L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 27 gennaio 2020

Sovraproduzione - La ricchezza e la povertà delle statistiche un modo certo per nascondere la verità


Gli ultimi bagliori del neoliberismo ovvero “lo struzzismo economico” al tramonto (si spera)


di Antonio Carlo
24 gennaio 2020



ALBERTO MINGARDI, La verità vi prego sul neoliberismo, Marsilio, Venezia, 2019, pp. 398

ALBERTO ALESINA, CARLO FAVERO, FRANCESCO GIAVAZZI, Austerità quando funziona e quando no, Rizzoli, Milano, 2019, pp. 343






Entrambi i volumi qui analizzati sono l’espressione più chiara di quello che chiamo “lo struzzismo economico” o accademico, che consiste nel nascondere la testa davanti ad una realtà inguardabile. Tale fenomeno concerne non solo larga parte delle teorie economiche, ma anche la statistica: così fingiamo di credere che in USA i disoccupati siano solo 5-6 milioni, mentre i 24-40 milioni di scoraggiati che lavoro non lo cercano più perché sono disperati, non vengono considerati disoccupati ma inattivi o uomini persi, e cioè scomparsi dalle statistiche della forza lavoro; inoltre accettiamo tranquillamente che venga considerato occupato chi il lavora anche un’ora alla settimana, come l’operaio a tempo pieno dell’industria o il pubblico dipendente1. Inoltre dal 2010 parliamo di ripresa nei paesi avanzati (che detengono la gran parte della ricchezza mondiale) anche se assai spesso l’incremento del PIL non basta neanche a pagare il peso degli interessi sul debito pubblico , un debito pubblico nel quale non conteggiamo spessissimo il debito del settore della previdenza, dell’assistenza e della sanità2.

Quando i problemi che la realtà pone appaiono irresolubili il contegno del sistema consiste nel nascondere la testa sotto la sabbia.



Il primo dei volumi qui analizzato difende il neoliberismo che non è responsabile di tutti i mali del mondo; ovviamente il vero responsabile è il capitalismo nel suo complesso, nell’ambito del quale il neoliberismo è solo una pessima teoria economica i cui difensori hanno legittimato anche le dittature di Pinochet e di Videla.

Per capire ovviamente quali siano le cause di questi mali bisognerebbe avere una teoria sulle cause della crisi che stiamo vivendo (essendo la ripresa dopo il 2010 solo una finzione per quanto detto), e su questo punto il dottor Mingardi se la cava con una battuta di 14 parole – 14 che suona così (p. 194): “Le economie hanno un andamento ciclico perché il nostro entusiasmo ha un andamento ciclico”. In altre parole ad un certo punto i capitalisti diventano ipocondriaci e pessimisti e smettono di investire, perché questo accada non è dato sapere, è così perché è così, sono gli imponderabili misteri dell’animo umano; quando Jevons nel XIX attribuì le cause della crisi alla nefasta influenza delle macchie solari fu, forse, un po’ meno superficiale e inconsistente.

Su un solo punto, il Nostro, ha qualche ragione, quando cioè se la prende (p. 389) con l’intervento caotico dei governi, ma questo non significa che lo Stato è il problema e non la soluzione (come si sostiene nelle pagine 185 e ss.) ma significa solo che questi Stati sono alle prese con problemi strutturali insolubili, la mediocrità dei politici è molto più una conseguenza che una causa. Inoltre sulla efficacia del ruolo dello Stato M. si contraddice pesantemente poiché riconosce che nel secondo dopoguerra un governo, quello americano, ha affrontato con enormi risorse il problema della disoccupazione, utilizzando le entrate fiscali e sconfiggendo la disoccupazione stessa; anche altri paesi come Francia, Svezia, Germania imiteranno il modello americano ed i livelli di occupazione nel mondo occidentale ed in Giappone raggiunsero dimensioni da record. Sintomatico è quello che avvenne durante la pesante recessione americana del 1957-58: l’amministrazione USA guidata da un vecchio repubblicano portò l’imposta sul reddito al 91% (in precedenza era solo all’87%) e con queste risorse si crearono direttamente o indirettamente, attraverso l’intervento statale, 2,8 milioni di posti di lavoro su un totale di 4,3 milioni (periodo 1958-62)3; ciò contrasta in modo clamoroso col mantra che si ripete 24 ore al giorno secondo cui i posti di lavoro li creano le imprese e non lo Stato. La verità è che lo Stato oggi è oberato di debiti e non può creare lavoro come in passato, mancandogli le risorse, mentre le imprese creano sempre meno lavoro e sempre più un lavoro precario, parziario e sottopagato. Lo stesso M. si rende conto di quanto questa sua stessa ammissione sulla politica USA contrasti con le tesi che egli sostiene e cerca di sminuire la sua ammissione rilevando che lo sviluppo economico americano non fu poi tanto elevato, poiché le alte tasse su redditi di persone e i profitti societari scoraggiavano gli investimenti (pp. 79 e ss.), ma questo maldestro tentativo si scontra con la durezza dei numeri: nel 1946 il debito federale USA, ereditato dalla guerra, era pari al 121,2% del PIL in cifra assoluta 222,3 miliardi di dollari, nel 1972 il debito era pari al 33,13% di un PIL arrivato al 1382,7 miliardi di dollari, un exploit spettacolare ma non inspiegabile, poiché le tasse che colpivano profitti e redditi alti servivano a sostenere l’occupazione e i consumi e a produrre commesse per le stesse imprese. Certo c’era l’evasione fiscale assai rilevante4, ma nel 1955 le imposte sui profitti societari rappresentavano il 5,8% del PIL USA contro l’1,6% raggiunto al momento della recentissima riforma fiscale di Trump che mirava a ridurlo ulteriormente. In altre parole malgrado tutto il capitale pagava più tasse di quanto accada adesso e malgrado questo l’economia correva a ritmi oggi impensabili5.

Inoltre (p. 73 sgg.) M. riconosce che l’avvento delle teorie keynesiane ha fatto nascere una scienza, la macroeconomia, che prima non esisteva, una scienza che si è posto il problema della crisi e delle sue cause (nonché dei rimedi possibili), problematica che M. affronta nel bel modo che abbiamo visto, per molti economisti conservatori non solo Marx ma anche Keynes sono degli sconosciuti, il loro eldorado è il XIX secolo quando imperversavano i Say e i Jevons.

Ancor più criticabile è l’approccio del nostro al problema delle diseguaglianze create (o aggravate) dalla globalizzazione: si sostiene infatti che la globalizzazione stessa ha permesso a oltre 1,5 miliardi di persone di uscire dalla povertà estrema (pp. 138-40) epperò: “Ciò non significa che viviamo nel migliore dei mondi possibili né che gli standard di vita delle persone si siano innalzati uniformemente in tutto l’orbe terraqueo (p. 141)”, tuttavia ognuno ha guadagnato qualcosa e già adesso “esiste una classe media di 3 miliardi di persone (la metà in Asia) contro un solo miliardo del 1985”.

E qui M. passa sotto silenzio tutte le ricerche e gli ammonimenti di istituti come l’OCSE, l’FMI, la BRI, il McKinsey Institute, l’Oxfam, “Forbes”, etc., che segnalano una crescita enorme delle diseguaglianze. La Fondazione Hume, ha calcolato che dal 1960 al 1996 il coefficiente di Gini (universalmente accettato per misurare le diseguaglianze) è cresciuto di 3 punti, misura rilevante ma escludendo Cina ed India, con esse la crescita è di ben 8 punti rilevantissima o catastrofica6.

Il professor Deaton premio Nobel per l’economia nel 2015, ha rilevato che i criteri di povertà estrema sono collocati assai in basso sicché 175 milioni di indiani si videro promossi da un giorno all’altro, non perché fosse mutata la loro situazione, ma perché erano mutati (abbassati) i criteri di misurazione della povertà, ma un indiano che guadagna fino a 22 rupie al giorno (livello della povertà estrema) è in una situazione del tutto simile di chi di rupie ne guadagna 25 o 30, la differenza sta solo nel grado di malnutrizione, anche qui i tentativi di mascherare il fenomeno della povertà e di ridimensionarlo appaiono ridicoli ed inconsistenti .

Ancora: l’ONU ha segnalato che nel 2018 gli affamati sono cresciuti fino a 822 milioni ma gli assetati (marzo 2019) sono 2,1 miliardi, ora la povertà estrema riguarderebbe solo l’affamato e non l’assetato il che è semplicemente penoso; per inciso, sempre per l’ONU, nel 2050 gli assetati saranno 5 miliardi mentre entro il 2030 la metà della popolazione mondiale non avrà alcuna copertura sanitaria7.

Quanto alla classe media è impoverita ed inferocita nei paesi ricchi e ci sono una quantità enorme di rilevazioni statistiche che lo documentano. Quello che può concedersi è che nel 2005 chi guadagnava 1-2 dollari al giorno può arrivare oggi fino a 6 dollari, nel frattempo però l’inflazione nei paesi poveri ha divorato la faticosa crescita dei salari (questi livelli salariali sono tipici dei paesi poveri)8; per contro dall’altro lato della scala sociale chi è miliardario guadagna ogni giorno in media 1,3 milioni di dollari: ho fatto una semplice elaborazione su questo dato fornito dal rapporto Oxfam per il 20189 e sono arrivato alla conclusione che chi guadagna 6 dollari al giorno deve lavorare 600 anni per guadagnare quanto guadagna un miliardario in un giorno, mentre chi ne guadagna solo 3 dovrà lavorare 1200 anni. cavarsela dicendo che la crescita mondiale non è uniforme è tentare di nascondere l’elefante dietro al dito mignolo, ridicolo e penoso.

Ovviamente questo non è solo vergognoso moralmente ma anche disfunzionale economicamente10, poiché crea una forbice enorme tra le capacità di investimento sempre più consistenti e le capacità di consumo che si contraggono sempre più: nel 2002 i consumi delle famiglie rappresentavano il 63% del PIL mondiale, nel 2016 siamo scesi al 58% con un calo costante e consistente11.

Questo è particolarmente vero nel paese emergente per eccellenza, la Cina seconda potenza mondiale dal punto di vista economico12. Nel 2008 un giornalista compie una ricerca sui supermercati cinesi e scopre che in Cina c’è il più grande supermercato al mondo con 200 ettari di superficie, superiore alle dimensioni del Principato di Monaco dove ci sono 3 piccole città; visita questa mostruosa struttura e scopre stands chiusi, altri aperti ma già fatiscenti dove commessi annoiati attendono la visita di poche centinaia di clienti (la struttura era progettata per ospitare 70-80 mila persone al giorno); il motivo di questo flop è molto semplice una borghesia di massa di 400-500 milioni di persone attesa da tutti non si è vista13, in realtà in Cina c’è un 10% della popolazione che può consumare moltissimo e la grande massa degli abitanti che tira la cinghia, il risultato di questa enorme sperequazione è che di recente sono rimaste invendute in Cina 50 milioni di unità abitative per 6 miliardi di metri quadrati per mancanza di consumo pagante14. Inoltre sempre in Cina, dove esiste una grande industria automobilistica, il livello di motorizzazione rimane bassissimo e lontanissimo dai livelli occidentali ciò perché le macchine cinesi sono destinate al 10% ricco della popolazione o dell’esportazione, sicchè nel 2016 abbiamo solo 97 auto per 1000 abitanti contro i 250 della Romania (al 50° posto nel mondo) e il 900 dell’Europa15, la verità è che in Cina il sogno del consumatore medio non è né l’auto né la moto ma la cara vecchia bicicletta16.

Di gran lunga peggiore la situazione dei consumi pro-capite indiani che nel 2016 erano calcolabili in un 1/19 dei consumi medi pro-capite italiani17.

Un ultimo rilievo a pag. 143 si osserva che dal 1990 al 2016 la spesa sociale nei paesi OCSE è passata dal 16% al 20% del PIL il che significa che molto si è ecceduto nel criticare un’austerità più dichiarata che reale. Il Nostro, dimentica, però, che il peso di questa spesa, che si sostiene in crescita, è ricaduto sulle classi meno abbienti poiché la pressione fiscale nei paesi OCSE è nettamente calata sui redditi di capitale e su quelli individuali molto consistenti : l’aliquota più elevata è passata, dagli anni ’60 al 2005, dal 62% al 35% (il 91% americano del 1957 è un vago ricordo) per non parlare delle esenzioni che permettono a migliaia di Paperoni di non pagare le tasse o di pagarle in misura irrisoria18. A coronamento di tutto c’è l’evasione fiscale addebitabile ai grandi redditieri e che secondo la Banca mondiale ammonterebbe a 21-31 trilioni di dollari19. In altre parole i penultimi hanno pagato per sostenere gli ultimi, il che contiene due elementi negativi il primo è che sia gli ultimi che i penultimi consumano integralmente i loro scarsi redditi, per cui togliendo al quasi povero per dare al povero il volume dei consumi globali non cresce, e la scarsa dinamica dei consumi stessi fa ristagnare la produzione e spinge il capitale verso attività sempre più speculative che non creano ricchezza e occupano pochissima forza lavoro.

L’altro elemento negativo è dato dal fatto che la benevolenza fiscale verso i redditi alti riduce le entrate dello Stato, per cui esplodono deficit e debito ed il peso di questo debito ricade su chi le tasse le paga (lavoratori dipendenti e pensionati) mentre le classi alte eludono ed evadono. Non a caso i consumi delle famiglie come percentuale del PIL sono in calo dall’inizio del secolo e il fenomeno è più accentuato nei paesi ricchi20, mentre in quelli emergenti la crescita dei consumi riguarda una minoranza relativamente modesta della popolazione e non la grande massa della stessa, come si è visto.



Il secondo volume presenta con il primo vari punti di contatto tra cui mi preme segnalare uno per me fondamentale: la mancanza di un qualunque tentativo di spiegare le cause profonde della depressione in atto. Già poco tempo fa due dei tre autori (Alesina e Giavazzi) osservavano candidamente, sulle colonne de “Il Corriere della sera” che tentare di capire le cause della crisi era inutile e impossibile, occorreva perciò investire e cercare di essere competitivi; obiettai che essere competitivi significava, nel capitalismo, produrre di più con meno addetti il che creava gravissimi problemi occupazionali21. Il fatto che ai due studiosi prima citati se ne è aggiunto un terzo non ha cambiato il quadro, in quanto nel libro l’analisi delle cause della crisi è pressoché assente, tranne, come vedremo, un accenno all’eccessiva pressione fiscale che soffocherebbe l’economia e gli investimenti.

Potremmo chiudere qui la nostra analisi ma il piacere di sparare sulla Croce Rossa è troppo grande perché non continui. I nostri tre autori sostengono che esistono due tipi di austerità l’una cattiva e l’altra buona. La prima è l’austerità che alza le tasse e deprime l’economia l’altra è quella che taglia le tasse e rilancia l’economia (p. 82). In maniera implicita e contorta c’è qui una possibile spiegazione sulle cause della crisi: le tasse eccessive soffocano l’economia, si dimentica che le tasse si sono ridotte in maniera consistentissima dagli anni ’60 in poi e che malgrado questi sgravi fiscali elevatissimi l’economia ristagna mentre quando le tasse erano molto più elevate l’economia cresceva in misura oggi impensabile, si stava meglio quando si stava peggio. Un ulteriore obiezione è che gli investimenti nel 2016 erano a livello mondiale il 24% del PIL (“Economist”) e cifre simili le abbiamo negli anni precedenti, ma il problema non è la quantità degli investimenti (che è elevata e non è stata soffocata dalla oppressione fiscale denunciata dai nostri tre autori) ma è la qualità dell’investimento che vanno ad attività speculative che non creano ricchezza (ma che trasferiscono soldi da una tasca all’altra dei vari speculatori) e che per contro creano pochissimi posti di lavoro per giunta precari e sottopagati.

Gli esempi, poi, di austerità buona che vengono fatti risalgono agli anni ’90 e sono il Belgio e il Canada (pp. 34 e sgg. e 89 sgg.) ma è appena il caso di notare che negli anni ’90 del secolo passato la crisi era latente e non manifesta e devastante come dopo il 2008, per cui occorrerebbe dimostrare la praticabilità, nel contesto attuale, di una politica di austerità positiva ed i nostri tentano di farlo citando i casi di paesi come Spagna, Inghilterra o Irlanda (pp. 202 e sgg.). Si tratta di casi che ho analizzato qualche anno fa, evidenziando come il debito pubblico ed il rapporto debito/PIL in quei paesi è esploso in modo violento: l’Irlanda è arrivata al 76% del rapporto debito/PIL (partendo da livelli modestissimi) ma in realtà, lo rileva la Banca d’Irlanda, il debito che grava sulla popolazione irlandese è pari al 106% del loro PIL22.

Quanto alla Spagna è arrivata al 100% o quasi del rapporto debito/PIL con una disoccupazione elevatissima23 e anche per l’UK l’impennata del debito pubblico è stata brutale24. Né a livello mondiale le cose sono andate diversamente dappertutto il debito (pubblico e privato) è esploso25; non solo ma i dati del debito pubblico sono sottostimati: nel 2011 sul sito dell’Istituto Bruno Leoni (roccaforte dei liberisti) si pubblica un articolo che evidenzia come, nel caso della Germania (altro paese di cui si esalta l’austerità positiva) il debito pubblico reale non era all’80% ma al 97% grazie “ai trucchi dei crucchi” (è scritto proprio così) che nascondevano una parte del debito26. Qualche anno dopo l’Università di Friburgo rileva che il debito pubblico reale ma “implicito” dell’economia tedesca è al 150% del PIL27; ancora il Nobel per l’economia 2014 prof. Tirole rileva che il fenomeno dell’occultamento del debito pubblico è enorme e di dimensioni mondiali28, evidentemente i crucchi hanno fatto scuola.

L’austerità buona che taglia spese e debito rilanciando l’economia non esiste, il debito pubblico è esploso e il solo peso degli interessi sul debito stesso è tale da mangiarsi l’incremento del PIL. La verità sulla politica di austerità venne detta in un documento riservato degli eurocrati di Bruxelles, che ammisero come l’austerità era solo il pretesto di far ricadere i costi della crisi su lavoratori e pensionati, e che se gli interessati avessero aperto gli occhi le conseguenze potevano essere pericolosissime29. Che le cose si ponessero in questi termini lo documentò una ricerca dell’Istituto McKinsey che evidenziò come nei 25 paesi più industrializzati tra il 2006 e il 2014 il 70% della popolazione si era impoverito30.

L’austerità sul piede di guerra è stato solo questo, far pagare alla grande massa della popolazione i costi della crisi, allargando le diseguaglianze e senza rilanciare né occupazione, né consumi, né economia.


Note
1 Di ciò mi sono più volte occupato negli ultimi 12 anni, qui mi limito a citare il mio ultimo intervento, v. A. CARLO, Capitalismo 2018. L’anno delle ricette impossibili e delle paure riemergenti, in www.lasinistrainrete.info, 2018, par. 1, lett. c.
2 Ivi, par. 1, lett. b.
3 Vedi H. MAGDOFF, Problemi del capitalismo americano, in “Critica marxista”, n. 1, 1966, pp. 13 e ss. a pag. 27; v. anche A. CARLO, La società industriale decadente, Liguori, Napoli, 2001, III ed., pp,. 71-2.
4 Su ciò v. G. KOLKO, Ricchezza e potere in America, Einaudi, Torino, 1964.
5 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2015: la grande depressione e il dramma greco, www.lasinistrainrete.info, 2015, par. 2, lett. b.
6 Su questo punto v. il lavoro citato alla nota 1 par. 1 ove ulteriori dati sulle diseguaglianze crescenti.
7 Su ciò v. A. CARLO, Capitalismo 2014. A fondo nella grande depressione, in www.lasinistrainrete.info, 2014, par. 1.
8 V. il lavoro citato alla nota precedente, in particolare par. 1 tab. n. 4 ove dati.
9 Il rapporto Oxfam non contiene nulla di nuovo rispetto al passato ma conferma solo le tendenze in atto, ad esempio nel 2017 già “Forbes” aveva pubblicato dati simili: un pugno di miliardari concentrano nelle proprie mani masse enormi e crescenti di ricchezza.
10 La cosa è rilevata anche da due economisti conservatori come Zingales (italiano) e Rajan (indiano) in un bel libro “su come salvare il capitalismo dai capitalisti”.
11 Fonte “Economist”.
12 Per me invece la Cina è solo il primo dei paesi sottosviluppati a causa della sua bassa produttività media dell’enorme forza lavoro impegnata in agricoltura, del livello di PIL pro-capite lontanissimo da quello dei paesi occidentali, etc.
13 V. su ciò M. DONHAOUE, La spesa cinese, in “Internazionale”, 3/10/2008, pp. 64 e sgg., dove si rileva che in Cina ci sono 500 grandi shop center ma i consumi ristagnano.
14 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2017, la grande depressione e l’ascesa di Trump: ovvero la tragedia e la farsa, in www.lasinistrainrete.info, 2017, par. 4, testo e nota 129.
15 Fonte “Economist”.
16 Vedi A. CARLO, La putrescenza del capitalismo contemporaneo e la teoria del crollo, in www.lasinistrainrete.info, 2012, par. 1 lett. b.
17 Ho fatto una semplice elaborazione aritmetica sui dati forniti dall’”Economist” ed è venuto fuori che i consumi pro-capite indiani nel 2016 sono pari a 1013 dollari contro i 19.103 italiani. Con simili livelli di consumo depressi in due paesi come l’India e la Cina che raccolgono il grosso della popolazione asiatica parlare di una borghesia di massa in quel continente è assurdo, solo paesi come il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan sono a livelli comparabili con l’occidente.
18 Su ciò v. A. CARLO, Capitalismo 2018 cit., par. 4.
19 Vedi su ciò A. CARLO, Capitalismo 2017, cit.,par. 1, lett. c.
20 V. retro nota 19.
21 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2017, cit, par. 1, lett. a.
22 La Banca d’Irlanda rileva che il 25% del PIL è controllata dalle multinazionali (70 su 260 miliardi di euro) e siccome il contributo fiscale delle IM è assai modesto il grosso del peso grava sui 190 miliardi che si spartiscono i cittadini irlandesi.
23 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2017 cit, par. 5.
24 Ibidem.
25 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2018 cit., par. 1 , lett. b.
26 Vedi F. KING, I trucchi dei crucchi, il vero debito pubblico dei tedeschi è al 97% altro che 80%, pubblicato nel sito dell’Istituto Bruno Leoni il 6/10/2011.
27 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2015 cit.,k testo e nota 35.
28 Vedi J. TIROLE, L’economia del bene comune, Mondadori, Milano, 2017, p. 296.
29 Vedi A. CARLO, Capitalismo 2015 cit., testo e nota 39.

30 Vedi A CARLO, Capitalismo 2016 cit., par. 1, lett. d, tab. n. 3


https://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/16823-antonio-carlo-gli-ultimi-bagliori-del-neoliberismo-ovvero-lo-struzzismo-economico-al-tramonto-si-spera.html?highlight=WyJhbnRvbmlvIiwiY2FybG8iLCJhbnRvbmlvIGNhcmxvIl0=

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