L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 25 marzo 2020

Ma Preve dice anche che la borghesia non esiste più ed è stata schiacciata sulle posizioni del proletariato. Il Capitalismo ha annichilito la "coscienza infelice borghese" e le classi subalterne hanno perso la dirigenza la testa pensante e da qui il completo disfacimento di qualsiasi tipo di lotta di classe

La tesi di Costanzo Preve che spaventa i marxisti italiani

di Fabio Rontini
18 marzo 2020


Si propone all'attenzione dei lettori il presente saggio di Fabio Rontini che, brevemente e sinteticamente, ripercorre alcuni temi fondamentali del dibattito teorico-politico avvenuto negli ultimi anni in Italia tra autori di grande livello, come Preve, Losurdo e altri. L’autore ripropone nel finale alcune tesi già precedentemente espresse in un lavoro più ampio, e sul quale a mio personale avviso, occorre procedere con molta prudenza. Il livello di regressione e semplificazione teorica a cui è giunto il movimento comunista italiano impone la necessità di portare avanti uno studio più sistematico e collettivo su una serie di tematiche complesse che necessitano non solo una conoscenza puntuale dei classici, ma anche un aggiornamento agli studi più recenti, specie nei campi della psicologia e delle neuroscienze. Chi scrive, a differenza dell’autore del saggio, non ritiene che il materialismo neghi l’esistenza reale e concreta delle idee, ma le ritiene dei costrutti socio-individuali prodotti dal cervello, e quindi come tali determinati dialetticamente dalle esperienze sensoriali esterne. Il problema vero è capire se e quando tali idee siano in grado di svincolarsi dal determinismo a cui l’essere umano, come ogni essere naturale, è sottoposto fino al momento in cui acquista un livello di sviluppo cerebrale tale da rendere la sua attività ideale (e utopica) superiore agli input provenienti dalla realtà materiale ed ideale a lui esterni. Il tema non è una questione di lana caprina, ma si coniuga con la possibilità o meno di combattere e sconfiggere il controllo sociale attuato dall'attuale totalitarismo “liberale”. Da cui consegue la necessità di riflettere costruttivamente sulle possibilità concrete di vittoria di un movimento comunista in un contesto, come quello dell’Occidente, in cui l’egemonia è totalmente nelle mani della borghesia.

Nonostante alcune divergenze, ritengo che Rontini abbia il merito di presentare dei punti di riflessione importanti, riportandole a questioni di attualità politica e alle problematiche strategiche dei comunisti. Per questo invito a leggere tale testo, a ragionarci sopra e ad inviare proprie riflessioni e repliche, critiche e costruttive, all’indirizzo info@intellettualecollettivo.it (Alessandro Pascale).

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Il 6 Febbraio 2020 è uscito in edicola il primo numero di una nuova rivista mensile, “Vivere con Filosofia: pensieri grandi e piccoli per il quotidiano”. Come si evince dal titolo, la pubblicazione si pone come punto di riferimento della divulgazione del pensiero filosofico presso un pubblico non specializzato, affrontando una certa varietà di argomenti, anche importanti, in modo piacevole e non eccessivamente approfondito. Tra gli articoli principali ritengo sia da segnalare una breve intervista al noto, giovane filosofo marxista Diego Fusaro dal titolo “Quel che resta di Marx”, nella quale il nostro, in breve, oltre a difendere giustamente la piena attualità del pensiero marxiano, ne propone una interpretazione in termini idealistici, avanzando contestualmente l’ipotesi che l’attuale movimento politico sovranista e populista, al quale Fusaro rivendica la propria appartenenza, sia l’autentico erede, quel che resta, appunto, del pensiero di Marx. Fino al punto di sostenere che se il pensatore di Treviri fosse vivo oggi verrebbe percepito più facilmente come un ideologo interno allo schieramento di destra piuttosto che all'attuale sinistra cosmopolita e globalista.

Ora, se un simile paradossale ragionamento, seppur non privo di una qualche perversa plausibilità, è in procinto di passare, o ha qualche possibilità di passare come senso comune largamente accettato, ciò significa che la destra, nella quale il populismo-sovranismo indubbiamente si colloca, dopo aver sottratto alla sinistra la classe operaia, si sta appropriando senza colpo ferire persino della figura di Marx.

Viene da chiedersi da dove derivi questa straordinaria debolezza egemonica della sinistra, impossibilitata non solo a recuperare il proprio precedente radicamento tra le masse lavoratrici, ma addirittura a difendere e conservare il proprio inestimabile patrimonio teorico.

E’ sufficiente una spiegazione di questo fatto, materialisticamente, in termini di sfavorevoli rapporti di forza? Oppure il fenomeno è talmente pronunciato ed evidente da suggerire una concomitante insufficienza teorica? E in che modo le due concause interagiscono tra di loro?

Va certamente ricordato che l’attuale configurazione del quadro politico, con una destra nazionalista e popolaresca e una sinistra elitaria e mondialista, ha un chiaro antefatto nella demolizione controllata, nel 2001 a Genova, della sinistra No-global, la quale, pur con le sue debolezze ed ambiguità, aveva individuato correttamente i termini del problema della globalizzazione e la risposta da dare, coerentemente internazionalista e anti-imperialista. E questa è certamente una delle molteplici possibili spiegazioni di tipo materialistico, basata sulla valutazione dei rapporti di forza, della condizione poco entusiasmante della sinistra radicale odierna.

Ma c’è un altro antefatto, nell'ambito del dibattito delle idee, che consiste nella singolare marginalizzazione del pensiero e della produzione di Costanzo Preve, tra i maggiori filosofi marxisti italiani, recentemente scomparso, e di cui Fusaro è uno degli epigoni più seguiti. E’ possibile notare come, nonostante la scarsa considerazione di cui le opere di Preve godettero al momento della pubblicazione, esse siano state largamente recepite nella galassia della sinistra anticapitalista odierna, contribuendo a formare un vasto e variegato schieramento di sedicenti marxisti eterodossi.

Con il senno di poi, visto che ciò che di buono la sinistra abbandona, la destra se ne appropria, possiamo dire che il non essersi confrontati fin da subito con le tesi previane, è stata una discutibile mossa tattica e una sciagurata scelta strategica. Al che viene da chiedersi cosa vi fosse di così disturbante nel suo pensiero da limitarne in modo così deciso la diffusione e l’interlocuzione con altri intellettuali, peraltro espressamente ricercata da Preve stesso.

Una risposta a questo quesito è stata avanzata da Carlo Formenti in un recente articolo commemorativo (qui) di cui riporto un estratto:

“Il primo peccato di Preve consiste nell'aver bestemmiato il nome del padre, mettendo in luce il carattere ossimorico della teoria marxiana, che consiste nella convinzione di poter dare vita a un’utopia “scientifica”. […] E’ da questo pasticcio che nascono: 1) la convinzione storicista (o meglio, evoluzionista in senso darwiniano) secondo cui la transizione al socialismo sarebbe inscritta nelle dinamiche immanenti al capitalismo; 2) una concezione del comunismo come comunità paradisiaca in grado di realizzare tanto la riconciliazione fra uomo e natura quanto quella fra tutti gli esseri umani, finalmente ricongiunti in un abbraccio ecumenico; 3) la grande narrazione che attribuisce a un soggetto salvatore (la classe operaia, le donne) la missione di realizzare l’utopia del paradiso in terra.”

e ancora:

“Emanciparsi dal mito del comunismo come un mondo futuro pacificato e unificato significa emanciparsi dalla radice illuminista che permea il marxismo non meno del liberalismo, per cui la lotta di classe si rivela in ultima istanza lo strumento per realizzare il trionfo dell’individuo razionale universale. […] La lotta anticapitalista è in primo luogo lotta fra individualismo e comunitarismo, fra una visione del mondo che intende i rapporti fra esseri umani come rapporti fra atomi individuali che si scambiano merci, e una visione del mondo che valorizza la resistenza delle comunità locali all'espansionismo globale dei mercati.”

In breve, possiamo dire, per Formenti il motivo dell’ostracismo della sinistra nei confronti di Preve è dovuto al suo scetticismo, alla sua sfiducia nella possibilità di realizzare il comunismo; scetticismo che farebbe rientrare Preve, non meno che Formenti, il quale evidentemente rivendica tale sfiducia, nella nutrita schiera degli intellettuali marxisti ma non comunisti. La lotta contro il capitalismo, dunque, per Formenti come per Preve, consisterebbe in una resistenza reattiva, da parte delle varie comunità, all'individualismo borghese e all'espansione globale dei mercati; al fine di un ritorno, presumibilmente, alle precedenti comunità organicistiche che il capitalismo ha, nella sua marcia inesorabile, irrimediabilmente disgregato.

A questo punto, se la mia analisi del ragionamento di Formenti è corretta, si impongono immediatamente due domande:

1) Costanzo Preve, che pure si definiva un pensatore “comunitarista”, può essere correttamente interpretato in questo modo, cioè come un teorico del ritorno ad una configurazione sociale “organicistica” precedente all'avvento del capitalismo?

2) E’ veramente questo, ossia la messa in luce dell’aspetto “ossimorico”, cioè “scientifico-utopistico” del concetto di comunismo in Marx, l’aspetto del pensiero previano che ne ha causato il rigetto da parte della sinistra radicale italiana?

Sul primo punto ha recentemente risposto il professor Stefano Azzarà in diversi interventi tra cui questo : sotto molti aspetti la filosofia di Preve non può essere fatta rientrare nell'ambito delle teorie politiche conservatrici, in particolare per aver posto in evidenza il concetto marxiano di comunismo, che Preve rivendica integralmente, come società della libera individualità, da contrapporsi sia alla mera indipendenza personale del capitalismo che, a maggior ragione, alla dipendenza personale tipica delle società organicistiche pre-capitalistiche.

Dando per scontata la correttezza della interpretazione di Azzarà vorrei passare a commentare la seconda questione precedentemente sollevata: qual’è l’aspetto del pensiero di Costanzo Preve che ne ha determinato la sua esclusione dal dibattito della sinistra radicale? C’è una tesi da lui avanzata che è risultata, in passato, talmente indigesta da provocare il rifiuto di sollevare ogni commento?

Si prenda a mo’ di esempio il famoso e notevole scambio di opinioni tra Preve e Domenico Losurdo sulla vigenza attuale delle categorie politiche di Destra e Sinistra (qui, qui e poi qui). Nel primo dei tre articoli Costanzo Preve commenta una intervista di Losurdo il quale lo chiama in causa come sostenitore della tesi della scomparsa di Destra e Sinistra; egli ribadisce che sì, secondo lui Destra e Sinistra, nel contesto politico attuale, non esistono più e ne specifica il motivo principale: la Sinistra si è storicamente costituita come il luogo della convergenza tra le istanze riconducibili ad una frazione progressista della borghesia, interessata all'allargamento a tutta la società dei diritti civili individuali, e le istanze di emancipazione economica e riconoscimento del proletariato; convergenza che Preve giudica, allo stato attuale, come non più sussistente. Nel secondo articolo Losurdo ribatte che Destra e Sinistra non sono categorie statiche, che ogni tematica può essere ascritta di volta in volta alla Destra oppure alla Sinistra in considerazione del contesto storico-politico in cui vengono poste, ma che in definitiva è sempre possibile individuare una parte Destra e una Sinistra, basandosi sulle categorie, hegeliane più che marxiane [NdA], del Particolarismo e dell’Universalismo, quest’ultimo ulteriormente suddivisibile in Universalismo Astratto vs. Concreto; procede dunque ad illustrare con svariati esempi la bontà del suo schema interpretativo. Infine nel terzo articolo, Preve interviene commentando in senso positivo la costruzione teorica di Losurdo ma denuncia, ecco, che il suo argomento principale non è stato preso in considerazione, manco sfiorato: fino ad una certa epoca, gli anni ‘70 del Novecento, nei paesi occidentali (imperialisti, NdA), Progresso in senso borghese ed Emancipazione economica del proletariato sono andati a braccetto; da quel momento in poi gli interessi della borghesia progressista e quelli dei lavoratori hanno incominciato a divergere. Dopodiché Losurdo decide di non dare seguito alla discussione.

Dunque abbiamo qui un esempio di dibattito pubblico in rete nel quale una tesi di Costanzo Preve viene ripetutamente ignorata, nonostante essa venga posta esplicitamente all’attenzione dell’interlocutore. Sui motivi che indussero Losurdo a non commentare quella teoria, se si sia trattato di una disattenzione o di una difficoltà a confrontarsi con essa, se egli ritenne che non valesse la pena rispondere oppure di aver già esaurito l’argomento e non ci fosse altro da aggiungere, non è dato sapere. Né mi cimenterò in un commento dei rispettivi modelli teorici, non ritenendomi all’altezza di farlo. Dico solo che le due proposte mi sembrano ugualmente valide e non in contraddizione tra di loro: Losurdo, che accusa Preve di nominalismo, sta ragionando sulla possibilità di identificare una parte Destra e Sinistra in generale e nonostante le mutevoli condizioni sociali e politiche in vari contesti; Preve, che riprende Losurdo in quanto userebbe categorie “idealtipiche”, denuncia la scomparsa della Sinistra (e con essa della democrazia moderna), così come si era configurata nei paesi europei almeno fino a tutti gli anni ’70.

Per cui, prendendo spunto da questo esempio, e non essendo a conoscenza di altri pensatori non previani che si sono cimentati con essa in modo specifico, assumerò che questa tesi della scomparsa della Sinistra, dovuta alla rottura da parte della borghesia progressista dell’alleanza strategica con il proletariato, sia la chiave di volta del pensiero di Preve e la vera ragione della sua rimozione e marginalizzazione da parte degli altri intellettuali marxisti italiani. Intendo sottoporre all'attenzione dei lettori questa tesi, pur non essendo in grado di commentarla esaustivamente io stesso, per la sua estrema rilevanza, perché se essa è vera, come io credo, ciò comporta delle notevolissime conseguenze sulla strategia da seguire nella lotta contro il capitalismo e per la stessa esistenza, nei paesi a capitalismo avanzato, dei comunisti in quanto tali.

Molto spesso nella sua opera, Preve, descrive un cambio di fase del capitalismo, avvenuto in tempi recenti, il quale avrebbe terminato la sua fase speculativa, contraddistinta, appunto, da un accentuato antagonismo tra le classi sociali, e quindi una forte polarizzazione tra destra e sinistra, per approdare alla sua fase di Capitalismo Assoluto, caratterizzato dalla generalizzazione totalitaria delle relazioni mercantili ad ogni aspetto della vita associata e quindi ad una crescente atomizzazione sociale e difficoltà di mobilitazione politica per fini collettivi. L’esistenza della Sinistra, intesa come soggetto politico collettivo che si faceva carico di portare avanti esigenze di modernizzazione capitalistica (contro la vecchia morale austera borghese, patriarcale, maschilista, razzista ecc.) e contemporaneamente rivendicazioni salariali, di sicurezza e di riconoscimento del proletariato, sarebbe stata un’esigenza dello stesso capitalismo in una certa fase, adesso conclusa, del suo sviluppo. La stessa vicenda del comunismo storico novecentesco, ovvero l’ascesa e la caduta dell’Unione Sovietica, e le lotte anticoloniali da essa innescate, si inquadrerebbero nella stessa dinamica di espansione planetaria, seppur contraddittoria e contrastata, del capitalismo nella sua fase precedente a quella attuale. Il segmento “progressista” della borghesia, in altre parole, sarebbe stato interessato allo sradicamento del proletariato dalla sua precedente condizione contadina (arretrata) e al suo crescente coinvolgimento nelle dinamiche del nuovo modo di produzione, con il corollario della sua acquisizione di una nuova cultura individualista e pragmatica. In cambio la borghesia avrebbe acconsentito a farsi carico delle rivendicazioni del proletariato in termini di reddito, sicurezza e partecipazione politica. E il proletariato si sarebbe posizionato a sinistra (cioè dalla parte del progresso, contro la propria precedente condizione di dipendenza personale) non tanto perché avesse visto a sinistra dei valori ad esso più congeniali, quanto perché quel posizionamento “pagava”, portava dei molto tangibili vantaggi materiali e di status sociale, sia nei paesi capitalisti che, a maggior ragione, nei paesi socialisti. E da un certo momento in poi il proletariato avrebbe smesso di essere naturalmente di sinistra perché quel posizionamento politico non paga più. E’ un fatto che le riforme strutturali che hanno portato allo smantellamento dello stato sociale e al crollo delle retribuzioni da lavoro, privatizzazioni, liberalizzazioni e quant'altro, sono state portate avanti, in Italia come nel resto d’Europa, prevalentemente dai partiti di sinistra. Sinistra che ha conservato, tuttavia, la propria adesione ai diritti civili, contro il razzismo, per la parità di genere e così via.

Si è perciò verificata una scissione tra il livello ideale dei valori e quello che succede nella realtà. E’ assolutamente chiaro che, a livello ideale, l’indipendenza personale è un presupposto necessario della libera individualità integrale, essendo quest’ultima l’unione della prima con la sicurezza e ricchezza materiale dell’individuo (non soggetta a condizionamenti politici o sociali di alcun tipo). Per cui, a livello astratto, ha perfettamente senso giudicare lo schieramento progressista come il più vicino agli interessi di lungo periodo del proletariato. Tuttavia, nella realtà politica concreta, il progresso avviene non a favore, ma a discapito degli interessi materiali immediati dei lavoratori. Allo stesso modo è indubbio che a livello ideale l’universalismo astratto è certamente più vicino all'universalismo concreto (rispettoso delle diversità) di quanto lo sia il particolarismo. Nondimeno possiamo constatare che spesso sono proprio gli schieramenti che propugnano valori universali (astratti) i più aggressivi e guerrafondai contro gli altri paesi.

Bene, stabilito che questa teoria di Preve sulla scomparsa della Sinistra (così come si era configurata fino agli anni ‘70 del ‘900 nei paesi capitalistici avanzati), se non è dimostrabile in senso assoluto, è quantomeno piuttosto plausibile, si pone la necessità di chiarire due aspetti, tra loro collegati, della situazione nuova che si è venuta a creare: quali sono le cause strutturali di questo fatto, e quali potrebbero essere le correzioni nella strategia, e nella teoria di riferimento, che si impongono ai comunisti.

Sul primo punto, le spiegazioni di questo fatto possono essere suddivise in due tipi: la borghesia non si fa più carico dei bisogni materiali del proletariato perché non ha più interesse a farlo, le lotte dei lavoratori sono diventate inefficaci, gli oppositori sono diventati subalterni all'ideologia del capitale, la loro sconfitta è stata totale, in breve i rapporti di forza si sono talmente sbilanciati in favore della borghesia da rendere superflua ogni concessione all'avversario di classe.

Oppure la borghesia non si fa più carico degli interessi materiali del proletariato perché non può più farlo; in questo ordine di spiegazioni direi che potrebbero rientrare le classiche teorie economiche marxiane e leniniane della caduta tendenziale del saggio di profitto medio e dell’esaurimento dei sovrapprofitti imperialistici dovuto all'accresciuta competitività (e indipendenza politica) dei paesi una volta arretrati (e sfruttati): vuoi per l’uno o per l’altro di questi due motivi la borghesia non può più permettersi di redistribuire parte della ricchezza al proletariato senza infrangere i vincoli strutturali del modo di produzione che la mantiene al potere.

E’ chiaro che se si adotta una spiegazione del primo tipo, modificando non si sa come i rapporti di forza in senso più favorevole al proletariato, diventa teoricamente possibile portare avanti con successo delle rivendicazioni di maggiore redistribuzione della ricchezza per via fiscale. Mentre invece se si privilegia un tipo di spiegazione di tipo “economicista” del secondo tipo, diventa chiaro che ipotesi di modificazione della fiscalità generale (includendo in esso anche lo stato sociale) in senso sostanzialmente più favorevole al proletariato, e rimanendo all'interno di una cornice capitalistica, sono da escludere perché impossibili.

Va fatto notare che la questione è rilevante sia per coloro che propendono per una soluzione riformistica delle contraddizioni sociali, sia per chi auspica una rottura rivoluzionaria del ordine esistente, in quanto questi ultimi si troverebbero nell'impossibilità di raggiungere il necessario radicamento tra le masse al fine di una accumulazione di forze di una certa consistenza, prima della rivoluzione stessa.

E mi sembra di capire che né Losurdo, né Preve, né Fusaro, né Formenti, né Azzarà siano dei cultori del secondo tipo di spiegazione, economicistica, preferendo concentrarsi, al di là delle loro profonde differenze di vedute generali, su un tipo di interpretazione basata sui rapporti di forza, in termini di egemonia, tra classi sociali con interessi contrapposti. Tuttavia va fatto notare che questo ordine del discorso (solo apparentemente più ottimistico perché in effetti postula uno strapotere della borghesia in termini di rapporti di forza, che sembra quasi insormontabile, mentre le teorie economicistiche ne mettono in luce i potenziali punti deboli) è a forte rischio di sfociare in una spiegazione di tipo circolare: i rapporti di forza sono sfavorevoli perché non abbiamo l’egemonia, perché i mezzi di comunicazione sono nelle mani della borghesia, cioè perché i rapporti di forza sono sfavorevoli.

Passando ora al problema delle scelte strategiche che questo cambio di fase del capitalismo, una volta identificato, dovrebbe imporre ai comunisti, mi sembra evidente che se (e sottolineo se) ci troviamo nell'impossibilità di conquistare con le lotte degli aumenti di reddito per i lavoratori, diretti o indiretti che essi siano, allora la mobilitazione ed il coinvolgimento del proletariato nella lotta contro il capitalismo dovrà avvenire necessariamente sulla base di incentivi di tipo non materiale, cioè sulla base dell’adesione delle masse a degli ideali di giustizia e di fratellanza che non comportano nell'immediato un miglioramento della condizione economica dei lavoratori. Ovvero abbandonare la formulazione materialistica del marxismo.

E qui mi ricongiungo all'incipit sull'articolo di Diego Fusaro e sul suo giudizio di Marx come filosofo idealista. Si tratta di un tema già presente in Preve, che giudica Marx il terzo grande filosofo idealista tedesco dopo Fichte e Hegel. Mi sembra che il suo argomento, però, paradossalmente, si basi su un assunto del marxismo classico, piuttosto debole, e che egli accetta senza metterlo in discussione: ovvero che non esiste un alternativa tra l’Idealismo e il Materialismo, e quindi che se un filosofo, ad esempio Marx, non risulta essere un materialista allora è per forza di cose idealista.

Ora è facile rendersi conto, soprattutto leggendo le sue opere giovanili e quelle scritte senza il contributo di Engels, che Marx non può essere definito un materialista così come lo erano Diderot e La Mettrie, e che il suo profilo intellettuale paga un debito assolutamente non trascurabile al sistema hegeliano. Ma il fatto che un pensatore riconosca l’esistenza e la assoluta oggettività, realtà e potere causale dei concetti astratti e degli ideali etici (cioè di qualcosa di diverso dalla materia) non fa di esso un filosofo idealista, che è invece quello che nega l’esistenza di una realtà indipendente che si contrappone alla coscienza del soggetto. Il filosofo idealista è in primo luogo quello che idealizza il mondo naturale, come il Leibniz della Teodicea, il proprio tempo storico, come Hegel, o le epoche passate, come Diego Fusaro. Ma mi sembra che Marx fosse decisamente alieno da tentazioni di questo tipo ed avendo profuso una buona parte del suo ingegno nell'analisi dell’economia (inteso come sistema dei bisogni materiali) era sicuramente lontano dal negare l’esistenza della materia.

Discorso diverso, probabilmente, andrebbe fatto per Engels il quale, a differenza di Marx, era a tutti gli effetti un’intellettuale materialista al 100%; e la profonda amicizia e la provvidenziale collaborazione che ha unito i due filosofi per tutta la vita, non dovrebbe oscurare il fatto che il loro profilo intellettuale non fosse esattamente lo stesso. Marx, ad esempio, nella seconda della sue Tesi si Feuerbach, si dice convinto che: “La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teoretica, ma pratica. È nella prassi che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero”. Dal che se ne deduce che per Marx la verità del pensiero non consiste nel suo migliore o peggiore rispecchiamento della materia, bensì nella sua realtà, nel suo potere e nel suo carattere immanente, cioè nell'essere esso stesso un elemento della realtà e una forza con potere causale.

Ben diverso è invece il concetto per cui le contraddizioni dialettiche, che di per sé sarebbero una caratteristica del pensiero stesso, si trovano già nella materia garantendone la sua trasformazione in senso razionale. Questo concetto assomiglia molto, fino quasi a coincidere, con quello della “mano invisibile” del mercato (che a sua volta assomiglia molto a quello della provvidenza), per cui la risultante di un insieme caotico di interessi egoistici finisce per essere il benessere della collettività.

So bene che spesso la figura di Engels, ed il suo materialismo, vengono criticati al fine di gettare una luce sinistra su Lenin, Stalin e la storia dell’Unione Sovietica. Ma a questo si potrebbe obiettare che al proclamato (in falsa coscienza necessaria) materialismo della teoria e della dottrina sovietica non corrispondesse affatto una pratica di tipo materialista, come diagnosticato da Gramsci nel suo la Rivoluzione contro il Capitale. Che la svolta ideologica di Lenin comincia con la (ri)scoperta delle radici hegeliane del pensiero di Marx, nella sua lettura de Il Capitale come svelamento del meccanismo dell’alienazione dello Spirito nella Materia, piuttosto che come scoperta di leggi evolutive del capitalismo. Che la Rivoluzione di Ottobre e la vicenda russa fino a tutto l’operato di Stalin, lungi dall'aver costituito il compimento di leggi dialettiche necessarie, hanno rappresentato la vittoria dello Spirito (e dello spiritualismo russo) sulle avversità delle condizioni materiali, e che il materialismo (la convinzione della inesorabilità delle leggi della materia) sia stato la cifra di ogni disfattismo, di ogni opportunismo, e di ogni capitolazione davanti all'avversario.

Dunque l’antinomia Idealismo/Materialismo va scomposta in due coppie di opposti:

1) Idealismo (negazione dell’esistenza, o semplificazione, della realtà, idealizzazione) vs. Realismo (convinzione dell’esistenza di una realtà dei fatti indipendente dal soggetto conoscente) dal lato della coscienza, l’aspetto passivo/ricettivo della soggettività.

2) Materialismo (negazione dell’esistenza reale, oggettiva, o dell’effettività dello Spirito, degli ideali, delle categorie, delle leggi della logica, dei concetti astratti ed in generale degli enti non materiali) vs. Spiritualismo (convinzione della realtà dello Spirito e nella possibilità del comportamento autodeterminato indipendente dagli stimoli materiali) dal lato della prassi/comportamento, l’aspetto attivo/creativo della soggettività.

Concludo dicendomi convinto della necessità di superare il materialismo contenuto nella sistematizzazione engelsiana del pensiero di Marx, che era adatta ad affrontare la precedente fase del capitalismo. Quella in cui rivoluzioni borghesi e proletarie si sono mescolate tra di loro: talvolta è stata la borghesia a sfruttare il proletariato come manovalanza per raggiungere i suoi scopi, oppure a comprarsi il proletariato con il consumismo, altre volte è stato il proletariato a sfruttare, come in Russia, la spinta della rivoluzione borghese per superare il capitalismo stesso o a far leva sulle borghesie nazionali per sottrarsi al giogo dell’imperialismo. Questa fase sembra ora conclusa, almeno in occidente, e si prospetta ai comunisti di questi paesi l’immane compito di pensare e mettere in atto una rivoluzione proletaria pura che si contrapponga ad un tempo sia alle classi reazionarie e idealiste, che a quelle conservatrici e materialiste borghesi.

Pur sapendo di non essere la persona più titolata ad affrontare questi difficili problemi, che ho comunque cercato di delineare in questo precedente contributo, spero almeno di aver sollevato degli interrogativi su una questione importante e non più a lungo rinviabile.

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