L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 3 aprile 2020

Adesso ora subito soldi alle imprese alle famiglie altrimenti arriverà l'inferno e i fratelli si scontreranno con i fratelli


QE subito, ma per le imprese

Serve liquidità immediata da parte della BCE

di Guido Salerno Aletta
27 marzo 2020

Si sta perdendo tempo prezioso, in Europa.

Il vero lockdown non è soltanto quello dei cittadini costretti a stare a casa per evitare il contagio, ma soprattutto quello istituzionale: i governi, la Commissione e la BCE sono chiusi in una gabbia fatta di regole, di convenzioni e di interessi contrapposti da cui non riescono ad uscire. Si beccano l'un l'altro, come i polli di Renzo: la manzoniana memoria soccorre sempre più spesso. Anche le vicende di Don Ferrante e della Peste a Milano, sembrano tornati di attualità.

E' un tragico affannarsi, dunque, quello a cui stiamo assistendo in queste settimane di crisi per via dell'epidemia di coronavirus: inizialmente solo sanitaria, e via via economica, finanziaria, ed istituzionale. A livello sociale, regna ancora solo la paura del contagio, rafforzata dalle disposizioni dei governi sul "distanziamento". Dura poco, però, questa quiete: il venir meno delle prospettive di stabilità economica conduce inevitabilmente allo sbandamento, alla rabbia ed infine alla sfida. Andare su nei sondaggi, di questi tempi, è di pessimo auspicio.

In Europa come altrove, al di là dei provvedimenti d'urgenza già assunti dai diversi Paesi, c'è un punto che emerge con evidenza: il combinarsi della sospensione delle attività economiche con gli interventi pubblici di spesa finanziati in disavanzo comporterà il peggioramento del rapporto debito/PIL. I mercati finanziari, di fronte a queste prospettive, e se non c'è una Banca centrale in grado di proteggere il debito monetizzandolo alla bisogna, reagiranno negativamente, chiedendo un più elevato premio al rischio. Per l'Italia, è una prospettiva assai più che insidiosa.

A livello europeo, sono già saltate le prime due strumentazioni volte a limitare l'intervento statale in economia. In primo luogo, vista la concreta prospettiva di una recessione economica, è stato eliminato il vincolo posto dal Fiscal Compact al deficit annuale: non è affatto un sollievo, perché ciascuno Stato si trova da solo, di fronte alla incognita dei mercati.

La Commissione europea, visto che l'Unione non risponde dei debiti dei Paesi aderenti né può in alcun modo indebitarsi, ha già usato anche il secondo margine di manovra a sua disposizione: tenendo conto dei progetti di intervento finanziario elaborati da diversi Paesi a tutela del proprio apparato produttivo, industriale e bancario, ha preannunciato una revisione dei criteri di ammissibilità degli aiuti di Stato alle imprese: con una semplice Comunicazione, un atto extra ordinem di autodeterminazione, la Commissione fa e disfa come meglio crede.

Deficit di bilancio senza vincoli e possibilità di ricorrere agli aiuti di Stato: una volta sarebbe stato una manna dal cielo, ma ora queste due libertà non bastano. Agli Stati dell'Unione servono nuove risorse finanziarie, abbondanti ed a condizioni abbordabili. Si invoca la solidarietà: con una lunga lettera appena inviata al Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, i capi di governo di Belgio, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Spagna, Portogallo e Slovenia, ed il Presidente della Repubblica francese chiedono che una non meglio identificata "Istituzione europea" emetta titoli per mutualizzare il debito necessario per contrastare il nuovo shock, che ha un carattere esogeno e simmetrico, e che colpisce tutti i Paesi europei senza che ne abbiano colpa alcuna.

E' una replica assai mogia, dopo essersi visti sbattere la porta alla richiesta di attivazione del MES, il già tristemente famoso Fondo Salva Stati, per emettere titoli denominati "coronabond", il cui netto ricavo sarebbe stato ripartito tra gli aderenti. Chiedere singulatim l'ammissione agli aiuti del MES, cui sono collegati anche gli acquisti illimitati di titoli di Stato da parte della BCE attraverso il meccanismo OMT, nel caso di impossibilità di accedere ai mercati in condizioni sostenibili, significa seguire la tristissima sorte della Grecia, significa mettere la testa sul ceppo: da una più che probabile ristrutturazione del debito fino alla patrimoniale sui risparmi dei cittadini.

Nel corso della settimana, la risposta dell'Eurogruppo a questa richiesta di solidarietà da parte del MES, emettendo i "coronabond" che altro non sono se non i sempre contestati eurobond, è stata assolutamente negativa: chi ha condizioni e prospettive migliori, come la Germania, l'Olanda e la Svezia, non ha alcun interesse a condividere né rischi né benefici. Secondo loro, chi ha bisogno di aiuto, si deve sottomettere alla stretta condizionalità prevista dal Trattato MES in vigore, se non alle più crude previsioni contenute nella sua versione rivista.

Ora, siamo allo stallo: Italia e Spagna si sono opposte ad una dichiarazione congiunta del Consiglio europeo che non dava una risposta alla necessità di accedere in condizioni d parità al mercato dei capitali.

Insistere sul MES, con aiuti condizionati o meno, è assolutamente inutile. Servono risorse di gran lunga superiori, una liquidità che il mercato non ha e della quale le banche hanno bisogno se si vogliono aiutare le imprese.

Nel triangolo magico dell'Unione, al vertice c'è la BCE: detiene l'unico vero potere, quello sulla moneta, che però non può usare a favore degli Stati. Il divieto risale al Trattato di Maastricht che riprese sul punto lo Statuto della Bundesbank, imposto dalle potenze occidentali occupanti nel dopoguerra.

L'annuncio di un Qe speciale da parte della BCE, denominato Pepp (Pandemic Emergency Purchase Program) per 750 miliardi di euro fino al termine dell'anno, insieme all'innovativo acquisto di semplice "carta commerciale di buona qualità", riprende supinamente l'architettura che venne disegnata ai tempi di Mario Draghi per portare l'inflazione ad un livello vicino ma non superiore al 2%, obiettivo considerato fondamentale ai fini della politica monetaria. Anche la decisione di eliminare la "chiave di capitale" serve a poco. La Banca centrale europea, senza storia, senza cultura e senza esperienza, si aggrappa all'unica scialuppa di emergenza che conosce, il "Whatever it takes".

Oggi, ogni ora che passa, si registra una perdita economica secca: le imprese non producono, non fatturano, non incassano. Vale per tutti: dal commercio al dettaglio ai professionisti, dalle piccole e medie imprese ai colossi del trasporto aereo e dell'auto, dal turismo al cinema. Occorre intervenire subito per evitare fallimenti e licenziamenti, immettendo liquidità nell'economia reale.

Non bastano gli interventi di spesa dei governi, se non sono coadiuvati dal sistema bancario e dalle Banche centrali: è questa la linea d'acqua che va ripristinata, fino a che i consumi non riprendono.

La questione essenziale non risiede più, come nel 2012, nella necessità di immettere nuova liquidità a favore dei mercati finanziari, per rifornirli di mezzi idonei in funzione dei nuovi impieghi, per riattivare l'economia riducendo il peso degli interessi sui debiti, pubblici o privati che fossero. Stavolta, occorre far affluire la liquidità direttamente alle imprese, ai singoli imprenditori ed alle famiglie colpite economicamente e finanziariamente dalle conseguenze della epidemia.

Alla BCE serve una iniziativa radicalmente nuova, un CAP 2020 (Cash Assistance Program): una combinazione tra l'acquisto dei titoli di Stato effettuata secondo il sistema Qe ed il vincolo di destinazione della liquidità così erogata secondo gli obiettivi del Tlro, da attuare nel giro di un mese.

Anche le tecnicalità devono essere completamente riviste: gli acquisti dei titoli di Stato vanno effettuati in ogni singolo Paese, da parte della rispettiva Banca centrale aderente al SEBC, nella misura del 15% del PIL del 2019, ritirando al valore nominale le detenzioni nel portafoglio delle banche, affinché queste destinino la liquidità così ottenuta esclusivamente alle imprese, agli imprenditori singoli ed alle famiglie. Il contributo cash, assistito da una garanzia statale piena, andrà erogato automaticamente in funzione del fatturato precedente e delle perdite registrate negli incassi del primo trimestre dell'anno.

Non si tratta di un prestito, bensì di una somma infruttifera che andrà restituita al 50% al momento della liquidazione dell'impresa, ovvero della chiusura della partita Iva, o comunque alla cessazione dell'attività professionale. Acquistando i titoli di Stato direttamente dalle banche che li detengono, in ciascun Paese, si evitano anche i deleteri deflussi di liquidità che sono stati determinati dal Qe, che veniva operato tramite un sistema di aste sulla piazza di Francoforte e di banche agenti localizzate in Germania.

Compatibilmente con l'esigenza di tutelare la salute umana, l'attività economica deve riprendere il prima possibile. Nel frattempo, la già disposta sospensione di tante attività economiche non deve preludere al loro fallimento, a licenziamenti, a pesanti perdite di reddito.

E' necessaria una azione finanziaria immediata, da parte della BCE, che abbia una portata fattuale ed emotiva capace di contrastare la paura indotta dall'epidemia.

La paura di perdere quanto si è costruito in una vita di lavoro può diventare più forte del timore del contagio. Allora sarà tardi, e non ci saranno carrozze abbastanza alte per proteggersi, spronando: "Pedro, adelante con juicio".

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