L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 4 febbraio 2020

Sovrapproduzione produce stagnazione secolare - Per anni si è lavorato sull'offerta non producendo risultati, si attacca il timido tentativo sulla domanda, non si fanno gli investimenti pubblici ne quelli su ricerca&innovazione. Nessuno si vuole domandare se è il caso di definire cosa come quanto produrre e il riverbero sul mondo del lavoro

La lezione di economia del prof. Zecchini (da San Diego). Per uscire dalla lunga stagnazione

2 febbraio 2020


Sono le cosiddette politiche dell’offerta che devono essere al centro del decisore politico, particolarmente quello italiano, e che sono rese più urgenti dall’affievolirsi del ruolo propulsivo del commercio mondiale di fronte alle nuove barriere commerciali. La lezione dal prof. Salvatore Zecchini


Dalla lontana California, precisamente San Diego, dove si è tenuto all’inizio di quest’anno il più importante congresso di economisti del mondo, è giunta una serie di avvertimenti che i governanti della politica economica italiana farebbero bene ad ascoltare se veramente intendono tirare il Paese fuori dalla palude della stagnazione economica.

Considerare nell’attuale programma economico italiano un incremento del Pil dello 0,6% per quest’anno e di appena l’1% per il prossimo come primi segni di un ritorno alla crescita è pura illusione, perché in realtà sono segni di perdurante stagnazione e per giunta fortemente condizionati dagli sviluppi dell’economia dei maggiori paesi. Il crescente protezionismo dell’America di Trump, la debole congiuntura in Europa, l’esaurimento della spinta derivante da una politica monetaria ultra-accomodante e l’impatto di imprevisti come la pandemia cinese mostrano che non si può sperare né nella crescita altrui per trainare la propria, né sulle mezze, se non errate, misure di politica economica, come si è fatto nell’ultimo ventennio.

Lo spunto per il dibattito californiano è stato dato paradossalmente dai timori sull’evoluzione della più importante e attualmente più florida economia al mondo, quella americana, che permane in una fase di espansione in controtendenza col rallentamento delle altre maggiori aree. Dopo un decennio di espansione e la più lunga fase positiva che si sia vista dal dopoguerra, il timore di diversi economisti e banchieri centrali è che intervenga un sostanziale rallentamento, se non proprio una recessione. In breve, non vi sono le condizioni per dare nuovo alimento a questa lunga congiuntura positiva per molti motivi. Lo spazio di manovra della politica monetaria è molto ristretto negli Usa ed esaurito in Europa e Giappone, nel senso che ogni ulteriore allentamento si dimostra incapace di riportare alla crescita, mentre è stato decisivo nel prevenire una grande recessione. Dal lato del bilancio pubblico gli americani stentano a far decollare un nuovo pacchetto di stimoli, ad esempio per un programma di grandi investimenti in infrastrutture, sia perché il disavanzo federale si è gonfiato fin quasi alla parità col Pil, sia per disaccordi con l’opposizione nel Congresso. Dimenticano, tuttavia, che in virtù del dominio del dollaro nei portafogli internazionali, vi è ancora abbastanza spazio per il finanziamento di ulteriori disavanzi.

Ma la domanda che gli americani si pongono è perché l’economia non torna a crescere a 3% e più. La risposta che viene data dagli esperti sta in alcuni fattori strutturali: il declino demografico, l’invecchiamento della popolazione, la rivoluzione tecnologica in atto che, oltre a tendere ad allargare le disparità salariali, non riesce a diffondersi tra tutte le imprese per il predominio dei giganti delle ICT e dell’innovazione, che fa sì che il più competitivo tecnologicamente cattura gran parte del mercato.

In contrasto, alcuni ben noti economisti, come L. Summers, non abbandonano l’idea che le economie più sviluppate siano entrate in una stagnazione secolare e propongono di uscirne con un rinnovato uso della spesa pubblica in deficit. In breve, propone meccanismi di stabilizzazione semiautomatica, in virtù dei quali se la crescita è al di sotto di quella potenziale o la disoccupazione supera certe soglie, come avviene oggi in Italia, si innescherebbero automaticamente misure come un temporaneo abbassamento dell’Iva, sovvenzioni per la rottamazione delle auto e per maggiori investimenti nella digitalizzazione, aumento della domanda pubblica di beni e servizi, ed altro, piuttosto che ricorrere a elargizioni di denaro ai meno abbienti. Altri, in contrasto, raccomandano misure strutturali, nuovi impulsi agli investimenti, non solo nelle infrastrutture, ma nel finanziamento della ricerca ed innovazione, nell’abbassare il costo dei mutui ipotecari e nel sovvenzionare l’investimento nell’istruzione sia dei giovani, sia per la formazione continua dei lavoratori.

In alcune proposizioni si vede la consueta impostazione macroeconomica volta a scoraggiare la formazione di un eccesso di risparmio nazionale sulla spesa per investimenti, che è quello che si nota anche in Italia e si evidenzia nel surplus della sua bilancia corrente con l’estero che ha raggiunto 2,7 % del Pil. Ma in un contesto attuale in cui l’accomodamento monetario non riesce a innescare la crescita e le politiche di ulteriori disavanzi di bilancio non sono ben accette per i rigonfi livelli di debito accumulato, come in Italia, l’attenzione va spostata sulle politiche mirate su strutture di sistema, fattori produttivi e sistema imprese. Sono le cosiddette politiche dell’offerta che devono essere al centro del decisore politico, particolarmente quello italiano, e che sono rese più urgenti dall’affievolirsi del ruolo propulsivo del commercio mondiale di fronte alle nuove barriere commerciali erette nei grandi mercati. Le politiche della domanda sono, invece, il loro necessario complemento per alleviare i costi per quanti sono colpiti dalle riforme di struttura e dalla transizione alla nuova economia digitale.

L’attuale governo italiano, purtroppo, si è erroneamente concentrato nel sostegno della domanda, in particolare ha peggiorato il saldo primario di bilancio del 2,1% del PIL e dilatato i trasferimenti alle famiglie sia col reddito di cittadinanza che con le pensioni, quindi più denaro a chi tende a spenderlo in consumi. Di contro, ha ridimensionato il sostegno alla ricerca e all’innovazione, pur lanciando il nuovo programma per l’economia verde. Gli incentivi agli investimenti innovativi sono stati limitati e dilazionati nel tempo, il piano integrato energia e clima nella sua forma finale è stato depotenziato, l’alleggerimento del cuneo fiscale è ritardato e va in buona parte a beneficio del lavoro, non si parla di riforme di sistema che possano favorire l’imprenditoria e un diffuso rinnovamento tecnologico, se non qualche modesto incremento dei finanziamenti per la formazione 4.0, mentre permane l’incertezza sulla continuità degli aiuti per i prossimi anni.

Da quale fattore, pertanto, dovrebbe partire la scintilla per una nuova era di crescita? Non dalla domanda estera sempre più condizionata dal protezionismo, non da un nuovo dinamismo imprenditoriale e da un contesto più favorevole all’iniziativa imprenditoriale e all’investimento, non dal miglioramento della qualità e regolazione dei fattori produttivi, non dal proiettarsi tra i leaders nell’adozione di tecnologie fortemente innovative tanto nel privato che nel pubblico. Allora, il Paese non potrà che continuare a languire nella stagnazione.

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