L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 23 aprile 2020

Inquietante, dobbiamo riflettere

Il modo di produzione informatico

di Miguel Martinez
14 aprile 2020

Il 2020 sarà come il 1492, o il 1914.

La domanda è solo come cambierà il mondo?

L’intuizione più interessante l’ha avuta la sociologa Daniela Danna, femminista di quelle che non hanno ceduto alla fuffa postmoderna.

Stiamo entrando, lei scrive in un testo che invito a scaricare e leggere, nel pieno del modo di produzione informatico.

Il termine riprende l’idea di Marx che parlava di grandi passaggi – caccia e raccolta; orticoltura; metodo taglia-e-brucia; pastorizia; agricoltura e infine industria.

Poi la Danna precisa che in realtà l’uomo non “produce” nulla.

Solo le piante producono.

Gli uomini trasformano e distruggono sia l’energia impiegata, sia i materiali che ne derivano, e scaricano i costi sulla natura (a meno che non si adattino, aggiungo io, ai ritmi delle piante).

Il nuovo modo di produzione trasforma in lavoratori tutti coloro che forniscono o trattano dati.

Scrive l’autrice:

“Il controllo a distanza sui lavoratori è infatti ottenuto con un flusso di dati (con l’informatica, ovvero l’informazione automatica, trattata da macchine), flusso che viene trasmesso attraverso frequenze di campi elettromagnetici che interferiscono con le funzioni vitali di esseri umani, animali e piante.”

Qui tocca un punto su cui sorgono spesso polemiche: l’interferenza dei campi elettromagnetici non-ionizzanti (bassissima frequenza, onde radio e microonde) con le funzioni vitali, appunto, dei viventi.

Da ragazzo, mi ricordo che rimasi colpito da una vignetta di James Thurber (nato negli Stati Uniti nel 1894) che raffigurava una particolare fissazione di sua nonna, che visse

“gli ultimi anni della propria vita con l’orribile sospetto che l’elettricità gocciolasse invisibilmente per casa.”

Il bello è che nel 1961, l’epidemiologo americano Sam Milham condusse un immenso studio sui cambiamenti nelle cause di morte, a mano a mano che procedeva l’elettrificazione degli Stati Uniti, scoprendo una stretta correlazione tra l’avanzata della “griglia” e l’aumento di cancro, malattie cardiovascolari, diabete e morbo di Alzheimer.

Moltissima gente che conosco e che è preoccupata per l’inquinamento elettromagnetico, mi ricorda la nonna di James Thurber: un po’ sopra le righe quando ne parlano, qualcuno magari tira fuori pure gli Illuminati, ma alla fine forse hanno più ragione di chi dice, “ma che problema vuoi che ci sia? E’ tanto comodo!”

La nonna di James Thurber doveva vedersela soltanto con i campi elettromagnetici a bassissima frequenza generati dalla corrente elettrica; ma poco dopo sarebbe arrivata la radio di massa, e poi tutto il resto.

Gli studi su malattie causate dall’elettromagnetismo sono resi difficili dai lunghissimi tempi di insorgenza e dalla presenza di molti fattori, tra cui soprattutto chi paga:


Il 68% degli studi sponsorizzati dalle case produttrici di elettronica, non scoprono effetti avversi sulla salute umana, mentre il 70% di quelli non sponsorizzati li trovano.

Comunque (parlando da laureato in lingue orientali) credo che sia fuori discussione che i campi elettromagnetici abbiano effetti sul DNA, da cui dipende tutto per ogni essere vivente: si discute solo del quanto o del come. Scrive la Danna:

“siamo esseri in cui l’elettricità scorre a bassissima intensità per regolare le funzioni più disparate, dalla respirazione all’udito, alla protezione del cervello dalle sostanze tossiche e nocive che il sangue può apportarvi etc. Siamo esseri con una regolazione elettrica delle funzioni vitali, comune a tutta la vita su questo pianeta. Sono pluridocumentati gli impatti delle onde radio oggi esistenti sull’orientamento e sulla riproduzione degli uccelli, e le antenne degli insetti non sono altro che sensori per l’elettromagnetismo.“

La Danna, a differenza della maggior parte di quelli che si preoccupano solo per i rischi legati alla salute, coglie il meccanismo sottostante:

“Vi è quindi una sinergia tra interessi economici e politici delle classi dominanti nell’uso delle nuove tecnologie informatiche – la rete e l’accesso continuo ad essa degli individui dotati di smartphone (e anche di computer o tablet), degli animali o delle cose dotati di RFID (RadioFrequency Identification, chiamato anche microchip), degli smart meter, smartTV e progressivamente di tutte le merci, ognuna con il suo piccolo trasmettitore per effettuare la comunicazione tanto pubblicizzata tra cartone del latte, frigo e negozio, tra bidone e camion della spazzatura, tra lampioni e passaggio dei cittadini. I primi impianti di RFID (identificatori a radiofrequenza) sono già stati inseriti in esseri umani.”

Il passaggio da tanti flussi separati di dati a questo flusso globale unificato richiede, tecnicamente, lo standard di “quinta generazione” (5G), come aggiunta di nuove frequenze, ma soprattutto come rete planetaria di antenne tale da assicurare, ad esempio, che un’auto senza guidatore non resti mai “senza campo”.

“Il fatto nuovo è che con l’informatica del 5G, con l’internet delle cose di cui l’industria canta le lodi, sta avvenendo un salto quantitativo e qualitativo sia nell’interazione umana che in quella che abbiamo direttamente con l’ambiente naturale da cui dipende la nostra sopravvivenza.”

E qui la Danna ha un’intuizione straordinaria:

“il modo di produzione capitalistico informatico per poter dispiegare completamente il suo potenziale economico e politico esige la progressiva riduzione di tutti i contatti umani su cui non si possono raccogliere dati. L’incontro faccia a faccia, il contatto umano diretto è in concorrenza con quello informatico.”

Questa è forse la riflessione più importante.

Ovidio, 1400 anni prima che i proprietari terrieri inglesi iniziassero a fare delle enclosure, abolendo i Commons, scrisse:

“Sulla terra, comune a tutti prima, come la luce del sole o l’aria, il geometra tracciò con cura lunghi confini”

Ciò che sta succedendo adesso è la stessa cosa, ma su un piano che non avremmo mai potuto immaginare e che è ancora difficile descrivere. Dalla terra siamo già stati esclusi da tempo; oggi siamo esclusi dai rapporti umani, che sono stati privatizzati da altri.

In parallelo,

“l’impatto biologico delle nuove trasmissioni sarà enorme. Si può dire che l’aspirazione sia questa: “Non solo le persone, ma tutta la natura viene sostituita da pulsazioni elettriche”, come scrive Arthur Firstenberg.”

Non so se sono d’accordo con tutto ciò che dice la Danna (per quel poco che ne so io, ad esempio, non concordo con molte cose che dice sul coronavirus), ma sicuramente ci ha dato una bussola preziosa per orientarci quando usciremo dalla quarantena ed entreremo nel Brave New World, portati per mano da Bill Gates, Zuckerberg, Bezos e i loro tecnici.

Nessun commento:

Posta un commento