L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 15 marzo 2020

Le mosse della Bce confermano che si vuole portare avanti il Progetto Criminale dell'Euro che prevede tra l'altro l'impoverimento del popolo italiano e la rapina del suo territorio delle sue aziende dei suoi risparmi. Firmare il 16 marzo 2020 il Mes è da criminali

Chi e come nella Bce vuole stritolare l’Italia (e non solo). L’analisi di Polillo

15 marzo 2020


Che cosa si agita davvero nella Bce presieduta da Lagarde? L’analisi di Gianfranco Polillo

Days after, il disastroso intervento di Madame Lagarde. Strascichi e ferite. Le principali borse europee, nonostante le tardive assicurazioni di alcuni componenti del board della Bce, hanno recuperato solo parzialmente le perdite pregresse: meno della metà del crollo del giorno precedente. In una sola uscita, il neo presidente dell’Eurotower è, quindi, riuscita a distruggere una reputazione ventennale. Soprattutto quella che Mario Draghi con il suo “whatever it takes” aveva così faticosamente costruito, dando alla Banca l’alone di essere l’ultimo baluardo posto a difesa dell’euro. Nonostante i tentativi di rimediare al danno iniziale, non sarà più così. L’esperienza dice che ci vogliono anni per costruire, ma basta solo un giorno per distruggere quanto faticosamente conquistato. Del resto, nel giorno del disastro, le perdite che si sono registrate nelle principali borse europee – Wall Street è andata leggermente meglio – sono state pari ad oltre la metà di quelle prodotte dall’insorgere della pandemia del covid-19.

Da qui, il grande sospetto. Si è trattato solo di ordinaria incompetenza o di un gioco più perverso? L’allarme è scattato nel constatare che le perdite maggiori, in Italia, si sono registrate sui titoli dei principali gruppi economici. Molti dei quali strategici. L’elenco è particolarmente lungo. Riguarda le grandi banche: Intesa San Paolo -43,3% di capitalizzazione; Unicredit -49,6. Eni -48,6 ed Enel -38,5. Generali -37 per cento e Fiat Chrysler -36,2 %. Si è arrivati al punto che si potrebbe controllare Telecom con un investimento quasi irrisorio: 6,6 miliardi e Leonardo (l’ex Finmeccanica) con meno della metà. Semplice logica di mercato o machiavellico risico, rivolto al controllo dei Paesi più deboli. Non solo l’Italia, ma anche la Spagna, che sono stati entrambi costretti a vietare le vendite allo scoperto. Scelta che non è stata seguita né dalla Francia, né dalla Germania. Un indizio in più.

Il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica aveva già espresso la sua sensibile attenzione sulla conforme regolarità di azioni eventuali mirate a portare fuori dall’Italia il controllo di aziende quotate ritenute strategiche iniziando un ciclo di audizioni.

Sta di fatto che è dovuto intervenire il Copasir: il Comitato parlamentare che controlla i servizi segreti. Che, nelle parole del suo presidente Raffaele Volpi, ha sollecitato il Governo a non abbassare la guardia di fronte a possibili azioni “speculative o aggressive tendenti a modificare, in questo particolare momento, assetti di controllo e di governance di società quali quelle dei settori bancario-assicurativi, telecomunicazioni, energia e difesa che devono rimanere nell’alveo dell’interesse nazionale”. Occorrerà, di conseguenza, rafforzare le regole vigenti in tema di golden power. Quei presidi amministrativi posti a difesa delle attività ritenute strategiche, che non possono essere lasciate alla sola erraticità degli andamenti di mercato. Insomma: l’effetto snow ball delle improvvide dichiarazioni della Lagarde si è fatto sentire.

Era giustificato? Nel suo intervento, durante la conferenza stampa, la stessa aveva dichiarato che le sue posizioni erano state condivise dall’intero board. Iniziava pertanto la caccia ai retroscena. Due giorni prima l’incontro con la stampa, si era svolta la riunione del governing council, nella sede della stessa Bce. Il Comitato è composto da 24 membri più il presidente della Bce. Sei membri, compreso il presidente, fanno parte del board esecutivo, gli altri sono invece i vari Governatori delle banche centrali del Paesi dell’Eurozona. L’Italia è rappresentata nel board da Fabio Panetta, mentre alle riunioni partecipa Ignazio Visco, in quanto Governatore della Banca d’Italia.

Da quel che si racconta, il fronte era spaccato. Jens Weidmann, il falco della Bundesbank aveva esordito lanciando quella parola d’ordine, che poi diverrà un po’ il mantra non solo della Lagarde: “I governi facciano la loro parte”. Posizione per la verità tutt’altro che originale. Quel lessico aveva fatto parte delle “prediche inutili” di Mario Draghi, che intanto operava per non far peggiorare la situazione. E che la situazione fosse più che preoccupante era dimostrato dalle stesse previsioni costruite in casa, che indicavano una caduta del Pil dell’intera Eurozona in territorio negativo. Ragione per cui sarebbe stato, forse, utile rispondere positivamente alle attese del mercato, che invocavano una riduzione dei tassi d’interesse ed una maggiore liquidità.
Ed invece: “Non è compito della Banca centrale chiudere gli spread”. Il copyright sembra essere stato di Peter Kažimír, il governatore della Banca centrale della Slovacchia. Un cinquantenne proveniente dalle file dello Smer, la formazione social democratica di stampo populista. Posizione, a quanto sembra, non solo condivisa ma sostenuta da Isabel Schnabel, membro del board su designazione tedesca. Quindi dallo sloveno Boštjan Vasle, del finlandese Olli Rehn, dell’olandese Klaas Knot e dell’estone Madis Müller. Governatori delle rispettive Banche nazionali. Un pacchetto di mischia consistente, ma non fino al punto da poter condizionare la politica della Bce. Come del resto Mario Draghi aveva da tempo capito. L’insieme di quei Paesi rappresenta solo il 38 per cento del Pil dell’Eurozona, con la Germania che da sola capitalizza il 29 per cento. Comunque troppo poco per imporre la propria volontà al resto dei Paesi membri.

Del council della Bce, come già detto, fanno parte anche due italiani. Ed a Fabio Panetta, a quanto si dice, si sarebbe rivolto lo stesso Ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, minacciando una dura presa di posizione nei confronti della Lagarde. E’ bene che si abbia consapevolezza dei reali rapporti di forza. Com’è noto l’Italia vale il 15 per cento del Pil dell’Eurozona. E questa circostanza non può essere dimenticata, quando si tratta di difendere interessi nazionali così rilevanti. In Europa (non solo nell’Eurozona) vige un assurdo principio che è tipico, in Italia, delle vecchie banche popolari: una testa un voto, a prescindere dal peso delle azioni possedute. Poteva forse funzionare quando le cose andavano meglio. Certo è che, oggi, quella governance non regge più.

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