L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 2 gennaio 2020

La corsa veloce delle armi per stabilire sul terreno il punto di non ritorno che diventa punto di partenza per qualsiasi opzione diplomatica che prima o dopo avverrà

GLI OTTOMANI SI RIPRENDERANNO LA LIBIA?


(di Giuseppe De Giorgi)
01/01/20 

Erdogan freme per intervenire in Libia, al punto da non aver atteso il via libera del suo Parlamento all’invio di truppe, previsto il 2 gennaio, di fatto già infiltrate clandestinamente da giorni.

Il ritorno della Turchia in Libia dopo la sua cacciata del 1912, proprio per mano italiana, è un’occasione imperdibile almeno sotto due aspetti, il primo economico, ottenere un accesso privilegiato ai giacimenti di idrocarburi nelle acque prospicienti la Libia e agli investimenti correlati alla ricostruzione post guerra civile (circa 13 Mld di US$ di lavori appaltati ad aziende Turche, sospesi dopo la caduta di Gheddafi), il secondo, di ordine strategico, ripristinare la presenza turca in Libia e in Mediterraneo Centrale dopo un secolo di assenza, anche a costo di stravolgere radicalmente gli equilibri militari e politici sia nei confronti dell’Italia sia della Grecia.

Estromettere l’Italia dalla Libia avrebbe anche una forte risonanza nell’opinione pubblica turca: la regolazione di un vecchio conto, rimasto in sospeso dalla guerra Italo/Turca del 1912, quando gli Ottomani persero la Libia proprio per mano italiana. Sino a pochi mesi fa sarebbe apparsa un’ipotesi realizzabile unicamente in un futuro distopico. Adesso il sogno di Erdogan potrebbe realizzarsi davvero.

Mai come ora l’Italia appare sola e debole, non attrezzata a proteggere i propri interessi nazionali, senza lo scudo americano e in assenza di un contesto multilaterale in cui trovare rifugio e direzione politica.

Mai come ora la Turchia rappresenta un avversario temibile, non solo per la sua capacità militare, ma soprattutto per la sua propensione ad utilizzare la forza anche contro Nazioni facenti parte della Nato (vds Grecia e più di recente contro l’Italia nelle acque di Cipro).

Accade quindi che, come già in passato, l’Italia ceda alla tentazione di cercare la salvezza nei suoi avversari. Anche in questa contingenza saltare sul carro del vincitore sembra l’unica via d’uscita, con la speranza di condizioni meno dure rispetto a quelle ottenibili rimanendo al fianco di al-Sarraj sino alla fine.


Il problema è che da un lato la fine di al-Sarraj potrebbe non essere imminente come appariva qualche giorno fa, prima dell’annuncio dell’intervento diretto della Turchia e dall’altro che il campo che sostiene Haftar è già molto affollato per lasciare spazio alla tutela di interessi italiani che peraltro confliggono proprio con quelli di uno degli sponsor principali dalla prima ora di Haftar, ovvero la Francia.

Con l’ingresso in Libia dei Turchi al fianco di al-Sarraj, l’anticipato cambio di schieramento dell’Italia peserebbe poco nell’equilibrio delle forze in campo e di conseguenza non costituirebbe una merce di scambio di particolare interesse per Haftar, mentre tale linea d’azione qualora confermata, danneggerebbe sensibilmente la nostra credibilità internazionale e la tutela dei nostri interessi in Tripolitania nel caso in cui Tripoli resista all’assedio di Haftar. Molto dipenderà dai tempi della crisi e dagli sviluppi sul terreno dei prossimi giorni.

È interesse della coalizione di Haftar spodestare al-Sarraj al più presto, prima che la presenza turca diventi significativa e prima che interventi internazionali ONU/EU possano attivare tregue sul terreno che potrebbero di fatto favorire Erdogan che continuerebbe a infiltrare irregolari reduci dal conflitto Siriano.

Erdogan ha invece interesse a prolungare la situazione di conflitto intorno a Tripoli per legittimare il dispiegamento di un dispositivo militare sufficientemente potente che lo metta in condizioni di negoziare la sua permanenza in Tripolitania, eventualmente in cambio del controllo della Russia/Egitto della Cirenaica, con la possibilità di aprire una base navale a Derna per i Russi e stabilire una zona di cuscinetto nella Cirenaica orientale, desiderata dal premier egiziano al-Sisi.

Nel frattempo, sino a che al-Sarraj non cade cosa ne sarà degli interessi e delle vulnerabilità Italiane in Libia che hanno dettato la nostra scelta di campo al fianco di al-Sarraj, le concessioni dell’ENI sugli immensi giacimenti di irdocarburi libici (fra cui spiccano quelli nella Zone Economica Esclusiva libica), il gasdotto di Mellitah (a ovest di Tripoli) e il controllo del flusso migratorio?

Il quadro che si va delineando per l’Italia rischia di essere sfavorevole sia nel caso di resistenza di al-Sarraj, in quanto saremmo stati precipitosi nell’abbandonarlo al suo destino nel momento della massima difficoltà, spalancando così la strada ai Turchi, sia nel caso di vittoria di Haftar, in quanto tardivi nel saltare sul carro del vincitore.

Foto: presidency of the republic of Turkey / Elysee

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