L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 16 marzo 2020

120 basi militari più 20 segrete, gli statunitensi ci occupano militarmente, 400 i milioni di euro anno che spendiamo per mantenerle. Solo partendo da queste premesse si può analizzare correttamente la politica estera italiana, non è il ministro che detiene l'agenda ma l'alta amministrazione della Farnesina che sa precisamente come stanno le cose, e certo dipende dagli obiettivi del ministro degli esteri, ma tutti hanno sempre volato basso al rimorchio del battito di ciglia degli Stati Uniti

Nuovo inviato speciale dell’ONU in Libia. Per l’Italia un’altra occasione perduta

16 marzo 2020 



L’emergenza pandemica del Coronavirus rende oramai secondario qualsiasi accadimento comprese la crisi migratoria, la crisi ai confini fra Grecia e Turchia e la fallimentare gestione della crisi libica pre e post riunione di Berlino.

La nomina del nuovo inviato speciale dell’Onu Ramtane Lamamra (nella foto sotto), ex ministro degli esteri algerino (2013-2017) e commissario per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana, se da un lato appare una scelta saggia, opportuna per esperienza e nazionalità, dall’altro non lascia presagire a breve termine novità positive dallo scenario libico.


Le dimissioni improvvise il 2 marzo scorso di Ghassam Salamé inviato speciale del Segretario generale dell’Onu e capo della missione in Libia UNSMIL hanno in effetti reso ancor più evidente il fallimento dei tentativi Onu, sostenuti da parole più che da atti concreti della comunità internazionale, della Conferenza di Berlino sponsorizzata e caldeggiata dalla Germania, della UE, che ad essa si appoggiava, e degli illusori tentativi di ritornare almeno coprotagonisti di Italia e Francia, a loro volta rivali e competitori.

Tutti uniti e al tempo stesso separati dalle loro ambizioni, superati, e per ora scalzati, dai veri protagonisti, da coloro che potranno decidere l’evoluzione di una sempre più lontana stabilizzazione, vale a dire Russia, Turchia, Egitto e USA questi ultimi richiamati dai fatti e dagli stessi libici a giocare un ruolo primario.


Per noi italiani appaiono lontanissimi i tempi in cui prima il Presidente Obama, poi inizialmente il Presidente Trump chiedevano all’Italia di assumere il coordinamento della stabilizzazione libica, assieme all’Onu, a nome di G7 e G20.

Rientrati in gioco, forti del sostegno americano, da tempo poco solidali con le mire francesi, certamente non invisi a russi e egiziani, siamo riusciti a perdere l’ennesima occasione per poter incidere sulla stabilizzazione libica e soprattutto tutelare i nostri interessi nazionali e i nostri confini marittimi da una posizione internazionale irrobustita dalle circostanze.

Troppe indecisioni, timori, appiattimenti su una gestione Onu che ha bruciato ben 5 inviati speciali succedutisi con poco onore e risultati scoraggianti. Con evidenza dal 2011 in poi governi italiani deboli, presidenti del consiglio dal passo felpato, deleganti, poco determinati nelle arene internazionali per non parlare dei ministri degli esteri alcuni inconcludenti altri addirittura incompetenti, non idonei al ruolo, hanno fatto perdere ulteriore credibilità, autorevolezza al nostro Paese.


La realtà oggettiva evidenzia un declassamento internazionale progressivo del Paese Italia.

Purtroppo queste figure apicali preoccupate solo di non scontentare gli euroburocrati e le istituzioni internazionali, barattando politica estera da paese sovrano e interessi nazionali al fine di elemosinare qualche decimale di PIL di flessibilità finanziaria sono riuscite a trascinare nel declino quasi irreversibile anche gli alti funzionari delle amministrazioni, in particolare gli esteri, incapaci questi ultimi pur coscienti del declassamento, di indirizzare i politici più impreparati ad una svolta, ad un cambio di rotta reso necessario dagli eventi.

Emblematica una battuta circolata al ministero degli Esteri al cambio di ministro con il nuovo governo: “siamo passati dal niente al nulla”.


Per un Paese importante ma declassato come l’Italia, sarà sempre più difficile recuperare il ruolo di media potenza da ascoltare e rispettare, strategicamente rilevante nel Mediterraneo ancora parte del gruppo G7 e G8 ovvero i Paesi più influenti nel mondo.

Abbiamo già ricordato in altri articoli su Analisi Difesa come sia stato deleterio l’appiattimento quasi totale alle istanze UE, alle istituzioni internazionali, la mancanza di una visione, di una strategia nazionale di medio lungo periodo pur rispettando il contesto di alleanze e accordi internazionali.

Il caso Libia risulta esemplare. La Francia ha subito al pari dell’Italia una battuta d’arresto per non dire uno smacco dai fallimenti della Conferenza di Berlino, dalle dimissioni dell’inviato speciale Onu, libanese, Ghassam Salamé sponsorizzato e legato proprio ai francesi, dalle prepotenti incursioni di Turchia e Russia nel teatro libico.


Eppure continua a manovrare autonomamente contrastando l’Italia e seguendo i propri interessi, criticando apertamente la Turchia e sostenendo con armi e forse altro il generale Khalifa Haftar pur non scaricando del tutto Tripoli e al-Sarraj, seguendo formalmente la linea UE, appoggiando l’Onu come mediatore riconosciuto.

In pratica continua senza tentennamenti la sua tradizionale politica estera ancorata alla “grandeur” del passato certa che la sua autonomia sarà comunque premiata nel lungo termine allorché si spartiranno le torte della stabilizzazione libica.

La domanda da porsi è come mai la Francia si è presa la libertà di agire pesantemente anche in terreni non di sua pertinenza laddove l’Italia per storia, tradizione, interessi economici preponderanti e dominante con ENI aveva il ruolo riconosciuto di coordinatore della stabilizzazione libica assieme all’Onu?

Le manovre francesi antitaliane sono state contrastate con continuità e decisione su tutti i fronti (ripartizione dei migranti, frontiere, acquisizioni di aziende e banche italiane e viceversa interventi statali a difesa di quelle francesi allorché Fincantieri, Finmeccanica, Eni e Leonardo potevano ledere gli interessi transalpini)?


Dovremmo quindi convenire visti i risultati in Libia, e altrove, includendo la pesante intromissione della Turchia, la quale di fatto ad oggi ha rimpiazzato l’influenza italiana sul Governo di accordo nazionale (GNA) di Fayez al-Sarraj, quanto avessero ragione i pochi (Lega e Fratelli d’Italia sul piano politico e alcune personalità competenti in materia ma non demagogiche) nelle loro richieste di contrasto costante e continuo a difesa dei nostri interessi primari, delle nostre ZEE marine, di dissuasione pacifica ma perlomeno visibile e non solo umanitaria della nostra Marina Militare.


In verità la situazione era stata ben compresa anche da Marco Minniti, certamente non un sovranista, predecessore di Matteo Salvini al ministero degli interni.

Entrambi i ministri hanno dovuto di fatto ricoprire anche il ruolo di ministri degli esteri sul dossier libico.

Entrambi hanno spinto, Salvini magari con più aggressività, i governi italiani a risposte più determinate con il risultato, mantenendo finalmente con continuità una linea più muscolare, di ottenere maggior rispetto per le istanze italiane, riduzione di sbarchi e al contempo una presenza più influente in Libia.

Ripartire dalle fallimentari e tardive missioni del ministro degli esteri Di Maio in Libia, Turchia, Grecia ecc dalle dichiarazioni retoriche senza riscontri concreti non ad esclusivo appannaggio del ministro degli esteri sarà dura, eppure cruciale per evitare non solo il costante declassamento internazionale ma una pericolosa deriva interna del tessuto economico sociale, attualmente non valutabile, aggravata dalle conseguenze della pandemia.


Un Paese come l’Italia non può permettersi di bloccare la sua politica estera, la tutela di interessi primari, aziende e lavoratori in competizione a livello internazionale per concentrarsi totalmente su un’unica emergenza seppur prioritaria e vitale.

Forse è giunto il momento dell’orgoglio nazionale, della valutazione obiettiva e disincantata sulle politiche subalterne di appiattimento sbagliate, sulle azioni dei Paesi “amici” che approfittano delle nostre difficoltà ma curano coerentemente i propri interessi senza mostrare il nostro grande slancio europeista, solidare, umanitario, sulla grande “famiglia” delle istituzioni europee, sulle Lezioni apprese.

Un Paese come l’Italia deve poter occuparsi di più fronti anche nelle emergenze, richiamando magari risorse colpevolmente accantonate con competenze e esperienze internazionali, deve farsi rispettare superando le solite rivalità fuori tempo e contesto fra esteri, difesa e interni.


Ci si domanda ad esempio come mai non sia mai stato nominato l’inviato speciale per la Libia tanto sbandierato dal ministro Di Maio mesi fa, non ieri. Ancora una boutade per l’opinione pubblica. Nelle sfide complesse vanno cambiate regole burocratiche stantie e antiquate al fine di adeguarsi non solo ai contesti ma anche ai competitori.

Forse i vertici del ministero degli Esteri non gradiscono una personalità forte, competente e riconosciuta svincolata dalle faide e meno felpata, considerati i risultati finora conseguiti, magari nominata direttamente dalla Presidenza del Consiglio per occuparsi bene e a tempo pieno della Libia?


Perderemo ancora il treno lasciando ancora più campo libero alla Turchia, alla Francia (pochi giorni fa il generale Haftar si è incontrato a Parigi con il Presidente Macron ignorando l’Italia, virus o non virus), perfino alla Germania?

Una delle lezioni apprese dai fallimenti del passato avrebbe dovuto indurre un governo autorevole e competente ad utilizzare in tempi oltremodo difficili le Forze Armate in maniera sinergica con obiettivi e scopi precisi sia in campo civile usufruendo di una rigorosa e per questo efficiente pianificazione militare in operazioni civili militari, sia in politica estera.

In quest’ultimo ambito, pur impiegando migliaia di militari altamente qualificati e apprezzati nelle missioni internazionali, non riusciamo da anni a trarre vantaggi concreti per il nostro Paese, per la nostra politica estera. In una parola aiutiamo e arricchiamo gli altri prima di noi stessi.

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