L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 29 aprile 2020

Il governo vive sull'onda della paura, che agita e amministra con astuzia. Ma le limitazioni alla libertà di movimento iniziano a diventare insopportabili per molti. Avvalersi di reali o presunti stati di emergenza per scavalcare istituzioni fino a poco prima giudicate sovrane e intoccabili è una storia lunga. E di rado fruttuosa».

LA POLITICA

«Paghiamo gli errori del Nord, ma Rossi non ha giocato male»

Il politologo Tarchi: il governo ha il terrore di assumersi responsabilità. Le attività produttive? Si sta andando a fari spenti contro la catastrofe

di Carlo Nicotra
28 aprile 2020


L’Italia certo non è in salute ma anche la democrazia accusa diversi brutti sintomi legati alla pandemia di Covid. La diagnosi è di Marco Tarchi, politologo e docente dell’Università di Firenze, decisamente critico con la gestione dell’emergenza da parte del governo Conte.

Professor Tarchi, fase 2 o fase 1,5?

«Poco più della fase 1, soprattutto per i cittadini. Le limitazioni alla libertà di movimento iniziano a diventare insopportabili per molti. E limitarle ai congiunti significa infliggere un altro colpo alle relazioni sociali. Siamo tornati all’epoca in cui, per una coppia non legata al vincolo del matrimonio, il destino obbligato era nascondersi o scambiarsi sguardi furtivi da lontano. Bel paradosso per un governo di progressisti, e per chi, come Speranza, si riempie da sempre la bocca di “diritti civili”! Quanto alle attività produttive, con questa serrata si sta andando a fari spenti verso una catastrofe. Ci si rende conto della tragedia umana che licenziamenti, disoccupazione, miseria e fine dei sogni di una vita provocheranno? Molti alla vecchiaia non arriveranno, anche senza Covid».

Nel discorso di Conte è sembrato mancare un disegno complessivo per la riapertura del Paese.

«Il governo è visibilmente lacerato da visioni opposte del da farsi al suo interno e ha il terrore di assumersi dirette responsabilità. Per questo delega la valutazione preventiva delle mosse da compiere agli “esperti”, i quali non possono avere una visione complessiva delle necessità del Paese e limitano il proprio l’orizzonte agli sforzi per garantire, come ha scritto uno di loro, di “un po’ di vita in più” ad anziani e malati cronici. Intento lodevole, ma la vita non si misura solo in quantità di giorni, mesi o anni in più. Conta la qualità, quella della vita di tutti».

La classe dirigente sembra sempre più condizionata da spinte diverse ognuna legata a un singolo interesse. Reggerà l’urto del virus?

«Per adesso, chi governa vive sull’onda della paura, che agita e amministra con astuzia. Si sa che di fronte a gravi minacce, la maggioranza dei cittadini si stringe attorno a chi ha il bastone di comando, chiedendogli di preservarla, costi quel che costi. Ma un “dopo” dovrà pur venire, e lì si vedrà come verrà affrontata la disperazione di chi sarà stato messo in ginocchio. Molti interessi che ora paiono divisi convergeranno e vorranno risposte concrete. Vedremo se le avranno».

Finita la fase 1 resta una sostanziale sospensione delle libertà personali, motivata? Lei vede il rischio di una deriva autoritaria?

«In ogni situazione, è importante evitare gli eccessi. Il governo avrebbe dovuto, come è accaduto in altre parti del mondo, isolare e circoscrivere i focolai, concentrare gli sforzi su ospedali, case di cura e di riposo e procedere ad esami a tappeto, limitando al minimo il blocco totale. Decretare questa sorta di arresti domiciliari è stata una mossa della disperazione. Se “deriva autoritaria” vuol dire un rischio di dittatura, non la reputo possibile, ma certamente già oggi sono negati alcuni dei diritti più elementari».

La convivenza con il virus sarà presumibilmente lunga, il governo può continuare a muoversi di decreto in decreto? Non sarebbero necessari passaggi in Parlamento?

«Immagino che un costituzionalista risponderebbe di no, ma un politologo non può limitarsi a guardare all’osservanza formale delle norme. Deve andare alla sostanza. E da questo punto di vista, la tendenza ad avvalersi di decreti personali del Presidente del Consiglio, che per giunta spesso si spinge a parlare in prima persona singolare (“Non passerò alla storia come quello che…”) non è un segno di salute della democrazia. Quella di avvalersi di reali o presunti stati di emergenza per scavalcare istituzioni fino a poco prima giudicate sovrane e intoccabili è una storia lunga. E di rado fruttuosa».

La Toscana ha cercato di anticipare i tempi sia sulla parte sanitaria, coi test sierologici, sia su quella economica, con la messa a punta delle regole di sicurezza per i lavoratori. Un lavoro che non ha trovato un benché minimo riconoscimento. Perché secondo lei?

«Perché l’attenzione si è concentrata, per lo più polemicamente, sulle manchevolezze delle Regioni del Nord, per la gestione e le condizioni del sistema sanitario. In termini politici, ed ancor più sotto il profilo mediatico, è più redditizio gridare allo scandalo o all'imprevidenza, specialmente quando di mezzo ci sono divergenze tra colori politici, piuttosto che occuparsi di “buone pratiche”, che raramente fanno notizia».

La pandemia sembra aver messo in un angolo la politica regionale, proprio alla vigilia delle elezioni. È tornato prepotentemente alla ribalta Enrico Rossi, forte della sua esperienza in campo sanitario, il resto arranca. Perché? E che elezioni saranno le prossime regionali?

«La politica è spesso anche questione di finestre di opportunità, di situazioni che si presentano ed occorre saper afferrare al volo. Lo si è visto in passato, non solo in Italia, di fronte all'improvvisa irruzione sulla scena di calamità naturali, come terremoti o alluvioni, o di atti terroristici. Non c’è dubbio che Rossi ha saputo giocare le sue carte in modo efficace, ha svolto bene il compito che si è trovato di fronte. E ha usato la comunicazione senza esagerare, come invece hanno fatto molti suoi colleghi. Il resto della classe politica toscana non ha brillato. E anche il molto mediatizzato sindaco fiorentino ha fatto più di un giro di valzer (da celebrato violinista), dall’“abbraccia un cinese” all’irritazione perché sotto Pasqua riaprivano le cioccolaterie, dalla caccia a chi allungava un po’ la passeggiata ai proclami perché si riaprano al più presto gioiellerie o strutture turistiche».

Recentemente lei ha scritto che la classe politica ha risposto alla pandemia generandone un’altra, «una pandemia psichica con effetti ancora più duraturi». Quali saranno le conseguenze?

«Sperando di sbagliarmi, penso che saranno durissime. Ed è assurdo, per non dire di peggio, che per valutare l’opportunità e gli effetti prevedibili del “tutti a casa indiscriminatamente e indefinitamente”, si sia dato spazio per esprimersi sui media mainstream quasi unicamente a virologi, epidemiologi, statistici medici e non, relegando in un angolino, e quasi costringendo al silenzio, psicologi e psichiatri. I quali in queste settimane stanno denunciando, senza trovare un’eco significativa, i danni mentali che il confinamento sta provocando in coloro che sono costretti a sopportarlo. Gli esseri umani non sono fatti per rintanarsi per lunghi periodi fra quattro mura. Non accadeva nemmeno all’epoca delle caverne».

Il distanziamento sociale rischia di spingerci ancor più verso l’individualismo?

«Su questo non ho dubbi. Già la scelta di una così infelice espressione insinua l’idea che tenere le distanze fra una persona e l’altra sia l’unico modo per tutelarsi dai rischi in un’epoca che viene descritta come esposta a una sequela infinita di pandemie. Proclamare che bisognerà continuare ad indossare mascherine, usare visiere in plexiglas, entrare a turni nei ristoranti, salire a piccoli contingenti sugli autobus o sui tram, finché non sarà stato trovato un vaccino, quando alcuni degli specialisti sostengono che per riuscirci ci vorranno due o tre anni, significa spezzare il legame sociale e imboccare la strada di un’atomizzazione senza ritorno. Esorcizzare questa triste realtà, che ci prospetta uno scenario quotidiano di diffidenza reciproca, con la ripetizione ossessiva dell’“andrà tutto bene” (frase che nei film si rivolge a qualcuno per cui le cose stanno per finire, invece, molto male), con gli inviti al “canta che ti passa” sui balconi o con le pie speranze che, “una volta che tutto sarà finito, riscopriremo il senso di comunità” può apparire un segno di umanità e di bontà d’animo, ma purtroppo è semplicemente un atteggiamento irresponsabile».

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