L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 23 marzo 2020

Oggi la 'ndrangheta è ancora diversa da ieri ma si muove sempre in un contesto che la vuole

Mafia, nessuno è costretto, lo fai solo perché ti conviene

Annalisa Mancini

Federico Varese

INTERVISTA – Federico Varese, cattedra in Criminologia a Oxford e osservatore della realtà veronese: «È il contesto locale che genera una certa “domanda di mafia”, soprattutto da parte degli evasori».

Intervista al professor Federico Varese, cattedra in Criminologia a Oxford e autore di uno studio sul comportamento delle mafie in contesti internazionali. Osservatore della realtà veronese, il professore ci racconta di come la ‘ndrangheta abbia fallito nel suo tentativo di controllare il mercato della droga a Verona e individua gli elementi che ne caratterizzano la presenza nel nord Italia.

– Come è arrivata la mafia al Nord e a Verona? «Nel mio libro Mafie in movimento, in cui ho trattato anche del caso Verona, ho rilevato tre aspetti della mafia nel Nord Italia. Innanzitutto le mafie hanno successo quando cercano di penetrare piccoli paesi, perché è più facile controllare gli esiti elettorali. I comuni piccoli, come Bardolino e Zimella, sono più a rischio di Verona-città. Poi, i mercati più esposti sono l’edilizia e il turismo perché sono mercati legati a qualcosa di immobile (il cantiere, l’hotel). Se mi chiedono il pizzo, non posso spostare il cantiere o l’hotel e quindi fuggire. Inoltre, la mafia offre dei servizi di cui hotel e cantiere possono beneficiare…».

– Come si stabiliscono le mafie al Nord e a Verona? «Molti di questi spostamenti di mafiosi al Nord sono dovuti non per una decisione strategica ma perché scappano da guerre intestine, c’è di solito un meccanismo non intenzionale. Se potessero, starebbero a casa propria: il principe non se ne va mai dal proprio territorio, a meno che non sia costretto. Poi però i mafiosi cominciano a rispondere alle esigenze del territorio. Sono i contesti locali che fanno crescere i mafiosi».

– In che modo i contesti locali fanno crescere la mafia? «Nel mio studio, insieme a Verona tratto anche del caso di Bardonecchia, primo Comune del Nord Italia sciolto per mafia nel 1995: un tipico caso di mafiosi in soggiorno coatto che negli anni ‘60 del boom edilizio diventano il collegamento tra i disoccupati del Sud che vivono a Milano e imprenditori locali in cerca di manodopera docile e non sindacalizzata. La mafia di Bardonecchia organizza quindi un racket delle braccia e crea un cartello di imprenditori: chi non fa parte del cartello è fuori dai giochi».

– A proposito di fornitura di manodopera a Verona, c’è un problema di infiltrazioni mafiose? «Lo sfruttamento è diffuso al di là della mafia perché c’è un problema di deregulation. Certo è che la mafia si inserisce nel settore con grande vantaggio perché ha la forza della violenza. Aggiungiamoci poi che edilizia, logistica e turismo sono settori a bassa tecnologia e a bassa competenza, con lavoratori a rischio perché non beneficiano di protezioni classiche. Qui la mafia si inserisce per “fornire un servizio” e quindi non mi stupisce che il problema sia presente anche a Verona. La cosa tragica è che la vittima ha bisogno di lavorare e per questo i sindacati svolgono un ruolo cruciale».


– Il presidente di APIndustria-Verona Renato Della Bella spiega che gli imprenditori, anche a causa di una scarsa formazione, non saprebbero sempre dire “no” a offerte sospettosamente fuori mercato. «Della Bella ha ragione quando dice che la mafia non riguarda solo il meridione. In generale, però, nella letteratura sulle mafie si tende a pensarle come parassitarie. E invece no: non c’è un corpo sano che viene aggredito da un’entità esterna. È il contrario: è il contesto locale che genera una certa “domanda di mafia”, soprattutto da parte degli evasori. Nella mia ricerca ho potuto verificare che la maggior parte degli approcci della mafia sono vantaggiosi per gli imprenditori. Poi però “andare a letto” con questi criminali ha un prezzo».

– Gli imprenditori sono vittime del sistema mafioso? «La metafora dei sommersi e dei salvati di Primo Levi, usata anche da Verona-In per descrivere il comportamento di imprenditori e professionisti di fronte a offerte mafiose, non è adeguata; nei campi di concentramento se non aiutavi ti ammazzavano, eri costretto. Nel caso delle infiltrazioni mafiose si verifica il contrario: nessuno è costretto, lo fai perché ti conviene. Inoltre, ci sono delle situazioni di illegalità diffusa che rendono l’ingresso delle mafie più facile: solo attraverso uno Stato forte ed equo che controlla i mercati possiamo evitare oligopolio e cartelli. Quello che fanno le mafie è governare i mercati e non a favore della giustizia: i mercati funzionano quando funziona lo Stato. Un controllo statale più forte tiene lontana la criminalità organizzata più delle “lezioncine” di moralità agli imprenditori».

– Perché aveva scelto Verona come case history della sua ricerca? «Nel mio studio si indaga sui movimenti delle mafie in contesti internazionali. A Verona ho condotto varie interviste sul campo, producendo un lavoro empirico. Ho documentato quindi la presenza a Verona del clan ‘ndranghetista dei Mazzaferro negli anni ‘70 e ‘80: la ndrina si era legata ai neofascisti veronesi cercando di controllare il mercato della droga. Il tentativo fallisce per vari motivi: innanzitutto perché negli anni 1982 e 1983 ci fu una grande mobilitazione della società civile e dei partiti (tutti, tranne l’MSI) contro il problema della droga e dell’eroina in particolare. Inoltre, i Mazzaferro non avevano niente da offrire agli spacciatori veronesi».

– Come si spiega l’alleanza della ‘ndrangheta con l’estrema destra veronese? «I neofascisti erano la manodopera della ‘ndrangheta. La ragione per quest’attrazione è legata a una certa capacità dei neofascisti di usare la violenza nonché alle tendenze politiche di estrema destra della ‘ndrangheta di allora».

– Però nel suo libro documenta che non sempre la mafia ha successo… «Sarebbe erroneo e diseducativo dire che tutti i tentativi della mafia hanno successo: dobbiamo dire che il fenomeno si espande ma se noi non distinguiamo, diamo una rappresentazione sbagliata della loro forza e del loro potere».

– Quindi il mafioso ci assomiglia? «Questi mafiosi non hanno 80 anni, hanno 30 anni, magari sono nati a Verona, saranno istruiti come l’imprenditore medio. Non possiamo considerarli diversi da noi. Non sono né più intelligenti né più stupidi. Studi di miei colleghi che ne hanno analizzato i profili Facebook provano che non c’è differenza tra noi e loro. L’errore è considerarli molto più intelligenti o diversi da noi. A volte sono di successo, a volte no. Esattamente come noi».

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