L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 20 febbraio 2020

Il Progetto Criminale dell'Euro tiene ferma Euroimbecilandia, la Gran Bretagna ha fatto bene a uscirne e ha messo i restanti paesi di fronte alla realtà che nessuno euroimbecille vuole affrontare

Perché il bilancio Ue non piace a nessuno (e come ci siamo arrivati). L’analisi di Polillo



Quando si parla, come ha fatto il presidente del Consiglio, delle nuove “grandi sfide” non dovrebbe mancare una riflessione. A condizione, tuttavia, che l’orizzonte, alla fine, non sia solo quelle delle beghe di cortile tra le diverse forze della sua composita maggioranza

L’Italia ed il dramma dell’Europa. Di un’Europa, secondo l’immagine data dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che non riesce ad affrontare “sfide” particolarmente “complesse”, che gli sono di fronte. Come “la transizione verde, il governo europeo dei flussi migratori, il rilancio della crescita e dell’occupazione”. In una fase, come quella appena trascorsa, che è stata caratterizzata da “una lunga crisi economica, che ha accentuato le disparità territoriali e acuito le disuguaglianze”. Per cui “la politica di coesione” dovrebbe “più che in passato, contribuire a ripristinare la convergenza fra territori e assicurare maggiori e più dignitose opportunità di lavoro, soprattutto per i più giovani”. Parole sacrosante, rese di fronte all’Assemblea di Palazzo Madama.

Oggetto del rammarico: il Consiglio europeo di domani dove si discuterà di un’ipotesi di bilancio – quello relativo al periodo 2021 – 2027- che non sembra piacere a nessuno. Non a Ursula Von Der Leyen, né a David Sassoli. Come del resto non era piaciuta la bozza precedente, curata sotto la presidenza finlandese e ora riproposta, con piccole correzioni ritenute del tutto insufficienti, dal Presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Tensione, quindi, alle stelle. Al punto che quella che si ipotizzava essere una riunione conclusiva, in grado di licenziare il programma, rischia di trasformarsi in una piccola grande bolgia. Ed era forse anche a questo che pensava un Giuseppe Conte, ormai gasato, al termine di un dibattito che aveva visto un forte ricompattamento della sua maggioranza, quando ha detto, ai giornalisti: “la notizia è che vi sorprenderemo perché nei prossimi giorni ci sarà una cura da cavallo per il sistema Italia”.

In attesa di scoprire cosa ci riserva il destino, è bene non dimenticare che questo primo scotto – non è bello dover constatare come proposte comunque meditate da parte dei supremi organi europei siano considerate spazzatura – è solo la prima conseguenza della Brexit. L’uscita della Gran Bretagna ha fatto diminuire le risorse finanziarie a disposizione dell’Europa, comportando un’inevitabile limatura dei possibili programmi d’intervento. Con un budget più contenuto era inevitabile che qualcosa dovesse essere sacrificato. Si poteva, in alternativa, produrre una rimodulazione delle precedenti priorità. Vale a dire spostare risorse dai programmi più tradizionali, verso le nuove priorità. Ma anche questa seconda ipotesi è stata subissata dalle critiche. Si vorrebbe, in altre parole, la botte piena e la moglie ubriaca. Cosa non facile da ottenere: né in Italia, né altrove.

Tant’è che sono in molti a parlare della necessità di recuperare nuove risorse. Le quali, tuttavia, non potranno che venire da un aumento dei livelli di tassazione. Poi si potrà discutere su chi incidere: se sulle grandi multinazionali del web, o sulle stesse imprese europee. Ma sempre di tasse ed imposte si dovrà trattare, quando invece si potrebbe parlare d’altro. Di come accrescere il ritmo di sviluppo complessivo dell’intero continente, ad esempio. Consapevoli del fatto che solo così le scelte successive (la ripartizione) sarebbero indolori. È realistica questa soluzione?

Se guardiamo ai dati a nostra disposizione, la risposta è evidente. Dal 1992 (firma del Trattato di Maastricht) ad oggi, l’Unione europea, nonostante la nascita del mercato unico, non è stata in grado di reggere, a differenza degli Stati Uniti, al dinamismo dell’economia mondiale. Fino al 2003, ad esempio, mentre il tasso di crescita del Pil americano era stato di quasi il 50 per cento, del tutto in linea con gli andamenti dell’economia mondiale, quello europeo risultava essere pari a meno della metà. Negli anni successivi, poi la situazione è addirittura peggiorata. Anche gli Usa perdevano terreno, rispetto alla concorrenza delle economie emergenti (Cina in testa). Ma per l’Europa era addirittura uno spiazzamento, senza possibilità di recupero. Crescita cumulata al 2020 dell’economia mondiale 285 per cento. Europa: 155.

Basterebbero questi elementi, ma è meglio insistere. Nel 1991 il peso dell’Europa sul prodotto complessivo, a livello mondiale, era pari a circa il 27 per cento. Tenendo naturalmente conto della diversità del potere d’acquisto. Gli Usa pesavano per poco più del 21 per cento e la Cina per il 4,3. Nel 2019 i nuovi indicatori: Europa 15,8; Usa 14,9; Cina 19,7. È la dimostrazione di quanto potente sia stato questo stress. L’Europa si è trovata in una morsa: da un lato il maggior dinamismo americano. Checché ne dica Donald Trump. Dall’altro il maglio cinese che, con il suo sistema unfair, ha colpito entrambi i colossi del vecchio Occidente.

Materia di riflessione sul perché si sia giunti a questa situazione, quando si parla, come ha fatto il presidente del Consiglio delle nuove “grandi sfide”, non dovrebbe mancare. A condizione, tuttavia, che l’orizzonte, alla fine, non sia solo quelle delle beghe di cortile tra le diverse forze della sua composita maggioranza.

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