L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 20 febbraio 2020

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - Gli Stati Uniti già hanno perso l'Africa

Il segretario di stato statunitense Mike Pompeo con il ministro degli esteri angolano Manuel Domingos a Luanda, 17 febbraio 2020. (Andrew Caballero-Reynolds, Reuters/Contrasto)


20 febbraio 2020 11.58

L’amministrazione Trump ha scoperto il continente africano. Per tre anni l’Africa non è mai apparsa sul radar della Casa Bianca, fatta eccezione per la dichiarazione con cui Trump, nel 2018, ha definito “cacatoi” i paesi africani. Gli abitanti del continente non avevano apprezzato, e così il presidente era stato costretto a inviare in Africa la first lady per rimediare. Personalmente, Trump non ha mai messo piede in Africa dopo essere stato eletto.

Il segretario di stato Mike Pompeo è dunque la più alta carica degli Stati Uniti a dedicare diversi giorni alla visita di tre paesi di queso continente così vasto: il Senegal francofono a ovest, l’Angola lusofona a sud e l’Etiopia a est, patria del recente premio nobel per la pace Abyi Ahmed nonché sede dell’Unione africana.

Quella di Pompeo non è un’iniziativa diplomatica né un’occasione per presentare un piano d’investimento e cooperazione, ma una visita strettamente politica.

La logica dell’offensiva

Il motivo dell’interesse statunitense per l’Africa ha un nome: Cina. Prima di partire Pompeo ha partecipato alla conferenza sulla sicurezza di Monaco ribadendo a più riprese che la Cina è una minaccia da bloccare a ogni costo, e ora anche il continente africano entra nella logica di questa offensiva.

Pompeo mette in guardia gli africani contro il tipo di rapporti proposto da Pechino: la trappola del debito, le imprese che arrivano portandosi dietro la manodopera e il rischio di una subordinazione nei confronti di una potenza semi-imperiale.

I paesi africani sanno di non avere alcun interesse a mantenere un rapporto esclusivo con la Cina

Ma il discorso del segretario di stato arriva troppo tardi. Ormai da due decenni la Cina coltiva i suoi rapporti nel continente con investimenti colossali. In Etiopia, Pompeo ha potuto ammirare l’aeroporto internazionale e la ferrovia, entrambi costruiti dai cinesi. Perfino la sede dell’Unione africana è stata finanziata e costruita da Pechino, con una spesa di duecento milioni di dollari. Quanto a Huawei, gigante tecnologico cinese diventato la bestia nera di Washington, già oggi rifornisce gran parte del continente.

Eppure gli Stati Uniti non hanno ancora perso la battaglia per l’influenza, perché i paesi africani sanno bene di non avere alcun interesse a mantenere un rapporto esclusivo con la Cina. L’Etiopia, per esempio, è uno dei grandi partner di Pechino in Africa, ma cerca di diversificare i suoi rapporti, soprattutto con gli europei.

Questo non significa che gli Stati Uniti farebbero bene a cercare di convincere gli stati africani a voltare le spalle alla Cina, che malgrado le meritate critiche può vantare un bilancio invidiabile, soprattutto in un momento in cui molti paesi – India, Giappone, Israele, Turchia e perfino la Francia, che tenta di ritrovare la sua influenza – fanno la corte a un’Africa che potrebbe entrare in una fase ascendente.

Tra l’altro gli americani non hanno i mezzi per sostenere la loro ambizione: né dal punto di vista economico, con una liquidità che non può competere con quella della Cina, né da quello militare, con l’annuncio del disimpegno parziale dal Sahel. Come se non bastasse, di recente Washington ha vietato l’ingresso sul territorio nazionale ai cittadini del paese più popoloso del continente, la Nigeria.

Se gli Stati Uniti decidessero di costringere l’Africa a scegliere uno schieramento, come già ai tempi della guerra fredda, non è detto che ne uscirebbero vincitori.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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