L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 marzo 2020

Il Progetto Criminale dell'Euro prevede che i tedeschi si terranno i fornitori italiani utili alla loro industria, imprese lombarde, emiliane, venete; i francesi il credito italiano. La spartizione è servita

ITALIAOGGI - NUMERO 065 PAG. 5 DEL 18/03/2020
POLITICA
Sapelli: manca la competenza necessaria per interventi, non dico risolutivi, ma di sostegno

Dallo Stato pannicelli caldi
Recessione? Ma in Italia ci siamo da vent'anni, in recessione

di Alessandra Ricciardi

Dietro l'angolo dell'emergenza coronavirus c'è una recessione dagli «effetti devastanti». Le misure assunte dal governo italiano per fronteggiare la crisi? «Pannicelli caldi, quello che servirebbe è una holding di stato che faccia industria». Così Giulio Sapelli, storico dell'economia, attento analista della politica italiana ed europea. E a proposito della chiusura delle frontiere europee dice: « Una decisione assunta senza nessuna giustificazione teorica, quando il virus già scorrazza ovunque. E dopo che è mancata una politica sanitaria comune».

Domanda. L'Europa è pronta a blindare per 30 giorni i suoi confini verso l'esterno per contrastare il virus. Che cosa comporterà per le merci e per le persone?

Risposta. Salvo che verso la Cina, l'Europa è già oggi il continente più chiuso al mondo per lo scambio delle merci, molto più di quanto non siano gli Usa. La chiusura della Ue mette solo in evidenza la verità di un macro territorio che è aperto al suo interno ed è molto protezionistico verso l'esterno. È invece molto più inquietante, e apre interrogativi ontologici, il chiudere all'arrivo di extracomunitari. La nuova ideologia dei diritti individuali, che aveva sostituito la ragione di stato, è saltata.

D. L'Europa ha trovato la sua ragion di stato?

R. Ma serviva un coronavirus per farlo? L'Europa non ha mai deciso che dovesse essere fatto un esame pandemico agli immigrati che arrivano dal mondo, non esiste una politica sanitaria europea. Ora, quando il virus già scorrazza in tutta Europa, si decide di chiudere le frontiere senza nessuna giustificazione teorica. La chiusura delle frontiere non fa che dimostrare che l'Europa non è uno stato di diritto e non è più una democrazia liberale.

D. In che senso?

R. Chiunque, socialista, moderato, conservatore, non può oggi non dirsi liberale nel senso del liberalismo di stampo inglese o francese, scuole che sono contrarie allo stato di eccezione e favorevoli allo stato di diritto. L'Europa sta continuamente dimostrando di essere uno stato di eccezione.

D. La chiusura delle frontiere dell'area Schengen arriva in un contesto eccezionale ed è dettata dall'esigenza anche di evitare che siano i singoli stati a chiudere le proprie frontiere.

R. Non sono un virologo, ma non posso non notare che coloro che criticano i sovranisti sono gli stessi che hanno detto che «Milano non si ferma», che hanno permesso partite di calcio in trasferta con tanto di tifoserie al seguito, che non hanno chiuso comuni in cui era evidente che stava per esplodere il focolaio, salvo poi piangere per le troppe bare che affollano le chiese. E ora ci stupiamo che la Lombardia sia diventata un focolaio unico? Il coronavirus a livello europeo mette in luce l'assenza di una democrazia liberale, in cui si votano istituzioni che decidono per un bene comune. Come del resto conferma il comportamento della Lagarde.

D. Fa riferimento alle dichiarazioni della presidente della Bce, Christine Lagarde, in merito allo spread, dichiarazioni che hanno prodotto una perdita del 17% sulla borsa di Milano?

R. Si sarebbe dovuta dimettere per la gravità di quanto ha detto. Oltre a fare quello che le dice di fare la potenza tedesca, è priva di intelligenza sociale nel dire che non è suo compito frenare lo spread. Altro che aristocrazia, qui siamo alla plebe rivestita di Dior che comanda.

D. Molti hanno evidenziato il diverso atteggiamento del predecessore della Lagarde, Mario Draghi.

R. Non è solo una questione di stile, Draghi, in linea con la politica americana, si è imposto sulla Germania e ha fatto di tutto contro una deflazione secolare. Ora i tedeschi, e i francesi che li seguono a ruota, si apprestano a desertificare le economie di Italia, Portogallo, Spagna e Grecia e a lasciare ciò che rimane alla Cina. È elementare. I tedeschi si terranno i fornitori italiani utili alla loro industria, imprese lombarde, emiliane, venete; i francesi il credito italiano. La spartizione è servita.

D. E noi italiani?

R. E noi ritorniamo allo stato preunitario, siamo un insieme geografico, senza una propria classe dirigente. Il coronavirus sta realizzando il darwinismo economico, una selezione della specie. Vince chi si è affidato allo stato, perde chi si è affidato al libero mercato. Guardi la Germania, loro praticano il libero mercato per gli altri, lo stato per la loro economia. La Germania ne uscirà vincitrice. La loro Cassa depositi e prestiti si regge sulla garanzia dello stato, da noi è fondata sul patrimonio del risparmio postale e delle fondazioni, quindi non può dare garanzie statali, non ha la potenza di fuoco necessaria.

D. Dietro l'angolo c'è la recessione?

R. Ma noi sono vent'anni che stiamo in stagnazione, che non cresciamo, ora entreremo in una recessione terribile, dagli effetti devastanti.

D. Il governo ha varato un decreto da 25 miliardi e se ne annuncia un altro ad aprile.

R. Le misure del governo italiano sono pannicelli caldi, manca la competenza necessaria per interventi che non dico siano risolutivi ma di sostegno. Per non parlare del rilancio, per carità.

D. Andiamo un po' sul dettaglio.

R. Le misure sulle partite Iva: si spostano i pagamenti dal 16 al 20 marzo, ma questa è una presa in giro. E poi, si danno 100 euro in più a chi va a lavorare in azienda e non fa smart working, ma questo è un intervento classista e ininfluente. Invece di tirare fuori misure di questo tipo, con decreto legge il governo dovrebbe avere la forza di mettere in piedi un ente di diritto pubblico tipo l'Iri, una holding di stato che faccia industria.

D. Finanziata con quali fondi?

R. Aumentando la tassazione e aumentando il debito, ovvio. Altra strada non c'è. Una tassazione di scopo, come fatto per l'autostrada del Sud, basta un po' di fantasia e di memoria. E poi trasformare tutte le concessioni pubbliche in concessioni no profit, i profitti devono andare in manutenzione e altro lavoro, senza dividendi ai soci. Se non si assumono decisioni forti, siamo nell'abisso.

D. Dovremmo anche firmare il Mes, l'accordo sul Meccanismo Europeo di Stabilità.

R. Se lo faremo sarà la catastrofe, saremo tenuti alla ristrutturazione del debito pubblico e faremo la stessa fine della Grecia.

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