L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 18 marzo 2020

La punta di diamante, la borsa, del libero mercato che libero non è mai stato viene messo a nudo dalla polmonite virale. La borsa un meccanismo legalizzato per rubare-inglobare, risucchiare risparmi

2020, recessione. Il virus colpisce le borse mondiali: peggio del 2008

-16 Marzo 2020


16.03.2020 – 21.06 – Mentre stiamo in casa per proteggerci dal Covid-19, c’è un altro virus che non si ferma: è una pandemia parallela, un male che ha contagiato le borse e i mercati di tutto il mondo e che si chiama paura. Con la paura, l’incertezza e il desiderio di vendere, di realizzare subito. È un virus le conseguenze del quale saremo chiamati ad affrontare quando, fra qualche mese, le porte di casa si riapriranno per farci tornare al lavoro; dove ‘lavoro’ sarà non andare in ufficio, in azienda o dai clienti per le solite cose di prima, ma cercare di inventarsi qualcosa per ricostruire quello che probabilmente non ci sarà più. Con oggi il mondo è ufficialmente entrato in una condizione di crisi peggiore di quella del 2008, dalla quale non eravamo in realtà mai ancora usciti in modo stabile; oggi però, 16 marzo, ci ripiombiamo, è il lunedì nero. Wall Street ha ‘staccato la spina’ per tre volte durante sei sessioni di scambi: i mercati sono precipitati, il meccanismo di salvaguardia è entrato in azione automaticamente e a niente è valsa l’azione di ieri della Federal Reserve – il taglio a sorpresa degli interessi – che è stata interpretata, a quanto pare, come un segnale di ulteriore instabilità. Nel mondo, nel “si salvi chi può” generalizzato e di fronte alla mancanza di qualsiasi strategia comune fra nazioni, non si parla d’altro che di Coronavirus: i mercati hanno reagito, e continuano a reagire, di conseguenza, da quando l’economia moderna è iniziata niente li spaventa più dell’incertezza. Covid-19, e il panico che ha generato, più che da un punto di vista sanitario da un punto di vista sociale ed economico, rappresenta ad oggi l’incertezza totale. I governi non hanno un piano, o se c’è è ritenuto dai mercati insufficiente, e l’economia mondiale si sta fermando e infilando nel binario della recessione con S&P caduto di più dell’8 per cento già all’apertura – miliardi e miliardi di dollari scomparsi nel nulla – per recuperare poi un poco, fermandosi a un 7,5 per cento di negativo. Sull’indice tecnologico Nasdaq, meno 7,4 per cento. Petrolio a 30 dollari al barile, per la prima volta dal 2016; dollaro sopra l’euro. In Europa, il blocco e lo ‘stiamo a casa’ portano il DAX tedesco, il CAC francese, il MIB italiano e l’IBEX spagnolo a perdite fra il 7,5 e il 9,8 per cento. Mercati asiatici chiusi, con l’ASX australiano in ribasso del 9,6 per cento e il Nikkei giapponese del 2 per cento.

Le motivazioni sono facili da comprendere, anche per un non esperto di finanza: la mancanza di politiche precise e di rassicurazioni da parte delle forze di governo, unite alla chiusura (anche se parziale) delle frontiere attuata senza nessun coordinamento e allo stop generalizzato di larga parte delle attività produttive, che si sta allargando a macchia d’olio, significano un impatto duraturo sulla crescita e sul mercato del lavoro che sarà di proporzioni molto grandi, che metterà in dubbio i risultati raggiunti proprio dal 2008 a oggi e che non durerà certo quindici giorni, ma presumibilmente diversi anni. In questo scenario l’Europa – che si sta piegando di fronte alla spinta dell’opinione pubblica e alla paura del virus, e che riceve giornalmente i colpi delle forze politiche interne avverse all’Unione – di fatto rischia la dissoluzione se non saprà trovare, e prestissimo, una politica comune e una risposta sovranazionale (nessun paese, oggi, ha probabilmente in Europa la forza per reagire da solo e invertire la tendenza all’interno della propria nazione). Su questo scenario s’innestano le conseguenze di ciò che potrebbe accadere oltreoceano se anche gli Stati Uniti dovessero incorrere negli errori europei, il già pronosticato rimbalzo dell’economia cinese (che affronta naturalmente ora un drastico calo ma che ha risorse a disposizione, e che se tutto, per Xi Jinping, andrà bene, l’anno prossimo potrebbe trovarsi in vantaggio sui tempi e a essere diventata la nazione più potente del mondo con anni d’anticipo sul proprio programma; chi aveva scritto in gennaio che questa era la motivazione principale della leadership cinese, più che la paura del Coronavirus, potrebbe non aver sbagliato), nonché le mosse strategiche della Russia dove il virus, questa è la versione ufficiale, non arriva, dove Vladimir Putin è diventato lo Zar del Ventunesimo secolo nella ricerca di un equilibrio vantaggioso con la Turchia di Erdogan per il Medio Oriente.

Sui mercati di Londra, così scriveva il Times oggi, si prevede che le cose, con un po’ di fortuna, possano tornare quasi normali a fine agosto; è una scommessa, quella di Boris Johnson, alla quale l’Italia (emotiva, poco abituata alla Realpolitik – pur intuendo che le cose non saranno proprio come le ha raccontate la stampa di qui e un blocco di qualche tipo lo faranno anche i britannici) guarda con scandalo. Eppure, con tutti i voli British Airways, Easyjet e Ryanair parcheggiati desolatamente negli aeroporti dello scacchiere britannico, forse si tratta di una decisione che non aveva alternative per uno stato già provato dalla Brexit. Vacanze e viaggi, per un certo tempo, saranno un ricordo lontano; alberghi e operatori turistici già da giorni hanno capito che la chiusura, per molti di loro, sarà inevitabile per un riavvio l’anno prossimo che sarà lento, e altrettanto ha compreso l’industria del tempo libero e del divertimento, primi fra tutti i gestori di locali pubblici e ristoranti. In negozi appena aperti pochi giorni fa, anche in quelli che possono ancora lavorare, non ci sono clienti e due commessi su tre ricevono il licenziamento perché la cassa integrazione per chi ha appena aperto non vale. Nel frattempo, stiamo a casa, aggrappati all’idea che fra dieci giorni (quattro sono già passati) tutto sarà come prima, e il picco di contagio si sarà distribuito. Non sarà così, non nella realtà, i numeri finora non dicono questo; e chi ha provato a comprare penne e matite per i bambini o un paio di mutande in qualche catena di distribuzione di Milano si è sentito rispondere che non si possono vendere, perché non sono beni di prima necessità. Al supermercato, in Largo Barriera triestino, le matite le vendono ancora, ma si entra uno alla volta e se non fai presto e in pochi minuti qualche zelante avventore ti fotografa e ti pubblica su Facebook. Le cartolerie sono chiuse, e la biancheria intima speriamo che duri; probabilmente per qualche mese durerà. “Cura Italia” è un inizio, non basterà una sola somministrazione e non basteranno 600 euro una tantum (fra gli altri provvedimenti); per un’altra sera, #iorestoincasa.

Nessun commento:

Posta un commento