L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 17 febbraio 2020

Energia pulita - Le rinnovabili hanno messo il turbo, difficile fermarle

Perchè l’industria dei combustibili fossili crollerà in 10 anni


Il grande pubblico non si rende conto della velocità con cui cambiano le cose: i combustibili fossili stanno per crollare a velocità supersonica sotto i colpi di un cambiamento inarrestabile. Ecco perchè.


Nel 1954 i contemporanei pensavano che l’era nucleare avrebbe portato energia a costo praticamente zero, inaugurando un’ondata post bellica di tecno-ottimismo. Sfortunatamente, la rivoluzione dell’energia atomica non è mai avvenuta, e negli anni ’70 tutti sembravano rassegnati al fatto che i combustibili fossili sarebbero stati inevitabili: fine dell’ottimismo. Oggi i tempi stanno finalmente cambiando: gli anni ’20 di questo secolo saranno quelli della grande transizione energetica. E della fine dei combustibili fossili.

Solo negli ultimi tre anni, i prezzi delle rinnovabili sono scesi a velocità notevolmente più alta rispetto alle fluttuazioni di petrolio, carbone e perfino gas naturale. Chi ha investito nelle risorse tradizionali ha perso del denaro, parecchio denaro, mentre l’industria del solare ha continuato a guadagnare terreno e a garantire guadagni.

Cosa sta guidando queste dinamiche di mercato?

Tre importanti forze sono attualmente in gioco nel mercato dell’energia:
  1. i miglioramenti in accelerazione dell’efficienza energetica rinnovabile,
  2. il passaggio verso la sostenibilità tra gli investitori istituzionali
  3. l’adozione di politiche pubbliche volte a mitigare i cambiamenti climatici e altre preoccupazioni ambientali.
Questi fattori si rafforzano a vicenda e lavoreranno per spostare la nostra società lontano dai combustibili fossili e verso l’energia pulita in questo decennio, molto più velocemente di quanto quasi tutti si aspettino.

Rivoluzione rinnovabile

Per decenni, il rapporto costo-efficacia della tecnologia dell’energia solare (e, in misura minore, dell’energia eolica) è aumentato esponenzialmente. Un dato solo di interesse accademico, dato che le fonti rinnovabili erano ancora molto più costose di quelle convenzionali basate sui combustibili fossili. 

Negli ultimi anni, però, i costi sono scesi al punto in cui ora sono spesso inferiori all’energia prodotta da carbone o da impianti a gas e diminuiscono ulteriormente. Nel 2016 Abu Dhabi (un posto dove solo nel novembre scorso sono stati scoperti 2 giacimenti da sette miliardi di barili di petrolio e 1,6 trilioni di metri cubi di gas) ha costruito una centrale solare. Un impianto che avrebbe fornito elettricità a un prezzo da record mondiale di soli 2,42 centesimi per kilowattora, la metà del gas naturale. Un mese prima, ad ottobre, Dubai ha annunciato la costruzione di una nuova centrale solare da record mondiale in grado di fornire elettricità a soli 1,7 centesimi per kilowattora, con una riduzione dei costi del 30% in tre anni.

Il record sarà superato ancora. E ancora.

Di settimana in settimana arrivano notizie di sempre nuovi impianti solari dai costi sempre minori. A Los Angeles è stata recentemente approvato un nuovo impianto solare che fornirà 300 megawatt di energia a 3,9 centesimi per kilowattora (l’energia elettrica da gas naturale costa circa 8 centesimi per kilowattora negli USA). È importante sottolineare che quel prezzo include anche lo stoccaggio di energia, il che significa che l’impianto sarà in grado di fornire energia ai residenti di Los Angeles sia di giorno che di notte. Questa soluzione supera uno degli ultimi ostacoli rimanenti al passaggio alle energie rinnovabili: l’affidabilità. Il sole non sempre splende e il vento non soffia sempre, ma se il costo combinato di generazione e stoccaggio è comunque economico. Per questo le energie rinnovabili faranno fuori i combustibili fossili in qualsiasi momento del giorno o dell’anno.

Non sorprende che sempre più persone scelgano le rinnovabili e si allontanino dai combustibili fossili

Nel 2000, l’energia eolica e solare insieme erano una trascurabile produzione dell’energia globale prodotta annualmente (32 TWh, Terawattora). Nel 2018 era cresciuto a 1,85 TWh, un aumento di 56 volte in 19 anni. Nello specifico, l’energia eolica è cresciuta del 22,8% all’anno. Il solare del 41,5% all’anno. È ancora solo un piccolo frammento della produzione complessiva di energia, ma la crescita è spaventosa.

A partire dal 2018, l’energia solare ed eolica rappresenta solo il 3% dell’energia globale. La maggior parte delle persone non ritiene che il futuro dei combustibili fossili stia cambiando molto, ma quel 3% è un aumento di quasi dieci volte rispetto a un decennio prima. Le energie rinnovabili oggi assomigliano molto a Internet intorno al 1996: poco considerato, ma alla vigilia di un cambiamento rapidissimo. A questo ritmo, entro il 2030 costituiranno quasi un terzo del nostro bilancio energetico e scatenerà un crollo ancora più rapido del consumo di combustibili fossili.

Vacci piano? Anche no

È vero, dovrei essere cauto nelle previsioni, ma penso di esserlo. Probabilmente sto sottostimando la rapidità con cui adotteremo le rinnovabili. Finora, l’energia rinnovabile è stata utilizzata principalmente per aggiungere ulteriore capacità a una rete elettrica. Per questo motivo, la maggior parte della domanda proviene effettivamente dai paesi in via di sviluppo, dove la domanda di elettricità è ancora in rapido aumento. Ma per assestare un colpo mortale ai combustibili fossili, l’energia rinnovabile deve iniziare a sostituire le fonti di energia convenzionali esistenti: centrali elettriche a carbone e gas e trasporto a petrolio. Questo è ciò che stiamo iniziando a vedere.

Man mano che il costo delle energie rinnovabili diminuisce, ha sempre più senso chiudere una centrale elettrica a carbone (anche funzionante) e sostituirla con energia solare, o demolire un’auto o un camion a gas e comprarne uno elettrico. Ci stiamo avvicinando al punto di non ritorno. L’anno scorso, ad esempio, PacifiCorp, importante compagnia elettrica in diversi stati USA, ha annunciato che chiuderà da 20 a 24 centrali a carbone (alcune decenni prima del pensionamento previsto) sostituendole con 7 gigawatt di energia rinnovabile.

I soldi vanno via dai combustibili fossili

La velocità con cui l’industria finanziaria sta voltando le spalle alle attività energetiche convenzionali è sorprendente. Gli sforzi del settore finanziario per decarbonizzarsi si riassumono in due termini: impegno e disinvestimento

L’impegno si riferisce agli sforzi dei soggetti finanziari di esercitare pressioni sulle società in cui hanno investito perchè riducano la loro impronta di carbonio o adottino pratiche più rispettose dell’ambiente, spesso attraverso i loro voti da azionisti. L’impegno, in sintesi, tenta di utilizzare il capitale per modificare il comportamento. 

Il disinvestimento si riferisce invece alla pratica di vendere partecipazioni in attività ad alta intensità di carbonio (carbone, petrolio e gas) e rifiutare di fare ulteriori investimenti in quei campi.
Climate Action 100+

A dicembre 2017, Betty Yee, consigliere di amministrazione del sistema pensionistico pubblico californiano CalPERS, ha lanciato Climate Action 100+, la più grande e ambiziosa campagna di coinvolgimento degli investitori mai creata. L’iniziativa è stata creata per “impegnare le aziende a contenere le emissioni, e migliorare la governance”. Da allora l’iniziativa ha visto la partecipazione di oltre 370 investitori istituzionali da tutto il mondo che rappresentano oltre 35 trilioni di dollari in attività gestite, compresi grandi nomi del settore finanziario come BlackRock, Fidelity, UBS e altri.

Climate Action 100+ ha un’agenda estremamente specifica e orientata all’azione. L’iniziativa ha creato un elenco di 161 “focus company” (potete chiamarlo, se volete, “lista di proscrizione ambientale”) che insieme rappresentano oltre l’80% delle emissioni globali di gas serra per indirizzarne gli sforzi verso un cambiamento. 

Molte di queste sono major di petrolio e gas: Exxon Mobil, BP e compagnia bella. Ma ci sono anche aziende di trasporti come Ford, Toyota e Boeing, produttori come Nestle e Procter & Gamble e molti altri. Per ogni settore, Climate Action 100+ stila una serie di punti all’ordine del giorno in cui vuole che le aziende target migliorino e una strategia di azione per gli investitori, cui viene consigliato anche di “votare per la rimozione di amministratori che hanno fallito nella loro responsabilità sul rischio dei cambiamenti climatici”. 

Nel loro primo report di avanzamento dei lavori pubblicato lo scorso anno, Climate Action 100+ ha esposto i risultati ottenuti e l’agenda negli anni a venire. Dati, dozzine di casi di pressioni esercitate con successo sulle aziende ecc. Il report è estremamente interessante, vi invito a leggerlo anche se non siete investitori.

Le campagne di disinvestimento nei combustibili fossili sono rapidamente accelerate dal 2017. A partire da dicembre 2019, oltre 1.200 istituzioni che rappresentano oltre 12 trilioni di dollari li hanno mollati.

Fondo sovrano norvegese

Il disinvestimento ha segnato la sua più grande vittoria ancora alla fine dell’anno scorso con l’annuncio che il fondo sovrano norvegese da 1,1 trilioni di dollari recederà dalla partecipazione in società di esplorazione e produzione di petrolio e gas. Questa notizia è stata di particolare importanza non solo per le dimensioni del fondo sovrano norvegese, ma per il fatto che la Norvegia ha guadagnato così tanto della sua ricchezza grazie alle sue abbondanti riserve di petrolio. Anche quegli investitori direttamente coinvolti con i combustibili fossili stanno iniziando ad abbandonarli.

Questa situazione sta arrivando al punto in cui potrebbe creare un effetto domino. 

Crollo dei combustibili fossili, il ruolo dei governi

Mentre l’energia rinnovabile diventa sempre più economica, i governi di tutto il mondo intraprendono (o annunciano) azioni sempre più aggressive per rendere i combustibili fossili più costosi, tassandoli. Almeno 40 governi nazionali e subnazionali in tutto il mondo sono alle prese col varo di una “Carbon Tax”, una tassa sulle emissioni di carbonio. E il ritmo è aumentato negli ultimi anni. Dal 2017 Cina, Singapore, Canada, Sudafrica, Messico e Cile hanno implementato politiche di tariffazione del carbonio e diversi paesi hanno ampliato programmi già esistenti. Negli USA dell’era Trumpiana gli ambientalisti lamentano (giustamente) la decisione dell’amministrazione Trump di ritirarsi dall’accordo di Parigi nel 2017, ma 13 Stati americani (che rappresentano il 38,8% del PIL degli USA) han fatto da sé. Hanno già approvato leggi e tasse contro le emissioni. Altri seguiranno.

L’opinione pubblica si sta orientando verso la promozione di politiche ambientali più aggressive. Non ha torto, visti i record continui nelle emissioni di C02. Un altro chiodo sulla bara dei combustibili fossili.

La trimurti

Questi tre fattori 
  1. (riduzione dei costi delle energie rinnovabili, 
  2. campagne di investimento sostenibile 
  3. e politiche dei governi) 
hanno formato il cappio che si restringe intorno al collo dell’industria dei combustibili fossili. 

In sintesi: l’energia rinnovabile a basso costo riduce la dipendenza economica dei consumatori dalle fonti energetiche convenzionali e li isola dagli effetti economici di una carbon tax (pensate a una persona che guida una Tesla e ha dei pannelli solari sul tetto. Non le frega niente se il governo mette una carbon tax, non dovrà pagarla). Questo aumenta la percentuale della popolazione che favorisce le politiche ambientali, e crea un effetto domino. Le leggi impongono maggiori costi alle società di combustibili fossili, danneggiano i loro rendimenti e fanno scappare gli investitori. I produttori di carbone, petrolio e gas non riescono a rimanere competitivi, l’attrattiva delle energie rinnovabili aumenta ulteriormente e così via. Si, una spirale.

I cicli di feedback ricorsivi come questo possono essere estremamente pericolosi nel contesto dei mercati finanziari, a volte portando a improvvisi, imprevisti e spettacolari crolli del valore di intere classi di attività. Tutto è pronto per una cosa del genere nel mercato dei combustibili fossili. Per il carbone, ad esempio, potrebbe succedere anche domani mattina.

Il carbone: dead energy walking

Le scorte di carbone sono diminuite di oltre il 30% rispetto allo scorso anno, e la situazione attuale del Coronavirus Covid-19 non farà che peggiorare anche l’unico mercato crescente, quello della Cina. Gli incendi in Australia hanno fatto orientare l’opinione pubblica decisamente contro il mercato delle miniere di carbone. Negli USA i minatori di carbone stanno dichiarando bancarotta come mosche. 

L’industria petrolifera e del gas può resistere più a lungo. È molto grande, ma non troppo grande per fallire. Non so quando potrebbe accadere (forse il prossimo decennio, forse solo tra qualche anno) ma se l’industria petrolifera e del gas viene intrappolata nella stessa spirale potremmo vedere l’intero settore devastato in una manciata di mesi, settimane o giorni. In tale scenario, il prezzo del petrolio e del gas potrebbe ironicamente aumentare nel breve periodo, poiché le aziende non potrebbero nemmeno permettersi di perforare. Questo renderebbe le rinnovabili ancora più attraenti. URGENTI, per usare il termine esatto.

Perciò non pensate che io non sia prudente nel dire che entro il 2030 un terzo dell’energia mondiale sarà rinnovabile. A occhio c’è una probabilità del 50% che entro il 2030 sia oltre il 50% la percentuale di energia mondiale generata da fonti rinnovabili.
Se non succede, passate di qui e vi offro un caffè.

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