L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 23 marzo 2020

Adesso anche il gregge è scomparso

Immunità di gregge


Roma, 21 marzo 2020

"Ignobile plebaglia!" sbraita il Nerone di Ettore Petrolini nel più sincero incipit politico d'ogni tempo. E prosegue, rivolto al popolo in tumulto dopo il famigerato rogo della Città: "Così ricompensate i sacrifici fatti per voi? Ritiratevi, dimostratevi uomini e domani Roma rinascerà più bella e più superba che pria!".
E dalle turbe gli rispondono: "Bravo!". E lui: "Grazie".
L'imperatore, quindi, rivolto alla corte: "È piaciuta questa parola, “pria”? Il popolo, quando sente le parole difficili, si affeziona. Ora glielo ridico!”
E allora: “Più bella e più superba che pria!” “Bravo!!” “Grazie”.
“Più bella e più superba che pr ...” “Bravo!!” “Grazie”.
“Più bella e più superba che ... grazie” “Bravo!!!”.
“Più bella ... grazie” “Bravo!!!”.
“Bella grazie” “Bravo!!!!”.
“Grazie!” “Bravo!!!!”.
E va avanti così, con Nerone che si prende un "bravo!" automatico a ogni sua mossetta. E allora sentenzia: "Lo vedi? Il popolo, quando s'abitua a di' che sei bravo pure che non fai niente sei sempre bravo!".
Il popolo si affeziona, evidentemente. A parole come "asintomatico", "crescita esponenziale", "immunità di gregge".
E perché? Perché questi termini prendono il posto della parola, la mortificano, trasformandosi in simboli capaci di azzerare il ragionamento. "Esco a comprare il latte!" "E se sei asintomatico?".
E "l'immunità di gregge"? Lo ammetto, questa esiste.
Occorre sottilizzare, però. 
Maurice Barrès affermò: "Rivestiamoci dei pregiudizî, essi ci tengono caldo". I pregiudizî, qui, non sono altro che la lenta distillazione di usi, abitudini, istinti, vizî, ascensioni celesti, infamie, forme e verbi che ci hanno tenuti in vita. Noi Italiani, intendo. Rinunciarvi significa lentamente morire. Come è già accaduto, e ciò è dimostrato, antropologicamente, per alcuni popoli; alcuni di essi compaiono nei miei post; due, in special modo, in Quando morirà l'ultimo Italiano?

[Questo lo dico per affermare che, dal 2015, il mio cammino sempre quello che è; non saltabecco di palo in frasca, di Biglino in Icke, dall'MMT al liberismo di Chicago, solo per una manciata di click d'attualità].

Il pregiudizio come valore (mos maiorum, usanza, tradizione) è venuto a essere sistematicamente posto in disvalore. E questo accade perché, privi di tradizione, siamo come foglie portate dal vento, da qualsiasi vento.
In ciò consiste la vittoria del Potere. E, tuttavia, il Potere, che ci ha tolto il passato e il pregiudizio, si leva di fronte a noi con le stimmate del più trito conformismo. Ma il conformismo non è pregiudizio? No, è cosa ben diversa.
Ecco che entra in gioco l'immunità di gregge.
Il conformismo è una droga potente, un cantuccio discreto ove poter svernare in tutta comodità. Tale il destino della controinformazione. Inevitabile. Il fallimento della controinformazione, ben presto preconizzato, si fa, oggi, devastante.
Finché v'erano cornetti e cappuccini al bar, i rivoluzionari tuonavano col modem ad alzo zero; e rilanciavano le più assurde sciocchezze, dagli Egiziani col microscopio all'ISIS al largo di Fregene, dall'America in dissoluzione ai rettiliani sin alla regina Elisabetta direttrice del traffico di stupefacenti internazionale, da Marcello Foa liberatore della RAI a Salvini contro l'Islam.
Ora, invece, che la realtà li assedia da presso, son divenuti improvvisamente cautelosi; si muovono come bradipi, lanciando occhiate furtive dietro le spalle, ridacchiano nervosamente; si disuniscono, litigano come comari.
Sparare a vanvera rodomontate è una cosa, vantare una propria ideologia (intesa come come collegamento sistematico e logico di idee sulla vita e sul mondo e sull'universo) è un'altra.
Il gregge, in fondo, rassicura; passata la buriana si riprenderà a belare quanto prima. L'informazione va e viene, come gli uomini, la logica e le cose no, resistono. E anche le superne cose de l'etternal gloria son lì, tetragone, e ci giudicano, siano o meno una nostra creazione; e son queste che decidono dei nostri gesti qui in terra perché, come ha svelato Eliot, fra movimento e atto cade l'ombra.
Ma lasciamo queste impennate metafisiche per tempi migliori.
Chiudiamo col buonumore: ma Foa che fa, che fa Foa? Lo chiedo perché lo si è intravisto nelle prime file a Sanremo. Si diverte? Ha paura? O, imbrancato fra Amadeus e Achille Lauro, si sente nel proprio gregge, al caldo, svaniti gli ardori di un secolo fa? Un secolo? O due anni fa?

* * * * *

Sapete dove si trova il maggior centro di studi neroniano? In Romania.
A proposito: se vi capita di guardare qualcosa su Petrolini non credete alla favola del Nerone antimussoliniano. Che Petrolini fosse un iconoclasta, come tutti i veri artisti, è indubbio (i giullari, i fools, non risparmiano il re), ma Petrolini fascista lo era, tanto da consumare cene fastose assieme alla crema dei gerarchi presso le Grotte del Piccione, un locale degli anni Venti lungo via della Pineta Sacchetti, a pochi passi da casa mia. 
A quel tempo, si era nel 1930, Petrolini si diportava da eccezionale mangiapreti. Finché, una sera, proprio dalle Grotte del Piccione, non udì un canto soavissimo. Una melodia casta e soffusa d'innocenza: le bambine del vicino orfanotrofio, infatti, guidate dalle suore di Calasanzio, ringraziavano Dio. Petrolini s'incuriosì moltissimo e scese fra il popolo, quello vero: le bambine, figlie di carcerati o infanti abbandonate a causa della miseria, accolsero l'uomo con sospetto, ma poi si sciolsero. Per pochi minuti, tuttavia, perché era l'ora di andare a letto. Petrolini divenne un filantropo dell'istituto nonché intimo con alcune di loro. Sei anni dopo, sul letto di morte, le volle a sé; una gli disse di raccomandarsi per il viaggio poiché non c'era altro da fare, ora; l'occasione datagli sulla terra stava svanendo. E Petrolini disse: "Tu hai detto una grande verità!". E subito volle un prete, rassegnando l'anima a Cristo. 
Queste cose, fatterelli, le so perché me le raccontò una suorina, decenni fa, quando le cose andavano meglio.

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