L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 15 marzo 2020

La Strategia della Paura e del Caos sconfigge gli Stati Uniti gli ideatori che hanno esordito l'11 settembre del 2001 quando due aerei fecero crollare tre torri

IL CORONAVIRUS PUÒ DISTRUGGERE LA SUPERPOTENZA AMERICANA. QUELLO CHE TRUMP NON DICE E LE SCIOCCHEZZE CHE FA


(di David Rossi)
14/03/20 

Il coronavirus sta per riuscire dove hanno fallito gli Imperi centrali, la Germania nazista, l’Impero giapponese, l’Unione sovietica e il terrorismo islamico, infliggendo agli Stati Uniti un colpo dal quale impiegheranno una generazione a rialzarsi, anche a causa degli errori strategici dei loro leader. Così come Hoover alla crisi del 1929 fece seguire devastanti politiche deflattive e recessive i cui danni furono superati solo alla fine della Seconda guerra mondiale, così oggi le sciagurate scelte dell’amministrazione Trump potrebbero costare agli USA molto più di quanto si sarebbero aspettati…

Due giorni fa il presidente Trump si è vantato di essere a capo di un “team migliore che qualsiasi altro posto al mondo” e che fin dall'inizio dell'epidemia, istituendo “ampie restrizioni ai viaggi in Cina e mettendo in atto la prima quarantena con mandato federale in oltre 50 anni. Abbiamo dichiarato un'emergenza per la salute pubblica e abbiamo emesso il più alto livello di avvisi di viaggio in altri paesi…” Per questo, a sua dire gli Stati Uniti hanno “un numero drammaticamente inferiore di casi di virus rispetto a quelli attualmente presenti in Europa”. Ha continuato, come suo solito, a vantarsi dicendo che, al contrario, “l'Unione europea non ha preso le stesse precauzioni e non ha limitato i viaggi dalla Cina”. Il presidente si è detto certo che i focolai presenti negli Stati Uniti “sono stati seminati da viaggiatori provenienti dall'Europa”.

Premesso questo e “dopo aver consultato i migliori professionisti della sanità pubblica”, ha deciso “di intraprendere diverse azioni forti ma necessarie per proteggere la salute e il benessere di tutti gli Americani… per evitare che nuovi casi sbarchino” negli USA. A questo scopo ha deliberato di sospendere “tutti i viaggi dall'Europa agli Stati Uniti per i prossimi 30 giorni”, ad esclusione del Regno Unito.

Il rischio per gli Americani è “basso, molto basso” anche perché “a causa delle politiche economiche che abbiamo messo in atto negli ultimi tre anni, abbiamo di gran lunga la più grande economia in tutto il mondo… e vasta prosperità economica” che offre agli Stati Uniti “flessibilità, riserve e risorse per gestire qualsiasi minaccia che ci si presenta”.

Infine, ha tenuto a precisare che “questa non è una crisi finanziaria, è solo un momento temporaneo che supereremo insieme come nazione e come mondo”.

Questo ha detto prima che l’alleato privilegiato britannico comunicasse di avere stime realistiche di 10.000 casi di infettati da COVID-19 già presenti nel Regno Unito (e con pieno accesso agli States) e che l’indice Dow Jones perdesse quasi il 10% in una sola storica seduta, giovedì 12 marzo. Soprattutto, Trump si è fatto smentire dalle grandi assicurazioni a stelle e strisce, che hanno chiarito una volta per tutte di essere disposte a concedere gratuitamente i test, ma non anche i trattamenti, come invece annunciato dallo Studio Ovale.

Per gli alleati europei, che con e per Washington da anni combattono, dispiegano forze, fanno scelte strategiche e investono risorse, è più che una coltellata alla schiena: è un’umiliazione gratuita e senza precedenti, una specie di nuova Dunkerque, vergognosa e senza gloria.

Mentre Mosca tace discretamente sulla diffusione reale del COVID-19 nel suo territorio (soprattutto dopo il rientro di decine di migliaia di vacanzieri, expat e lavoratori stagionali da Italia, Svizzera, Francia, Spagna e Germania) e Pechino cerca di fare il make-up alle proprie responsabilità e omissioni inviando pannicelli caldi in Italia, il presidente americano non tende la mano, ma caccia via come un cane infetto l’alleato europeo, evidentemente buono solo quando Washington vuol giocare alla grande potenze e al contenimento nel Mar Baltico, ma per il resto colpevole di aver “contagiato l’America”.

Trump non è uomo d’onore. Su questo non avevamo dubbi. Ma pensavamo che fosse persona dotata di buona intelligenza tattica.

Ci eravamo sbagliati. Venerdì 13 marzo ha passato gran parte del press event in cui annunciava l’emergenza nazionale a giustificarsi dalle accuse di lassismo e inazione di fronte all'avanzare del contagio. Oggi il Centro di Controllo per le Malattie gli ha dovuto anche spiegare che “da un minimo di 2,4 a un massimo di 21 milioni di persone negli Stati Uniti potrebbero richiedere il ricovero, provocando il collasso del sistema sanitario della nazione, che ha solo circa 925.000 letti ospedalieri con personale medico, di cui meno di un decimo sono per casi critici in terapia intensiva”. Insomma, non riusciranno nemmeno a sopportare lo scenario più favorevole della pandemia negli Stati Uniti.

La situazione negli USA è così seria che il Messico sta considerando - non è uno scherzo - l’ipotesi di chiudere le frontiere agli Americani.

Forse il lettore ignora che gli USA, a fronte di un PIL di 21.800 miliardi di dollari hanno un debito pubblico di quasi 23.800 miliardi, 128 mila miliardi di impegni di spesa non coperti e un debito nazionale (pubblico + privato) di 76.000 miliardi. Come faranno fronte alle spese di migliaia, forse decine di migliaia di miliardi per la sanità pubblica e la messa in sicurezza del Sistema Paese, lo sa solo il Buon Dio.

Povero presidente Trump, che scioccamente umilia noi Europei e per mesi ha minimizzato, anzi sbeffeggiato chi chiedeva misure serie, non semplici e inutili chiusure di porti e aeroporti ai viaggiatori provenienti dalla Cina, quando il coronavirus, nella migliore delle ipotesi, era già uscito dalla Repubblica Popolare a dicembre e si nascondeva in pochi individui, pronto a dilagare ovunque.

Citando Shakespeare, ci permettiamo di chiedere a chi di dovere di dire al faceto presidente “che la sua coscienza porta l’amara responsabilità della devastante” crisi che sta abbattendosi sulla salute, l’economia e la società degli Americani e che “la sua burla sembrerà tutt’altro che spiritosa se a riderne saranno in pochi, e a pianger migliaia”.

Siamo ancora in tempo a ridurre i danni, ma servono misure coraggiose e coordinate a livello internazionale, non il baccano di un vecchio trombone.

Foto: The White House

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