L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 3 aprile 2020

Abbiamo un paese che è occupato da 70 anni dagli Stati Uniti e nel momento del bisogno questi latitano e ci permettiamo il lusso di criticare gli aiuti che di pervengono dalla Cina, Russia, Cuba. Servi fino al midollo non riusciremo a scrollarci di dosso queste stigmate. Fuori i militari statunitensi dal territorio italiano


Il pericolo giallo

di Carlo Formenti
28 marzo 2020

Mentre Trump e Xi Jinping si parlano per coordinare la lotta globale contro il coronavirus e mentre la Cina offre il proprio aiuto agli Stati Uniti, che con centomila contagiati sono ormai il Paese più esposto alla pandemia, sul Corriere del 27 marzo leggiamo un demenziale articolo (a pagina 11) dal titolo “Da Cuba a Mosca. A cosa puntano gli <<strani>> amici che Roma elogia”. Demenziale perché l’autore, nello sforzo di testimoniare la propria incondizionata fedeltà ai nostri “alleati” storici (Nato e Ue), si copre di ridicolo, rilanciando l’ossimoro coniato dal rappresentante della diplomazia estera europea, Josep Borrell, che parla di “diplomazia aggressiva della solidarietà”, allo scopo di proiettare una minacciosa ombra di sospetto nei confronti di quella che definisce la “diplomazia delle mascherine” di Cina, Cuba e Russia.

Nell’occhiello accanto al titolo si legge: “L’idea che le superpotenze del blocco anti Nato stiano usando l’occasione per sminuire il ruolo Usa”. Ma la verità è che i primi a sminuire il proprio ruolo sono gli stessi Stati Uniti. A scriverlo sono il diplomatico Kurt Campbell e l’esperto di affari cinesi Rush Doshi in un articolo uscito su “Foreign Affairs”, due autori non sospetti di simpatie filocinesi.

A garantire agli Stati Uniti il ruolo di superpotenza mondiale negli ultimi settant’anni, ricordano, non sono stati solo la ricchezza e la forza militare ma anche quella capacità di gestire le crisi globali che oggi sembrano avere perso del tutto, delegandola di fatto alla Cina. Dopo avere definito la crisi di Wuhan come una Chernobyl cinese e profetizzato il crollo della leadership comunista, gli osservatori internazionali hanno dovuto prendere atto che la Cina ha saputo trasformare gli errori iniziali in una straordinaria esibizione di potenza ed efficienza. Viceversa gli Stati Uniti annaspano, sia nel far fronte alla crisi interna, sia nel manifestare solidarietà internazionale (Trump ha perfino cercato di appropriarsi del brevetto sul vaccino su cui sta lavorando un’impresa tedesca). Intanto la Cina fornisce enormi quantità di ventilatori, mascherine e altri materiali sanitari e invia equipe mediche in soccorso delle nazioni più in difficoltà, come l’Italia.

Questa generosità non è disinteressata? È il modo in cui la Cina compete con gli Stati Uniti sul piano del soft power, di quell’egemonia culturale e di opinione che oggi conta forse ancor più della potenza economica e militare per ottenere il riconoscimento di superpotenza mondiale? È, anche, il modo in cui Cuba cerca di sottrarsi all’isolamento diplomatico, ed è il modo in cui la Russia cerca di raccogliere consenso per far cadere le sanzioni occidentali? Indubbiamente. E allora? Qualcuno – che non appartenga al clan degli agit prop atlantisti che allignano nella redazione esteri del Corriere – è in grado di spiegarmi perché questi aiuti “interessati”, ma che non comportano ingerenze politiche negli affari interni dei Paesi a cui vengono offerti, sarebbero preferibili agli “aiuti” non meno interessati, ma che comportano al contrario ingerenze pesantissime, sul tipo di quelli che la Troika ha concesso alla Grecia, in cambio di “riforme” che ne hanno ridotto alla fame la popolazione, o peggio sul tipo di quelli che gli Stati Uniti danno al regime nazista ucraino per assediare la Russia, o che offrono ai popoli iraniano e venezuelano per aiutarli a riconquistare la “democrazia” (vedi la recente accusa di “narcoterrorismo” al presidente venezuelano Maduro, ennesimo tentativo di rovesciarne il governo legittimo e riprendere il controllo su un Paese latinoamericano che, dopo il golpe boliviano, è rimasto l’ultimo a opporsi alla normalizzazione a stelle e strisce)?

Per chi scrive si tratta ovviamente di domande retoriche, ma esiste la speranza che inizino a porsele anche coloro che riusciranno a sopravvivere al covid19 grazie alla “solidarietà aggressiva” di Cinesi, cubani e russi, e che comincino a porsele anche i loro amici e parenti e, più in generale, tutto il popolo italiano che forse comincia a capire quale sia il prezzo di continuare a praticare una politica di incondizionata fedeltà agli “amici” occidentali.

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