L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 17 marzo 2020

Siamo noi che offriamo le nostre informazioni a gratis, pensando di essere liberi e di non dovere nascondere nulla

Non siamo il prodotto; noi siamo la carcassa

16 Marzo 2020 
pubblicato da Antonio Ruggieri


editoriale del numero di Febbraio-Marzo 2020

Dice così Shoshana Zuboff nel suo ultimo libro dedicato alla mutazione che ha subito il capitalismo nel ventunesimo secolo.
Se in quello precedente la contraddizione fondamentale della dinamica sociale opponeva il capitale al lavoro salariato, questo pernicioso cominciato da un ventennio appena, oppone un sistema planetario di controllo che la Zuboff chiama “il Grande Altro” alla libertà degli individui.
“Privacy is over” annunciò Mark Zuckerberg mentre presentava Facebook al mondo, dichiarando subdolamente a quanti avessero un “profilo” sulla sua piattaforma che quella “profilazione” sarebbe andata assai oltre la loro volontà e capacità di controllo.

La rete dei devices connessi a internet (computer, cellulari, carte di credito, sistemi di localizzazione e di sicurezza…) contiene una serie sterminata di informazioni (big data) sulla nostra vita, che consente a chi la gestisce di analizzare dettagliatamente i nostri comportamenti, di comprendere quali sono le nostre aspettative e addirittura di anticiparle.
Il gioco è quello di proporci con sapiente reiterazione qualcosa ideata e tarata sull’analisi del nostro “surplus comportamentale” osservato minuziosamente, come se quella cosa l’avessimo scelta noi in maniera deliberata.

Gli affari del capitalismo della sorveglianza s’imbastiscono sul possesso e sull'amministrazione delle informazioni che ci riguardano; anche quelle apparentemente insignificanti.
La Zuboff paragona questa strategia a quella adottata dai commercianti d’avorio che cacciano gli elefanti solo per le loro zanne e che, una volta venutine in possesso, abbandonano la carcassa dell’animale.
Anche noi, come gli elefanti, non siamo l’obiettivo del ciclo produttivo; siamo la carcassa dalla quale estrarre i dati; meglio se “sensibili”.
Questa strategia s’insinua in ogni interstizio della nostra vita e mano a mano, col nostro consenso stolidamente interattivo, modifica l’orizzonte della democrazia, così come finora l’abbiamo conosciuta.

Cambridge Analytica, una società di consulenza britannica fondata da Steve Bennon, spin doctor di Trump e punto di riferimento internazionale della destra sovranista (compresi Salvini e la Meloni), ha dovuto dichiarare bancarotta e chiudere, travolta dalle inchieste (fra le altre quelle di Carole Cadwalladr su the Guardian) che hanno appurato la manipolazione del voto, nel 2016, in due circostanze di rilievo: le elezioni presidenziali americane che contro ogni previsione hanno portato alla Casa Bianca Donald Trump e il referendum inglese sulla Brexit, che con la vittoria del “leave” ha avviato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea.
La società aveva comprato da Facebook i dati personali di circa 87 milioni di account di cittadini selezionati fra quelli con l’orientamento politico più indeciso e li aveva usati per indirizzarne il voto con una manovra subdola e omeopatica.

Alexander Nix, amministratore delegato di Cambdridge Analytica, ha rigettato tutte le accuse e si è dichiarato estraneo alle attività illegali attiribuitegli; ma sono stati diversi gli ex dipendenti che hanno collaborato con le autorità per accertare le responsabilità della società; primi tra tutti Christopher Whylie, il programmatore che aveva progettato e realizzato il software utilizzato e Brittany Kaiser, business director di Cambridge Analytica, che con il suo libro La dittatura dei dati (HarperCollins) ha contribuito a far conoscere al mondo come i social network vengono usati per manipolare e aggirare le regole democratiche.

È inquietante e sintomatico nello stesso tempo (lo ha denunciato di recente anche la trasmissione Presa Diretta in un’inchiesta intitolata “Tutti spiati?”) che i colossi padroni della rete (Facebook e Google innanzitutto) possano continuare ad agire indisturbati e che la politica non stabilisca regole e controlli che ci difendano dalla pervasione sempre più intrusiva del “Grande Altro”, al confronto del quale il Grande Fratello di orwelliana memoria sembra un dilettante sbaragliato da tempo.

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