L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 9 febbraio 2020

Un paese schiavo non può avere una politica estera se non quella del suo padrone gli Stati Uniti, che in questo momento stanno a guardare quello che succede in Libia e da ciò l'inerzia italiana

Per Giulio Sapelli anche non far politica estera è pur sempre una forma di politica estera

Libia, siam color che son sospesi
La latitanza non è di oggi ma è costante da vent'anni

di Luigi Marcadella Il Nodo di Gordio

Uscire dai ragionamenti «tutti italiani» che spesso impediscono la percezione del peso e dell'influenza italiana al di fuori nei nostri confini è un valido escamotage per capire cosa succede realmente nel mondo. A maggior ragione nello scacchiere mediorientale dove si intersecano da decenni guerre, rivoluzioni, conflitti per procura ed mastodontici interessi economici e geostrategici. Nel panorama italiano il professor Giulio Sapelli è una delle rare voci fuori dal coro che analizza gli effetti della politica estera, o meglio della «non politica estera», che l'Italia si è rassegnata a mettere in atto. Il curriculum del professor Sapelli è sterminato e noto a tutti, vale la pensa solo ricordare che agli inizi della corrente legislatura è stato in predicato di diventare Premier o in seconda battuta ministro dell'Economia.

Domanda. Professor Sapelli, dopo la Conferenza di Berlino la questione libica è ritornata in fondo alla gerarchia delle notizie del nostro Paese. Qual è lo stato dell'arte della posizione italiana in Libia?

Risposta. Non è nota ai più. È infatti letteralmente scomparsa, come lei ben dice, dall'agenda politica. Le questioni sul campo sono complesse e nuove: in Libia si sono collocate anche potenze non europee attorno ad attori a noi conosciuti come Germania e Francia, quest'ultima in posizione di mediatrice in gran parte delle trattative. Da segnalare, rispetto agli amici tedeschi e francesi che i primi sono, attualmente, i quarti esportatori di armi al mondo e i secondi da anni considerano la Libia uno dei target cruciali della loro politica estera. In questo quadro si aggiunga la presenza sempre più invadente degli Stati del Golfo, degli Emirati Arabi, del Qatar, della Russia, della Turchia.

D. Washington, e l'establishment americano più in generale, hanno in questa fase una sua visione precisa sul futuro della Libia?

R. Gli americani stanno a guardare. Va detto che il Generale Haftar non possiede grandi abilità politiche e militari, come del resto aveva ampiamente dimostrato nella guerra con il Ciad negli anni Ottanta. Quello che conta davvero, per noi italiani, è che l'Eni è priva di un appoggio diplomatico ed è sempre più stretta tra i colossi Total e PetroChina.

D. È ascrivibile alla politica estera dell'attuale Governo e alle posizioni dei leader di maggioranza la nostra progressiva marginalizzazione dalle scelte che decideranno il futuro della Libia? O c'è qualcosa d'altro?

R. Anche l'assenza di una politica estera è una tipologia di politica estera. Così come avviene per le questioni europee, l'Italia da anni si colloca in una posizione di subalternità. Non abbiamo da oltre vent'anni una visione del nostro ruolo in Europa, figuriamoci se riusciamo oggi ad avere una strategia in Libia, in Africa o anche nei Balcani.

D. In Libia, aggi, chi sono i «nostri amici»?

R. Non abbiamo purtroppo più amici. Dobbiamo scegliere come interlocutori i nostri «nemici», quindi bisogna trattare su ogni dossier con i francesi e i tedeschi. E cercare di tornare, questo è il vero punto nodale, ad un rapporto privilegiato con gli americani. L'unico appiglio per salvarci da una irrilevanza irreversibile è riallacciare ai massimi livelli il patto di fedeltà atlantica.

D. E chi sono i nostri «nemici»?

R. Il peggior nemico dell'Italia è la nostra inerzia in politica estera. Ma qualcuno si è accorto che alla Conferenza di Berlino non è stata nemmeno invitata la Grecia? A dir poco scandaloso. Probabilmente la Germania l'ha comprata tutta… Mancavano anche le due «parti» di Cipro. Se avessimo contezza di cosa significa fare la politica estera di un grande Paese europeo avremmo invitato noi i greci.

D. Quelli di cui possiamo fidarci in Medioriente e in Nordafrica?

R. Abbiamo una tradizione molto lunga di rapporti con l'Egitto, un interlocutore commerciale tra i più forti. Ma anche in questo caso ci siamo fatti obnubilare dagli inglesi che hanno approfittato della tragica vicenda di Giulio Regeni. La nostra leadership politica non comprende che si può difendere la memoria di un ragazzo e anche la sacrosanta esigenza di chiarezza e verità senza intaccare gli storici rapporti politici e commerciali con un Paese amico?

D. Hanno sempre più forza le profezie del presidente Francesco Cossiga, fatte a metà degli anni Novanta a Lucio Caracciolo, nell'intervista «Perché contiamo poco» (Limes)? Una cruda disamina sulla progressiva perdita di influenza dell'Italia nel dibattito politico internazionale.

R. Il presidente Cossiga diede quell'intervista circa 20 anni dopo la morte di Aldo Moro, all'inizio di quell'opera di destabilizzazione dell'Italia che è coincisa con la distruzione dei suoi partiti di massa. La questione è semplice: non si può fare la politica estera di una moderna poliarchia (perché di poliarchia si deve parlare, e non di democrazie) senza avere alle spalle grandi partiti di massa. Partiti che oggi governano gli Usa o la Germania e che in Italia non ci sono più. La politica estera aspira a perseguire quello che le élites politiche elaborano e pensano sia utile per il proprio Stato. Da noi le élites che sono rimaste, non credono più nemmeno agli Stati.

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