L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 9 febbraio 2020

Mes strumento utile per l'avanzata del Progetto Criminale dell'Euro

Pronto il pacco del MES

di Andrea Muratore
5 febbraio 2020

Per concludere lo spinoso dibattito apertosi nelle scorse settimane sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) nel nostro Paese il governo giallorosso aveva tentato di gettare acqua sul fuoco per ottenere dal Parlamento il via libera all’azione in ambito comunitario promettendo di adoperarsi per annacquare riformare le clausole stringenti con cui il “fondo salva-Stati” sarebbe entrato in concreto funzionamento.

Clausole, queste, che sembravano costruite appositamente per escludere l’Italia dai Paesi eventualmente depositari dei suoi aiuti, in quanto vincolate ai parametri di Maastricht su debito e deficit pubblici. Il premier Giuseppe Conte aveva incassato a giugno, ai tempi del governo M5S-Lega, e a dicembre, nato l’esecutivo tra i pentastellati e il Partito democratico, un via libera sostanziale alla logica del pacchetto: si sarebbe potuto discutere sulla ratifica italiana del Mes solo a patto di una riforma in campo europeo comprendente lo Strumento di bilancio della zona euro (Bicc) e il Sistema europeo di assicurazione dei depositi (Edis).

La maggioranza di governo lo aveva ribadito anche nella risoluzione approvata alla Camera l’11 dicembre scorso. Ma dall’Eurogruppo, l’associazione tanto informale quanto concretamente incisiva dei ministri economici dell’area euro, è arrivata una doccia gelata.

Lo ha sottolineato, in un recente articolo, l’analista Giuseppe Litturi su StartMag: a parole, il comunicato dell’Eurogruppo approvato dal presidente Centeno dopo l’ultimo summit del 20 gennaio approva la logica del pacchetto, ma distinguendo temporalmente tra l’approvazione del Mes su cui “l’accordo in linea di massima è stato già raggiunto e gli aspetti sostanziali non sono più in discussione” e “si tratta di solo di sistemare gli ultimi aspetti di natura legale, prima di far partire la procedura di firma”, e gli altri pilastri rinviati sine die ai prossimi mesi.

Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, prossimo ad affrontare l’elezione per il seggio di Roma-01 della Camera, sono dunque risultati smentiti nei fatti sia sulla promessa di far procedere congiuntamente negoziazione e firme dei tre strumenti sia sul fronte delle modifiche al Mes. Il testo è blindato, chiuso, nonostante rimangano i punti di perplessità. Il presidente della Consob Paolo Savona, non esplicitamente contrario al Mes, vi aveva scorto degli evidenti segni di fragilità: la contraddittorietà tra la natura di “prestatore di ultima istanza” e le risorse limitate, la mancanza di spazi di manovra per creare asset comuni europei in seno ad esso, la scarsa flessibilità di fronte a perturbazioni economiche esterne.

Pur manifestando il suo ottimismo sulla solidità dell’economia italiana e sulla mancanza di reali necessità per un futuro appello al Mes, Savona ha posto chiaramente i termini della questione: il trattato non fa, ora come ora, l’interesse dell’Italia. Anche un accademico pro-Mes come Antonio Tognoli ha avvertito sulla scarsa utilità della riforma di un meccanismo considerato come acefalo e a sé stante. Il dato politico interno è certamente legato al fatto che un governo pienamente in carica ha, sul tema del Mes, mentito sapendo di mentire: ostentando, in continuità con la presunta acquisizione di maggiori spazi di manovra, una capacità d’incisione sui processi di negoziazione e ratifica del Mes totalmente al di fuori della sua portata.

Come nel contesto della manovra finanziaria, Gualtieri e Conte si sono allineati a Bruxelles. Come conclude Litturi, “il Mes si chiude a marzo definendo solo aspetti secondari e, per il rafforzamento dell’Unione Bancaria, su cui ci giochiamo la sopravvivenza delle nostre banche, il cantiere è aperto e ci sarà tempo fino al 2024. Le due cose viaggiano con tempi diversi”. L’impegno del governo Conte I a seguire la logica del pacchetto è evaporato assieme alle promesse vuote del governo giallorosso. E nuovamente Roma si trova di fronte a una limitazione della sua capacità d’azione in Europa. Nonostante le illusioni ottiche che lasciavano presagire cambiamenti positivi dopo la nascita del governo M5s-Pd.

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