L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 13 febbraio 2020

Il Poliscriba

Markette complottiste youtubiche [Il Poliscriba]


Il Poliscriba

Invece di limitarsi alla selce e, in fatto di raffinatezze tecniche, alla
carriola, l’uomo inventa e maneggia con abilità demoniaca arnesi che proclamano la strana supremazia di un deficiente, di uno specimen biologicamente declassato che nessuno avrebbe potuto immaginare capace di innalzarsi a una nocività così ingegnosa

Da La caduta nel tempo di E.Cioran
Non vorrei mai iniziare una personale e inutile riflessione con una citazione, ma il tarlo della lettura che mi prende quando lavoro senza un posto o un contratto, inesorabilmente mi trascina per la china, per la caduta nel tempo che ognuno potrebbe avvertire se solo smettesse di dare ascolto al richiamo della foresta, al forasticus, all’esterno, all’altro da noi.
Ma non è questo il tempo assoluto della discesa, è il tempo relativo, narcisista, che ben si attaglia all’epiteto, al volgare esprimersi nei termini cronologici del: “Non ho tempo”.
Questo non possedere minuti, questo irrefrenabile desiderio di ammassarne sempre più, oltre le 24 ore consentite dalla rotazione terrestre già biblicamente violata, questo condensare o condensato di attimi efficienti che si spera di occupare con le migliori intenzioni, con le ossessive concentrazioni - ecco, forse il lager, il gulag personale è proprio questo serrare il tempo dentro la cementificazione dell’anima - è il prototipo d’ogni ansia apoplettica, statistica, matematicamente divisibile sino all’annientamento dell’essere.Fuori dalla quotidiana catena di montaggio o smontaggio, fate un po’ voi, il Vostro, che non campa certo d’aria come molti sospettano o come natura inderogabile dell’ozio vorrebbe (Otium, star bene antitetico al Negotium, negare l’otium), si ritrova a meditare sul significato recondito delle parole in ore scure, notturne, colto da insonnia, come il virtuale amico Alceste e per questo, entrambi, sulla rete, spesso ridicolizzati come creature del Cretaceo, riemerse per disturbare lo stupeo, lo stordimento degli stupidi cacciatori del tempo … nel tempo.
La caccia di frodo, quella sportiva del tempo, è un insulto al nostro progenitore, grande calcolatore astronomico, che bramava segnare il fluire ritmico degli eventi celesti e terrestri con timore reverenziale.
Vengo al nocciolo della vexata questio youtubica, come da oggetto di questo mio sparlarvi o sparlarmi addosso, che qualche commentatore del misantropo blog ha giustamente relegato nel comma uno del narcisismo diaristico preterintenzionale.
Il complottismo https// non è un problema per l’Arcinemico, è il trastullo.
Della piantumazione edenica, il Barbaro dei Carpazi, al quale io non sarei stato degno nemmeno di rassettare la sua parca dimora al 21 di Rue de l’Odèon a Parigi, non ha mai menzionato il cespuglio del sospetto.
Carmelo Bene, in una sua carrellata autoreferenziale su Cos’è il teatro, 5 ore youtubiche di puro godimento per il sottoscritto, si riferisce all’etimo drama o dramma, come 1/8 d’oncia secondo il conio dell’antica moneta greca, la dracma.
Non so se egli, il pugliese squartatore post-elisabettiano, abbia notato, sicuramente sì, che la radice drac, da cui dra(c)ma, è, guarda un po’, la medesima di dracon, drago, demone, diavolo, nel senso di Divisore.
Non solo, la più antica lingua al mondo, il sanscrito, pone in darç-a, in greco drakon, il vedere.
Il sospetto è ciò che non si può vedere ma che si desidera svelare, illuminare: il buio, l’oscurità, in inglese, è dark.
A tal uopo, le markette youtubiche si rastrellano affidandosi all’incredulità, all’imbecillità, all’ignoranza, al senso di noia, di disincarnamento sociale, di ateismo spicciolo con striature mistico-pagane-panteiste-ecologiste del “cieco” micco digitale.
L’Arcinemico, Drakon, che non soffre certo di presbiopia o miopia dell’intelletto, sugge, da capostipite vampiro qual è, Dracula, il midollo dell’essere a color che son sospesi nel non-essere, guardiani incosapevoli del nulla.
Le dramatis personae, parte elencate a latere di questo blog, sono gli attori; il canovaccio è stato scritto per ognuno di loro dalla notte dei tempi, non v’è improvvisazione, soltanto ripetizione, algebra lineare secondo equazione, uguaglianza di rappresentazione con mutazione di maschera, che si chiami Alceste o Poliscriba, fighetta91, transgenderElly o nicknamechicchessia.
Il diffida sempre di ogni cosa e persona è l’imperativo categorico del Principe di questo mondo, un diffidare che conduce diritti al nichilismo la cui origine lessicale risiede nel Nord d’Europa.
Effettivamente "höll", il secondo termine di Valhalla, è un antico etimo scandinavo che letteralmente significa "luogo coperto, sala", affine, almeno sonoricamente, a hilum, che il nostro Leopardi, etimologista consumato e ricercatore del nulla, inteso come nihil, ci avvertiva accortamente nel suo Zibaldone: “Non so se possa fare al caso l’osservare che noi diciamo filo per nulla, il che potrebbe derivare non da filum, ma da hilum, mutato l’h in f, come viceversa gli spagnuoli, onde appunto per filum dicono hilo”.
Con una mia acrobazia linguistica, che non si dovrebbe prendere troppo sul serio, ritrovo nel termine aramaico Nefilim, assonanza con quanto afferma il buon Giacomo, una piroetta con ali di cera che trova la sua sciolta conclusione nella radice semitica nafal che anticipa storicamente nefil, e che si traduce nuovamente in ... cadere.
Da qui la mia balzana intuizione che i Nefilim non siano giganti, ma drakon discesi sulla terra dopo la cacciata dal Paradiso Celeste, amanti o legati (filos) dalla caduta, Nafal-hilum, Nefal-filum come sostiene Leopardi, o dalla decadenza, termine che nel tempo, inspiegabilmente, secondo i più grandi paleografi, si è contratto in ne-hilum, il nichilismo latino.
Che sia lo sciachimista, il terrapiattista, il negazionista di olocausti o sbarchi lunari, non importa: quel che conta è la monetizzazione, l’ottavo d’oncia, il dramma, appunto, come esercizio dello spettacolo, non certo del teatro che condurrebbe alla benefica catarsi, alla verace trasfigurazione dell’acusmatico, l’ascoltatore di tragedie, non l’avido ingollatore di false commedie.
Dietro una tenda, un nero sipario, si narra che Pitagora insegnasse ai suoi discepoli i segreti del numero, dal sanscrito nam-ati, che significa il devolvere o il distribuire.
Questo web, wwwcumprà, sparge, apparentemente, senza chiedere ricompense, in perfetto stile ascetico, perle di informa-azione, ovvero azioni senza forma, per alimentare fede e fedeltà.
La dietrologia, il retroscena, in-somma, la Verità, non è un’ipostasia, un ente che gode di natura propria al di fuori dello spazio e del tempo: infatti, il termine “vero”, dal sanscrito varâmi, significa… “Io scelgo”.

Nessun commento:

Posta un commento