L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 febbraio 2020

I turchi in Siria a proteggere i mercenari tagliagola terroristi

Siria e Turchia a un passo dalla guerra a Idlib
11 febbraio 2020 


Continuano gli scontri tra truppe regolari siriane ed esercito turco nella provincia di Idlib dove le truppe di Damasco sostenute dalle forze russe avanzano nell’ultima provincia controllata dai ribelli jihadisti.

L’ agenzia governativa siriana Sana ha riferito che l’esercito di Damasco è avanzato nelle ultime ore lungo l’autostrada Hama-Aleppo ed è a un passo dal conquistare l’ultimo tratto di strada, chiusa a causa del conflitto da circa otto anni. Si combatte con intensità proprio a ridosso delle località che sorgono a sud-ovest di Aleppo lungo il tratto che da Saraqeb porta alla periferia di Aleppo. Saraqeb era stata conquistata dai governativi nei giorni scorsi dopo una battaglia cominciata a dicembre per riprendere il controllo anche di Maarrat an Numan, altra località chiave lungo l’autostrada Hama-Aleppo.


Negli scontri di ieri altri 5 soldati turchi sono rimasti uccisi e 5 feriti in un bombardamento dell’artiglieria di Damasco, una settimana dopo la morte di altri 8 turchi – 7 militari e un civile – che aveva scatenato il più grave scontro da anni tra Ankara e Damasco. Immediata è stata anche stavolta la risposta dell’esercito di Erdogan, che da giorni rinforza le sue postazioni “di osservatori” nella provincia ribelle della Siria nordoccidentale con l’invio di truppe e mezzi blindati.

La Difesa turca parla di almeno 101 soldati siriani “neutralizzati” oltre a 3 carri armati e 2 lanciarazzi distrutti e un elicottero colpito, a quanto pare un Mil MI-8 il cui abbattimrnto è stato confermato anche dai ribelli del gruppo jihadista Tahrir al-Sham. Complessivamente gli obiettivi presi di mira finora sono 115, ma le operazioni militari “proseguono”.


Un’escalation che aggrava ulteriormente una situazione già definita “fuori controllo” dall’ ufficio per il Coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), che stima da dicembre 689 mila sfollati verso la frontiera turca. Ankara ha avvisato di non essere in grado di accogliere nuovi rifugiati oltre ai 3,6 milioni di siriani che già ospita, minacciando di aprire se necessario le sue porte verso l’Europa. La crisi che sta mettendo a dura prova l’intesa tra Erdogan e Putin che ha portato ad accordi strategici anche lungo il confine nord orientale della Siria.

Ankara ha chiesto nuovamente a Mosca di rispettare i suoi compiti di “garante” della tregua di Sochi, fermando gli attacchi del regime. E anche l’Iran, terzo partner dei negoziati di Astana, esprime preoccupazione, ribadendo “di essere pronto a facilitare il dialogo tra i vicini fratelli Turchia e Siria”.


L’Esercito Arabo Siriano ha lanciato da un paio di settimane un’offensiva che potrebbe rivelarsi risolutiva spazzando via le milizie qaediste e di altri gruppi estremisti islamici e riconquistando la regione di confine con la Turchia nel nord ovest.

Nei giorni scorsi l’offensiva siriana aveva determinato numerosi contatti con le forze turche (già circa 140 i caduti turchi in Siria dal 2016) dopo che i siriani avevano lamentato l’arrivo di un convoglio di 240 camion turchi carichi di rifornimenti per i ribelli. Il bombardamento di rappresaglia turco avrebbe ucciso 13 soldati siriani ferendone una ventina anche se il ministro della Difesa di Ankara, Hulusi Akar, ha rivendicato l’uccisione di 76 militari di Damasco.


Le forze governative siriane avevano poi circondato la postazione di osservazione militare turca di Tell Tuqan, nei pressi di Saraqeb, a est del capoluogo di Idlib e teatri degli scontri tra turchi e siriani.

Consapevole delle ripercussioni interne di un inasprimento del conflitto siriano, il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha annunciato prossime consultazioni con Mosca, un asse strategico che finora ha garantito un equilibrio lungo tutto il confine siro-turco.

Un accordo che prevedeva anche la tregua a Idlib anche se il legittimo desiderio di Assad di chiudere la guerra con la vittoria nell’ultima roccaforte dei ribelli jihadisti non può essere messo in discussione, soprattutto sul piano giuridico.

E’ evidente che la presenza di milizie jihadiste così come di militari turchi nel nord e statunitensi (questi ultimi intorno a un paio di pozzi petroliferi nella Siria orientale) è del tutto illegittima e autorizza Assad a compiere ogni azione per liberare il territorio nazionale.

La posizione russa non è priva di ambiguità poiché da un lato tende a rassicurare i turchi circa gli accordi raggiunti nelle zone di de-escalation” ma poi appoggia con truppe e raid aerei ed elicotteri le offensive di Assad a Idlib.


Il 5 febbraio Erdogan è tornato a minacciare il regime siriano promettendo che Ankara “interverrà” se gli uomini di Damasco non si ritireranno dalle aree di Idlib dove sono presenti i turchi entro febbraio. “Ne ho parlato con il presidente russo Vladimir Putin e ho detto che il regime deve ritirarsi dalle aree dei nostri check point entro febbraio, come stabilito dagli accordi di Sochi, se il ritiro non avverrà saremo costretti a intervenire – ha detto Erdogan.

A Idlib abbiamo dei check- point costituiti d’accordo con la Russia e non vogliamo avere problemi con i nostri alleati con cui gli accordi e i patti saranno mantenuti. Con la Russia abbiamo relazioni ottime e ci aspettiamo sensibilità da parte di Mosca nel capire la nostra posizione in Siria”.

Damasco ha risposto con un portavoce del ministero della Difesa che ha reso noto che i militari risponderanno a ogni attacco proveniente dalle forze turche nella regione di Idlib”.


L’obiettivo di Assad (e di Mosca) sembra quindi essere quello di ottenere rapidi successi sul fronte nord occidentale ma senza attaccare direttamente gli avamposti turchi per mettere Ankara di fronte alla rapida riconquista della provincia e indurre le truppe turche al ritiro.

Non è certo la prima volta che Siria e Turchia si trovano ai ferri corti dall’inizio del conflitto civile (largamente ispirato da Ankara) e certo Erdogan può mettere in campo un discreto dispositivo militare ma sul fronte interno non può permettersi ulteriori gravi perdite tra i suoi soldati che avrebbero un forte peso sociale. Anche per questo i turchi impiegano preferibilmente, in Siria come in Libia, volontari e mercenari siriani arruolati tra i disertori sunniti dell’esercito di Assad, le milizie jihadiste sunnite e la minoranza turcomanna.

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