L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 16 marzo 2020

La Strategia della Paura e del Caos è sfuggita di mano agli ideatori, ai mass media cassa di risonanza del potere neoliberista. La polmonite virale gli si è ritorta contro e la narrazione dell'austerità obbligatoria per uscire dalla crisi diventa fallace viene disvelata i miliardi, oplà, escono fuori e si riverbano inesorabilmente a rafforzare i diritti sociali, a cominciare dalla sanità pubblica, a chi lavora, all'economia tutta, alle famiglie e ancora non è finita gli effetti diventano incancellabili nella memoria collettiva delle persone. Niente sarà come prima

Specchi lontani e vicini: la malattia come evento e come rappresentazione

di Eros Barone
14 marzo 2020


Qui mira e qui ti specchia, / secol superbo e sciocco, / che il calle insino allora / dal risorto pensier segnato innanti / abbandonasti, e volti addietro i passi, / del ritornar ti vanti, / e procedere il chiami. / Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti, / di cui lor sorte rea padre ti fece, / vanno adulando, ancora / ch’a ludibrio talora / t’abbian fra sé... libertà vai sognando, e servo a un tempo / vuoi di nuovo il pensiero...
Giacomo Leopardi, Da La ginestra.1

1. Una storia, più storie

La diffusione del coronavirus e il clima di allarme e di mobilitazione che il fenomeno in corso sta scatenando nel mondo e segnatamente nel nostro paese costringe a riconoscere nell’esperienza della malattia una dimensione largamente presente, e quindi cruciale, nella vita delle generazioni umane. In effetti, chi si avvicina alla storia del passato è inesorabilmente colpito dall’onnipotenza della malattia. Essa, del resto, ha sempre costituito uno dei passaggi obbligati della narrazione storica e della reinvenzione letteraria, da Tucidide ai cronisti medievali, da Boccaccio al Manzoni, senza dimenticare due classici del Novecento come La montagna incantata di Thomas Mann e La peste di Albert Camus.

Manifestazione del male e nel contempo inquietante metafora del male, la malattia rappresenta e simboleggia quel sentimento di insicurezza che, già ben presente e radicato nelle età antica, medievale e moderna, costituisce, ad onta delle rimozioni e a dispetto della scotomizzazione, il fulcro della sensibilità contemporanea nell’epoca del tardo capitalismo e della sua cronica “crisi generale”.

Endemica debolezza fisica, epidemie, pandemie, tubercolosi, malaria, malattie della pelle e malattie nervose, malformazioni di tutti i generi, mutilazioni, e, su tutto, la peste e la lebbra: la storia di queste fattispecie nosologiche è connessa in modo inestricabile con quella delle società, ed è un intreccio molteplice.

È indubbio che le cause fondamentali della diffusione delle malattie siano da ricercare nei livelli di vita e nei regimi alimentari delle popolazioni: la sottoalimentazione, la dinamica dei rapporti di produzione, le cattive condizioni igieniche, l’assenza di una politica sanitaria da parte del potere sono le radici più profonde della diffusione delle malattie e le immagini che ci rimandano gli specchi della storia non sono poi molto diverse, quanto al loro significato, da quelle che appaiono sugli schermi degli odierni ‘mass media’.

Dal punto di vista storico, è noto che, una volta che la malattia abbia fatto la sua comparsa, l’incidenza e l’andamento di essa dipendono dalla distribuzione del reddito all’interno della popolazione, dal tipo di insediamento della popolazione stessa sul territorio, dalle forme di prevenzione, di terapia e di esclusione poste in atto dalla società. Infine, la malattia lascia segni profondi: nella demografia, nel modo di pensare, nell’economia, modificando livelli salariali, prezzi degli affitti e andamento della produzione. Perfino nei modi della loro scomparsa e delle vittorie riportate su di esse, le malattie risentono delle condizioni generali della società. Insomma, le malattie, con tutto quanto intorno ad esse si muove, costituiscono lo specchio fedele di una società.

Sennonché l’approccio storico-sociologico al tema della salute e della malattia rischia di far dimenticare quello che si può definire il livello biologico-naturale. In altri termini, occorre rammentare che l’uomo fa parte di un complesso e delicato sistema ecologico, nel quale anche le malattie costituiscono un fattore di equilibrio dinamico. Non vanno perciò dimenticati o trascurati i meccanismi attraverso cui si moltiplicano o regrediscono virus e batteri, i modi e gli agenti attraverso cui si trasmettono, il ruolo del clima e delle stagioni nell’insorgere del morbo. Si pensi al caso della peste. Avendo in tutte e tre le sue forme – bubbonica, polmonare, setticemica – un corso letale, essa fu per secoli l’incubo delle popolazioni, finché un bel giorno, nel Settecento, scomparve dall’orizzonte nosologico del genere umano. Ancora oggi sono oggetto di supposizioni differenti i motivi per cui essa sparì: un microrganismo più forte che ne fagocitò il bacillo o l’estinzione dei topi, appartenenti alla specie del ratto nero o ratto norvegico, che svolgevano la funzione zoonosica di veicoli della diffusione del bacillo pestoso; oppure, più genericamente, grazie ad un diverso adattamento biologico fra i tre protagonisti della catena di trasmissione del contagio: uomini, topi e pulci; o, da una diversa angolazione, grazie alle politiche sanitarie, improntate a criteri laici e scientifici, adottate dai governi mediante misure di isolamento, quarantena e disinfestazione degli ambienti infetti. Quale che sia la risposta corretta, gli storici nella ricerca delle cause dovranno esplicare un approccio multilaterale che saldi tra di loro tre fattori, distinti e complementari, inerenti al contesto naturale-biologico, al contesto tecnico-scientifico e al contesto socio-politico. 2

2. La malattia come fattore di disorganizzazione e di riorganizzazione della società

Due storie sono allora possibili: una nosocentrica, interamente centrata sulla storia naturale della morbilità, ed una antropocentrica che si risolve per intero in una sociologia della morbilità.

La prima è una storia naturale della morbilità e una sorta di ecologia retrospettiva, in cui il fattore uomo è di fatto marginale. Da questo punto di vista, la scoperta dell’America, ad esempio, non è altro che un caso il quale ha reso possibile un’anfimissi ben altrimenti potente, in virtù della quale le ‘influenze’ del vecchio mondo si sono mescolate con la sifilide del nuovo mondo. La seconda rivela l’opprimente presenza della malattia nelle società medievali e moderne: una malattia che colpisce prima di tutto i poveri e, anche quando le condizioni della sua diffusione sono in teoria paritarie, come nel caso della peste, resta sempre selettiva. D’altronde, le istituzioni sanitarie accentuano questo carattere con la segregazione dei malati poveri e la fuga dei potenti e dei ricchi, cui fanno riscontro la disoccupazione e la fame nelle città rinchiuse all’interno delle proprie cinte murarie.

La malattia è poi quasi sempre un fattore di disorganizzazione e di riorganizzazione della società: in questo senso essa rende più visibili le articolazioni e le faglie che dividono i gruppi, le tensioni che li attraversano all’interno e nei reciproci rapporti. L’evento della malattia diviene allora il punto di osservazione privilegiato da cui è possibile cogliere il significato reale dei meccanismi amministrativi, delle pratiche religiose, i rapporti tra i diversi poteri e l’immagine che una società ha di se stessa. Basti pensare ad un esempio quanto mai sintomatico: l’esclusione comunque e dovunque instaurata: dai poveri agli ebrei, dai medici ai soldati, dai protestanti ai...cinesi. Un sistema, quello dell’esclusione, che tocca il cuore delle società e, nel contempo, lo rivela. Così, anche per queste due storie vale il discorso che si è fatto sui differenti approcci al tema della malattia: diversi per i loro metodi e i loro fini, essi sono in realtà complementari e solidali. 3

3. Approcci complementari, ma asimmetrici

Le malattie non sono immutabili, esse si trasformano nel tempo, modificano le proprie caratteristiche, emergono, regrediscono fino a scomparire, sono diverse secondo le epoche, secondo le zone geografiche e secondo gli strati sociali. Ogni età ed ogni civiltà hanno avuto le proprie peculiari malattie, intese come fenomeni di massa, cioè come accidenti che coinvolgono l’intero tessuto sociale. I primi secoli dopo il Mille sono stati segnati dalla lebbra; dopo la metà del Trecento la peste ha imperversato in Europa, per essere soppiantata, fra Quattrocento e Cinquecento, dalla sifilide. La tubercolosi ha accompagnato la rivoluzione industriale e il colera ha sconvolto la seconda metà dell’Ottocento. Dal canto suo, il Novecento è stato il secolo dell’espansione industriale e del diffondersi delle malattie degenerative (sindromi cardiovascolari e neoplasie) e di quelle psicosomatiche (nevrosi), chiaramente collegabili con la crescente nocività ambientale, perciò inseparabili dall’organizzazione sociale, dall’influenza della cultura e dalla stessa organizzazione sanitaria. I successi o gli scacchi che si verificano nel gioco alterno delle vicende morbose dipendono infatti dall’organizzazione sanitaria di una determinata società, ma dipendono molto più ampiamente dalla organizzazione sociale complessiva.

La malattia pertanto non può essere considerata come un fenomeno puramente biologico o un evento casuale e sfortunato, sia che si manifesti a livello strettamente privato e individuale sia che assuma le dimensioni di una catastrofe collettiva, poiché diventa pienamente intelligibile solo se inserita nel mondo dei rapporti sociali. Essa è inseparabile dal contesto delle vicende economiche, sociali, politiche e culturali di un determinato popolo in un’epoca determinata. La tubercolosi, ad esempio, non ha certo risparmiato la società preindustriale, ma ciò che ne ha fatto il triste simbolo nosologico di un secolo va ricercato nelle forme in cui si è attuata la rivoluzione industriale, piuttosto che in una particolare virulenza del microbo. Le ‘enclosures’, la conseguente immigrazione coatta dei lavoratori delle campagne, il peso schiacciante degli orari di lavoro, lo sfruttamento del lavoro minorile associato al pauperismo e alla denutrizione fecero sì che la tubercolosi divenisse nel corso dell’Ottocento la malattia sociale per eccellenza, laddove la sua sconfitta fu dovuta alle nuove conquiste scientifiche ma anche alle conquiste ottenute dalla classe operaia per migliorare le condizioni di vita e di lavoro.

Anche l’esempio del modo come fu debellata la malaria, malattia fortemente regredita in Italia a partire dall’inizio del Novecento e, in misura decisiva, nel secondo dopoguerra, dimostra l’importanza del binomio ‘contesto socio-politico / contesto tecnico-scientifico’ nel determinare questo importante successo della medicina. Esso fu infatti il risultato di una somma di operazioni: in primo luogo, un’intensa attività di bonifica e di messa a coltura delle zone paludose, con la ripresa o l’incremento delle attività agricole in luoghi prima abbandonati e marginali perché malsani; in secondo luogo, un’azione governativa, la distribuzione del “chinino di stato”; infine, dopo il 1945, una scoperta scientifica, l’uso del DDT per sterminare le zanzare. Naturalmente, il successo è dovuto proprio all’insieme degli interventi, tesi a distruggere il veicolo infettivo (zanzare), eliminare le condizioni di possibile riproduzione della malattia (bonifiche), curare i soggetti già ammalati e quelli che rischiano di contrarre l’infezione. Così, l’àmbito di azione della malaria si riduce ogni volta che si rompe la catena uomo malarico-zanzara anofele-uomo sano.

4. “Rivoluzione commerciale”, guerra batteriologica e pauperismo

Dal canto suo, la malattia, condizionata da una molteplicità di fattori e non solo dall’esistenza di un microbo, va considerata come un fattore importante delle trasformazioni della struttura sociale, per esempio nelle trasformazioni agrarie di alcune aree geografiche o nella loro composizione demografica o nella dinamica del popolamento e in quella dei rapporti di produzione. Come dimostra la consapevolezza che, assumendo la forma propria di quel periodo storico, si espresse allora nella celebre invocazione: “A peste, fame et bello libera nos, Domine”, la “peste nera” nell’Europa del Trecento fu legata ad avvenimenti di carattere politico e militare e, insieme, alla “rivoluzione commerciale” 4 e all’estensione della rete degli scambi e dei traffici. Non si commette perciò una fallacia analogica né si pecca per illazione complottistica quando si osserva che un’ipotesi dotata di un certo grado di plausibilità, come quella relativa alla produzione artificiale dei virus e al loro uso a scopo offensivo, trova un precedente clamoroso nell’episodio storico dell’assedio posto dai Tartari alla colonia genovese di Caffa in Crimea, quando gli assedianti fecero ricorso ad una sorta di guerra batteriologica facendo catapultare cadaveri di appestati nella città. Da lì le galee della repubblica ligure di ritorno in Europa riportarono insieme con le merci anche la malattia e la diffusero in modo uniforme lungo il percorso dei loro scali. Allorché il bacillo pestoso approdò in Occidente, la sua rapida e violenta diffusione fu influenzata da una serie di fattori che andavano ben al di là della sua esistenza. Sporcizia, sovraffollamento e promiscuità favorivano infatti la presenza di topi e di pulci, principale veicolo dell’infezione, e la possibilità di un immediato e prolungato contagio. Inoltre, le gravi carestie degli anni precedenti al 1348 e lo stato di cronica sottoalimentazione nel quale versava la maggior parte della popolazione avevano creato una condizione generale di indebolimento organico e di scarsa capacità reattiva all’infezione, che resero ancor più letale la pandemia. A sua volta, la pandemia pestosa della metà del Trecento, assieme ad altri fattori, incise profondamente sulla curva demografica, colpì le attività economiche, rivoluzionò i prezzi, determinò un aumento dei salari e influenzò la letteratura e l’arte. La storia delle malattie non è dunque che un aspetto della storia della società. 5

Fra il XIII e il XV secolo l’Italia, insieme con l’Europa, fu tormentata da una serie di epidemie che si alternarono l’una all’altra e le cui vittime furono superiori a quelle causate dalle guerre combattute nel medesimo lasso di tempo. La peste non fu l’unica pandemia a colpire l’Europa di quei secoli, anche se fu una delle forme di mortalità più violente che si fossero conosciute fino a quel tempo. Numerose altre malattie contribuirono a quest’opera di distruzione: il vaiolo, il tifo, il colera, l’influenza e tutte quelle malattie endemiche, come la scrofolosi, la tubercolosi, la malaria e la lebbra, la cui larga diffusione costituiva un permanente problema sociale. Per cercare di capire ognuna di queste manifestazioni morbose e insieme la gravità delle pandemie e delle endemie nell’epoca medievale, vanno presi in esame almeno tre elementi: l’ambiente naturale come fattore patogeno, l’uso della tecnica come mezzo preventivo e terapeutico e infine l’ambiente sociale. Tralasciando l’esame dei primi due elementi, che chiamano in causa il clima, l’alimentazione, l’industria tessile, la medicina, la chimica e la biologia, in quanto offrono gli strumenti che permettono di operare a livello preventivo e terapeutico, va sottolineato che l’importanza determinante del terzo elemento, l’ambiente sociale, deriva dall’esistenza di una precisa correlazione fra la condizione di una classe sociale e le malattie che la colpiscono. Riguardo ai ceti che non hanno mezzi economici sufficienti per nutrirsi e vestirsi bene e per disporre di un’abitazione salubre, costretti come sono ad impiegare tutte le proprie energie in un’attività lavorativa prolungata e spesso pericolosa, le statistiche indicano un aumento del tasso di mortalità e, all’interno di questo, del tasso di mortalità infantile, una diminuzione della durata media della vita ed una maggiore predisposizione ad ammalarsi. Per usare un’espressione brutale ma vera, si può dire che chi è povero muore prima. 6

5. L’epidemia di coronavirus tra evento e rappresentazione, tra crisi sanitaria e legge del massimo profitto

L’epidemia di coronavirus, che si è manifestata nel dicembre 2019, si sta diffondendo in Cina e a poco a poco, attraverso la rete delle comunicazioni intercontinentali, nel resto del mondo. L’Italia, in cui si registrano diversi focolai di infezione, è uno dei paesi maggiormente colpiti. Inoltre, stando alla valutazione degli esperti, è prevedibile un’espansione del morbo a livello globale. La situazione si presenta come altamente problematica, in quanto non si dispone a tutt’oggi di una conoscenza approfondita delle caratteristiche di questo virus, delle sue modalità di trasmissione e dei mezzi terapeutici con cui prevenire e trattare l’infezione, la cui origine è finora sconosciuta.

L’esame storico di pandemie ed epidemie che, in modo sinteticamente orientativo, si è qui accennato rivela che la malattia, quando giunge a condizionare l’intero mondo sociale, come sta accadendo in questo caso, cessa di essere un semplice, per quanto pericoloso, fenomeno biologico e diventa un vero e proprio specchio in cui si riflettono, con tutte le loro deformazioni e le loro fragilità, il sistema economico e il governo politico di un determinato paese. L’epidemia di coronavirus sta ponendo in luce l’irresponsabilità dei governi borghesi, l’infimo livello intellettuale e morale degli uomini politici del nostro paese e l’opportunismo spregevole di coloro che, come gli speculatori delle imprese multinazionali del settore farmaceutico e sanitario, cercano di trarre il massimo profitto privato da una potenziale catastrofe collettiva.

Rispetto all’epidemia, risulta particolarmente significativo, per le ripercussioni che esercita sul comportamento di larghe masse di cittadini, il rapporto fra evento e rappresentazione, che il sistema dei ‘mass media’ tende a stabilire, comunicare e riprodurre. Riducendo, da un lato, la rappresentazione all’evento isolato, inizialmente perfino sottaciuto o negato e successivamente commentato dagli esperti secondo le modalità tecnico-burocratiche di un oggettivismo cadaverico, e dall’altro, in misura molto più rilevante, schiacciando l’evento sulla sua rappresentazione spettacolare all’insegna di un soggettivismo patetico, il sistema dei ‘mass media’, il cui fulcro è da tempo la mera manipolazione dei sentimenti, dimostra in quale vuoto di conoscenze e di competenze si muova una delle più importanti sovrastrutture di cui disponga lo Stato borghese per gestire ed orientare i suoi rapporti con la popolazione in una congiuntura socio-sanitaria eccezionale.

In sostanza, tra l’evento nella sua spettrale, irrefutabile e finora inesplicabile oggettività, e la rappresentazione nella sua bolsa e compulsiva ridondanza il sistema si mostra del tutto incapace di operare una mediazione critica ed oscilla goffamente tra la minimizzazione rassicurante e la drammatizzazione isterica. La mediazione critica, in realtà, esiste, come si è accertato in precedenza, ma il sistema è, per la natura di classe che lo caratterizza e per la funzione antipedagogica, distorcente ed evasiva che è chiamato a svolgere, strutturalmente alieno sia dall’individuarla che dall’assumerla come filo conduttore del proprio ‘modus operandi’: essa consiste nel fare della saldatura tra il contesto biologico-naturale, il contesto tecnico-scientifico e il contesto socio-politico l’asse di una comunicazione non deviante nella lotta per neutralizzare il coronavirus, così come in quella diretta a debellare gli altri morbi epidemici che minacciano il nostro pianeta.

Di fronte agli anziani poveri e trascurati che muoiono o rischiano di morire negli ospizi, mentre le famiglie borghesi approfittano della chiusura delle scuole per la ‘settimana bianca’ e non si sa ancora se i giorni e le settimane di lavoro che si stanno perdendo saranno o no pagati e, se sì, in quale misura, riacquista allora tutto il suo valore metodologico, politico e morale l’esortazione brechtiana a lottare contro il fascismo come forma specifica del privilegio borghese e del dispotismo padronale, esortazione che si può parafrasare in questi termini: «Signori, parliamo dei rapporti di proprietà!». 7

Sennonché l’epidemia ha un’incidenza crescente a livello economico e sociale, laddove è evidente che coloro che saranno chiamati a pagare il prezzo più pesante, subendone le conseguenze sulla propria pelle, saranno proprio i lavoratori che vengono rimandati a casa, mentre, come è norma che accada in un mondo in cui vige il principio “mors tua, vita mea”, i padroni dei paesi concorrenti sono all’erta per trarre il massimo vantaggio dai mali altrui. In realtà, le epidemie che imperversano nel mondo (coronavirus, ebola, dengue, rosolia, morbillo, febbre gialla, febbre tifoidea ecc.) e la crisi sanitaria che attanaglia tanti paesi costituiscono un aspetto della crisi generale del capitalismo, crisi che si estende ad ogni àmbito della vita sociale. Così, molte malattie possono essere curate con farmaci che hanno costi irrisori, ma la legge del massimo profitto lo impedisce, perché la salute, nonostante le solenni dichiarazioni in contrario, non è un diritto, ma una merce.

In Italia il governo Conte-bis ha introdotto lo “stato di emergenza”, stabilendo che nei porti, negli aeroporti e in tutta una serie di strutture si attuino misure di prevenzione. La responsabilità più impegnativa ricade pertanto sulle spalle degli operatori sanitari che si trovano in prima linea, privi spesso di mezzi adeguati e costretti, per via dell’emergenza, a sostenere turni di lavoro ininterrotti e massacranti. E bene ha fatto il Partito Comunista a manifestare non solo la solidarietà alle vittime ed ai malati colpiti dal coronavirus, ma anche l’apprezzamento per lo straordinario lavoro dei medici, dei lavoratori e delle strutture della Sanità Pubblica, nonché di tutti coloro che, dai ministeri preposti, operano per la sicurezza collettiva.

Parimenti, è del tutto giusto porre in risalto che (non il settore della sanità privata ma) il settore della Sanità Pubblica è il fondamentale garante di alti livelli di assistenza, di ricerca e di competenze, ragione per cui va ribadita la necessità di aumentare le risorse per questo settore partendo dal taglio delle spese militari, delle missioni all’estero e dei finanziamenti alla NATO .

Infine, l’epidemia, nel momento stesso in cui conferisce il massimo rilievo all’istanza della solidarietà e della cooperazione internazionale, confermando l’urgente necessità di unire gli sforzi al fine di superare le difficoltà e di raggiungere comuni obiettivi di sviluppo sostenibile e di aiuto reciproco in un mondo globalizzato, mostra nel modo più crudo che tale istanza è irrealizzabile nel sistema capitalistico ed imperialistico attuale, in cui ogni paese cerca di trarre vantaggio dalle tragedie altrui.

Un filosofo ha affermato una volta che il campo del possibile è molto più vasto di quello che le classi dominanti ci hanno abituato a credere. 8 Orbene, se è vero che l’epidemia in corso conferma ‘ex negativo’ questa affermazione (chi avrebbe mai creduto alla possibilità di un evento potenzialmente catastrofico in un paese capitalistico avanzato?), è altrettanto vero che solo se non rinunceremo all’impossibile, cioè al socialismo/comunismo, otterremo il massimo possibile nella situazione data. La lotta di engelsiana memoria contro il destino e la borghesia continua. 9

Note
1 In questa lirica scritta nel 1836 e appartenente alla sua estrema produzione poetica, Leopardi svolge, tra gli altri motivi, quello della polemica ideologica contro il facile ottimismo dei liberali moderati, legati a una meschina idea di progresso (ormai proverbiale è l’espressione “le magnifiche sorti e progressive” con cui egli stronca Terenzio Mamiani, esponente di tale corrente politica, citando in modo sarcastico il verso di una poesia di quest’ultimo). Leopardi afferma la necessità che tutti gli uomini ripudino ogni superficiale mito consolatorio e si uniscano invece fraternamente e coraggiosamente per meglio fronteggiare il cieco dispotismo della Natura (ma vi è anche l’intuizione precorritrice, segnalata dai critici più avvertiti come Timpanaro e Luporini, dell’avvento di un altro dispotismo tutt’altro che cieco, quello capitalistico ìnsito nella”seconda natura”).
2 Quale testimonianza del crescente interesse per la storia delle malattie va ricordato il volume Storia d’Italia. Annali 7. Malattia e medicina, Einaudi, Torino 1984, che abbraccia il periodo che va dal XVIII secolo ad oggi. Degna di attenzione è anche la voce Medicina/medicalizzazione, redatta da F. O. Basaglia e G. Bignami, in Enciclopedia, vol. 8, Einaudi, Torino 1979.
3 Particolarmente utile è il saggio di J. Revel e J. P. Peter, Le corps: l’homme malade et son histoire, in AA.VV., Faire de l’histoire, a cura di J. Le Goff e P. Nora, Edition Gallimard, Paris 1974.
4 La categoria storiografica della “rivoluzione commerciale”, relativa ai secoli centrali del Medioevo, è stata sviluppata nel libro omonimo (Einaudi, 1975) da R. S. Lopez e rappresenta un contributo fondamentale nel campo degli studi di storia dell’economia medievale.
5 Si veda di W. H. Mc Neill, La peste nella storia. Epidemie, morbi e contagio dall’antichità all’età contemporanea, Einaudi, Torino 1981.
6 Nell’impostazione di questo e del paragrafo precedente si è tenuta presente la ricerca di M. S. Mazzi, Salute e società nel medioevo, La Nuova Italia, Firenze 1978.
7 Con questa frase e con il vocativo “compagni” si conclude il celebre intervento di Bertolt Brecht al congresso degli scrittori antifascisti che ebbe luogo a Parigi nel 1935. Il congresso inaugurò pubblicamente la politica dei fronti popolari, nei confronti della quale Brecht volle marcare la sua distanza ed esprimere le sue riserve. Per leggere la versione integrale dell’intervento si veda sulla Rete al seguente indirizzo:
8 Si tratta di un tema svolto da Sartre in più punti della Critica della ragione dialettica, 2 voll., Il Saggiatore, Milano 1963.
9 Confesso che la “lotta contro il destino e la borghesia” trae origine dal persistente ricordo di una citazione incastonata in una conferenza tenuta dal matematico Lucio Lombardo Radice, eminente studioso di Engels, all’inizio dei lontani anni Settanta del secolo scorso (conferenza che io ebbi l’onore e l’onere di introdurre). Nonostante abbia compulsato numerosi testi del grande amico e collaboratore di Marx, non sono riuscito a trovare questa precisa espressione letterale. Essa ha tuttavia un inconfondibile sapore engelsiano e, come tale, mi ritengo autorizzato ad usarla nell’‘explicit’ di questo articolo.

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