L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 24 aprile 2020

Ci vuole una faccia di bronzo per creare fake news sul'accettazione del Mes. Conte=Tsipras, traditore

Ecco cosa (non) è stato deciso al Consiglio europeo

24 aprile 2020


Il Consiglio europeo ha approvato il pacchetto dell’Eurogruppo (Mes, Bei, Sure), stabilendo che sia operativo dal primo giugno, e confermato l’impegno a lavorare sul Recovery Fund su cui ci sono divisioni: prestiti o sovvenzioni a fondo perduto? L’approfondimento di Federico Punzi, direttore editoriale di Atlantico Quotidiano

Ci vuole una faccia di bronzo per presentare come un successo del governo italiano il Consiglio europeo di ieri e, in particolare, il Recovery Fund. Per due motivi fondamentali. Primo, quest’ultimo è un’idea franco-tedesca. Secondo, ad oggi è un impegno, un progetto ancora da scrivere, su cui restano divisioni nette tra i governi e un negoziato tutto in salita, appena agli inizi.

C’è accordo praticamente solo sul nome di questo strumento, non su come finanziarlo, come ha spiegato la cancelliera Merkel, se con grants o loans, con sovvenzioni a fondo perduto o prestiti, né sull’ammontare complessivo, sulle finalità, né su modalità e tempi di distribuzione e di rimborso dei prestiti. Quisquilie, insomma…

Nemmeno l’ombra, ovviamente, di eurobond e mutualizzazione del debito. Rispetto alle fanfare del presidente del Consiglio Conte sui “grandi progressi impensabili”, più oneste le parole della Merkel (i leader Ue “non hanno concordato su ogni punto, ma sono stati d’accordo nel lavorare insieme”) e del presidente francese Macron (“il disaccordo fra gli Stati permane”).

C’è però una certezza riguardo al RF, e cioè che il fondo sarà “collegato” al bilancio Ue per i prossimi sette anni. Il che però per il nostro Paese nasconde una insidia non da poco: essendo contributori netti del bilancio Ue, potremmo esserlo anche del RF.

In parole povere, potremmo scoprire di doverci mettere più soldi di quanti ne prenderemo. Chiaro comunque che come il bilancio Ue, il fondo dovrà essere finanziato tramite il contributo netto di alcuni Paesi. Quando la Merkel dice che Berlino è “pronta a maggiori contributi in spirito di solidarietà” si riferisce a questo.

In pratica, il Consiglio europeo ha approvato il pacchetto dell’Eurogruppo (Mes, Bei, Sure), stabilendo che sia operativo dal primo giugno, e confermato l’impegno a lavorare sul Recovery Fund. Si tratta quindi, per ora, di 540 miliardi di prestiti, da dividere tra 27 Paesi, mentre tutto il resto del mondo avanzato – Stati Uniti, Regno Unito e Giappone – sta già da settimane monetizzando il debito emesso per far fronte all’emergenza pandemia attraverso le banche centrali.

Ed il pacchetto è lo stesso del 7 aprile, nulla di più o di diverso, quindi sono stati persi 16 giorni in trattative inutili. E se ne perderanno ancora, dal momento che i leader Ue, a cui l’Eurogruppo aveva chiesto di sciogliere i nodi e definire le linee guida del Recovery Fund, hanno passato il cerino alla Commissione europea, che dovrà presentare una proposta entro il 6 maggio, a sentire il premier Conte, o il 13 secondo altri (nel frattempo, il 5 sarà arrivata la decisione della Corte di Karlsruhe sul QE).

Poi, sulla base di quella proposta, riprenderanno le trattative tra gli Stati membri, quindi serviranno come minimo un altro Eurogruppo e un altro Consiglio europeo – probabilmente a Bruxelles, non in videoconferenza, quando il coronavirus lo permetterà. Sul nodo principale, grants o loans, ovviamente Italia, Francia e Spagna premono per i primi, i Paesi del centro e nord Europa per i secondi. La presidente Von der Leyen ha parlato di “giusto equilibrio”.

Tempi lunghi, insomma, che rischiano di prolungarsi ulteriormente a causa del collegamento del RF con il bilancio Ue. Infatti, una volta che tutto sarà definito, e serviranno probabilmente ancora settimane, se non mesi, su un tetto di bilancio Ue più alto si dovranno esprimere i parlamenti nazionali.

Durante il Consiglio il premier Conte avrebbe spinto per una “soluzione ponte” della Commissione in modo che le risorse del RF fossero anticipate già quest’anno. La risposta è arrivata dalla Von der Leyen in conferenza stampa: “Studieremo, ma abbiamo tempo grazie a 3.300 miliardi già stanziati da Stati membri e istituzioni Ue”. Insomma, vi faremo sapere…

In pratica, dopo aver perso settimane puntando su due obiettivi irrealistici (prima il Mes senza condizioni, poi i coronabond, entrambi contrari ai Trattati), e dal nostro punto di vista nemmeno desiderabili, Conte e Gualtieri vorrebbero far credere di aver portato a casa un Recovery Fund tutto da definire, che rischia di partire nel 2021, e che comunque è il topolino partorito da Parigi e Berlino per uscire dal cul de sac nel quale erano finiti.

Un negoziato, va inoltre ricordato, condotto e concluso (almeno sul pacchetto Mes-Bei-SURE) senza che il Parlamento abbia potuto votare un solo atto di indirizzo. Per una decisione senza precedenti della maggioranza, non si sono svolte questa settimana le comunicazioni del presidente del Consiglio previste di norma prima di ogni riunione del Consiglio europeo, secondo quanto previsto dalla legge 234 del 2012 (art. 4, comma 1).

(estratto di un articolo pubblicato su Atlantico Quotidiano; qui la versione integrale)

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