L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 gennaio 2020

Rimane solo la strategia del Caos e della Paura un vuoto pauroso di pensiero MA l'Iran è un boccone troppo enorme per questi imbecilli

Usa-Iran, ma Trump ha un piano? Le 4 domande chiave dopo l’uccisione di Soleimani

Qual è l’obiettivo di Trump? E qualcuno, nell’amministrazione Usa, ha davvero un piano? La crisi tra Usa e Iran vista dal miglior giornale del Medioriente

di Gianluca Mercuri
4 gennaio 2020 (modifica il 4 gennaio 2020 | 08:21)


L’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani da parte degli americani è un fatto sconvolgente che — visto dal miglior giornale del Medioriente, Haaretz, e dal suo miglior analista, Anshel Pfeffer — pone «due questioni critiche sull’Iran e due sugli Usa». Vediamole.

1) L’Iran abbandonerà la sua prudenza?
Dalla tremenda guerra degli anni ‘80 con l’Iraq, che gli costò oltre un milione di morti, l’essenza della strategia del regime — totalmente incarnata da Soleimani — è stata evitare un altro conflitto in campo aperto. «Ora sia la sua assenza nelle discussioni tra i leader sia la rabbia generata dalla sua morte possono scalfire questa cautela». La gamma di obiettivi possibili per la rappresaglia è ampia. In ogni caso, l’Iran deve calibrare l’escalation, se non vuole che il conflitto tocchi il suo territorio. E il suo stratega principe non c’è più.

2) Come influirà la morte di Soleimani sull’assetto di potere interno?
Il suo ruolo era di importanza gigantesca: comandava le Guardie della Rivoluzione da 22 anni ed era dato perfino tra i possibili successori di Khamenei come Guida Suprema. C’era lui dietro tutte le scelte decisive, dalla destabilizzazione dell’Iraq dopo l’invasione Usa al salvataggio di Assad in Siria. E Khamenei ha continuato a sostenerlo anche dopo i colpi a vuoto: l’impossibilità di creare basi stabili in Siria per via degli attacchi israeliani e le manifestazioni popolari che (come la fazione legata al presidente Rouhani) chiedevano di investire nelle riforme anziché nelle guerre. Senza Soleimani, «l’Iran potrebbe per una volta calcolare male la sua risposta e andare a una guerra totale. Ma se le conseguenze sono contenute, c’è anche la speranza che cominci a limitare le sue ambizioni regionali».

3) Qual è l’obiettivo di Trump?
Difficile decifrare la strategia del presidente, che è passato dalla denuncia del trattato sul nucleare iraniano alla richiesta (respinta) di un incontro con Rouhani, dall’annuncio del ritiro dalla Siria a un cambio di 180 gradi con il dispiegamento di combat troops, gli attacchi alle milizie filo iraniane e l’uccisione di Soleimani. Il generale poteva essere eliminato anche in passato, ma l’America aveva perfino collaborato con lui in funzione anti Isis e anti Al Qaeda. È possibile che il presidente abbia colto in modo estemporaneo la possibilità di colpire un obiettivo di cui, anche nella distrazione con cui segue i briefing, ha capito la grandezza. Forse gli serve per la campagna elettorale. Forse si prepara alla guerra.

4) Qualcuno nell’amministrazione ha un piano?
Fino a quattro mesi fa Trump era circondato da falchi nel National Security Council, poi ha licenziato John Bolton. Ora attorno a lui «c’è a malapena uno scheletro di staff professionale e soprattutto un gruppo di adulatori». Ha ancora le migliori forze armate e la migliore intelligence del pianeta, «ma nessuno capace di pensiero strategico». Potrebbe quindi infilarsi in una guerra feroce senza un piano. L’America è mille volte più potente «ma l’Iran, dal 1979, si è dimostrato in grado di sfruttare ogni esitazione, ogni errore e ogni vuoto temporaneo da parte delle amministrazioni Usa». Per questo siamo nel regno dell’imprevedibile. «Un presidente vanaglorioso e una leadership iraniana che ha perso il suo esponente più saggio — entrambi in lotta per sopravvivere — si affrontano sull’orlo del precipizio».

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