L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 18 marzo 2020

Nulla sarà come prima, niente illusioni - La polmonite virale ha ridimensionato la narrazione in cui vivevamo e la realtà si impone con forza, ideologie, pensieri, comportamenti si disporrano in maniera diversa

CHISSÀ SE GRAZIE AL CORONAVIRUS NOI ITALIANI TROVEREMO IL CORAGGIO DI VOLTARCI DALL'ALTRA PARTE??*


17/03/20 

“In questi giorni un qualcosa di molto piccolo ha creato un movimento mondiale epocale.

Ci stiamo ritirando per fare spazio al mondo.

E così facendo il mondo respira.

E con esso anche noi.

Non poteva esserci esperimento mondiale più importante. L’aria è più pulita, viviamo dell’essenziale, non possiamo più fuggire da noi stessi, dobbiamo fare i conti ogni giorno con un tempo dilatato.

Siamo ritornati a mettere le mani in pasta per cucinare, sforniamo il pane che acquistavamo solo nei panifici, abbiamo iniziato a dipingere, a creare con l’argilla, a scrivere.

Siamo diventati padroni del nostro tempo.

E, come per i bambini, la noia ci porta ad essere creativi.

Quella creatività perduta da chissà quanto tempo. Quella creatività ritenuta fino ad oggi non importante, non redditizia, solo una cosa per bambini.

Eppure stiamo riscoprendo che senza creatività nulla ha un senso.

L’inquinamento, dentro e fuori di noi, sta diminuendo. La natura ci invita a fiorire, a mostrare a noi stessi e agli altri le nostre gemme più preziose, quelle che abbiamo nascosto fino ad ora.

Abbiamo finalmente il tempo di diventare artisti, scrittori, cuochi, attori o poeti. Di farlo senza preoccuparci di come siamo vestiti o pettinati, di farlo senza distrazioni, di seguire la voce del nostro intuito che fino ad ora abbiamo messo a tacere perché non in linea con i nostri impegni quotidiani.

Le piazze vuote mostrano la loro bellezza e la loro maestosità, le strade isolate raccontano delle infinite storie che hanno assistito ed ospitato, gli alberi si rigenerano in un silenzio d’altri tempi, gli uccellini regalano melodie mai ascoltate. E la notte si riappropria del suo mistero, senza rumori a disturbarla.

Che grande riscatto questo per il mondo intero. L’uomo si è dovuto mettere da parte. Anche per il suo bene.

Abbiamo tanto tempo ora da custodire. Abbiamo le nostre case da curare e da abbellire. Abbiamo noi stessi da scoprire.

Un tempo in grado di seminare in noi qualcosa di rivoluzionario.

Non poteva nascere una rivelazione così imponente in un giorno o in una settimana. C’era bisogno di più tempo.

E l’Universo ce lo ha concesso.

Ora sta a noi eliminare le erbacce che ci hanno tolto energie vitali, fare spazio per la nuova semina, sentire intuitivamente quali semi piantare e lasciare fiorire ciò che vuole emergere.

È il momento della pulizia, della purificazione e della rinascita.

Siamo liberi. Finalmente liberi.

Di essere davvero noi stessi.

Verrà poi il momento di riversarci nelle piazze, di passeggiare nella natura, di scalare le vette delle montagne. Ma saranno momenti sacri, mai scontati.

Saremo pronti ad inchinarci come non mai a così tanta bellezza.

Ora però non siamo ancora pronti. Abbiamo bisogno di tempo da trascorrere con noi stessi per far nascere questa consapevolezza, questa delicatezza d’anima, questa sacralità.

È il momento del ritiro, di nasconderci, di fare spazio al mondo.”

Elena Bernabè

Ieri sera, domenica 15 marzo 2020, intorno alle 19.55 ho acceso la televisione per ascoltare il notiziario della sera. La giornalista Costanza Calabrese del TG5 esordisce con un numero drammatico: 368. Il numero di morti di Coronavirus in Italia nelle ultime 24 ore. Il più alto da quando è iniziata l’emergenza (e non parlo solo dell’Italia, neanche in Cina – volendo prendere per buoni i dati ufficiali – si è mai registrato un numero così alto di morti in un giorno da quando è iniziata questa crisi). Più alto di qualunque attentato terroristico registrato in Italia nella nostra storia repubblicana. Più alto di qualunque incidente aereo o ferroviario avvenuto nel nostro Paese.

Il notiziario continua descrivendo un Paese in quarantena, e termina con un collegamento con lo studio di Barbara D’Urso, che anticipa lo svolgimento del suo programma di intrattenimento di prima serata su Canale 5. Ci saranno tre collegamenti con altrettante città italiane, per organizzare dei “flashmob” i cui i residenti delle 3 città si affacceranno ai loro balconi per cantare tutti assieme una canzone: il nostro inno nazionale, a Roma alle 22.30; Azzurro di Adriano Celentano, a Milano alle 23.00; e Volare di Domenico Modugno, a Palermo alle 23.30.

Ascoltando questo collegamento, dapprima ho pensato che sicuramente l’intento della conduttrice è lodevole, poiché escogita un modo simpatico per allietare una serata di quarantena nazionale coinvolgendo dal vivo quante più persone possibili, in modo impeccabile dal punto di vista sanitario. Poi la mia mente si è soffermata sulla scelta delle canzoni: d’accordo l’inno nazionale, mentre le altre due sicuramente sono state scelte per infondere fiducia e speranza alla cittadinanza, visto che rimandano ai tempi del nostro miracolo economico italiano. Su questo pensiero il mio stomaco si è improvvisamente chiuso, ho immediatamente spento il televisore, ed ho passato il resto della serata immerso a leggermi un libro di fantasia.

Perché la realtà è che la fiducia in se stesso il nostro Paese l’ha persa da troppo tempo. Sembra che un incantesimo ci faccia perdere la fiducia in un pezzo di noi stessi ogni 9 anni. Nell’arco della mia vita (sono nato nel 1985) tutti i problemi attuali sembrano essere iniziati nel 1993, quando abbiamo perso la fiducia nella politica. L’ultimo governo della prima repubblica (targato Giuliano Amato), espressione di una normale democrazia parlamentare, cade travolto dallo scandalo di Tangentopoli; con esso cadono tutti i principali partiti, e arriva il primo governo “tecnico” della nostra storia repubblicana (targato Carlo Azeglio Ciampi). Agli italiani non resta che aggrapparsi ad una delle economie più prospere ed avanzate del pianeta.

Nove anni dopo, arriva il 2002 e perdiamo anche la fiducia nell’economia. A essere precisi la metà esatta degli italiani perde la fiducia nella politica monetaria, poiché non sarà mai in grado di accettare la nostra nuova moneta (l’Euro) come qualcosa di pienamente corrispondente ai nostri interessi nazionali; mentre l’altra metà esatta degli italiani perde la fiducia nella politica fiscale, poiché non sarà mai in grado di accettare che Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti occupino stabilmente la “stanza dei bottoni” del potere in Italia senza combinare sfracelli. Agli italiani (di entrambi gli schieramenti) non resta che aggrapparsi ad uno degli stili di vita più invidiati al mondo.

Nove anni dopo, arriva il 2011 e perdiamo anche la fiducia nel nostro stile di vita. Gli imperdonabili errori di fondo dell’architettura dell’Eurozona (dando ragione alla prima metà degli italiani descritta sopra) uniti agli imperdonabili errori di valutazione del governo (dando ragione all’altra metà), introducono la parola “spread” nel nostro linguaggio comune. Ciò che era in origine il differenziale espresso in punti base tra il rendimento dei titoli di stato decennali italiani e tedeschi diventa nel nostro immaginario collettivo un termometro che misura una febbre molto particolare: aumenta quanto i governanti di turno manifestano la volontà di spendere più soldi di quanti il nostro Paese se ne possa permettere, diminuisce quando vengono imposti quei “sacrifici virtuosi” che distruggono anno dopo anno la nostra qualità della vita senza risolvere nessuno dei problemi finanziari del nostro Paese. A noi italiani non resta che aggrapparsi alla nostra cultura e ai nostri ricordi dei bei tempi andati.

Nove anni dopo, arriva il 2020 e ci troviamo ad affrontare questa pandemia letale. Credo di poter evitare di dover riassumere in questa sede quello che ci è capitato nelle ultime settimane.

Ieri un amico mi ha chiesto se era possibile paragonare questa pandemia ad una guerra, e quindi aspettarci che al termine di questa crisi ci sia un periodo di rinascita economica paragonabile a quello dei “trenta gloriosi” del secondo dopoguerra. Gli ho risposto che non sarà assolutamente così, per le motivazioni che seguono.

I grandi filosofi dell’economia (penso ad esempio a Karl Marx) ci spiegano che l’andamento dell’economia è il frutto dell’interazione tra 2 “ingredienti”: il capitale ed il lavoro. Il capitale è l’insieme di tutti quei beni (terreni, fabbricati, macchinari, utensili, negli ultimi decenni anche software, eccetera) che vanno impiegati per la produzione della ricchezza; il lavoro, invece, è l’insieme di tutte le attività (manuali ed intellettuali) che gli esseri umani svolgono per produrre la ricchezza.

Le guerre tipicamente distruggono la maggior parte del capitale disponibile (città rase al suolo, mezzi di produzione inutilizzabili, infrastrutture in rovina, eccetera). Di conseguenza, nei dopoguerra abbiamo tipicamente una situazione di estrema scarsità di capitale (perché tutto è andato distrutto) e di grande abbondanza di lavoro (moltissima gente ha bisogno e voglia di lavorare per mangiare). Questa particolare miscela di capitale scarso e lavoro abbondante genera un periodo di forte espansione economica poiché tutte le braccia disponibili vengono impiegate nella ricostruzione del capitale, fino ad arrivare ad un ri-bilanciamento dei due ingredienti.

Il nostro Coronavirus odierno, invece, sta decimando la popolazione ma al contempo lasciando tutto il capitale intatto. Dunque, questa pandemia ci lascerà nella situazione inedita di capitale abbondante e scarso lavoro.

Ad oggi (lunedì 16 marzo 2020) non è dato sapere quale sarà l’entità finale di questa enorme disgrazia, però solo per chiarezza espositiva scelgo di prendere uno degli scenari peggiori possibili, che porterebbe a delle conseguenze economiche, politiche e sociali estremamente marcate. Va da sé che nella speranza che si verifichi uno scenario meno drammatico di quello preso in esame, le mie argomentazioni che seguiranno sarebbero sempre valide, ma in forma più attenuata.

Come “scenario peggiore possibile” faccio riferimento in primo luogo al rapporto redatto nei giorni scorsi da Public Health England (PHE) per il sistema sanitario britannico (NHS) in cui si stima che circa l’80% della popolazione britannica potrebbe ammalarsi di Coronavirus nei prossimi 12 mesi. Dato che il virus circola oramai nella stragrande maggioranza dei Paesi del mondo, ipotizzo che questa percentuale si applichi al mondo intero.

In secondo luogo, ipotizzo che il tasso di mortalità attuale del coronavirus rimanga costante fino a fine epidemia. Alle ore 12.00 GMT di oggi 16 marzo 2020 si registrano in tutto il mondo 173101 ammalati totali, dei quali 6664 sono ahimè deceduti e 77785 sono guariti. Dei restanti 88652 tuttora ammalati, 5937 sono in condizioni serie o critiche, mentre i restanti 82715 risultano essere ammalati non gravi (dati: www.worldometers.info). Ammettendo di non aver competenza alcuna in ambito di medicina, ipotizzo che tutti gli ammalati non gravi alla fine guariscano, mentre gli ammalati gravi alla fine per metà guariscano e per metà muoiano. In base a queste ipotesi avremmo un numero finale di morti pari a 6664+5937/2 pari al 5.56% dei 173101 ammalati totali.

In base alle ultime stime delle Nazioni Unite, a fine 2019 il mondo aveva una popolazione umana di 7.7 miliardi di abitanti. Se l’80% della popolazione mondiale si ammalasse, avremmo un totale di 6.16 miliardi di ammalati. Se il 5.56% di questi dovesse morire, in questo “scenario peggiore possibile” fai-da-te (ripeto: non ho competenze in tema di epidemie) avremmo 342 milioni di morti da Coronavirus in tutto il mondo entro i prossimi 12 mesi.

Se nel mondo dovessero davvero verificarsi 342 milioni di morti con una distruzione di capitale e infrastrutture minima, ci ritroveremmo con una sovrabbondanza di capitale mai vista in 3 secoli di storia del capitalismo. È sufficiente pensare a quante case vuote, quanti negozi e uffici sfitti, quante fabbriche chiuse, quanti centri commerciali in rovina, quante miniere abbandonate e quante infrastrutture pressoché inutili ci ritroveremmo al mondo per avere un’idea della sovrabbondanza di capitale che sta per travolgerci.

Ma non basta, perché una volta che la popolazione attiva sopravvissuta dovesse cercare (con pochissimo impiego di capitale) di rimettere in funzione le fattorie, le miniere e le fabbriche, il mondo si ritroverebbe travolto anche da una sovrabbondanza di cibo, di materie prime e di prodotti di consumo senza avere a disposizione una platea di consumatori in grado di assorbire tutta questa sovrabbondanza.

Il lettore si chiederà ora se sono matto a parlare di sovrabbondanza di cibo nelle settimane in cui ovunque nel mondo si diffondono immagini di consumatori che assaltano i supermercati cercando di accaparrarsi pasta, scatolette e carta igienica. Tuttavia, ribadisco la mia profonda convinzione che ciò che più mi preoccupa di questa crisi non sono tanto le immagini degli scaffali vuoti (peraltro poi sempre regolarmente riforniti di nuovo). Ciò che mi preoccupa alla lunga, piuttosto, sono le immagini dei contadini della pianura padana che da qualche giorno si trovano a dover gettare fiumi di latte che non trovano più accesso ai bar, ai caffè ed ai ristoranti chiusi.

Anche il recente crollo della domanda e del prezzo del petrolio e di pressoché tutte le altre materie prime agricole, energetiche ed industriali va assolutamente nella stessa direzione.

È quindi molto facile prevedere l’impatto di tutto ciò sull’economia globale: un generalizzato crollo dei valori mobiliari ed immobiliari, ed una deflazione soffocante. Il risultato congiunto di questi due fenomeni sarà una gravissima crisi finanziaria causata da livelli di debito (sia pubblico sia privato) che schizzano al di fuori di ogni controllo e misura.

È necessario specificare che questa crisi finanziaria non sarà una crisi di liquidità, bensì una molto più grave crisi di solvibilità. Questo è il motivo per cui le ricette messe in campo in questi giorni dalle principali banche centrali del pianeta, ed ispirate al concetto del “Quantitative Easing” che ci accompagna dalla crisi finanziaria del 2008 non sono assolutamente adeguate, poiché basate su una iniezione di liquidità essenzialmente sotto forma di debito aggiuntivo. L’inadeguatezza di queste misure (misurata dalla reazione dei mercati finanziari) non si è vista solamente nella versione timida e disastrosa della ricetta proposta dalla Banca Centrale Europea lo scorso giovedì 19 marzo, ma anche nella versione ben più decisa annunciata dalla Federal Reserve proprio ieri, domenica 15 marzo.

Ciò che a mio parere andrebbe preso in considerazione, invece, sarebbe una replica su larga scala e riadattata di quanto fatto dalle autorità di Hong Kong durante i giorni più bui della crisi del Coronavirus sul loro territorio. Lo scorso 26 febbraio 2020 il governo di Hong Kong decide di accreditare 10000 dollari di Hong Kong (poco meno di 1000 euro) sul conto corrente di ciascun residente per incoraggiare i consumi. La misura è stata finanziata in deficit di bilancio.

Un tale accredito a pioggia e a fondo perduto andrebbe fatto anche in Europa, e non solo per un mese, ma per tutto il tempo dell’emergenza. Inoltre, non dovrebbe essere fatto dai governi in deficit di bilancio, bensì direttamente dalla Banca Centrale Europea semplicemente emettendo moneta.

Come ogni buon libro di testo di macroeconomia ci insegna, l’emissione di moneta e l’accredito diretto e gratuito ai cittadini sortirebbe sull’economia un unico risultato, da perseguire d’ora in avanti da parte della BCE in maniera precisa e determinata: creare inflazione.

Se per sbaglio fra i lettori di questo testo ci fosse qualche zelante custode dell’ortodossia della Bundesbank in seno alla Banca Centrale Europea, probabilmente ora farebbe un salto sulla sedia tale da fracassarsi le ginocchia contro il lato inferiore del tavolo.

Non è pensabile da parte di nessuno parlare di creazione deliberata di inflazione senza ripassare la storia di quanto accadeva esattamente un secolo fa nella Repubblica di Weimar, quando svalutazione incontrollata ed iperinflazione avevano l’impatto immediato e concreto di privare la povera gente dei beni di consumo essenziali. Né si può dimenticare la tragica evoluzione politica che è seguita alla sopra-citata Repubblica. Né si possono dimenticare gli sforzi enormi che intere generazioni di servitori delle istituzioni hanno fatto negli ultimi 100 anni per combattere i mostri dell’iperinflazione e della svalutazione in ogni angolo del mondo, dal Messico allo Zimbabwe passando per il Perù.

Tuttavia, avrei piacere che le autorità della BCE prendessero in considerazione il mio ragionamento e magari argomentare se e perché sbaglio. Anche loro dovrebbero tenere a mente la differenza basilare tra guerra e pandemia. Qui non stiamo parlando di creare inflazione in una realtà con gente affamata e capitali, produzioni e infrastrutture distrutte dalla guerra o dalla cattiva gestione. Stiamo parlando invece di creare inflazione in un’economia dove sono la gente e i consumi, non la capacità produttiva o le infrastrutture, ad essere decimati, e dove la sovrabbondanza di cibo, materie prime e prodotti di consumo invenduti farebbero da calmiere naturale all’inflazione indotta dalla misura estrema che io propongo.

L’obiettivo che si andrebbe a raggiungere sarebbe triplice: in primo luogo, garantire l’accesso ai beni essenziali alla popolazione rimasta senza lavoro e senza reddito; in secondo luogo, garantire una platea di consumatori alle filiere produttive rimaste senza consumatori; terzo, utilizzare la via dell’inflazione per far uscire l’intero sistema finanziario globale da una crisi di solvibilità di tale portata da non lasciar intravedere francamente alcun altro sbocco possibile (a parte il crollo a catena di banche e stati sovrani per bancarotta) che non la riduzione del valore del debito in termini reali.

Altro discorso invece è la gestione dell’economia nel fatidico giorno dopo in cui questa tragedia sarà passata e si potrà fare la conta finale dei danni.

Se questa tragedia avrà insegnato qualcosa all’umanità, sarà che non potremo più permetterci di pesare in maniera insostenibile sull’ecosistema del nostro pianeta. Non sarà più possibile inseguire la crescita economica come abbiamo fatto fino ad ora, poiché la già descritta sovrabbondanza di capitali e di capacità produttiva e scarsità di consumi impedirà la redditività di moltissimi investimenti convenzionali. Servirà invece una colossale opera di ripulitura e ri-igienizzazione del nostro pianeta, a partire dalla riduzione costante delle emissioni di anidride carbonica, l’eliminazione delle emissioni inquinanti, la depurazione delle acque fluviali e lacustri, la bonificazione e restituzione alla natura delle aree edificate non più utilizzate.

Anche le dottrine politiche dovranno cambiare, poiché i due fenomeni nuovi di sovrabbondanza di capitale e scarsità di lavoro e consumo renderanno obsoleti tanto il socialismo (sì perché nel 2020 c’è ancora chi ha bisogno di comprendere che questa ideologia è fallita per sempre) quanto il liberismo.

Il socialismo nasce dalla condizione (già in parte descritta sopra) di scarso capitale e abbondante lavoro. In particolare, il pensiero marxiano poggia sulla situazione oggettiva di metà ‘800 in cui ristrettissime elite possedevano tutto il poco capitale esistente, e le masse di lavoratori erano inadeguatamente retribuite per i loro servizi. Nel mondo di allora poteva avere un certo appeal l’idea di ridistribuire le ricchezze esistenti, imponendo un trasferimento anche forzato dei mezzi di produzione ai lavoratori, per elevare milioni di persone dalla povertà.

Purtroppo però, se allora togliere un podere ad un nobile per assegnarlo ad un mezzadro significava dare una speranza di riscatto a quest’ultimo, nel mondo di domani cedere un impianto industriale ad un disoccupato non scaturirà le stesse speranze, perché quest’ultimo si ritroverebbe a produrre senza trovare clienti.

Auspico quindi con forza che già da ora tutti coloro che ancora trovano interesse nella parola socialismo, cessino di invocare una “redistribuzione delle ricchezze” morta e sepolta, e inizino invece a studiare una “redistribuzione del lavoro retribuito”: necessità che è già stata sufficientemente ignorata fino ad ora, ma che sarà resa impellente domattina dalla devastazione post-Coronavirus, e dopodomani dall’imporsi dell’intelligenza artificiale.

Anche il liberismo diventa obsoleto e dovrà rinnovarsi. Coloro che hanno sempre creduto che il diritto alla proprietà privata ed alla libera iniziativa economica siano pilastri imprescindibili della nostra libertà personale, dovranno scontrarsi una volta per tutte con la realtà definitiva che non ci sarà più nessuna “mano invisibile” alla Adam Smith a regolare le attività economiche private. Ci sarà spazio solo per una “mano regolamentata”, e coloro che hanno cara la libertà più di ogni altra cosa, farebbero bene ad accettare questa realtà e cercare di far sì che questa mano diriga la società verso gli obiettivi sopra citati di redistribuzione del lavoro e ripulitura del pianeta nel modo meno invasivo possibile riguardo alle libertà private.

Vorrei invece spendere una nota di ottimismo riguardo a tutte le diatribe politiche che prevalevano nel mondo fino a subito prima dell’esplosione di questa emergenza. In quanto alle diatribe di ordine militare e di politica internazionale, il fatto che la pandemia metta in ginocchio tutti i Paesi del mondo, senza esclusione alcuna, dovrebbe concedere alla disciplina della geopolitica una piccola vacanza, almeno durante la fase più acuta di questa emergenza. Lo show riprenderà appena avremo raggiunto il tanto agognato “picco” della pandemia (tranquilli, la Storia non finisce).

Riguardo alle vicende di politica interna, la pausa dovrebbe essere addirittura un po’ più lunga: ad esempio nelle democrazie europee ed occidentali chi si definiva “di destra” dovrà accettare la priorità della ri-sanificazione ambientale su qualunque altra cosa (salvo l’obbligo di garantire sanità e beni essenziali alla popolazione), mentre chi si definiva “di sinistra” dovrà accettare che i flussi migratori internazionali in qualunque direzione dovranno essere azzerati per molto tempo (salvo ricongiungimenti familiari immediati marito-moglie e genitore-figlio minorenne) per la sicurezza di tutti.

A questo punto è finalmente tempo di esplicitare al lettore il senso della lunga citazione riportata all’inizio di questo articolo.

Cara Elena Bernabè, io non ti conosco e ho citato le tue bellissime parole ed il tuo nome senza chiedere il tuo consenso, solamente dopo aver notato che il tutto era liberamente fruibile su Instagram. Ho quindi ipotizzato che tu fossi contenta di una libera distribuzione di quanto hai scritto e se ho sbagliato me ne scuso. Forse ti stupisce che le tue parole siano state citate in un articolo che spiega le opinioni di chi scrive sugli effetti del Coronavirus sull’economia globale, ma quello che hai scritto rappresenta per me una delle ispirazioni più grosse, beh, da quando mi sono laureato in economia.

Quando scrivi “Non poteva esserci esperimento mondiale più importante. L’aria è più pulita”, oppure “La natura ci invita a fiorire, a mostrare a noi stessi e agli altri le nostre gemme più preziose, quelle che abbiamo nascosto fino ad ora.” o ancora “Ora sta a noi eliminare le erbacce che ci hanno tolto energie vitali, fare spazio per la nuova semina, sentire intuitivamente quali semi piantare e lasciare fiorire ciò che vuole emergere.” credo che tu abbia pienamente centrato gli obiettivi di fondo che qualsiasi politico, banchiere o imprenditore debba tenere chiaro in mente per recuperare una carriera nel mondo di domani, perché come ho cercato di argomentare, saranno le stesse esigenze economiche e finanziarie a portare il mondo in quella direzione.

Nell’ultima parte del mio scritto, non posso non spendere qualche parola un po’ più specifica sul nostro Paese, l’Italia.

Criticare chi ci governa è sempre stato il nostro sport nazionale. È normale continuare a farlo ora, che il governo attualmente in carica commette gravi errori nella gestione di questa crisi. Va però sottolineato che una situazione di pandemia come quella che ci è piovuta addosso è assolutamente inedita nella nostra storia recente. Non l’abbiamo neanche mai vista in nessun film di Hollywood (con la parziale eccezione di “World War Z”, che però mal si adatta a descrivere il Coronavirus perché nel film il periodo di incubazione della malattia era di 10 secondi, nella nostra realtà di 14 giorni e forse più). Dunque qualunque governo, di qualunque partito, avrebbe commesso gravi errori di gestione.

La priorità assoluta è dunque che il governo continui a fare del suo meglio per gestire l’emergenza sanitaria, rallentare il diffondersi del contagio, e salvare quante più vite possibili. I cittadini devono rispettare le ordinanze imposte, le parti sociali garantire l’approvvigionamento dei beni essenziali durante l’emergenza.

Nel frattempo, il governo italiano dovrà iniziare un’intensa azione diplomatica sia nei confronti dei partner europei sia nei confronti delle stesse istituzioni europee per ottenere la principale argomentazione di questo testo: la spesa pubblica necessaria per gestire questa emergenza non può essere finanziata in deficit di bilancio pubblico, così come fatto nelle ultime settimane fino ad oggi. Deve invece essere finanziata con una gratuita emissione di moneta da parte della Banca Centrale Europea.

Credo che sia doveroso aprire gli occhi su un fatto di fondamentale importanza: anche in un ipotetico “scenario migliore possibile” in cui le restrizioni alla libertà di circolazione della popolazione decise dal governo italiano nei giorni scorsi avessero il pieno effetto desiderato, comunque servirà tutta la primavera per azzerare i contagi. Quindi, possiamo dire fin da subito che la stagione turistica 2020 (cioè almeno il 10% del nostro prodotto interno lordo) è persa. Fin da subito possiamo dire che i nostri negozi al dettaglio hanno ricevuto merce per la stagione primavera-estate che non sono in grado né di vendere né di pagare, il che significa che non possono ordinare né sperare di ricevere la merce per il prossimo autunno-inverno, e dunque hanno perso almeno un anno intero di lavoro. Tutte le filiere produttive di beni non essenziali nel periodo dell’emergenza subiranno conseguenze devastanti.

Sarebbe quindi auspicabile che smettessimo fin da subito di raccontarci che “il Coronavirus avrà un impatto negativo dello zero virgola sul PIL di questo trimestre” e accettare fin da subito che il nostro PIL nel 2020 subirà un crollo a doppia cifra mai visto dal secondo dopoguerra. Questo significa il nostro debito (sia pubblico sia privato) è già da adesso insostenibile da qualunque punto di vista. Ecco quindi l’urgenza da parte del nostro governo di pretendere una emissione gratuita di moneta da parte della BCE con l’obiettivo di breve termine di tenere in piedi il nostro Paese nella fase di emergenza, e con l’obiettivo di lungo termine di consentire alla nostra economia una via d’uscita di riduzione del debito reale per mezzo di inflazione. Altrimenti sarà bancarotta sovrana, e non riusciremo neppure a salvare il salvabile. A quel punto riprendere il pieno controllo della nostra politica monetaria non sarebbe più la velleità di qualche nostalgico estremista, bensì una prerogativa di sopravvivenza nazionale.

Una volta terminata l’emergenza, il governo italiano che sarà dovrà invece tradurre nel nostro Paese le indicazioni che ho fornito sopra. Sarà fondamentale partire da una vera politica demografica incentrata sul concetto di 2 figli per donna, dato che il nostro Paese ha una età media della popolazione tra le più alte del pianeta, e quindi non c’è da stupirsi se la mortalità del Coronavirus in Italia è doppia rispetto al resto del mondo (la mortalità di questo virus aumenta infatti con l’età del malato). Sarà inoltre fondamentale procedere con la ripulitura dei nostri cieli, delle nostre acque e dei nostri terreni, tutti e tre fra i più inquinati d’Europa. Sarà infine fondamentale riavviare il restauro e la ri-valorizzazione del nostro patrimonio artistico e culturale, che come sempre sarà la nostra ancora di salvezza.

Solo allora “Verrà poi il momento di riversarci nelle piazze, di passeggiare nella natura, di scalare le vette delle montagne.” e “Saremo pronti ad inchinarci come non mai a così tanta bellezza.” come dice Elena Bernabè.

Infine, vorrei dare qualche suggerimento a Barbara D’Urso per le prossime puntate del suo programma di intrattenimento serale su Canale 5. Basta “Azzurro” e “Volare”, che risalgono rispettivamente al 1968 e al Festival di Sanremo del 1958! Non dico di scegliere canzoni rigorosamente del 2020, ma se sfogliamo il repertorio dei Festival di Sanremo perlomeno degli ultimi 10 anni, qualche bella idea per un flashmob dal balcone in tempi di Coronavirus la troviamo.

Cantava Malika Ayane (Sanremo 2010):

“Ricomincio da qui, Da un'effimera illusione, Mi risveglio e ci sei, Ancora tu, Qui”

Cantava Roberto Vecchioni (Sanremo 2011):

“Chiamami ancora amore, Chiamami sempre amore, In questo disperato sogno, Tra il silenzio e il tuono, Difendi questa umanità, Anche restasse un solo uomo”

Cantava Emma Marrone (Sanremo 2012):

“No, questo no, non è l'inferno, Ma non comprendo, Com'è possibile pensare, Che sia più facile morire”

Cantava Marco Mengoni (Sanremo 2013):

“E mentre il mondo cade a pezzi, Io compongo nuovi spazi e desideri che, Appartengono anche a te, Che da sempre sei per me l'essenziale”

Eccetera eccetera, fino ai nostri giorni.

Non è mia intenzione esaltare i cantanti dei nostri giorni, né tantomeno sminuire quelli che hanno reso la musica italiana del dopoguerra famosa e amata in tutto il mondo. Vorrei solo lanciare il grido di allarme di un trentaquattrenne che troppo spesso nella sua vita ha visto il proprio Paese, l’Italia, che davanti ai problemi invece che affrontarli si rifugiava nei propri ricordi dei bei tempi andati, volgendo quindi la testa drammaticamente all’indietro.

Chissà se grazie al Coronavirus noi italiani troveremo il coraggio di voltarci dall’altra parte.

*Paolo Silvagni, 16 marzo 2020
Laureato in economia, ex consulente finanziario, imprenditore

Foto: Facebook

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