L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 febbraio 2020

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - E' una polmonite virale e i media italiani servi fino in fondo la vogliono trasformare in peste. Alla fine della storia la Cina uscirà rafforzata da questa campagna denigratoria ridicolizzando chi oggi pensa di sfruttare una malattia per stravincere nel contempo dimostrando tutta l'estrema debolezza degli Stati Uniti e dei suoi lacchè

Cina. La crisi del Coronavirus: un nuovo capitolo della “guerra dei dazi”

di Francesco Spataro
3 febbraio 2020


La notizia per cui un gruppo di ricercatori (soprattutto donne) dell’ospedale romano Spallanzani ha isolato il virus dovrebbe aprire un periodo di minore follia collettiva, consapevolmente o no “pompato” dai media occidentali.

In attesa che ciò avvenga – ma con quel che c’è scritto in questo articolo non c’è da sperarci molto – invitiamo i nostri lettori a tener presente che lo Spallanzani è un ospedale pubblico. E dunque che, invece di mollare ai privati certe perle che provvederebbero a smontare in pochissimo tempo, c’è da riflettere molto sulla forza della “nostra” sanità pubblica.

Nonostante le forbici pluriennali delle Lorenzin e dei Zaia, Formigoni, Zingaretti, Bonaccini, Toti, De Luca.

P..s. E invece lo Spallanzani ha ricevuto lo scorso anno un finanziamento pubblico di appena 3.5 milioni di euro, meno di una “minchiata” destinata ad una qualsiasi “impresa” fasulla con i fondi europei.

* * * *

“Era in quel giorno morta di peste, tra gli altri, un’intera famiglia.

Nell’ora del maggior concorso, in mezzo alle carrozze, i cadaveri di quella famiglia furono, d’ordine della Sanità,

condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinché la folla

potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza.

Un grido di ribrezzo, di terrore, s’alzava per tutto dove passava il carro;

un lungo mormorìo regnava dove era passato; un altro mormorìo lo precorreva.

La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi fede da sé, ogni giorno di più;

e quella riunione medesima non dové servir poco a propagarla…”

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”.

La “guerra dei dazi” che gli USA hanno imposto ad una serie di Paesi, fra cui soprattutto la Cina, potenza economica in continua e veloce ascesa, potrebbe ritrovare ulteriore vigore nella crisi che si è aperta nella Repubblica popolare guidata dal Presidente Xi Jinping, a causa della diffusione del cosiddetto Coronavirus.

Per chi lo ha dimenticato, un minimo di riassunto della guerra commerciale fra Washington e Pechino:
l’8 marzo del 2018 in un memorandum, Donald Trump annuncia che, per ridurre il deficit commerciale americano, intende imporre alla Cina una serie di dazi doganali che si andranno a sommare ad altri precedentemente ordinati: il 25% sulle importazioni di acciaio e il 10% sull’alluminio. Da questa tornata di tariffe gli Usa esenteranno diversi Paesi, ma non la Repubblica popolare cinese. Il 22 marzo il presidente Trump dichiara aperta una guerra commerciale contro Pechino, denunciando “l’aggressione economica della Cina” (!?) e minacciando di imporre ulteriori dazi punitivi su 60 miliardi di dollari nelle importazioni di prodotti cinesi.
Il braccio di ferro si intensifica a luglio dello stesso anno, fino ad arrivare ad una prima tregua il 1 dicembre.
A metà maggio 2019 le ostilità però riprendono, e Washington estende la guerra commerciale al campo della tecnologia colpendo il colosso delle Tlc Huawey, accusandolo di legami troppo stretti con il regime.
Ad agosto inizia la guerra valutaria. Washington accusa formalmente Pechino di lasciare scendere lo yuan sotto le 7,0 unità rispetto al dollaro per la prima volta in 11 anni per sostenere le sue esportazioni. La Cina annuncia ritorsioni per 75 miliardi di dollari su prodotti e auto americani quindi, all’inizio di settembre, presenta una denuncia al Wto.
Il 13 dicembre scorso i due Paesi annunciano un accordo commerciale preliminare. Quando mancano due giorni alla firma dell’intesa (cosiddetta di Fase 1), gli Stati Uniti tolgono la Cina dalla “black list”, la lista nera dei Paesi che manipolano la propria valuta, salvo poi far sapere, il 14 gennaio, che “non esiste alcun accordo” per un’ulteriore riduzione dei dazi Usa già’ in atto al momento della firma.

Si tratta della fine della pax belli (ad esclusivo uso e consumo dei media occidentali, e filo-statunitensi) fra Usa e Cina.

Il resto è noto: nella conferenza stampa tenutasi alla Casa Bianca lo scorso gennaio è emerso che Washington non eliminerà i dazi al 25% su 250 miliardi di dollari di importazioni cinesi, mentre verranno ridotte al 7,5% (dal 15% attuale) le tariffe su 120 miliardi di dollari di prodotti cinesi. Per toglierle sarà verosimilmente necessario attendere il voto del prossimo novembre. Anzi, il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, ha approfittato di una intervista alla Cnbc per chiarire che gli Stati Uniti sono pronti ad aumentare i dazi sui prodotti cinesi, se la controparte non rispetterà gli impegni presi. Di nuovo Trump ha spiegato che i dazi verranno rimossi con la definizione della fase 2 dell’accordo, per la quale le discussioni inizieranno a breve: gli Usa si sono voluti tenere in mano carte da giocare sul secondo tavolo. “Non ci aspettiamo sia necessario un accordo di fase 3”, ha sentenziato il buon Orange.

Questo comportamento schizoide, degno del miglior soggetto bipolare, la dice lunga sulla malafede dell’Amministrazione Trump, se mai ce ne fosse stato bisogno.

Ma torniamo al presente.

In quelle stesse settimane inizia a svilupparsi il contagio di quello che tutti noi al momento conosciamo con il nome di Coronavirus, ribattezzato dall’Oms 2019-nCoV.

In pochi giorni, secondo le dichiarazioni del 30 gennaio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è stato necessario alzare il livello di allarme da regionale a globale, con conseguente e drastico calo di tutte le principali Borse e future e drammatiche ripercussioni economiche alle porte dell’economia mondiale.

Non solo quindi della potenza asiatica, da dove sembra provenire il virus e dove sono bloccati già da qualche settimana i settori produttivi più strategici come quello automobilistico e quello hi tech oltre al manifatturiero.

Dopo il finto accordo Usa/Cina e la nota emessa il mese scorso dal nostro Copasir, dove il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica chiede l’estromissione della Cina dal progetto per la rete 5G per ragioni “che attengono alla sicurezza nazionale”, ora anche la diffusione di un virus mette a repentaglio l’economia del colosso asiatico.

Noi, scevri da complottismi e dietrologie, manteniamo dritta la barra e da un’altra prospettiva ci atteniamo ai fatti, il resto, l’uso strumentale degli avvenimenti, lo lasciamo ai media mainstream, ovvero quelli che servono i/ai governi.

I lacchè dell’informazione al soldo del potere.

Dicevamo i fatti.

I fatti risiedono nell’impossibilità di non vedere che tutto quello che sta accadendo in questi giorni altro non è che una prosecuzione della vecchia “guerra dei dazi” a stelle e strisce, sotto altra forma, magari scaturita, sempre secondo i media embedded, da un intervento oseremmo dire divino; dopotutto gli Usa sono un paese che pullula di sette evangeliche, gli americani vanno pazzi per gli “interventi divini”. Per dirla con le parole del menestrello di Duluth “with God on our side”; ed in nome di quel Dio dalla loro parte, l’America ha compiuto e continua a compiere le peggiori nefandezze. Ma gli Usa sono anche scaltri e, come per l’11 settembre hanno, come si suol dire “preso la palla al balzo”.

Ma torniamo a quello che si sta compiendo da una settimana ormai, complice la propaganda occidentale: un’orchestrazione mediatica volta alla demonizzazione della Cina, ignobilmente colpevole di incalzare l’occidente dalla sua preminenza industriale, nonché di contraddire le oligarchie nostrane con la dimostrazione della superiorità di un’economia mista e pianificata rispetto alle ossessioni del privatismo ontologico.

Gli Usa sono all’origine della campagna volta a fare della Cina un grande nemico simbolico, una sorta di untore planetario; per altre vie si tenta di raggiungere lo stesso risultato che l’America si era prefissa iniziando la guerra dei dazi: mettere in forte crisi economica il colosso cinese, secondo detentore del debito pubblico Usa, subito dopo il Giappone il cui sorpasso è avvenuto a giugno 2019 (1123 miliardi di dollari contro i 1113 della Cina. (fonte:https://ticdata.treasury.gov/Publish/mfh.txt).

In realtà si tratta né più né meno che di un bias cognitivo, di una distorsione.

Passatemi una “divagazione” medico/scientifica ma utile per meglio capire perché ho parlato di distorsione.

Ancora una volta vengono in nostro aiuto i dati.

I dati ci dicono che i morti per infezioni contratte negli ospedali sono 49.000 l’anno, e che l’influenza colpisce annualmente qualche milione di persone in Italia e fa oltre 8 mila morti solo nel nostro Paese, circa 700 mila in tutto il mondo, una cifra spaventosa a cui non si fa caso solo per abitudine, perché questa malattia la prendono un po’ tutti, di solito senza particolari conseguenze; fino a che gli anni non cominciano a pesare e le complicanze si moltiplicano. A volte poi i virus che causano questa patologia mutano e si fanno più pericolosi, causano pandemie come l’asiatica, la suina o come la spagnola che infuriò esattamente un secolo fa e che fece dai 40 ai 100 milioni di morti, tanto da superare di gran lunga le vittime della prima guerra mondiale. E poi c’è la meningite che proprio in questi giorni sta colpendo diverse regioni italiane e che ha un tasso di mortalità del 14% anche in presenza di cure.

E torniamo all’’argomento che la fa da padrone nell’informazione delle ultime settimane, che è riuscito a relegare in un cantuccio persino i conflitti che infiammano il Medio Oriente, compreso quello libico, a poche miglia marine dal nostro paese.

Il Coronavirus proviene da una famiglia di patogeni che conosciamo bene, perché è quella che procura diversi disturbi lievi tra cui il raffreddore ed eccezionalmente di più severi come la Sars, malattia che sembrava essere la fine del mondo e che finì praticamente in nulla, o come la gemella Mars un po’ più cattiva e diffusasi in Medio Oriente: quindi ci troviamo di fronte a qualcosa di non eccessivamente pericoloso ancorché si tratti di un nuovo ceppo ( alla loro comparsa i nuovi agenti patogeni sono normalmente molto più virulenti) , che già all’inizio ha una mortalità inferiore a quella dell’influenza e che finora ha ucciso soprattutto ultraottantenni già fiaccati da altre gravi malattie. La patologia ad oggi più pericolosa prodotta da un coronavirus, la Mars ha il suo focolaio in Medio Oriente e in particolare in Arabia Saudita, senza che tuttavia si siano mai prese precauzioni in questo senso, bloccando gli arrivi da quelle zone.

Ma in guerra non si fanno nemici e gli Usa è chiaro come la luce del sole, devono sembrare forti anche se non lo sono affatto e risentono di una crisi di fiducia di decennale memoria. Anche loro, almeno i consiglieri di Trump, hanno letto Sun Tzu e, quello che consigliava ne “L’arte della guerra” il fine generale e filosofo cinese del V secolo;

Ma gli Usa in Italia hanno un gran peso e forti di questo peso, chiedono anche l’appoggio, nella loro strategia, del nostro paese, minacciato a suo tempo di dazi stratosferici.

Il governo Conte si schiera quindi a fianco dell’“amico amerikano” e blinda lo stivale bloccando i voli diretti da e per la Cina, ma non quelli indiretti il che vuol dire prendere per il naso i cittadini dimostrando quanta parte di queste operazioni abbia in realtà una valenza simbolica. Al momento dobbiamo mettere in difficoltà, forse nostro malgrado, la potenza cinese. Come scrivevamo poco sopra però, nessuno si è mai neppure sognato di bloccare gli arrivi dalle petro monarchie saudite amiche dell’Occidente e con le quali Usa ed Italia commerciano armi.

Rimane da capire come si comporterà la Cina, la quale ha già preso le proprie misure con l’efficienza che la contraddistingue. Un’ efficienza con la quale è stata arginata l’epidemia che non ha precedenti e che, anzi, costituisce per la prima volta nella storia della medicina in cui il genoma di un virus è stato mappato dopo appena dieci giorni dalla comparsa del primo focolaio, un fatto sorprendente.

Che è stato riconosciuto anche da Nature, una delle più stimate riviste scientifiche.

Resta da vedere quali frecce avrà al proprio arco il capitalismo occidentale.

Gli ultimi colpi di coda del nemico morente sono sempre quelli più pericolosi.

Consulenza medico-scientifica di Patrizia Modesti.

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