L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 25 aprile 2020

Il pubblico deve ricominciare a investire

La Stella polare per ripartire come nell'Italia del Dopoguerra

di Guido Salerno Aletta* - Milano Finanza
20 aprile 2020

Una Stella polare. Per guidare la ripresa del Paese, occorre una strategia chiara: ad un medesimo tempo, come si fece già in Italia nel Dopoguerra, si deve abbattere il debito pubblico esistente, stavolta immettendo liquidità nel sistema bancario, e riportare il risparmio delle famiglie verso l’economia reale.

Solo tenendo fermo il timone del Carro, questo tirerà dritto e le ruote dell’economia torneranno a girare veloci.

Qe per le Imprese - Abbattere il debito pubblico immettendo liquidità nel sistema bancario.

Non è il maggior debito pubblico, il volano principale da attivare per la ripresa economica. Non convincono, quindi, le mozioni degli affetti, gli appelli alla sottoscrizione patriottica di emissioni straordinarie.

Già nel Dopoguerra, il debito pubblico ereditato da quella infausta ventura venne abbattuto in termini reali con una fiammata inflazionistica, allora ritenuta assai preferibile rispetto ad un prelievo patrimoniale.

Le iniziative in corso da parte della Bce devono essere colte al volo, modificandole adeguatamente, per monetizzarne una ben cospicua quota di debito pubblico, immettendo nuova liquidità nell’economia reale, non sui mercati finanziari. Nessun valore sarà sostenibile per gli asset quotati, nonostante le manovre di sostegno da parte delle Banche centrali, se l’economia reale non tornerà ad essere vigorosa.

Stavolta si tratta di immettere nuova liquidità nel sistema bancario a fronte del ritiro definitivo dei titoli di Stato da questo detenute. La Bce deve rinunciare al signoraggio sulla liquidità corrispondente, da destinare al finanziamento dell’economia reale.

Deve essere direttamente la Banca d’Italia, stavolta, a gestire questa componente del Pepp (Pandemic Emergency Purchase Program) già deciso dalla Bce, ed in via di ulteriore ampliamento. Il debito pubblico in circolazione va dunque abbattuto, in ragione del 20% del pil, in ciascun Paese dell’Eurozona.

Dobbiamo uscire dalla crisi con un rapporto debito/pil invariato: questa è l’unica solidarietà europea possibile, realistica e praticabile. Non serve modificare i Trattati, non serve ricorrere al Mes, non serve una emissione comune di Recovery Bond da parte della Unione europea. Occorre solo coordinare la politica monetaria con quella fiscale.

Riducendo le detenzioni bancarie di debito pubblico, soprattutto in Italia, con il Qe per le Imprese si migliora anche il rating degli istituti e si avvia quel processo di riduzione del rischio da debito sovrano che su di esse incombe, e che da tempo è auspicato.

Vanno però cambiate le modalità di immissione della liquidità: le aste devono essere effettuate a livello nazionale, da parte di ciascuna Banca centrale, ritirando unicamente i titoli di Stato detenuti dalle banche sottoposte alla loro rispettiva giurisdizione. Si eviterà così il paradosso cui abbiamo assistito in questi anni per la modalità di gestione accentrata delle aste del Qe sulla Piazza di Francoforte, con la Banca d’Italia che iscriveva in continuazione i titoli di Stato che venivano acquistati all’attivo del proprio bilancio, mentre la liquidità del suo passivo fluiva direttamente all’estero peggiorando il saldo dell’Italia nel sistema di pagamenti Target 2.

Per quanto riguarda gli acquisti di titoli di Stato operati finora dalla Bce, nel complesso, alla data del 13 aprile scorso, le detenzioni di titoli di Stato della Banca d’Italia derivate dalla attivazione dei Qe (principalmente attraverso il PSPP – Public Sector Purchase Program) ammontavano a 382,5 miliardi di euro. L’ammontare complessivo di acquisti di titoli del debito pubblico, nell’eurozona, è stato invece pari a 2.262 miliardi di euro.

Le Banche italiane, alla fine del terzo trimestre del 2018, detenevano titoli di Stato italiani a medio e lungo termine per 317 miliardi di euro: è una cifra che si avvicina al 18% del pil di quell’anno. Ed è questa, grosso modo, la cifra cui si dovrà avvicinare per l’Italia l’ammontare degli acquisti da gestire sulla base del Qe per le Imprese, rimodellando ed ampliando il Pepp già in corso, e su cui c’è l’intenzione da parte della Bce di insistere rispetto ai 750 miliardi già previsti fino alla fine dell’anno in corso.

In pratica, considerando per l’Italia un importo complessivo di nuova liquidità per 300 miliardi di euro, da destinare unicamente al settore bancario, ci si avvicinerebbe al 20% del pil. Questo importo sarebbe destinato per due terzi al finanziamento delle imprese e solo per un terzo alla copertura delle maggiori emissioni nette derivanti dall’incremento del deficit pubblico per l’anno in corso. In pratica, nel portafogli delle banche italiane, le detenzioni di titoli pubblici dovrebbero ridursi ad una ottantina di miliardi di euro.

La liquidità aggiuntiva incassata dalle banche italiane, verrebbe obbligatoriamente destinata, per 250 miliardi di euro, al finanziamento delle imprese e per le sole operazioni relative alle attività produttive localizzate in Italia. Si riprenderebbero i vincoli di destinazione produttiva già più volte introdotti dalla Bce con le Ltro (Long Term refinancing operation), ma con una differenza fondamentale: in questo caso, non si tratterebbe dei finanziamenti a termine, a tre anni, a fronte di collaterali offerti dalle banche: una duplice condizione che ha sempre fortemente pregiudicato sia la efficacia per le imprese delle operazioni di Ltro che la capacità delle banche di offrire a tal fine validi collaterali.

Non casualmente, l’art 7 del decreto legge Salva Italia, il primo provvedimento d’urgenza varato dal governo Monti, compì una autentica acrobazia finanziaria: le banche italiane erano autorizzate ad emettere titoli obbligazionari, su cui lo Stato forniva la propria garanzia sovrana, che sarebbero serviti alle banche stesse come collaterali necessari per ottenere la liquidità da parte della Bce. Con questa liquidità, ottenuta dalla Bce pagandola un niente, le banche si comprarono i titoli di Stato italiani che fruttavano loro ricchi interessi. Anche se lo Stato italiano incassava regolarmente il prezzo fissato per fornire alle banche la sua garanzia, queste si sistemavano alla meglio i bilanci mentre le aziende fallivano. Non è questo il meccanismo, paradossale, che ora va riprodotto.

Un ulteriore vantaggio del Qe per le Imprese risiede nel fatto che la nuova liquidità per le banche non deriva dalla necessità di smobilizzare altri asset che, in questo momento, potrebbe determinare minusvalenze rilevanti.

Sui finanziamenti bancari alle imprese, agevolati dalla nuova liquidità, ben si potrebbe appoggiare la garanzia pubblica di cui si discute, ma senza apporre scadenze di sorta. Il finanziamento dovrebbe essere commisurato in percentuale all’ultimo fatturato, ed essere concesso a tempo indeterminato, fino alla chiusura della attività, senza prevederne la restituzione a termine.

Detassare gli apporti di risparmio al capitale produttivo

Il tanto invidiato patrimonio delle famiglie italiane, le cui attività finanziarie ammontavano nel 2018 a 4.190 miliardi di euro a fronte di passività per appena 941 miliardi, deve tornare al centro del sistema produttivo. Ma deve ritrovare la convenienza legale e fiscale per rimetterlo in moto.

E’ il momento di ribaltare le convenienze: occorre riportare la ricchezza delle famiglie verso gli impieghi nell’economia reale. Da troppo tempo si privilegia l’impiego finanziario, soprattutto all’estero, anziché l’investimento direttamente produttivo.

E’ la nostra stessa Storia che ci insegna come fare, perché è già stato fatto, assai bene e con risultati duraturi. L’Italia del Dopoguerra non fu ricostruita aumentando la spesa pubblica, né finanziandola con nuove tasse né ricorrendo al deficit, ma mobilitando il risparmio privato, silente ed inoperoso. La ricostruzione del patrimonio immobiliare, la realizzazione delle case di “civile abitazione” che sono ancora oggi rappresentano un fattore di enorme stabilità del nostro sistema sociale, fu agevolata fiscalmente, garantendo in cambio di quell’impiego finanziario una esenzione venticinquennale dalle imposte. Lo stesso bisogna fare oggi.

Occorre rendere fiscalmente conveniente, e soprattutto stabile nel tempo, il vantaggio derivante da ogni nuovo apporto finanziario che venga effettuato dall’imprenditore che abbia una partita Iva e dai soci dell’impresa: va disposta la completa defiscalizzazione dalle imposte sul reddito personale e di impresa, per la durata di dieci anni e per un importo pari a dieci volte gli utili, a condizione che questi siano reinvestiti e non vengano distribuiti.

Serve un meccanismo fortemente premiale, che lasci ampia libertà di scelta, ma che incentivi la destinazione delle risorse personali allo sviluppo della impresa.

Bisogna tornare a produrre. Occorre risolvere la contraddizione dell’Italia, che un po’ tutti ormai ci rimproverano: quella di essere diventata un Convento povero, abitato da Frati ricchi e tirchi. Il tempo dei rentier è finito.

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