L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 16 febbraio 2020

Il neoliberismo ci ha portato a una Sovrapproduzione insistere è da folli. Un segno è la camionata di pubblicità sulle autovetture mai come in questo periodo, non sanno a chi venderle. Ora è il tempo di quanto come cosa produrre

Perché è ancora attuale la lezione di Friedrich von Hayek. Il pensiero di Ocone

16 febbraio 2020


“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista

Il neoliberalismo, cioè quella forma di liberalismo che ha trionfato negli ultimi decenni del secolo scorso, sulla scia in qualche modo del pensiero di Friedrich von Hayek e soprattutto di Milton Friedman, sembra oggi appartenere ad un’altra epoca storica. E chi ancora fa ad esso riferimento viene considerato generalmente un nostalgico, o peggio un disattento lettore delle trasformazioni sociali.

La crisi della globalizzazione, il terrorismo, l’immigrazione, la Grande Recessione economica iniziata nel 2007-2008, l’affacciarsi infine sulla scena politica di “populismi” e “sovranismi” vari, hanno spostato decisamente l’orizzonte politico su altri scenari. Ovviamente, il rischio grosso in questi casi, che per certi aspetti possono essere ricondotti anche al ciclico alternarsi di “mode intellettuali”, è che si faccia una critica radicale, generale e non ragionata delle dottrine che si pensano “superate”. Che, in sostanza, si finisca per “gettare il bambino con l’acqua sporca”.

Che il neoliberalismo consistesse, da una parte, in un aspetto rilevante di un più generale processo di spoliticizzazione delle nostre società e, dall’altra, anche in un astratto prevalere di una logica per certi aspetti meramente economicistica, è una critica che tutto sommato ci può stare.

Non può starci invece, a mio avviso, la messa in discussione di quella radicale critica del razionalismo politico (del “costruttivismo” linguaggio hayekiano) che è in sostanza una critica di ogni pretesa ingegneristico-sociale che si proponga di imporre un modello predeterminato o a priori di bene all’intero corpo sociale. Da “modellare” più o meno come si fa con la creta.

È questo, come diversi autori (non solo Hayek) del Novecento liberale ci hanno spiegato, una pretesa illogica e pericolosa al tempo stesso. Ora, leggo in una nota sull’ultimo numero de “La lettura” del “Corriere della sera”, che il festival annuale della London School of Economics, che è l’università in cui insegnarono Hayek e Michael Oakeshott (un altro implacabile critico del “razionalismo in politica”), avrà come titolo “Shape the world”, cioè “modellare il mondo” con le scienze sociali. Segno dei tempi!

Ma anche un segno, per chi ragiona in modo radicale, cioè filosoficamente, della decadenza dei luoghi di formazione del sapere occidentale. E dell’esplicarsi finale dell’essenza più propria, orientata alla prassi e non alla comprensione, delle cosiddette “scienze sociali”. Le quali saranno pure utili, ma sono per certi versi un ostacolo al pensare concreto che è proprio della storia e della filosofia. E alla libertà che è lo spazio in cui si esercita, in una “società aperta”, l’azione e la politica umane.

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