L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 25 marzo 2020

Euroimbecilandia incapace impossibilitata a muoversi nata per attuare il Progetto Criminale dell'Euro non riesce ad avere un pensiero creativo che risponda alle esigenze di situazioni reali, in questo caso portare avanti le istanze scaturite dalla polmonite virale

I bluff dell’Eurogruppo, i rischi del Mes e l’ipotesi Coronabond

25 marzo 2020


Il Punto di Giuseppe Liturri sui balletti dell’Eurogruppo, i pericoli di un ricorso dell’Italia al Mes e l’analisi dell’ipotesi Coronabond

Siamo nel pieno di una 2 giorni molto importante, forse decisiva, per le sorti dell’eurozona e del nostro Paese. L’Eurogruppo di ieri sera non è riuscito a fare significativi passi avanti nella definizione di una sufficiente disponibilità finanziaria, messa incondizionatamente a disposizione dei paesi dell’Eurozona per fronteggiare la crisi economica da COVID 19 già in atto. Ed ha solo messo sul tavolo dei Leader una serie di nodi che devono necessariamente essere sbrogliati nel vertice di domani.

Il comunicato finale del Presidente Mario Centeno è una sequenza di generiche dichiarazioni d’intento, molto simile ad una dichiarazione di impotenza. Come giudicare diversamente l’elenco di misure, peraltro nazionali, quando le risorse mobilitabili in pochi mesi potrebbero raggiungere il 20% del PIL, come faceva notare l’ex governatore della Banca Centrale svizzera?

Tutto ciò che l’Eurogruppo è riuscito a dire è stato:
ribadire l’esistenza di provvedimenti nazionali nell’ordine del 2% del PIL (da noi siamo fermi a 25 miliardi, 20 di indebitamento netto, appena l’1,4% del PIL. Mentre la Germania sta deliberando 356 miliardi, il 10% del PIL);
prendere atto dell’attivazione della “escape clause” per giustificare gli scostamenti dal Patto di Stabilità e Crescita; ovvero come dire che quando piove bisogna aprire l’ombrello.
Prendere atto della modifica del quadro normativo sugli aiuti di Stato da parte della Commissione; modifica che oggi serve soprattutto alla Germania, ansiosa di ricapitalizzare con soldi pubblici aziende strategiche per il paese, come d’altronde fece nel 2009.
Prendere atto della proposta della Banca Europea degli Investimenti per un fondo di garanzia di €25 miliardi a favore delle PMI.
Velocizzare l’iter normativo per un fondo da 37 miliardi destinato alle spese più urgenti.
Definire come accedere ai fondi del MES, su cui “c’è ampio consenso”, salvo lasciare indeterminati alcuni decisivi dettagli, su cui dovranno tornare i leader giovedì.

Ed i coronabond, o che dir si voglia? Non pervenuti. Ma ci torneremo noi più avanti.

Centeno ha tuttavia esplicitato l’importante premessa che questa crisi è simmetrica, quindi nessun Paese può essere accusato di “azzardo morale” e sottoposto a rigide condizionalità prima di aiutarlo. Di conseguenza ha precisato che “le caratteristiche di questo strumento (MES) devono essere coerenti con la natura simmetrica ed esogena dello shock da COVID 19… e questo è altrettanto vero per qualsiasi annessa condizionalità”.

La linea di credito a condizionalità rafforzata (ECCL) del MES dovrebbe essere resa disponibile a tutti i paesi aderenti, ma attivabile solo su richiesta, fino all’ammontare massimo del 2% del PIL del paese richiedente. Per l’Italia si tratterebbe di circa €35 miliardi. Poco più che noccioline in confronto ai numeri del collasso economico che stiamo vivendo, che si misurerà nell’ordine delle centinaia di miliardi.

Il MES ha una capacità teorica di prestare €410 miliardi, che però oggi non ha nelle proprie casse. Per reperirli, deve emettere obbligazioni sul mercato che già oggi la BCE sottoscrive fino ad un ammontare massimo del 50% delle emissioni. In via alternativa e residuale può richiamare il capitale residuo ma non versato da parte degli Stati, cosa che comporterebbe per l’Italia un ulteriore esborso di circa 110 miliardi (ne abbiamo già versati 14, su un totale di 125).

Questa linea di credito, ha aggiunto Centeno, servirebbe come “linea aggiuntiva di difesa, funzionerebbero come un’assicurazione per proteggerci contro la crisi in atto… mirata nel breve termine a rispondere alla crisi del coronavirus e nel più lungo termine i Paesi dovrebbero tornare in equilibrio”.

Riguardo al MES, i commenti si sono focalizzati sull’esistenza di un fronte nordico (Olanda, Germania, Austria) contrario all’uso immediato dello strumento e comunque sempre fornito di una stretta condizionalità, ed il fronte “Club Med” (Francia, Italia e Spagna) che invece ne sollecitano l’immediata disponibilità senza condizionalità.

A questo proposito la risposta più lucida l’ha fornita il Direttore del MES, Klaus Regling: “i fondi saranno usati per le spese relative all’emergenza sanitaria ed alla risposta economica alla crisi… su questo focalizzeremo le nostre condizioni”. Come sostengo da tempo, la trappola perfetta. In quanto viene abilmente nascosto un aspetto: quelle condizioni inizialmente “leggere” possono essere successivamente modificate a maggioranza qualificata dal Consiglio UE (art. 7, regolamento 472/2013) e quindi trasformarsi ex-post in una tagliola. Inoltre, come specificato bene nella lettera di Centeno al Presidente del Consiglio Europeo Michel, il tutto avviene “nell’ambito delle norme del Trattato sul MES”. Una sottolineatura non secondaria per evidenziare la necessità che il MES operi all’interno delle regole esistenti, altrimenti finirebbe sotto la scure dei giudici.

Ma c’è altro. “il sostegno del MES dovrebbe essere specificamente utilizzato per la risposta alla crisi da COVID 19, inclusi i costi del settore sanitario ed i costi economici sostenuti. Nel lungo termine gli Stati membri dovrebbero concentrarsi sull’assicurare un percorso sostenibile”.

E chi traccia la linea rossa che separa, nel bilancio dello Stato, questi costi dagli altri? Qualcuno pensa davvero che, in una crisi che avrà effetti moltiplicativi tuttora non stimabili, sia possibile una demarcazione simile? Se decidessimo di aumentare gli stipendi degli insegnanti per incentivarli a progetti di recupero di questi mesi di inattività o nella messa a punto di lezioni on-line, sarebbe incluso nel sostegno del MES? O dovremmo chiedere a qualche occhiuto funzionario di Bruxelles?

Se decidessimo un taglio del cuneo fiscale nell’ordine del 2% del PIL per far ripartire un’economia sotto shock dopo 3 mesi (speriamo) di arresto totale, dovremmo attendere il via libera del MES? O dovremmo mendicare qualche spicciolo, sperando nella benevolenza dei mercati?

Da ultimo, Centeno ci tiene a sottolineare che il debito pubblico debba essere sempre sostenibile. E qui emerge un altro dei problemi del MES. Quella valutazione di sostenibilità è preventiva ed è comunque un’altra arma di ricatto verso il Paese finanziato.

In chiusura giova tornare sulle parole di Regling. Alla domanda sulla possibile emissione dei coronabond, ha testualmente risposto che questi titoli, la cui caratteristica fondamentale è la garanzia comune dei paesi dell’eurozona per il loro rimborso, esistono già. E sono proprio quelli emessi dalla BEI (garantiti da tutti i membri della UE) e quelli emessi dal MES (garantiti dai membri dell’eurozona). Quindi di cosa stiamo parlando?

Tutto il dibattito sui coronabond ruota intorno a questo “non detto”. Volete questi titoli? Allora dovete sapere che ci vuole un veicolo finanziario per emetterli e ne abbiamo ben due (BEI e MES) che presterebbero i fondi così raccolti con delle precise regole; quelle dell’inflessibile creditore, addirittura privilegiato.

Come si fa a non evidenziare una tale banale verità? Nell’Eurogruppo di ieri, fonti ben informate hanno riferito alla Reuters che la Lagarde ha proposto l’emissione “una tantum” di coronabond. Ma, l’equivoco è sempre quello: chi emette i titoli e poi presta i fondi, ed a quali condizioni?

Si continua a non voler vedere il fondamentale vizio di tutta la vicenda. I Paesi del Nord non vogliono condividere nulla per timore che riversiamo nelle spese legate alla crisi da COVID 19 qualcosa di più e di diverso della spesa per i respiratori e le mascherine e qualche mese di cassa integrazione. Questa è l’amara realtà. Ed allora cercano di dirottarci verso il MES, nella sua unica e vera forma con condizionalità, che è strumento efficace per controllare il nostro bilancio. Ecco il motivo dell’insistenza verso questo strumento, che non avrebbe altrimenti senso vista la disponibilità della BCE a finanziare illimitatamente gli Stati (“there are no limits”) che però ho trovato ben 6 voti contrari nel suo consiglio direttivo.

Esiste un solo coronabond utile. Sono i titoli emessi dai singoli Stati, secondo le proprie necessità, con le seguenti caratteristiche:
Non conteggiati ai fini del debito pubblico;
Acquistati all’emissione o subito sul mercato secondario dalla BCE , nell’ambito del PEPP e senza alcun limite nella ripartizione tra paesi o nella percentuale del debito detenuto per ogni singolo paese;
Detenuti in bilancio dalla BCE in perpetuo, rinnovandoli automaticamente ad ogni scadenza; finanche cancellati.

Ricordando che la Corte Costituzionale tedesca il prossimo 5 maggio dovrà pronunciarsi sul QE, con elevata probabilità di una sua bocciatura, allora è il momento che in Europa si decidano, come ci ha ricordato il Professor Melvyn Krauss della New York University: o la solidarietà, accettando una vera mutualizzazione del debito come sopra descritta, oppure l’euro è finito e l’Italia andrà per la sua strada. Quella già imboccata da Londra e prospettata nell’ultimo editoriale di Wolfgang Munchau sul Financial Times.

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