L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 13 gennaio 2020

Sovranità Territoriale, via gli Stati Uniti dall'Italia - Distruzioni di civiltà, popoli, paesi. Kossovo, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria

Italia invertebrata di Marcello Veneziani –

Maurizio Blondet 13 Gennaio 2020 

Quattro grandi potenze giocano la loro partita a due passi da casa nostra ma né l’Europa né l’Italia sono in grado di esercitare il benché minimo ruolo, di qualunque tipo. Stati Uniti, Russia, Iran e Turchia, e sullo sfondo la Cina, si contendono i loro spazi in Africa e in Medio Oriente, polveriera del mondo, e arrivano a lambire il nostro mare, ma l’Italia non esiste, non gode neanche di una copertura europea, conta quanto il due di coppe a briscola anche laddove dovrebbe avere un ruolo importante, come la Libia.

La repubblica italiana è sempre stata a sovranità limitata, sotto la protezione americana, rispetto a cui siamo stati servili e inaffidabili al tempo stesso. Totalmente sdraiati ma capaci di trattare sottobanco con gli arabi o i sovietici. L’unico personaggio che perseguì gli interessi nazionali italiani senza appiattirsi sugli Usa e le sue multinazionali fu Enrico Mattei, non un politico ma un manager di stato che probabilmente pagò caro il suo ruolo. E l’unico episodio governativo di dignità nazionale che si ricorda in 75anni fu a Sigonella, quando l’Italia di Craxi seppe dire di no all’America di Reagan, e pure lui ne pagò probabilmente lo scotto.

Abbiamo scontato per troppi decenni la nostra sconfitta militare, e quando pareva che potessimo finalmente emanciparci grazie alla caduta del bipolarismo Usa-Urss e all’ombrello europeo, siamo ricaduti in una posizione marginale perfino più subalterna che in passato. Prima dovevamo ubbidire agli americani e non scontentare i sovietici, ora la scala delle nostre servitù si è allargata alla Germania, alla Francia e a tutte le potenze internazionali citate, nonché ai paesi limitrofi perché non ci mandino caterve di migranti.

Il colpo di grazia finale è stato avere uno sprovveduto e inattendibile ministro degli esteri di proverbiale ignoranza, accompagnato da un premier spuntato dal nulla, indicato dal ministro medesimo, mai legittimato dalle urne o da un ruolo autorevole precedentemente coperto. Non abbiamo una linea di politica estera, non sappiamo che dire su nessun argomento, tra pareri approssimativi e orecchiati in materia internazionale; ci troviamo così muti, balbettanti, incapaci di assumere una posizione se non quella di chi ripete: però non passate alle mani, non sparate, fate la pace, non fatevi male o perlomeno non fateci del male, noi non c’entriamo, prendetevi la Libia, il Medio Oriente, vedetevela voi col nucleare, noi non ce l’abbiamo con nessuno, stiamo zitti e buoni per i fatti nostri.

Davanti a questo quadro, purtroppo, non ci pare un rimedio né un’accorta scelta strategica e tantomeno uno scatto di dignità l’appiattimento di Salvini e di alcuni settori del centro-destra sulle posizioni americane-israeliane e anti-iraniane. Parlo a titolo personale, ma reputo sciagurata l’uccisione di Soleimani e pericolosamente falsa la tesi di chi attribuisce all’Iran un ruolo nel terrorismo internazionale. Sappiamo che il terrorismo che si è accanito contro l’occidente ha matrice sunnita e non sciita, le complicità internazionali sono negli stati arabi, non in Iran che anzi ha combattuto l’Isis, e altre formazioni terroristiche in Siria e in Libano. Certo, c’è un odio ideologico e militante dell’Iran nei confronti degli Usa e di Israele, totalmente ricambiato; le milizie che combattono dalla parte dell’Iran non sono da meno quanto a fanatismo e ferocia, gli ayatollah come i pasdaran.

Ma gli Usa, considerando l’Iran uno Stato canaglia e nemico principale – così come ritiene Israele – lo sta spingendo a radicalizzare la propria posizione e a rompere ogni possibile patto anche in tema di disarmo nucleare.

Ho reputato preferibile Trump ai democratici alla Hillary Clinton e all’Establishment radical e liberal; e considero vergognoso il tentativo di impeachment da quando si è insediato alla Casa Bianca solo perché è un outsider politically uncorrect. Ritengo che Trump abbia ridato slancio e vitalità all’economia americana e al sentimento nazionale. Ma in politica estera ha preso pericolose cantonate, cavalca posizioni tranchant per assecondare la pancia degli americani ed è disposto a una guerra rovinosa se serve a garantirsi la rielezione.

Non si tratta però, come tanti lo presentano, di un forsennato populista perché in queste posizioni Trump ricalca la sciagurata politica mediorientale dei suoi predecessori inglesi e americani che tanti lutti e rovine ha generato, tanto fanatismo islamista ha scatenato.

Si rivedono come in un film a rovescio la sciagurata guerra del Golfo, l’invasione dell’Iraq e la sanzioni, i bombardamenti che distrussero grandi testimonianze di civiltà; e poi il processo a Saddam per un presunto e mai trovato arsenale nucleare; e via via quel che è successo dall’11 settembre del 2001 in poi.

A cui si è aggiunta la sciagurata responsabilità dei francesi, dei tedeschi e di altri partner europei per quel che riguarda la Libia, la primavera araba e il dissennato appoggio a ribelli e a tribù che produssero instabilità, terrorismo, profughi e clandestini. Fa male pensare che dobbiamo sperare nello zar Putin e in certi casi perfino nell’autocrate Erdogan per ristabilire l’equilibrio d’area, a che prezzo poi non sappiamo. La posizione di Salvini su questi temi ricalca su scala ridotta le posizioni e i moventi di Trump; più equilibrata mi è parsa la posizione della Meloni.

Ma da noi l’unico tema internazionale che desta interesse e interventi, dal Papa ai magistrati, è l’accoglienza dei migranti e la condanna per razzismo di chi vi si oppone… Stiamo seduti sull’orlo di una polveriera e continuiamo a ripetere: prego, accomodatevi, ingresso libero, pace pace.

Nessun commento:

Posta un commento