L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 17 aprile 2020

Il clamore mediatico del covid-19 riesce a mascherare la crisi economica, sempre delle loro banche. Non si sono volute e non si vogliono dividere quelle d'investimento da quelle commerciali in maniera che il patatrac è assicurato

SPY FINANZA/ I numeri delle banche Usa fanno tremare Trump

Pubblicazione: 17.04.2020 - Mauro Bottarelli

Le prospettive per le banche americane non sono buone, stante la situazione economica. Per questo Trump ha fretta di togliere il lockdown

Il presidente americano Donald Trump in conferenza stampa (LaPresse)

E se qualcuno fosse così pazzo da andare a vedere il bluff della Fed? Viene da chiederselo, guardando all’America di queste ore e giorni che sta per scoprire di quanto sono cresciute le domande iniziali di sussidio di disoccupazione, dopo che in tre settimane si è raggiunta quota 16,8 milioni. Non a caso, Donald Trump sta bruciando le tappe e annuncia la presentazione di piani per la riapertura e la ripartenza del Paese, sancendo manu militari che “il peggio è passato”.

Guardate questo grafico: con i 5.245 milioni di richieste iniziali di sussidio di disoccupazione presentate nella settimana che si conclude oggi, in sole quattro settimane gli Usa hanno bruciato tutti i posti di lavoro creati dal 2010 in poi! Ventidue milioni di nuovi disoccupati in un mese, dato che alla luce dei 30.985 decessi per Covid-19 registrati ufficialmente negli Stati Uniti alla data di ieri, parla di 710 posti di lavoro spariti per ogni vittima da pandemia. Un massacro. Ma, a livello prospettico, anche la riprova di quanto vi dico da anni: i dati relativi all’occupazione sotto la presidenza di Barack Obama erano palesemente drogati e basati nella stragrande maggioranza da impieghi statali-federali e da occupazioni al minimo salariale, senza tutele e senza prospettive.


Ricordate quando pubblicavo quasi settimanalmente il raffronto fra assunzioni di nuovi camerieri e barman paragonate alla continua emorragia nel settore della manifattura? Ecco la riprova. Chi lavora con contratti seri e in aziende serie ha lo stipendio mediamente garantito per un paio di settimane anche se la fabbrica resta chiusa, persino negli Usa. Chi invece può contare su lavoretti buoni solo per sbarcare il lunario e gonfiare le statistiche dell’amministrazione Obama, no. A casa dalla sera alla mattina e, conseguentemente, subito in coda per la richiesta di sussidio. Forse, a Covid-19 debellato, anche quella stagione dipinta come dorata, andrà riletta sotto un’altra lente.

Ma c’è un altro problema che turba e non poco i sonni dell’inquilino della Casa Bianca, non fosse altro perché ci troviamo a sette mesi dalle presidenziali. Ce lo mostra questo secondo grafico, dal quale si evince il terrore delle principali banche americane per una catena di default corporate senza precedenti.


Le colonnine colorate, infatti, rappresentano i cuscinetti previsionali creati dagli istituti per evitare che i propri bilanci vengano totalmente squassati da insolvenze di massa: la colonna nera riporta il dato sugli accantonamenti operati nel primo trimestre del 2019, quella fucsia le stime previste per i primi tre mesi di quest’anno e quella gialla le cifre reali ad oggi. Nel caso di JP Morgan e Citigroup, prima e seconda banca del Paese, un aumento netto. Non a caso, la stessa JP Morgan – la banca che con il suo trucchetto sullo spostamento delle riserve presso la Fed ha costretto la Banca centrale a tornare operativa sul mercato lo scorso settembre, giova ricordarlo – ha annunciato il congelamento di tutte le pratiche relative a prestiti verso soggetti che non rientrino nel piano PPP del governo, quello che offre garanzia al 100% da parte del Tesoro. Tradotto, fifa nera e rubinetti chiusi.

Una scelta, occorre ammetterlo, decisamente non frutto di pessimismo, bensì di realismo. Mercoledì, infatti, è stato publicato l’indice manifatturiero più seguito negli Stati Uniti, l’Empire Manufacturing Index. Il risultato sta tutto in questo grafico: la peggior lettura in assoluto dai tempi della grande crisi finanziaria, con l’aggravante della rapidità del tracollo nel corso del primo trimestre. Non a caso, il medesimo arco temporale che ha visto le banche Usa con una mano prendere liquidità gratis dalla Fed con il badile e con l’altra creare barricate contro le insolvenze.


Come vedete dal grafico, la profondità del tonfo è ben superiore a quella della crisi subprime e, oltretutto, sconta il fatto di essere a livello globale e non, quantomeno come contesto di epicentro, meramente statunitense come accadde ai tempi dei mutui allegri e della cartolarizzazioni di massa. Ed ecco arrivare il vero guaio, la vera preoccupazione che sta spingendo la Casa Bianca a correre verso la fine del lockdown, costi quel che costi. Questo grafico mostra quale fosse il livello di riserve per la compensazione di perdite su prestiti erogati al tempo della crisi Lehman e oggi: nel biennio maledetto 2008-2009 si viaggiava attorno al 4-6% del totale dei prestiti erogati. Oggi, le principali banche Usa non arrivano al 2%.


Volendo mettere tutto in prospettiva, soltanto le cosiddette Big 4 nel primo trimestre di quest’anno hanno operato accantonamenti su perdite previste per 24 miliardi di dollari. Ma se il precedente e il paragone con la crisi finanziaria del 2008 può servire da base case, allora il totale di prestiti che potrebbero rivelarsi “problematici” a oggi rischia di essere maggiore di 3-4 volte rispetto a quanto accantonato. E cosa significa questo? Che nei prossimi trimestri, almeno fino a fine anno, le banche dovranno mettere da parte ancora fra i 75 e i 100 miliardi di dollari di riserve su prestiti potenzialmente a rischio per la crisi dell’economia reale. E questo cosa comporta, volendo scendere di livello e sporcarsi le mani e i pensieri? Denaro in meno da destinare all’unico contrafforte pre-Fed dei mercati azionari: i buybacks. Può Donald Trump permettersi una crisi bancaria in grande stile che si riverberi immediatamente e su larga scala dentro Wall Street a pochi mesi dalle presidenziali?

La risposta appare scontata. Ecco allora partire la campagna ottimistica con il piano di riaperture a tempo di record del Paese (e la messa in discussione, ancorché poi negata, dell’eccessiva cautela del professor Fauci), la laurea in virologia presa nottetempo e che garantisce al Presidente di poter dichiarare passata la fase più acuta del contagio e, particolare da non sottovalutare in un momento di paura simile e in un Paese “cinematografico” come l’America, la ridda di voci e rivelazioni che di colpo tolgono l’ipotesi di creazione in laboratorio del Covid-19 dal frigorifero del complottismo per tramutarla in notizia credibile rilanciata da fonte autorevole, come ad esempio il Washington Post, non più tardi dell’altro giorno.

Distrazione di massa, il “nemico giallo” come ai tempi della guerra in Vietnam, questa volta declinato non nel ruolo di untore politico, attraverso la volontà di soggiogare il mondo al comunismo, bensì sanitario attraverso la pandemia. Tutto come al solito, tutto come da copione. E se per caso il piano non dovesse funzionare del tutto, se la riapertura promessa da Donald Trump non dovesse tutelare a sufficienza le banche del Paese dal rischio di insolvenze su prestiti e mutui, paventando una perdita per il settore di almeno 100 miliardi di dollari, cosa si farà? Ma c’è la Fed, ovviamente. La quale, oltre a stampare h24 e acquistare qualsiasi pezzo di carta le banche presenteranno come collaterale, fosse anche una collezione di figurine delle World Series di baseball del 1963, andrà anche oltre, modificando le regole di accountability o sospendendo i requisiti più onerosi. Ad esempio, la leverage ratio non solo sulle detenzioni di Treasuries, ma anche per altri assets scomodi. Magari, certi prestiti corporate. Et voilà, ricetta alla cinese, tanto per stare in tema! Tutto per salvare Wall Street.

Una sola cosa è certa: che sia nata in laboratorio o sia frutto di un utilizzo barbarico di animali a rischio per soddisfare una dieta altrettanto barbarica, questa pandemia si è rivelata un vero toccasana per il grande carrozzone della finanza globale. Come si dice in gergo medico, lo schema Ponzi che regge il mondo è stato “preso per i capelli”. I costi collettivi? Danni collaterali, c’è ben altro in gioco che qualche milione fra contagiati e morti. Per spaventarsi dello status quo, non serve guardare Diavoli su Sky. Basta seguire il tg con occhio e orecchio critici. E fare una bella tara fra il peso lordo delle notizie che vi danno e quello netto di quelle che omettono. That’s life, folks. Ancora una volta.

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