L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 15 marzo 2020

Sahel - arrivano i militari italiani in aiuto ai francesi che non riescono a rapinare bene i territori dell'Africa

FORZE SPECIALI ITALIANE NEL SAHEL PER AIUTARE LA FRANCIA


(di Tiziano Ciocchetti)
13/03/20 

Si chiamerà operazione Takuba, in lingua tuareg significa "spada". I francesi chiedono aiuto agli europei per arginare il terrorismo jihadista nel Sahel.

A quanto pare, il presidente Macron, nel recente vertice bilaterale di Napoli, ha chiesto al Governo italiano il supporto delle nostre Forze Speciali (ma ci saranno anche contingenti di Gran Bretagna, Belgio, Svezia, Estonia e Repubblica Ceka), con l’aggiunta di assetti ad ala rotante, nelle regioni sub-sahariane.

Ma chi sono i jihadisti contro cui combattono - con non poche perdite - i francesi nel Sahel?

Sono i tuareg, al soldo di Gheddafi, reduci dalla guerra civile libica del 2011!

Sconfitti dall’intervento aereo occidentale, decisero di far ritorno a casa, in Niger e in Mali, in attesa che qualcuno li assoldasse per una nuova guerra.

Quel qualcuno era al-Qaida.

Nel 2012 le milizie di al-Qaida, formate da mercenari tuareg di Gheddafi, scesero verso sud con i pick-up carichi di mitragliatrici, lanciarazzi, e cannoni senza rinculo. Ma non sventolavano il vessillo del Profeta ma quello di Ansar Dine, gruppo jihadista tuareg.


Né i francesi, che avevano postazioni al confine libico, né l’intelligence americana seppero comprendere la tempesta che si stava profilando all’orizzonte.

L’intero Mali venne messo a ferro e fuoco, mentre l’esercito maliano si dissolveva come neve al sole, abbandonando mezzi e armamenti prontamente recuperati dai tuareg.

Le colpe di Parigi sono enormi. I francesi hanno elargito finte indipendenze, creando confini artificiali, mescolando etnie nemiche tra loro. Forse con la speranza che, gli eterni conflitti interni, favorissero gli interessi francesi nella regione.

Washington si tirò fuori dal Sahel, giudicandolo (erroneamente) privo di interesse strategico e lasciando che se ne occupassero i francesi (semmai gli Stati Uniti staranno dietro le quinte, magari fornendo informazioni, supporto logistico e probabilmente ordini): che siano i mangia lumache ad andare in prima linea, la responsabilità è loro, devono tutelare il loro uranio e al contempo resuscitare la Grandeur Franςaise.

Scatta quindi, nel gennaio 2013, l’operazione Serval; supportata da due risoluzioni dell’ONU.


Hollande manda i Legionari del 1° REI, del 2° REP, i Fucilieri di Marina a caccia di tuareg nelle grotte. La propaganda transalpina fa il resto: una lotta tra il Bene (la Francia) e il Male (i jihadisti). La realtà, come spesso accade, è più complessa...

Nelle regioni del Sahel si è venuta a formare un’alleanza tra i trafficanti che hanno abbracciato la fede del Profeta e residuati del neocolonialismo transalpino.

Parigi ha già i suoi piani: guerra politica. Perciò metodi brutali, alternati alla solita teoria del conquistare cuori e menti.

Tuttavia, nonostante il massiccio impegno di Parigi, la situazione non si riesce a stabilizzare, la jihad dei tuareg continua. Addirittura sembra ramificarsi, stringendo alleanze con Boko Haram.

I nostri soldati si dovranno confrontare con combattenti esperti, che conoscono bene le regole della guerra nel deserto, comprese le sue insidie. Una specie di guerra liquida, che si modella sul terreno, fatta di piccoli gruppi ben equipaggiati che colpiscono e si dileguano immediatamente, per annullare la reazione.

Servirà costituire una Task Force di operatori delle nostre Forze Speciali (come in Afghanistan e in Iraq), con supporto del 3° REOS Aldebaran, ma anche vettori d’attacco come gli AH-129D Mangusta.

Le perplessità politiche rimangono molte.

Perché partecipare a una operazione ideata dai francesi per i loro fini?

Qual è il nostro tornaconto?

Tutte domande che speriamo il nostro Esecutivo si sia posto.

Foto: Difesa Online / web / Ministère des Armées

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