L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 29 aprile 2020

il martellamento h24 e la ricetta è servita

Un tenebroso incanto


Roma, 21 aprile 2020 (2773 A. R.)

Dalle tane. È bastato diradare gli appuntamenti coi due spaventapasseri delle varie Protezioni Nazionali per tornare ad ammirare un panorama più limpido e rassicurante. L’angoscia, non più reiterata, assume le vaporose sembianze d’un succubo lontano. Frattanto, dalle tane, strisciano fuori alcuni pasciuti elementi della sedicente intelligencija italica, da circa tre mesi in vacanza premio; a blaterare, le chiavi del resort Italia in mano, pagato mensilmente da chi da loro è disprezzato fieramente, certe timide rimostranze sul carnevale orgiastico consumato sulle spoglie della Costituzione. Son bave di lumaca, nulla di preoccupante: più a giustificare un’assenza dolosa, o a malcelare sensi di colpa che risalgono dallo stomaco, uno dei pochi organi a non mentire spudoratamente poiché impossibile a silenziarsi colla menzogna del quieto vivere; oppure, tale la mia soluzione preferita, a lanciare l’inane mortaretto della rivolta: come a dire: “Ecco, io ci sono, procomberò sol io, ma, ohimé, le soverchianti forze della reazione ... capite bene ... snudo il petto alle lance avversarie sventolando eroicamente il fazzoletto moccicoso della resa ...”. Il loro comportamento rientra nella tattica dei rodomonti da osteria che sanno di perdere, adottata da decenni, e con successo, dalle peggiori opposizioni. In ciò furono maestri i comunisti, ora lo è Salvini; egli ragiona: poiché so che le mie parole, a cui non seguirà nessun atto positivo, sono inutili a cambiare alcunché io le lancio e le rilancio, sempre più sanguinosamente, onde simulare una resistenza morale granitica e ingenerare nella fasce più deboli di comprendonio la sensazione di trovarsi di fronte a una personalità tutta d’un pezzo. 

L’ultimo sparo. A Capodanno, nel pieno delle farneticazioni da cordite, certi cani s’appiattano sotto il divano. Lo stesso è capitato ad alcuni controinformatori, atterriti dal volume di fuoco delle sciocchezze monotelevisive nonché dalla teoria di cadaveri, dai gendarmi, dai rabbiosi abbaiamenti di sindaci e governatori - in tempo di pace dei perfetti coglioni - che, dalla pila di bare e sarcofagi guarniti di grafici truffaldini, hanno ruotato l’arrogante coda del pavone: vergognatevi! Fatevi un giro nella nostre camere intensive! 
È un fenomeno perdonabile e ampiamente riscontrato in passato: chi non si fida delle proprie capacità intellettuali in terra psicologica ostile significa che non ne possiede nemmeno una. O meglio: vanta il conformismo degli anticonformisti, il che non sposta il giudizio nemmeno d’un millimetro.
La maggior parte dei comunisti degli anni Ottanta, a esempio, s’era sclerotizzata alla medesima maniera recitando amabili filastrocche: dell’imperialismo, del parassitismo capitalista, del sindacalismo a ogni costo, della borghesia che evade il fisco e, udite!, dei cattivi comunisti, ma non troppo, dell’Est Europeo. S’erano, insomma, convinti d’esser loro gli ultimi amanuensi del socialismo sulla Terra. Bastò, allora - si era nel 1989 - mostrargli qualche fila di corpi a Timisoara per indurli all'abiura più umiliante. La razionalità, che pur si vantavano di possedere, dialettica, marxista o semplicemente da pane e salame, li abbandonò nel giro d'un mattino. Avvennero spettacoli indecorosi che ancora rammento con vividezza; funzionari di partito che sparavano su Ceausescu alle tre-palle-un-soldo del luna park mondialista, facendosi mettere nel sacco da una propaganda che, rivista oggi, vanta la raffinatezza d’una truffa telefonica a un ottuagenario. E però in loro agiva un’ansia squisitamente borghese: qui, se crolla la baracca, io che faccio? Adda passà 'a nuttata! Adesso la butto in caciara un pocolino, quindi rinnego gli indifendibili, poi si vedrà! Alla peggio mi butterò con qualche rifondatore! 

Intrepida solitudine. Sandro Bondi, una delle vittime di Timisoara, reputato da qualche mattacchione di provincia quale finissimo intellettuale, si vide disarcionato dal proprio tranquillo scranno di sindaco comunista di Fivizzano all’inferno del lavoro; giù nella Gehenna dei procacciatori assicurativi di Unipol. Sono minuscole tragedie, ovviamente. Sandro non si perse d’animo e, mercé gli uffizi dello scultore Cascella, approdò alla corte dell’utopista Silvio Berlusconi e di Veronica Lario; Veronica, al secolo Miriam Raffaella Bartolini, già macellata da Dario Argento in Tenebre assieme alla Pieroni Anja, intima di Bettino Craxi e, a suo modo, collega di Berlusconi quale presidentessa d’un effimero potentato televisivo romano. Erano bei tempi, tempi d'argento; quelli d’oro s’erano da poco dileguati, va a vedere quando; forse proprio in contemporanea con i cadaveri fasulli di Timisoara. Si campava, però, ancora bene. Il vitalismo di Silvio contagiava gli Italianuzzi che solo una cosa desideravano: il sole in tasca. E, giustamente, Silvio glielo fornì scaldando le coratelle dei più. Intanto Sandro sviluppò, da ex comunista, e in quanto ex comunista, una fede incrollabile nell’Unto del Signore. Lo ricordo a un congresso di Forza Italia stringere compuntamente i labbruzzi, chinare il capo e unire le mani in una preghiera dedicatoria: a chi? Ma a Silvio l'anticomunista, ça va sans dire. Le case editrici, che prima non se lo filavano, presero a considerare con benevolenza i suoi sforzi letterari; a più riprese. L'entusiasmo s'era posato gli si era posato sulla pelata come la colomba dello Spirito Santo tanto da empirgli i precordi dell'ispirazione: egli ora, vedeva meglio e, traboccante di riconoscenza, poetava. Tanto da dedicare, a Silvio e alla di lui corte, incluso l'anonimo socialista Walter Veltroni, alcune malferme poesiole:

A Walter Veltroni

Tenero padre
madre dei miei sogni
Anima ulcerata.
Figlio mio ritrovato

A Giuliano Ferrara

Antro d’amore
Rombo di luce
Parole del sottosuolo
Fiume di lava
Ancora di salvezza

A Veronica Lario in Berlusconi

Bellezza del soccorso sensuale ironia
vigore dell’amore
intrepida solitudine 

Tale devastante florilegio dovrebbe far entrare in zucca anche ai più ottusi cosa significa recarsi alle urne.

D'altra parte in tale omaggio cortigiano non ci trovo nulla di male. Matteo Maria Boiardo cantò gli Estensi, Bondi certe congreghe a lui vicine.
E allora? Le proporzioni, signori, sono le stesse: 12.380: 6190 = 2: 1. Cambiano, lo ammetto, le quantità assolute: 12.380 è, ovviamente Boiardo, 2 Bondi; e 1 la combriccola di Arcore a fronte del 6190 degli Estensi. Accorgersi delle differenze è, peraltro, facile: basta fare una gita parallela, a Ferrara e a Milano 2, oppure confrontare chi è reputato oggi dai micchi il maggiore intellettuale italiano, un Ferrarese giustappunto, con un qualsiasi ciabattino del Cinquecento, enormemente più brillante; o magari, e questo lo consiglio vivamente, compulsare a caso una delle 4.429 ottave de L’Orlando innamorato che nessuno di voi ha letto (per intero o in parte) sol perché lo reputava una perdita di tempo. Non guadagnando, in tale ignoranza, lo so, nemmeno un secondo di tempo, e lasciandosi alle spalle un universo di significati che riassume il mondo classico, la Cristianità e certi afrori celtici e britannici; nonché un sincretismo ricco e strano per cui una carnalità ammorbidita dal lessico dolce d’Emilia si sposa a impennate platoniche e platonizzanti. 
Il mondo di Matteo Boiardo è, infatti, miraggio, foresta d’inganni, trappola per gli “ochi nostri tenebrosi”, facili a convenire la fallacia delle apparenze in un globale e “tenebroso incanto”: come quello che la malvagia Morgana ordisce ai danni di Orlando.
E tale “fata morgana” dell’immaginazione, concepita da una maga contro un eroe, stritolerà chiunque, soprattutto gli innocenti: gran copia di dame e cavalieri.
Comprendere il "tenebroso incanto" non è facile. Anche perché capire, a volte, non è la mossa più indicata. Meglio pre-sentire. Per far ciò, tuttavia, occorre aver temperato la propria indole così a lungo da aver dimenticato sé stessi. Solo a questo prezzo, quando appariranno improvvisi il mendace ponte meraviglioso e il gigante di Morgana non si avrà bisogno di capire poiché l’anima avrà già tutto compreso. Inutile, allora, riandare alle statistiche, agli elenchi minuziosi, alla ragnatela di ipotesi. La verità non si compone di nudi fatti; e, se anche ne attingessimo una particola, quella non ci farebbe liberi. 

Wahrheit macht frei? No. La verità la si pre-sente e rende liberi i Diecimila. I Milioni hanno bisogno dell’Utopia che a tale verità si conforma, non di altro. Dategli il pane, ai Milioni, celato sotto le spoglie della verità e allora si muoveranno. Inutile fargliene balenare l’accecante e rotonda perfezione. Vi si sottrarranno inorriditi. L’uomo non vuole essere libero. 
Esaminate i condottieri d’uomini: hanno mai detto la verità? Colombo l’ha mai proferita ai suoi mozzi? 

L’ultimo sparo/2. Mussolini non aveva ancora finito di penzolare che parecchi musi s’erano già protrusi ad annusare l’affare. Finita la guerra, a migliaia si presentarono col fucile a tappo per reclamare dignità di indomiti combattenti. E la pensione, ovviamente. Dall’altra parte non furono da meno: legioni di fascisti sortirono cautelosamente dagli armadi (s’erano vestiti delle sottane della moglie) sgranando il rosario di una novella fede. Togliatti, Pertini, De Gasperi conoscevano la verità e, giustamente, se la tennero per sé. Avevano ottenuto ciò che professavano, c’era da mandare avanti una nazione.
Ciò non toglie che il loro comportamento, visto con gli occhi di sotto, fu sprezzante. Parecchi ammazzamenti del tempo scaturirono dall’odio e dall’ingiustizia; alcuni partigiani affogarono nel risentimento, altri gridarono al tradimento: ma chi li ascoltò? I migliori andarono sottoterra ben presto, altri già erano cibo per vermi. Avete combattuto per la libertà? Bravi, ora accomodatevi nelle retrovie. E i perseguitati politici, i deportati? Chi aveva ingoiato il ricino dal 1922 e ora si vedeva sopravanzato da qualche improvvisato dinamitardo? Chi aveva sfilato verso Roma e ora si vedeva sopravanzato da qualche fascistello delle retrovie?
Così va il mondo. Solo il tempo opera la giustizia, ma quando lo fa a nessuno importa chi ottiene il risarcimento. 

Sacra Ostensione. Avremo, a illuminare i posteri, ammesso che ne esistano fra qualche decennio, un’icona indiscussa , un Mandylion, una Veronica che precipiti in una singola emozione simbolica i miliardi di vane parole spesi ogni giorno?
Forse. Leggiamo la storia della Veronica:
“Si racconta che un giorno l’imperatore romano Tiberio fu colpito da una grave malattia. Avendo saputo che nella lontana Palestina operava un eccezionale guaritore di nome Gesù, ordinò al suo messo Volusiano di andare a cercarlo a Gerusalemme. Ma la stagione invernale ritardò la partenza di Volusiano, che giunse in Palestina quando, ormai, era troppo tardi: Gesù era stato crocifisso! Volusiano, però, non volle tornare a mani vuote da Tiberio, perché ne temeva l’ira. Così si mise alla ricerca dei seguaci di Gesù, per ottenere da loro almeno una reliquia del maestro. Così trovò una donna, chiamata ... Veronica, che ammise di aver conosciuto Gesù, ed anzi gli raccontò una storia prodigiosa. Anni prima, quando Cristo era andato a predicare in una località lontana, le era venuta una grande nostalgia del Signore. Perciò aveva comprato un panno bianco per portarlo ad un pittore affinché questi, sulla base delle sue indicazioni, gliene facesse un ritratto. Ma proprio il giorno in cui era uscita di casa per andare dal pittore, aveva incontrato per strada Gesù, di ritorno dal suo viaggio. Egli, saputo il desiderio della donna, le aveva chiesto il panno e, sfregatolo sul suo viso, glielo aveva restituito con impressi i propri lineamenti. Volusiano chiese immediatamente a Veronica quel ritratto ed ella acconsentì a portarlo di persona a Tiberio. Il quale, appena fu al cospetto del sacro telo, guarì all’istante”.
Una tale Sindone è fra noi ogni sera. Il maglioncino nero di Giovanna Botteri potrà recarsi all’ostensione di nipoti e pronipoti quale memento di tale sciagurata epoca. Da almeno tre mesi l’ha sempre indosso. Una Veronica di tal fatta ce l’ha proprio regalata il cielo! Tre mesi, signori, in cui, da Pechino, non si è visto uno straccio di cinese, di dottor cinese, di limoncino o muso giallo pur d’infima gerarchia, manco un passante, un friggitore di nidi di rondine, uno studente a mandorla, una violinista, un falegname, un bonzo, un asfaltista, un mezzo sindaco. Niente. Solo quel beffardo fondale che sa tanto di paravento e il maglioncino nero, a “V”, buono a recepire la Matrice Santa della Veronica del Catai.

Il corpo era mio. Una volta il corpo era nostro. Così cicalavano i Radicali, Marco Pannella, Emma Bonino e le infinite sfumature sinistro-femministe. E anche le Stefanie, le Terese, le Marie Vittorie della destra. Sì, il corpo è di nostro esclusivo imperio: lo Stato, il laido Stato, non ha da intervenire con pratiche e prassi che ne limitino la libertà. Basta con lo Stato Etico! Noli me tangere! Nessuno mi può giudicare! 
E adesso?
Ora può. Sì certo, ora può. Può persino decidere a quale temperatura è consentita la libertà di spostamento. Non un miagolio si leva dagli ex forsennati, oggi. Dove sono i libertari, ovvero i negazionisti della libertà? Per quanto li si ricerchi non si trovano. Sono, forse, in qualche armadio, fra biancheria e lenzuola, come certi cornificatori in mutande? Cerco e ricerco: non li trovo. Che abbiamo preso ricetto a casa di qualche costituzionalista? Forse. Tutte quelle pagliacciate, la donna, il corpo della donna, l’eutanasia, la fine della vita, il dominio dell’umano: obliato come i balocchi usati di un moccioso viziato. Da questo si riconosce il Potere: ha una capacità straordinaria di usare i fenomeni, ingigantirli, renderli eminenti, imprescindibili. Poi, una volta ottenuto il risultato, li abbandona da parte, come bambolotti laceri, l’occhio attonito che pencola al fine d’un malinconico refe, la segatura a fuoriuscire dalle cuciture allentate. 

Stato d’eccezione. Lo stato d’eccezione consiste nel prendersela, codesta eccezione, tanto nessuno ha il fegato di obiettare alcunché. 

Birichinate. Non ricordo proprio quale cinefilo mi sussurrò con buonumore luciferino: “Hai fatto caso? In qualunque film o telefilm americano se ci sono delle corna attaccate al muro prima o poi la capoccia di un attore vi verrà inquadrata sotto. Con precisione millimetrica”. 

Navigare a costa. Come si può analizzare questo momento prendendoselo coi partiti? Con una precisa parte politica? Con alcuni personaggi transeunti d’una transeunte parte politica? Tale epoca rappresenta un bel setaccio per distinguere i migliori dalla pula inservibile. Non si è ancora compreso? Il Potere è ubiquo, inevitabile che lo sia. Ciò non significa che abbia corrotto tutto. Esso si limita a infiltrare, con cautela, i vertici di tutto. È bastato far entrare qualche elemento sveglio e intelligente nelle Brigate Rosse per recarle dove le si volevano recare. Assolto il compito sono state spazzate via in un paio d’anni. In pieno 2020 la frase pilatesca “Né con lo Stato né con le BR” assume una validità tutta propria. E però è difficile staccarsi dalla costa. Si naviga, ma con la paura nel cuore; nessuno rinuncia a quell’orizzonte familiare. L’alto mare atterrisce. E così vengono fornite analisi da navigatori di costa. Con un occhio si osserva l’oceano, ricco e strano, con l’altro si cerca irresistibilmente una forma che ci ancori al già conosciuto: una casa, degli alberi, uno sperone roccioso, una credenza, una vecchia fede. Inoltrarsi al largo, dove l’unico punto di riferimento consiste in sé stessi, è impresa riservata ai pochi. “Conte ci prepara i gulag!”. Si può essere più piccini di così? Più angusti? Di fronte a tutto questo! I gulag? 

I segnalini del Monopoly. Quanto tempo abbiamo dedicato a queste nullità? Troppo. Blair, Bush, Zapatero, Schroeder, Aznar. Saggi, previsioni, fact checking, polemiche, insulti: cosa rimane di questo? Cenere. E non è una metafora. Di Tony Blair rimane proprio un indefinito pulviscolo, come indefinito fu lui in vita: cera molle da plasmare a piacimento. Un pupazzetto di plastilina, senz’anima, un Golem manovrato che si moveva a passo-uno come i mostri cinematografici degli anni Trenta. Privo di personalità, già vecchio a cinquant’anni, ché la menzogna pesa nel cuore. Ennesimo specchio d’una Fata Morgana delle illusioni capace di irretire per breve tempo gli “ochi nostri tenebrosi”. E ora? Ora il compito è assolto, il Programma è andato avanti sottotraccia, nonostante le veementi, inutili, idiote polemiche. Blair sembra così remoto e insulso da non esser mai esistito; una concrezione fantasmatica di cui non rimane che una macchia sui fondali della storia. E di tutte le vociferazioni che ne sono state fatte? Qualcuno si è preso la responsabilità di dire: ho sbagliato, mi scagliavo contro una nullità, il Potere serpeggiava altrove? Non sia mai, i micchi, anzi, rilanciano con nuove verità, splendidi grafici, novissimi sondaggi, sistematizzazioni inconfutabili; e nemici, nuovi nemici, da attaccare, dileggiare, odiare. 

Liberarsi di sé stessi. L’aspirazione somma del Filosofo è davvero quella di fare a meno di ciò che ha appreso, persino delle proprie opinioni più care. Non certo per liberarsene definitivamente, ma per inscriverle in qualcosa di più ampio, così vasto da annullare ogni convinzione pregressa e donarle l’unica vita possibile. Per Costui non esiste un nemico così come non esiste il fascismo, la sinistra, la crudeltà, l’abominio, la vendetta. Egli è talmente immerso nella Totalità da comprendere immediatamente lo svolgersi allucinato della vicenda umana. Solo per vivere, a tale prezzo immane, vivere, egli ridiscende d'alcuni passi la vetta ghiacciata. 
Solo accantonando momentaneamente la verità egli può effettivamente schierarsi. Quando risale, tuttavia, il malanimo o il furore lo abbandonano subito: egli se la ride di questa assurda sciocchezza! 

Fosse comuni. La tecnica è talmente puerile da lasciare esterrefatti. Si prende un fatto normalissimo, l’influenza stagionale, e lo si ingigantisce. Tutto qua. Inutile cicalare ora; l'esatta conformazione della menzogna ve la daranno quando non servirà più conoscerla. Altro esempio: la consuetudine d’interrare i corpi dei poveri in fosse comuni su un’isola di New York; la notiziola, risaputissima, viene isolata da qualsiasi contesto storico e sociale e la si pone fraudolentemente, senza mentire!, sotto la lente deformante dell’isteria da coronavirus: e il gioco è fatto. Il micco legge “Repubblica”, “Il Corriere”, “La Stampa” e crede che l’America sprofondi in una distopia da Mad Max dove le ruspe spalano centinaia di cadaveri infetti, l’epidemia assuma contorni da film di Geroge Romero e la società collassi rovinosamente. Persino nell’episodio d’un telefilm poliziesco, Blue bloods (il filmatino è in alto a destra), ci si riferisce alle fosse comuni come a una banalità quotidiana. Una metafora del nulla trasmutato alchemicamente in allucinazione catastrofica la si può gustare in un raccontino di Edgar Allan Poe, La sfinge. 
Notate l'appropriato l’introibo, la spaventosa apparizione e la ridente rivelazione finale:

“Durante la spaventosa epidemia di colera che infierì su New York, avevo accettato l'invito di un parente a passare un paio di settimane di isolamento in un suo cottage sulle rive dell'Hudson ... I suoi sforzi per trarmi fuori dallo stato di anormale depressione nella quale ero caduto, erano in larga misura frustrati da certi volumi che avevo trovato nella sua biblioteca. Avevano la forza di far germogliare quei semi di atavica superstizione, latenti nel mio intimo ... Quasi al tramonto di un giorno eccezionalmente caldo, stavo seduto, con un libro in mano, davanti a una finestra aperta ... Alzando gli occhi dalla pagina, mi caddero sul fianco nudo della collina, anzi furono attirati da un oggetto spaventoso, qualcosa come un mostro vivente di orribile aspetto che molto rapidamente scese giù dalla sommità alla base della collina, sparendo infine nella fitta foresta sottostante. Quando questa creatura da incubo apparve ai miei occhi, in un primo momento dubitai della mia integrità mentale ο quantomeno della bontà della mia vista; passarono molti minuti prima che riuscissi a convincermi di non essere matto e di non aver fatto un sogno ... Cercando di valutare la mole della creatura ... conclusi che doveva essere più grande di qualsiasi nave di linea in attività ... La bocca dell'animale era posta all'estremità di una proboscide lunga una ventina di metri, e grossa come il corpo di un comune elefante. Vicino alla radice di questa escrescenza si vedeva un'immensa quantità di arruffati peli neri - molti più di quelli che avrebbero potuto fornirne le pelli di una mandria di bufali; da questo pelame sporgevano, sui lati all'in giù, due zanne scintillanti, non diverse da quelle di un cinghiale, solo infinitamente più grandi. Protesa, parallelamente alla proboscide e da ogni lato di essa, c'era una gigantesca asta lunga una diecina di metri, apparentemente di puro cristallo, a forma di perfetto prisma; essa rifletteva nel modo più fantastico i raggi del declinante sole. La proboscide era a forma di cuneo con il vertice diretto verso terra. Da essa si aprivano verso l'esterno due coppie di ali - ogni ala raggiungeva la lunghezza di quasi un centinaio di metri - in ogni coppia un'ala era piazzata sopra l'altra e tutte erano ricoperte da spesse scaglie di metallo; ogni scaglia aveva apparentemente un diametro di oltre tre metri. Osservai che ogni ala superiore era unita alla corrispondente inferiore da una robusta catena ... Il mio ospite ... mi fece domande molto precise sull'aspetto della creatura immaginaria. Quando ebbi soddisfatto ogni sua domanda respirò profondamente ... e cominciò a parlare ... Ricordo la sua particolare insistenza (tra le altre cose) sull'idea che la principale fonte di errori in tutte le valutazioni umane risiede nella difficoltà di comprendere che le dimensioni di un oggetto possono essere sopravalutate ο sottovalutate per una imprecisa stima della distanza a cui si trova ... ‘Ah! Eccolo! [il mostro: una banale Sfinge Testa di Morto] - esclamò prontamente - 'sta ridiscendendo il lato della collina ed è una creatura veramente notevole, lo ammetto. Soltanto, non è così gigantesca e distante quanto lei aveva immaginato; poiché sta compiendo il suo tortuoso cammino lungo un filo che qualche ragno ha teso sul telaio della finestra, ritengo che la sua lunghezza massima sia circa un millimetro e mezzo e che sia altrettanto distante dalla pupilla del mio occhio'”.

La normalità diviene anormale, un semplice insetto una bestia antidiluviana. E poi il vittimismo (le bare!), il pietismo (i vecchini!), la santinificazione (gli eroi!), la deprecazione (escono di casa, gli untori!), il martellamento h24 e la ricetta è servita
Certo, qualcuno ora spunta dal sacello a bofonchiare che, forse, in effetti, qualcosa non quadra. A dirla tutta questo possono risparmiarcelo: lo si doveva dire prima, a fine febbraio. Ora non conta più, la ferita psicologica è stata aperta e non più cauterizzabile. 

Mellonta tauta. “1 aprile 2848. Sono davvero felice, amica mia carissima, di vivere in un’età tanto illuminata ove non si ammette più che possano esistere quegli strani esemplari umani che un tempo si chiamavano individui. È la massa, oggi, cui aspira l’Umanità vera ...”.

Panopticon. Ogni essere umano è separato da qualsiasi altro da soli sei gradi di separazione. L’obiettivo è di abolirli, e in fretta. 

Ricreare le condizioni. Aveva ragione Ballard in Deserto d’acqua. Se si ricreano le condizioni del Pleistocene in breve tempo si avranno ominidi che strappano brani dalle carcasse morte con qualche ossidiana scheggiata. Il tempo scorre entro di noi, l’evoluzione siamo noi. Le apparenze si accordano naturalmente agli spiriti evocati. 

Mellonta tauta/2. “2 aprile 2848. Ci siamo fermati qualche minuto per porre alcune domande al cutter e, fra le altre splendide notizie, abbiamo appreso che la guerra civile sta infuriando in Africia, mentre la peste sta facendo un ottimo lavoro sia in Yuropa che in Ayshia. Non è davvero straordinario come, prima della meravigliosa luce proiettata sulla filosofia dell'Umanità, il mondo considerasse Guerra e Pestilenza alla stregua di calamità? Sai che, anticamente, si innalzavano addirittura preghiere nei templi per evitare che tali sciagure (!) si abbattessero sul genere umano? Non trovi davvero difficile comprendere in base a quale interesse agissero i nostri antenati? Erano proprio tanto ciechi da non rendersi conto che la distruzione di una miriade di individui è un vantaggio effettivo per la massa?!”. 

Ex Oriente virus. Le conquiste assecondano il moto di rotazione della Terra, i contagi lo sfidano. 

Gialli. “Il cranio, invece di essere spinto all’indietro, si spinge in avanti. La fronte, larga, ossuta, spesso sporgente, sviluppata in altezza, strapiomba su un viso triangolare in cui il naso e il mento non mostrano alcuna delle sporgenze grossolane e rudi che si notano nel negro. Una tendenza generale all’obesità non è qui un tratto assolutamente speciale, eppure la si incontra più frequentemente nelle tribù gialle che nelle altre varietà. Poco vigore fisico, disposizione all’apatia. Quanto al morale, nessuno di quegli strani eccessi così comuni nei negri. Desideri deboli, una volontà piuttosto ostinata che estrema, un gusto perpetuo ma tranquillo per le gioie materiali; insieme a una rara golosità, maggior scelta dei negri quanto ai cibi destinati a soddisfarla. In ogni cosa, tendenza alla mediocrità; comprensione assai facile di ciò che non è né troppo elevato né troppo profondo; amore dell’utile, rispetto della regola, coscienza dei vantaggi di una certa dose di libertà. I gialli sono gente pratica nel senso stretto della parola. Non sognano, non gustano le teorie, inventano poco, ma sono capaci di apprezzare e di adottare ciò che serve. I loro desideri si limitano a vivere il più dolcemente e il più comodamente possibile. Si vede che sono superiori ai negri. È un popolino e una piccola borghesia che qualsiasi civilizzatore desidererebbe scegliere come base della sua società: ma non basta tuttavia per creare questa società né per darle nerbo, bellezza e azione”

Mellonta tauta/3. “5 aprile 2848. Ciascuno ‘votava’, come si diceva - vale a dire, si impicciava degli affari pubblici - finché, alla fine, si scoprì che ciò che riguarda tutti non riguarda nessuno e che la ‘Repubblica’ (tale era il nome di quella assurda cosa) non aveva nessun governo. Si racconta però che la prima circostanza che turbò profondamente l'autocompiacimento dei filosofi i quali avevano messo in piedi questa ‘Repubblica’ fu la sorprendente scoperta che il suffragio universale dava adito a manovre fraudolente, grazie alle quali era possibile l'accaparramento del desiderato numero di voti, senza pericolo di essere scoperti o ostacolati, da parte di un qualsiasi partito abbastanza disonesto da non vergognarsi per quella frode. Un minimo di riflessione su quella scoperta fu sufficiente a portarne in luce le conseguenze - e cioè che la disonestà era destinata a prevalere - in breve, che un governo repubblicano non poteva essere altro che un governo di farabutti”

Mare aperto. L’uomo ha cominciato a decadere con l’autocoscienza. Prima, quando guazzava nelle pozze carbonifere, la vita gli arrideva, crescente nel cuore. Il patrimonio genetico, da cui era tenuto in ostaggio, si serviva di lui onde perpetuarsi, in un anelito inesausto, infinito. Poi l’incidente; la formazione del paleoncefalo; irresistibile, quindi, lo specchiarsi nelle acque sempre meno torbide della consapevolezza. Nascono le prime definizioni, il duale, soprattutto, che sovraintende alla favola futura: l’Io, l’Altro, l’oggettiva e tetragona fierezza della realtà. La catastrofe incombe, il fagotto di carne tenta vago un suono lungo un osso perforato con cura; qualcuno comincia a bruttare le pareti d’una grotta, così, per caso. Si cerca di correre ai ripari: nascono gli Artisti, i Sapienti, i Santi. La Potenza che ci sovraintende vuole rimediare alla scoperta progressiva della Verità celandola sotto la meravigliosa e catafratta corazza del Bello, dell’Irremovibile, dell’Eterno. La finzione regge, le trincee sono approntate con cura. La parabola, tuttavia, esaurisce la propria forza, si appiattisce, comincia a declinare. Cedono le mura, le palizzate, le dighe. Gli stagni protozoici erompono dal cuore stesso di quella creatura maledetta, l’uomo, a vanificare le antiche, dolci accortezze. L’acido della dissoluzione scioglie l’anima di chi si riteneva centro dell’universo; fattosi sempre più bestiale, egli gode ora dell’esatto contrario: a rifugiarsi nell’eccentrico, nell’assurdo, nel bislacco, nell’ininfluente, nell’effimero; si autodegrada, rintanandosi a leccare i genitali; incapace a reggere le proprie varie parti, va letteralmente in pezzi. Ciò che fu composto cade di fronte al disordine, le biblioteche bruciano in nome della libertà, l’ansia di definizione plastica si appaga dell’informe. 
Siamo noi a decidere tutto questo? No, è il dio dai mille nomi che ci ha sempre stretto il cuore a reclamarci come eravamo prima, ominidi, quindi rettili, poi lamprede dei fondali e infine parassiti immemori di quell’accidente che ad Azathoth è sempre dispiaciuto.

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