L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 22 febbraio 2020

Un popolo si ribella, ha trovato la sua bandiera

OPINIONI

STAMPADettagli Pubblicato: 21 Febbraio 2020


di Giuseppe Smorto con Alessia Candito

C’è chi per lui scende in piazza e chi lo accusa di criminalizzare un’intera regione. Che cosa si sta muovendo in Calabria intorno al magistrato più discusso d’Italia? Abbiamo indagato

Catanzaro. "Il capo c’è?" chiede in corridoio un giudice, o forse un agente. Il capo è dietro quella porta blindata: ha davanti un foglio excel con gli appuntamenti del pomeriggio: nome, motivo della visita, possibile soluzione del caso. "Cittadini che hanno il coraggio di denunciare, finalmente". Nicola Gratteri - il più discusso/acclamato/criticato magistrato italiano - racconta di una signora e del suo pollaio. "Capii poi che non era anziana, ma solo prostrata dalla tensione. Il mafiosetto di paese le faceva i dispetti, rubava gli animali e poi ripassava davanti a casa dileggiandola. Di fronte a casi del genere, ci metto lo stesso impegno che per un sequestro di diecimila chili di coca. Ora la signora è più tranquilla. E parliamo di poveri, di deboli, di un posto dimenticato delle Serre". In Calabria qualcosa si muove, allora. "Non la politica, visto che stiamo nella Regione ultima in tutto. Ma io sto invecchiando, non voglio lasciare la mia terra peggio di come l’ho trovata. Per cui sì, l’omertà è finita, c’è voglia di ribellarsi, fanno la fila per parlare con me".
 Non tutti, non quelli che Gratteri definisce con disgusto “benpensanti”. "Ascolti quella canzone di Roberto Vecchioni, Gli ippopotami, e capirà". Ti sorridono volentieri, galleggiano lenti, rotondi e contenti - quella. (Sorriderà anche Vecchioni, che dedicò due brani a un giudice che lo aveva mandato in carcere, tanto tempo fa a Marsala). "I benpensanti sono quelli a cui va bene così: invidiosi, borderline, massoni deviati, ‘ndranghetisti. Ma i tempi sono cambiati. E io finalmente posso applicare il mio metodo, senza nessuno sopra la mia testa". Gratteri ha lavorato a lungo a Reggio Calabria, sotto procuratori capo del calibro di Giuseppe Pignatone, in pensione, chiamato da papa Francesco a portare giustizia nei veleni del Vaticano. E Federico Cafiero de Raho, ora al vertice dell’Antimafia. "Ma io a Reggio non mi sono mai potuto esprimere. Sono uno che non si sente mai appagato".
La piazza di Catanzaro che ha manifestato per lui, la piazza con la foto di Falcone e Borsellino, dice che c’è ancora molto da cercare. Per esempio a Vibo Valentia. Chiedetelo alla madre di Matteo Vinci, ucciso da una autobomba sotto casa. Da anni in lite per una questione di confini con la famiglia Mancuso, estorsioni e narcotraffico. Si potrebbe pensare che chi tratta milioni di euro con società di import-export non pensi ai confini di un podere, a un cancello. E invece no, e invece questo vuol dire controllo del territorio, vuol dire “qui comando io”. E infatti la mamma di Vinci è andata da sola al processo. Quelli che Gratteri definisce benpensanti dicono: di questa famosa operazione "Rinascita-Scott" (dal nome di un agente Dea morto durante le indagini) restano solo briciole. Quelli che scendono in piazza per lui dicono: da quindici anni non c’era una inchiesta seria sui Mancuso (il capo del clan Luigi, detto “Il Supremo” è stato arrestato sul treno, tornava da Milano). Lei come risponde? "L’impianto dell’accusa non è firmato solo da me, ma da altri quattro colleghi. Al mio arrivo qui ho trovato magistrati spenti, tristi, senza motivazione. Con sedici anni di arretrati, fascicoli non toccati".

Manifestazione a Catanzaro a sostegno di Nicola Gratteri


Al momento, 265 dei 334 sotto inchiesta sono sottoposti a misure cautelari. Numeri da maxiprocesso. Lei pensa come il ministro della Giustiza Alfonso Bonafede che non ci sono innocenti in carcere? Sorriso. Eppure fa paura quel termine , "fisiologico", che usa ogni tanto, gli errori giudiziari pesano sulla vita delle persone: "Io lavoro con il codice in mano. Il peggiore dei mafiosi deve sapere che applico le regole, la giurisprudenza più favorevole all’indagato. Se arresto il prestanome di un’azienda, dopo l’interrogatorio può anche essere liberato". Lei ha detto di essersi sentito solo dopo Rinascita-Scott, ha perfino attaccato i giornali per qualche titolo troppo piccolo in prima: "Una forzatura non mia. Però le manifestazioni aiutano sul piano psicologico, fanno bene all’umore dei miei colleghi, delle forze dell’ordine".
Ma a qualcuno il metodo Gratteri non piace. Le gradazioni non sono poi così sottili. In un bar di Palmi, lo scrittore e autore di fiction Mimmo Gangemi racconta un pamphlet in preparazione, Il caso Giustizia, contro una magistratura che si comporta da giudicante ma è inquirente. Dice: "Sono stato invitato all’Anno Giudiziario, mi dichiaro garantista, ho avuto un cognato sequestrato". Si nota un certo timore nella voce: "Vedo aziende rovinate dalle interdittive antimafia, comuni sciolti per i traffici di un solo funzionario". Mi scusi, ma l’emergenza Calabria è sotto gli occhi di tutti. Nel raggio di cento chilometri ha radici l’organizzazione criminale più potente del mondo. "E allora facciamo le leggi speciali, ma dichiariamolo".
Ilario Ammendolia, maestro in pensione ex sindaco di Caulonia, sinistra antica, ispiratore e amico dell’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano, il libro lo ha già pubblicato: La ‘Ndrangheta come alibi, contro “la criminalizzazione di un intero popolo”. Attacca Gratteri e scrive di salti all’indietro in stile Ovra, di “operazioni shock o show”. Jasmine Cristallo, leader delle Sardine reduce dall’iniziativa di Scampia, in piazza a Catanzaro non ci è andata "perché non si manifesta per un giudice". Vede un pericolo di strumentalizzazione: "Salvini si è presentato sotto la Procura catanzarese in piena campagna elettorale. Il consenso per Gratteri è in realtà il segno del fallimento della politica, abbiamo bisogno di praticare legalità, di progetti per il lavoro". Danilo Chirico ha portato a Cinecittà l’associazione antimafia “DaSud” quando ancora la ‘ndrangheta sembrava quella rurale, la Madonna di Polsi che tutto vede e tutto tace: "Di fronte alle minacce è giusto scendere in piazza. Soprattutto in Calabria. Ma ora è il tempo dell’impegno, non è giusto personalizzare certe battaglie".
A Reggio, il presidente dell’Unione Industriali sposa invece in pieno il metodo Gratteri, ed è una sorpresa. Perché molti altri imprenditori si sono scagliati contro "procedimenti puramente indiziari", definendo le interdittive un modo per ammazzare le imprese e cancellare quel che resta del lavoro. L’ingegner Domenico Vecchio racconta di quando costruì il palazzo del Comune di Polistena insieme a Girolamo “Mommo” Tripodi, amatissimo sindaco comunista e ambientalista. "Viaggiavamo scortati, giorno e notte. Ci hanno fatto saltare i mezzi, abbiamo continuato. E il palazzo del Comune è ancora lì. 20-30 anni fa andava così: ora abbiamo i migliori giudici, le forze dell’ordine, la Finanza. Manca solo il lavoro. Vorrei tanto che i miei figli tornassero qui". Con i figli si torna a Gratteri. Ne ha due, entrambi medici, entrambi lontani da casa. È quella doppia assenza di cui ha scritto l’antropologo Vito Teti. I nostri padri sono emigrati, sono stati poveri e hanno fatto i sacrifici per farci studiare. I nostri figli sono partiti. Vero, succede in tutta Italia, ma la fuga dei giovani qui ha i tratti di una emergenza sociale. Perché insieme a loro se ne vanno anche i papà e le mamme in pensione: faranno i nonni in qualche città del nord, il Grande Nord che va da Firenze a Stoccolma.

Conferenza stampa della presentazione dell'operazione "Rinascita-Scott"

Vite girevoli, come i destini dei compagni di scuola di Gratteri, a Gerace. Uno è oncologo, e scrive su Lancet, uno gastroenterologo e insegna a Bologna. Altri invece stanno in carcere - per narcotraffico o altri reati gravi - magari arrestati proprio da lui. "Fossi nato cento metri più sotto, sarei anch’io un delinquente. Dipende tutto dalla famiglia, dai primi anni di vita. Se a casa tua il carabiniere è uno sbirro, se l’illegalità è una regola, sei destinato a una vita da servo e da garzone del boss. Nelle scuole dico: delinquere non conviene". E come rispondono i ragazzi? "Una volta c’era più insofferenza, ora cercano di capire".
Gratteri guarda al sociale e non ha paura di sconfinare. Lo fa fisicamente, andando a piantare gli alberi in una media di Fuscaldo, lo fa con le parole, entrando a piedi uniti sulle gambe della politica: "Se la gente si affida a me, è perché loro hanno lasciato disastri. Non hanno nemmeno saputo spendere i fondi europei". È accusato di avere un certo culto della personalità, di nascondere le indagini ai colleghi. "Io lavoro in pool, ogni mattina li scannerizzo tutti alle 8,30, davanti a un caffè. Vorrei citare Chiara Bonfadini, sette posti vacanti nella sua Brescia, ha scelto di venire a lavorare qui. Delle mie indagini il capo della Polizia e il comandante dei carabinieri sapevano tutto. E quello che so, anche sui miei colleghi magistrati, lo trasmetto subito alla Procura di Salerno".
Anche qui c’è un non-detto. Gratteri ha fatto arrestare un collega, Marco Petrini, presidente della Corte d’Assise di Catanzaro. Aggiustava sentenze per soldi, favoriva il dissequestro di beni appartenenti alle cosche. Prove schiaccianti, impunità. Una mosca bianca? Altri due alti magistrati sono indagati per corruzione. Gratteri non ne parla. Ma risponde così: "Non lavoro con gli sporcaccioni, qui ora non si blocca nulla: posso salutare e baciare una persona e arrestarla dieci minuti dopo. Duro e feroce, per amore della Calabria: ma ora occupiamola". Siamo solo all’inizio, sembra dire. E confessa che il livello della tensione è più alto, le misure di sicurezza rafforzate. "Da trent’anni va così, alti e bassi". Scende da un Suv corazzato, e viene in mente un racconto di Vittorio Zucconi, suo grande amico. Di quando decisero di andare a prendere una brioche con gelato. Il gesto più naturale per un cittadino qualunque in un giorno d’estate per loro diventò una specie di operazione militare.
Dolce sarà il tempo in cui la signora avrà altre galline, Gratteri una brioche in santa pace, e il più feroce degli assassini il più giusto dei processi.

Tratto da: Il Venerdì

Foto di copertina © Imagoeconomica

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