L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 aprile 2020

Dalla metà degli anni '80 tutta la classe dirigente di questo paese, di cui i politici sono organici, decise di papparsi la sanità pubblica, in molti modi. Esternalizzazione dei servizi, non assumere più medici e infermieri, conseguenzialmente chiusura di ambulatori e reparti e aumento delle liste d'attesa, eliminazione, con la scusa della razionalizzazione, di interi ospedali. Prima della polmonite virale verso il 10 gennaio 2020 già c'era carenza di posti letto in rianimazione nella Lombardia

PERCHÉ BERGAMO NON È SARAJEVO

Pubblicato 04/04/2020
DI ALBERTO NEGRI

Fatela finita con la retorica bellica e pensate ai tagli subiti dalla sanità. Il veri nemici che accompagnano il virus sono la disoccupazione e l’aumento disuguaglianza, già dilaganti. Nel 2015 sul pianeta 60 persone possedevano la ricchezza complessiva detenuta da 3,5 miliardi di persone.

A Bergamo come nel resto d’Italia se si muore è anche per i tagli alla sanità e all’assistenza, non perché c’è stata o c’è una guerra. Fatela finita con questa retorica bellica che rischia di essere assolutoria. Dietro l’angolo non ci sono miliziani _ per ora _ ma una crisi economica e sociale da contenere e un modello politico e di sviluppo da rivedere.

Un’inchiesta di Wired ci dice alcune cose. La più importante è che quello che stiamo vivendo, con dolore e angoscia, deriva da precise scelte di finanza pubblica, che nell’arco di 40 anni hanno contribuito a indebolire un servizio sanitario considerato, nonostante tutto, ancora tra i migliori al mondo. Nel 2018 l’Italia ha speso per il sistema sanitario nazionale l’8,8% del Pil, una percentuale che scende al 6,5% considerando solo gli investimenti pubblici. Facciamo peggio di Stati Uniti (14,3%), Germania (9,5%), Francia (9,3%) e Regno Unito (7,5%), ma sostanzialmente in linea con la media Ocse, ferma al 6,6%. Sotto di noi solo i paesi dell’Europa orientale, Spagna, Portogallo e Grecia.

In poche parole lo stato spende per la sanità di ognuno di noi duemila euro, la Germania quattromila e passa. Ecco uno dei tanti motivi, non certo l’unico, perché in Germania si muore di meno. Il grosso dei tagli alla sanità, 37 miliardi, è avvenuto tra il 2010 e il 2015 (governi Berlusconi e Monti), con circa 25 miliardi di euro mentre i restanti 12 miliardi sono serviti per l’attuazione degli obiettivi di finanza pubblica tra il 2015 e il 2019 (governi Letta, Renzi, Gentiloni, Conte).

Ecco perché mancano posti letto, personale e unità di emergenza. I dipendenti della sanità pubblica sono scesi di 50mila unità, tra cui 10mila medici e 13mila infermieri.

I mancati investimenti si fanno sentire soprattutto nel sud Italia dove quasi tutte le regioni spendono meno della media nazionale. I posti letto complessivamente disponibili nelle strutture pubbliche, ci informa Wired, sono 151mila (2,5 ogni mille abitanti) che sommati ai 40mila delle strutture private rappresentano un calo del 30% rispetto all’anno 2000. Ecco perché mancano i posti di terapia intensiva, quelli che salvano la vita in questa epidemia di coronavirus.

Sia chiaro situazione critiche le stanno vivendo anche Spagna, Stati Uniti, Francia, ma non che questo sia consolatorio. E soprattutto non giustifica l’insopportabile retorica con linguaggio bellicistico che anima i media e la stampa.

Non siamo in guerra: come bisogna ripeterlo? Alla maggior parte di tutti noi viene chiesto di restare a casa disciplinatamente sul divano, non di andare al fronte. I servizi funzionano tutti, si mangia, si beve, c’è luce, acqua e le telecomunicazioni funzionano, ci sono da assistere gli indigenti e i più vulnerabili, dagli anziani ai senzatetto, questo sì. A Sarajevo durate i mille giorni d’assedio iniziato nel ‘92 potevi telefonare solo con il satellitare e una chiamata poteva costare 100 marchi tedeschi. Il cibo era introvabile, le medicine pure. I cecchini ti fulminavano appena mettevi fuori la tesa dal buco. Nessuno qui sta bombardando le nostre case o le nostre infrastrutture.

Il linguaggio bellico non rispecchia la realtà materiale politica e sociale che stiamo vivendo. Intorno a noi ci sono guerre vere che non finiscono o non sono finite con la pandemia come in Siria, in Libia, in Yemen. E mentre si usa un linguaggio bellico continuano ad aumentare gli arsenali della Nato. Agli inizi di marzo mentre la pandemia si espandeva è stato lo stesso segretario americano Mike Pompeo a chiedere ai paesi dell’Alleanza Atlantica della Nato di immettere altri 400 miliardi di dollari militari nelle risorse da destinare al comparto bellico. Ora si è arrivati a 1000 miliardi. Questo è il vero scandalo.

Quindi il discorso non è dire se “siamo in guerra” o no, ma casomai dirottare ingenti risorse destinate alle spese militari all’uso civile, per la sanità e gli ammortizzatori sociali in questa delicata fase economica.

Il vero nemico oggi è la destabilizzazione sociale ed economica, la disuguaglianza, la perdita di posti di lavoro, cose che potrebbero favorire l’aumento del divario economico tra le persone. Nel 2015 Thomas Piketty disse che sul pianeta 60 persone possedevano la ricchezza complessiva detenuta da 3,5 miliardi di persone. In poche parole su un autobus si poteva trasportare chi aveva in mano metà della ricchezza mondiale. L’epidemia del coronavirus può solo aumentare questa spaventosa disuguaglianza.

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