempio, nega i fondi alle scuole per il progetto Promemoria Auschwitz-Treno della Memoria perché attività «di parte», come ha fatto il Comune di Predappio. Strano mondo, questo.


Nessun commento:

Posta un commento