L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 27 gennaio 2020

Libia - Qatar ed Emirati Arabi Uniti una lotta di potere

Che cosa combinano Emirati Arabi Uniti e Qatar in Libia. Il Punto di Gagliano

26 gennaio 2020


Mosse, fini e alleanze in Libia di Emirati Arabi Uniti e Qatar. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

Fra i Paesi che nel 2011 sostennero l’eliminazione di Gheddafi in Libia vi furono il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti che certamente furono, fra gli Stati arabi, i più determinati a distruggere il regime libico.

Anche allora, come oggi, sia l’Unione europea che l’Onu dimostrarono sia le loro debolezze sia i loro contrasti determinati da interessi divergenti. Gli Usa optarono per un progressivo e graduale disimpegno dal teatro medio orientale che ben difficilmente riacquisteranno visto che le priorità della amministrazione trumpiana sono la Cina e la Russia.

Ora, proprio approfittando di questa situazione di instabilità, il Qatar ha cercato di sfruttare questa propizia occasione per una politica di maggiore peso e significato a livello geopolitico in Libia. Proprio per questa ragione la presenza militare del Qatar nel 2011 a fianco della Nato fu certamente rilevante non solo attraverso il potere aereo ma anche attraverso l’addestramento dei ribelli libici sia sul territorio libico sia a Doha, senza dimenticare il ruolo rilevante che le proprie forze speciali ebbero nell’assalto finale contro Gheddafi.

Caduto il regime di Gheddafi, il Qatar riconobbe come legittima istituzione politica il consiglio nazionale di transizione e contribuì in modo determinante, non solo a livello economico, a rifornire i ribelli delle necessarie risorse energetiche.

Un altro strumento di influenza e insieme di penetrazione in Libia furono certamente i fratelli Alī e Ismā‘īl al-Šalabī perseguitati dal regime di Gheddafi. In particolare al-Šalabī è certamente uno dei più importanti uomini di religione legato alla fratellanza musulmana.

Un altro uomo chiave per il Qatar è stato certamente Abd al-Ḥakīm Bilḥāğ, considerato sia dalla Cia che dal Dipartimento di Stato americano un pericoloso terrorista in quanto leader del Libyan Islamic Fighting Group. Il suo ruolo politico è stato molto importante sia perché ha coordinato il consiglio militare di Tripoli sia perché è stato uno dei principali responsabili del partito al-Waṯan raggruppamento politico di estremo peso all’interno del congresso nazionale generale.

Ebbene se il Qatar, nonostante il peso e l’influenza che ha cercato di esercitare in Libia, non è riuscito ancora oggi a conseguire questo traguardo ciò dipende anche, ma non solo naturalmente, dal fatto di avere aperto il vaso di Pandora cioè di avere dato via libera alle milizie islamiche che hanno di fatto destabilizzato la Libia e in particolare la Cirenaica. L’Alba Libica che altro non è che una galassia eterogenea di matrice salafita .

Un altro elemento di destabilizzazione imprevedibile è stato il ruolo di Haftar, risoluto avversario delle milizie islamiste la cui sconfitta gli consentì nel 2014 di porre in essere il governo provvisorio di Tobruk.

E qual è il ruolo nella crisi libica rivestito dagli Emirati Arabi Uniti? La loro politica di potenza in Libia non dipende solo dalla possibilità di porre in essere enormi investimenti nel settore dell’edilizia, dell’energia, pensiamo ad esempio al Ġurayr Group, o delle infrastrutture, ma è stata attuata sia a livello militare sia attraverso il sostegno alle milizie di Zintan che attraverso il sostegno di due figure importanti e cioè il primo presidente del Cnt Maḥmūd Ğibrīl, responsabile dell’Alleanza delle forze nazional, e di al-Kayb.

Tuttavia quando le milizie islamiste, per esempio quello di Misurata e di Farg, destabilizzeranno la Libia gli emiratini sosterranno Haftar.

Ebbene proprio il radicamento imprevedibile delle milizie islamiste in Libia ha indotto gli Emirati Arabi Uniti a consolidare la loro alleanza politica e militare con l’Egitto e Arabia Saudita allo scopo di limitare sempre di più il ruolo e l’influenza della Fratellanza musulmana nel mondo arabo.

In conclusione, proprio alla luce dei rapporti conflittuali di natura geopolitica tra il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, dovrebbe quantomeno risultare più chiaro che comprendere la complessa dinamica conflittuale in Libia significa anche capire che la partita in Libia si potrà concludere solo quando i conflitti regionali tra Paesi arabi arriveranno ad un compromesso politico. Sempre ammesso naturalmente che ciò sia possibile.

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