L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 16 aprile 2020

Esistono i tecnici ma si rifanno alle loro convinzioni ideologiche. In genere sono per il mantenimento dello status quo snellendo e attualizzando le regole, l'organizzazione

Che succede tra Conte e Colao?

16 aprile 2020


La situazione del governo Conte, il futuro ruolo ipotizzato per Colao e un intervento molto notato di Garofoli. 

Che cosa farà Vittorio Colao? Diventerà anche ministro o altro? E rafforza il governo Conte o lo indebolisce?

Sono alcune delle domande che circolano dopo la nomina del manager alla guida della task force per la ripartenza economica dopo la pandemia.

Oggi su Italia Oggi l’analista Francesco Galietti scrive: “L’ipotesi-Colao presuppone l’invarianza dell’attuale maggioranza politica e cioè del tandem giallo-rosso, Pd-M5s”.

Sarà così?

Nel frattempo a Roma e non solo si discetta e si congettura anche su un intervento che non è passato inosservato e che qualcuno nei palazzi ha letto – forse maliziosamente – quasi come una sorta di autocandidatura. A pochi giorni dall’insediamento della task force presieduta da Colao per progettare e organizzare la fase due dell’emergenza coronavirus, Roberto Garofoli, magistrato e già potente papavero della burocrazia nostrana, ha stilato un programma per un rinascimento dell’amministrazione pubblica. Connotato da un tempismo eccezionale, l’appello di Garofoli intende accomunare non solo il percorso dell’Italia, che deve necessariamente puntare a una ripresa sociale ed economica, a quello del gruppo di lavoro guidato dal manager bresciano – chiamato a “progettare un innovativo set di regole organizzative, relazionali, lavorative, tecnologiche, necessarie per consentire al Paese di ripartire in condizioni di sicurezza” – ma anche a una nuova Pubblica amministrazione, libera da pastoie burocratiche e con una rete di strutture organizzata e coordinata.

CHI E’ ROBERTO GAROFOLI

Classe 1966, Roberto Garofoli è un magistrato prestato agli apparati dell’amministrazione pubblica. Attualmente è presidente di sezione del Consiglio di Stato ma ha avuto incarichi istituzionali in ben sette governi di colore diverso. Ha fatto parte della commissione istituita dall’esecutivo Berlusconi IV per l’elaborazione del Codice del processo amministrativo, è stato poi capo dell’ufficio legislativo alla Farnesina (ministro Massimo D’Alema) durante il governo Prodi bis e capo di gabinetto del dipartimento della Funzione pubblica (ministro Filippo Patroni Griffi) nel governo Monti. E ancora: segretario generale della Presidenza del Consiglio nel governo Letta, capo di gabinetto del ministero dell’Economia e delle Finanze con l’esecutivo targato Renzi (allora coordinò il tavolo di lavoro con l’Anac per la direttiva anticorruzione) e stesso ruolo sia durante il governo Gentiloni sia durante il Conte I.

E’ stato anche docente all’università Luiss e autore di varie pubblicazioni tra cui una con Giuliano Amato e una con Giulia Bongiorno. E’ commendatore al merito della Repubblica italiana e grande ufficiale al Merito della Repubblica italiana.

Di recente il suo nome è uscito fuori quale papabile a prendere il posto di Angelo Marcello Cardani ala guida dell’Agcom.

LE POLEMICHE SULLA “MANINA” DELLA LEGGE DI BILANCIO

Garofoli è tornato a svolgere il suo lavoro originario lasciando Via XX Settembre a fine 2018 dopo due mesi di polemiche. A ottobre la stampa – in particolare il Fatto quotidiano, che poi ne ha riconosciuto l’infondatezza – aveva riportato le accuse soprattutto del Movimento Cinque Stelle, che ne ha chiesto le dimissioni, di aver inserito nel decreto fiscale 2019 una norma a favore della Croce Rossa per sbloccare l’assegnazione di risorse, peraltro già previste dalla legge. Al termine della sessione di bilancio 2018 Garofoli si è dimesso scatenando pure le ire del Partito democratico nei confronti dell’allora ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria, reo – a differenza di Garofoli – di non ribellarsi a Lega e pentastellati.

A una domanda sulla questione il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, aveva glissato ma secondo indiscrezioni di stampa anch’egli non si oppose affatto alle dimissioni di Garofoli che con elegante chiarezza aveva così commentato il suo addio: “E’ un prezzo da pagare. Siamo professionisti al servizio del Paese, come avviene in tutte le grandi democrazie occidentali”.
COSA PROPONE GAROFOLI NELL’APPELLO-PROGRAMMA

Ieri, appunto, Garofoli è tornato a farsi sentire dalle colonne del Foglio che, una settimana prima, ha pubblicato un articolo di Luciano Capone – dal titolo “Dagli al tecnico” – che ricorda “i disastri prodotti dalle campagne contro le figure apicali della Pa”. Fra “le storie di un Paese impazzito” anche quella del magistrato e della “manina” del decreto fiscale.

Tornando all’appello di Garofoli, egli chiarisce da subito che “lo sforzo progettuale cui è chiamato il Paese può avviare una riflessione ‘non meno urgente’ sulle regole dell’amministrazione pubblica e, prima ancora, sullo Stato, sui suoi apparati, sulle strutture tecniche”. Di sicuro, avverte, occorre sgombrare il campo da “una clamorosa incomprensione che si è sviluppata: amministrazione pubblica come un nemico da combattere”.

Ed ecco il programma per la nuova Pa: “Le difficoltà da affrontare nei prossimi mesi e anni confermeranno la necessità di un’Amministrazione pubblica fortemente rinnovata: sarà necessario gestire le nuove politiche sociali, assistenziali, educative e fluidamente gestire gli interventi pubblici, elaborare strategie per la gestione di inevitabili crisi d’impresa, per compensare gli spazi lasciati vuoti dal mercato, per stabilizzare e rilanciare alcune filiere produttive aggredite dalla crisi, riprogettare quindi il ruolo dello Stato in economia, tutelare gli interessi nazionali da incursioni straniere”.

In questa logica, spiega, serve una strategia di intervento a più tempi, “articolato in più fasi, ma elaborato in una logica unitaria ed organica”.

La fase 1 sarà quella delle misure emergenziali, utile “anche per sbloccare interventi da tempo fermi” ma che non potrà essere sufficiente. Per la fase 2 sin d’ora “sarebbe opportuno progettare un ventaglio organico di interventi sulle procedure amministrative, sul sistema dei controlli, su quello sanzionatorio, sul regime della responsabilità dei funzionari pubblici”. Anche questa fase però non basterà perché “vi è un nodo a monte di tipo strutturale: al Paese serve non meno amministrazione, ma una rete organizzata e coordinata di strutture amministrative adeguate ad affrontare compiti complessi” e pure “apparati amministrativi capaci non solo di operare e gestire ma di progettare e guidare, dotati di competenze professionali e tecniche che consentano di elaborare una visione r una strategia, da mettere a disposizione di tutti, anche delle istituzioni politiche”. Qui Garofoli riprende un’affermazione del professor Sabino Cassese quando parla di un’amministrazione “che possa essere ‘percepita’ se non come forza trainante del progresso almeno come forza che si muove di pari passo con questo e comunque non più come forza frenante”.

Ed ecco la fase 3, quella in cui curare e riqualificare gli apparati amministrativi e tecnici. Per essa è necessario un “progetto realistico settore per settore”, mettendo a fuoco le grandi questioni da affrontare nei prossimi mesi e anni, e ponendo “in campo le misure di rafforzamento organizzativo, digitale, qualitativo, non solo quantitativo: un progetto per la cui definizione ascoltare tutti, dal mondo privato a quello pubblico, compreso il meglio che già c’è oggi nell’amministrazione italiana.

Perché, e questo è il punto nodale, deve esserci la consapevolezza che non basta dotarsi di “ingenti risorse finanziarie senza una riflessione sulla condizione delle strutture di progettazione e dei centri di committenza, sull’adeguatezza dell’attuale livello di polverizzazione, sulla relativa qualificazione e professionalizzazione, sulla disponibilità di economisti e tecnici, oltre che di giuristi”.

COSA SUCCEDE ORA CON COLAO?

Ecco, appunto: i tecnici.

L’arrivo di Colao alla guida della task force, secondo vari rumors di palazzo, avrebbe provocato più di qualche fibrillazione a Conte, timoroso di essere oscurato dal concreto e laborioso manager lombardo, abituato a lavorare senza tante chiacchiere e palcoscenici. Come accaduto con l’ex governatore di Bankitalia e presidente della Bce Mario Draghi qualche settimana fa, anche per Colao più di qualcuno ha iniziato a parlare di ingresso nell’edificio del governo previo defenestramento dell’avvocato che da un paio di anni lo occupa.

Le proposte Garofoli da molti nei palazzi sono state lette come un programma politico proprio per Colao. Magari – si bisbiglia tra i palazzi romani della politica e delle istituzioni – il magistrato si propone come capo di gabinetto di un futuro esecutivo?, o come sottosegretario alla Presidenza? Ruoli che peraltro il magistrato conosce bene.

Un ritorno nelle alte sfere istituzionali sarebbe una rivincita non solo su Conte, che per i fatti della “manina” non lo ha pubblicamente mai difeso, ma pure nei confronti del capo della comunicazione di Palazzo Chigi, Rocco Casalino, che si era scagliato contro i tecnici del Mef in un audio circolato su Whatsapp.

Ai vertici del Mef l’ex gieffino aveva dedicato non “parole alate”, secondo la formula omerica, ma scatologiche.

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